“Prima i Veneti!” e il modello catalano

Vorrei fare qualche precisazione e proporre qualche riflessione su alcune affermazioni contenute nell’intervista al vicegovernatore della Catalogna Josep Luis Carod Rovira apparsa il 14/VIII/10 nel Corriere veneto online e intotolata:
“E la Catalogna prende le distanze. “Il nostro modello? É un’altra cosa.”

Per prima cosa il titolo é fuorviante, funzionale alla linea politica del giornale che la pubblica. Non é vero che la Catalogna prenda le distanze dal Veneto. Al massimo chi prende le distanze é il signor Carod Rovira, attuale vicepresident del Govern di Catalogna, rappresentante di un partito, Esquerra Repubblicana, che in Catalogna non raggiunge il 10%, emarginato nel governo catalano e nel suo partito, dal quale quasi sicuramente non verrá presentato come candidato alle prossime elezioni autonomiche.
In secondo luogo non corrisponde a veritá che la Catalogna non si sia mai sognata di proclamare: “prima i Catalani” come afferma in maniera drastica il Carod Rovira nella prima domanda.
Nei primi anni del governo Pujol, (presidente della Catalogna dall’80 al 2003) uno degli slogans proclamati e diffusi da tutti i mezzi di comunicazione a disposizione della Generalitat fu “Cataluña primero” lo afferma in modo esplicito lo stesso Pujol nelle sue memorie “Tiempo de construir, Barcellona, Destino, p. 194.
Certo l’espressione “prima Catalogna” non é la stessa di ·”prima i Catalani” (corrispondente a “prima i Veneti·): la prima si riferisce ad un territorio e la seconda alle persone che vi abitano. Anche se possono sembrare sottilezze semantiche le due espressioni possono sottintendere due progetti e idee differenti di federalismo, e ha ragione perció Carod Rovira, (che di semantica se ne intende dato che é laureato in filofogia catalana, corrispondente alla nostra laurea in lettere) quando ne mette in evidenza le differenze.
“Prima Catalogna”, infatti, faceva appello a tutte le persone che vivevano e lavoravano in Catalogna (per cui catalani di vecchia data e immigranti provenienti dalle varie regioni della Spagna) affinché partecipassero come protagonisti alla ricostruzione della nazione (nació) catalana, oppressa da secoli di potere centrale e da 40 anni di dittatura franchista. Per cui “prima Catalogna” era inteso ….prima Catalogna rispetto a Madrid e al resto di Spagna: Chiaramente il contro potere con cui la Catalogna doveva confrontarsi (e si confronta tuttora) era ed é quello accentratore e oppressore dello stato spagnolo Jordi Pujol delinea questo obiettivo con queste parole (ibidem). “Dovevamo proporre un progetto di paese nel quale tutti si sentissero a gusto dal punto di vista economico e sociale e che promovesse la convivenza e la democrazia, il rispetto per la nostra storia, la nostra cultura e la nostra lingua….Elaborammo un altro slogan (oltre a “Cataluña primero”): “Una Catalogna per tutti.”

L’espressione “Prima i Veneti” puó essere interpretata ed é interpretata (da Cartod Rovira e dalla intervistatrice Elisabetta Rosaspina) come prima i Veneti che risiedono da 10 – 15 – 20 o piú anni nella regione rispetto ai “non Veneti” (gli emigranti) ….. nelle graduatorie dei vari servizi offerti dalla Regione e dai poteri locali.
Con questa interpretazione i Veneti (residenti nella regione da poco o da molto) finiscono per contendersi tra loro le sempre piú limitate risorse che lo stato centrale restituisce alla regione, dopo averle sequestrate in modo sistemaco e autoritario alla stessa regione.
E’ difficile costruire un popolo, una nazione, una regione, un paese se tutti non collaborano al progetto e non si sentono a gusto da punto di vista economico e sociale.
Per I Veneti, come per i Catalani, il potere con cui devono confrontarsi e fare i conti é quello centrale, quello che sottrae ogni anno alla regione Veneto 10 miliardi di euro, (quasi il bolancio intero della regione). In pratica il Veneto mantiene con il proprio lavoro un’altra regione equivalente per numero di abitanti. Con un minore “saccheggio” delle risorse prodotte nel Veneto da parte dello stato centrale ci sarebbero risorse per tutti i Veneti, (residenti da sempre, da molto o da poco).

Forse Zaia farebbe bene a spiegare che cosa significhi quel “Prima i Veneti” o “Prima il Veneto” che propone nello Statuto. Anzi, a nostro avviso, un suo invito diretto in modo speciale ai “Terroni” che hanno scelto il Veneto per viverci e lavorare a partecipare alla costruzione del nuovo Veneto non sarebbe del tutto inopportuno.
Dopotutto interessa anche “Terroni//Veneti· che il Veneto non sia “saccheggiato delle sue risorse e alla regione Veneto interessa che i Veneti/terroni cooperino con la loro innata intraprendenza e dialettica alla difesa della loro terra d’adozione..

I morti cristiani contano meno, ma valgono di più

cimiteroNo, non dimentichiamoli subito, anche se è agosto, i cristiani “giustiziati” in Afghanistan dai taleban. Stavano dando aiuto generoso e gratuito a degli stranieri sconosciuti solo perché questi ultimi ne avevano – e ne hanno – estremo bisogno. Lo stavano facendo a rischio della propria vita, questi occidentali (dentisti, oculisti, infermieri…) nelle più sperdute contrade afghane. Erano volontari che avevano abbandonato tutto, casa, famiglia, sicurezza, carriera, per darsi agli altri “senza se e senza ma”. Veri cristiani, non controfigure. Come don Santoro, come monsignor Padovese, come l’incessante teoria di credenti in Cristo che vanno arricchendo – anche in questo secolo Ventunesimo – la storia gloriosa di chi ama il prossimo «come se stesso», fino al sacrificio. Facile a dirsi, eroico a farsi. E sono questi gli uomini e le donne di cui il mondo ha maggior bisogno. Essi sono stati (e molti di loro ancora sono) vivi e operanti «in mezzo» a noi, nel nostro «mondo», come sta scritto. E, come sta scritto, il mondo non li ha riconosciuti e non li riconosce.

A pochi giorni dal massacro, la notizia sta già rapidamente sparendo dalle cronache, riprecipitate subito nel pozzo nero delle solite chiacchiere estive, o peggio. Da noi come all’estero, compresi i Paesi d’origine degli assassinati (la cui stampa è sempre così inflessibile quando si tratta di denunciare i “cattivi” cristiani, che pure non mancano).

Cose che accadono ai cristiani veri , quelle appena accadute in Afghanistan, si sa. È “normale”: è questo, in fondo, il retropensiero generale (non escluso quello di non pochi fratelli in Cristo) che sta alla base di quest’indifferenza così diffusa, così offensiva della verità, così dannosa proprio per chi più la pratica. Chiediamoci solo: se a restare vittime di questa barbarie fossero stati, ammesso che possano esistere, dei musulmani, le reazioni sarebbero state altrettanto contenute? Che ne avrebbero detto e scritto non solo al-Jazeera e media arabo-islamici assortiti, ma anche il circo politico-ideologico e mass mediatico del gran mondo politicamente corretto? Come minimo , staremmo ancora qui tutti a ragionare e tremare per le “imprevedibili” ma universalmente considerate “comprensibili ” reazioni dei compagni di fede degli uccisi che risulterebbero inguaribilmente “offesi”.

Certo, stiamo parlando di un’ipotesi remota. È un’evenienza non prevista – né verificabile nella storia antica e presente – l’impegno di volontari musulmani che, senza voler nulla in cambio, offrono medicine, istruzione, cure, cibo e la loro stessa vita per degli stranieri, per persone di un’altra fede religiosa. Non a caso, dal mondo musulmano, anche da quello più aperto, ben poche voci (quasi nessuna) si sono alzate per deplorare questo e altri analoghi massacri, per esprimere solidarietà e partecipazione al dolore delle famiglie e dei Paesi colpiti. Non a caso, non esiste una “Caritas” musulmana, che dà tutto a tutti senza chiedere il certificato di battesimo o altri documenti di identità comune.

Annoto questo, non per riaccendere inutilmente pericolose e sterili rivalità, ma solo per amore di verità. Solo per ricordare, a chi pervicacemente e stupidamente vuole dimenticarlo, l’enorme valore umano e culturale cresciuto grazie a quelle preziose «radici cristiane» che la parte più vuota dell’Occidente si affanna a voler cancellare dalla storia nostra e del mondo intero. Una pulsione follemente in perdita per tutti, senza distinzione.
Gabriella Sartori

La crisi attuale chiede visione morale

La crisi che investe la maggioranza attuale che governa lo Stato Italiano ha antiche radici, essa affonda in quel modo di governare che la sinistra storica ha inaugurato a fine Ottocento. Esse prevedeva di fatto che i deputati decidessero a seconda della convenienza politica, riferita spesso al proprio collegio elettorale, di aggregarsi ora sì ora no a quanto il governo andava deliberando. Se inizialmente questo modo consentiva il non vincolo al partito, che di fatto non aveva quella struttura rigida che poi ha acquisito, facili erano anche le possibilità di “convincere” un deputato ad aderire alla politica del governo. La nascita dei moderni partiti a partire dal 1992 previde non il vincolo di mandato da parte degli elettori ma l’adesione totale a quanto il partito, in realtà la Direzione stabiliva. A questo vincolo non sfuggì di certo il partito fascista e con lui tutti quelli nati proprio tra il 1921 e il 1922. Dopo la caduta del fascismo e la nascita della Repubblica, i padri costituzionali cercarono di svincolare i deputati e i senatori, che non furono più nominati, ma eletti, dal vincolo di mandato. Questo è riferito sia agli elettori sia ai partiti. Ogni eletto al Parlamento decide secondo scienza e coscienza. nel corso della storia recente della Repubblica, diversi deputati e senatori si sono avvalsi della possibilità di non essere vincolati. Da un lato questo consente la massima libertà dell’eletto, ma dall’altro può costituire e costituisce una possibilità di cambiamento contro la volontà degli elettori. Se un parlamentare intende cambiare la propria collocazione politica, che era a priori stata esibita agli elettori per ottenere i voti, egli ha però anche un dovere da adempiere, quello di rivolgersi nuovamente agli elettori, non si tratta infatti di votare o meno una legge, ma di poter determinare con il cambiamento anche prospettive politiche generali diverse. I molto che hanno cambiato di prospettiva politica, quanti hanno avuto questo coraggio? Non ne risultano. La prima e fondamentale questione morale in politica è proprio il rispetto degli elettori e questo sembra mancare. Riusciranno coloro che hanno recentemente cambiato direzione politica a rispettare e dare così il segnale di un vero cambiamento? Alle elezioni comunque in avvicinamento la facile sentenza.

Italo Francesco Baldo crisi Italia

Perché si parla tanto del Ramadan e mai della Quaresima?

E’ iniziato il ramadan, il periodo di riflessione, pentimento della religione islamica. Il Ramadan, per la rigorosa osservanza del digiuno diurno che ostacola il lavoro e per il carattere festivo delle sue notti, costituisce un periodo eccezionale dell’anno per i fedeli islamici in tutti i paesi a maggioranza musulmana: la sua sacralità è fondata sulla tradizione già fissata nel Corano di Maometto, secondo cui in questo mese Maometto avrebbe ricevuto una rivelazione dall’arcangelo Gabriele. In origine, il mese di Ramadan era, come il suo nome stesso (il ‘torrido’) mostra, un mese estivo; ma successivamente Maometto stesso adottò un calendario puramente lunare di dodici mesi che, perciò, cambia posizione anno per anno.
Tutti i giornali italiani, telegiornali, radiogiornali ne parlano, ne dissertano in varia maniera. Chi lo illustra, chi fornisce consigli ai cristiani e ai laici sul come comportarsi nei confronti di questo momento importante dell’Islam.
Domanda: come mai non si parla quasi mai delle feste cristiane?, anzi si tende a svilire, a metterle in secondo piano?
Gli islamici hanno il senso della loro specificità, delle loro radici, che osservano quasi sempre in modo esemplare e diventano esempio di fede e di rispetto del proprio credo.
I cristiani invece temono di manifestare la loro identità, succubi non tanto della laicità dello stato, ma del laicismo imperante in Italia , che nega le radici stesse di quanto loro affermano in tema di libertà, ad esempio.Purtroppo in Italia il vecchio ateismo materialista storico, alias comunismo, si è travestito da laicità, di cui si serve non per sostenere la separazione della fede cristiana dallo stato, cosa connaturata al cristianesimo, ma la negazione della stessa fede cristiana. Questa è la ragione per cui mostrano apprezzamento, ma non so se veritiero, per altre confessioni religiose. Il tutto è per negare l’identità cristiana dell’Europa. Non a caso Augusto del Noce, di cui ricorre il centenario dalla nascita, ben individuava nell’ateismo la matrice della negazione dell’uomo e della libertà.
Il rispetto dovuto, non significa affatto la rinuncia a se stessi e quanto di bene è stato fatto dal mondo cristiano tanto che viene la voglia di dire: basta con il negativo, iniziamo a sottolineare il positivo: la carità ha dato e dà molto, non dimentichiamolo.
Italo Francesco Baldo

Del Noce: gli orrori dell’uomo di Marx

Un punto essenziale che va subito precisato è che, di fronte alla linea Cartesio-Hegel-Marx, Augusto Del Noce (di cui ricorrono domani i cent’anni della nascita) ha proposto una diversa lettura della filosofia moderna. È un altro volto della filosofia moderna quello che Del Noce vede snodarsi da Cartesio in avanti per giungere a Rosmini e Gioberti passando attraverso Malebranche e Vico, un percorso che permette di recuperare la ricchezza tematica e la forza teorica del pensiero cattolico italiano dell’Ottocento – un pensiero in grado di contrastare quella dilagante secolarizzazione che fiorisce dall’abbraccio tra l’ateismo comunista e l’ideologia borghese nella loro lotta contro la religione cristiana.

E grande fu lo scalpore suscitato dall’interpretazione che Del Noce dette del marxismo. Erano anni, quelli dal Sessanta in avanti, in cui la cultura marxista poteva dirsi sostanzialmente egemone. Egemone e in grado di risucchiare al suo interno sia gran parte del mondo cattolico che di quello laico. L’alleanza dei cattolici con i comunisti si basava sul rifiuto, teorizzato soprattutto da Franco Rodano, del materialismo storico e dell’ateismo marxista e sull’accettazione dell’analisi marxiana come scienza della società capace di offrire una oggettiva lettura della realtà sociale, lettura che, considerata appunto oggettiva, avrebbe messo nelle mani dei rivoluzionari lo strumento più adeguato per cambiare finalmente la storia dell’umanità.

Se questa era la prospettiva del “cattocomunista”, per molta cultura laica un marxismo depurato dai suoi tratti metafisici deterministici veniva a configurarsi come una forma di neoilluminismo quale punto di riferimento per progetti di rinnovamento sociale. E, dunque, «l’idea del socialismo liberale o dell’azionismo e quello del cattolicesimo comunista hanno questa radice comune: la convinzione che il marxismo possa essere riassorbito in una sintesi culturale di tipo superiore» (Rocco Buttiglione).

Ebbene, di fronte a siffatta situazione, la reazione di Del Noce fu decisa, intransigente, e si sviluppa sulla base della convinzione che l’egemonia culturale dei comunisti era potuta crescere a motivo del fatto che sia i cattolici sia i laici non rivoluzionari, ma soprattutto i cattolici, non avevano sottovalutato la forza del pensiero filosofico di Marx. In Marx la filosofia, da contemplazione o comprensione della realtà, si trasforma in rivoluzione: un progetto destinato a cambiare dalle radici l’intero volto della storia umana.

E se quel che conta, nella prospettiva rivoluzionaria, è il risultato politico, allora è chiaro che idee metafisiche, religiose e ideali etici o diventano semplici strumenti del progettato regnum hominis o sono rigettati come ostacoli alla creazione di questa nuova luminosa realtà totalmente umana. Non è possibile per il comunista pensare ad una verità trascendente da cui poter emettere un giudizio sul processo e gli esiti dell’azione rivoluzionaria. Quello che i cattolici non avevano compreso, ad avviso di Del Noce, è che la non-filosofia di Marx esige l’annientamento del cristianesimo.

È un’ingenuità, insomma, distinguere il lato buono del marxismo (la proposta del rinnovamento sociale) dal lato cattivo (il corollario ateo). La realtà, afferma Del Noce, è ben diversa: l’ateismo in Marx non è un elemento di cui ci si possa tranquillamente disfare, esso permea di sé il suo programma dall’inizio alla fine. Il marxismo è il punto di arrivo del razionalismo europeo, di un razionalismo che elude, con una decisione arbitraria, il problema dell’esistenza di Dio, che rigetta senza alcuna argomentazione ragionevole il dogma del peccato originale e che, di conseguenza, eleva la politica a religione, istituzionalizza il culto idolatrico di una umanità divinizzata e pretende di realizzare, per mezzo della pratica della rivoluzione, «il Regno millenario della libertà».

Da qui l’inconciliabile contrasto tra cristianesimo e progetto rivoluzionario marxista: è il “Regno di Dio” trasportato in questo mondo l’idea guida del rivoluzionario, la cui meta finale è la divinizzazione dell’umanità. E per realizzare questo “Paradiso in terra” ogni mezzo – anche il più atroce e disumano – è giusto e legittimo: tutto va cancellato e raso al suolo, unicamente dalle macerie del passato può sorgere il nuovo mondo. Ora, però – è questa la tesi sostenuta da Del Noce ne Il suicidio della rivoluzione – proprio perché, sulla base dell’eliminazione del dogma del peccato originale, il marxismo ha preteso di realizzare il “Totalmente Altro” sulla faccia della terra, esso è condannato al suicidio.

La rivoluzione, dovendo fare tabula rasa – dato che, per dirla con il Mefistofile di Goethe, «tutto ciò che esiste è degno di perire» – è destinata a creare attorno a sé un deserto al cui orizzonte si staglia la triste figura del più spietato dittatore. E che la Rivoluzione – un evento, leggiamo ne Il problema dell’ateismo, che sulla negazione del passato prefigura «una società senza Stato, senza Chiese, senza eserciti, senza delitti, senza magistratura, senza politica» – sia un progetto distruttivo e autodistruttivo è un’idea che Del Noce ebbe il coraggio e la lungimiranza di proporre in anni in cui la dottrina marxista era egemone in Italia e in non pochi Paesi fuori Italia.

Un’intuizione, la sua, che non molto tempo dopo doveva trovare conferma nel collasso storico dell’Unione Sovietica e nella più diffusa consapevolezza dell’insostenibilità teorica di quel “progetto gnostico” che, teso a rovesciare il mondo, è condannato ad un necessario autodissolvimento generatore di immani tragedie umane. Aveva pienamente ragione Paul Claudel: chi immagina per i suoi simili il paradiso in terra, sta in realtà preparando per loro un molto rispettabile inferno.

Dario Antiseri Dario Antiseri

FED: economia USA depressa, tassi fermi

WASHINGTON – La ripresa americana rallenta, perciò i tassi restano fermi al minimo storico. Lo scenario disegnato dalla Federal Reserve, nella nota diffusa dal Comitato di Politica Monetaria che si è riunito martedì a Washington, non è incoraggiante. tanto più che la Banca centrale americana ha sottolineato che riprenderà a comprare titoli di Stato a lungo termine, così investendo gli introiti delle mortgage backed security (Mbs), per contribuire alla ripresa in un contesto di stabilità dei prezzi e garantire comunque la liquidità al mercato. Il primo effetto delle parole della Fed è stato quello registrato sul mercato monetario: l’euro si è subito riportato sopra quota 1,32 contro dollaro.

TASSI FERMI – La Federal Reserve ha così annunciato che terrà i tassi al livello record attuale vicino allo zero mentre lancia l’allarme: la ripresa economica del paese è più lenta di quanto fosse nelle attese. L’organo decisionale della Fed ha dichiarato che «il passo della ripresa economia è probabile che sará più lento nel breve termine di quanto anticipato». «Il ritmo della ripresa della produttività e dell’occupazione – si legge nel documento – è rallentato nei mesi recenti. La spesa per consumi sta gradualmente aumentando ma rimane frenata dall’alta disoccupazione, la crescita modesta dei redditi, il minor benessere delle famiglie e la restrizione nella concessione di credito».

MERCATO IMMOBILIARE DEPRESSO – Altra indicazione è quella sul mercato immobiliare statunitense, che resta depresso. Mentre i prestiti bancari hanno continuato a contrarsi.

Zaia: “Bisogna esporre la bandiera del Veneto nelle scuole”

Quando era ancora un ministro della Repubblica, portò in omaggio il vessillo di San Marco al neo nominato presidente del tribunale di Treviso, Giovanni Schiavon, affinché sventolasse sul palazzo di giustizia. Ne venne fuori una specie di caso di Stato, con condimento di alte polemiche, ma alla fine persino il Csm – che, con straordinaria solerzia, aprì un procedimento disciplinare a carico del magistrato – se ne fece una ragione: quella esposta sulla facciata del tribunale era la bandiera della Regione Veneto, che perciò garriva al vento con piena legittimità. Ora che è governatore del Veneto, Luca Zaia vuole fare di quello stendardo l’emblema delle rivendicazioni autonomiste della Regione nei confronti dello Stato centrale. La Bandiera, con la B maiuscola. «Certo, mi rendo conto – mette le mani avanti Zaia – che in una fase come l’attuale ci sono problemi stringenti da affrontare e io non mi sottraggo. Ma quello dell’identità, anche se non verrà al primo posto, è un problema autentico».

Lo è a maggior ragione, secondo il governatore, nel passaggio cruciale che il Paese sta attraversando: «In un processo che porta al federalismo e all’autonomia regionale, anche i simboli diventano particolarmente importanti. E noi abbiamo un simbolo di identità, la bandiera del Veneto, che si deve vedere di più». Questo è il cruccio di Zaia: «Sentir dire dai cittadini che mi incontrano che sulla scuola del loro paese la bandiera veneta non c’è. Percepire che, in qualche caso, il gonfalone veneto viene volutamente occultato, magari perché qualcuno pensa – aggiunge il governatore – che la bandiera abbia un significato politico o, addirittura, possa fare pubblicità a un partito politico, la Lega. Ma quando mai? Il nostro gonfalone ha più di mille anni di storia – si infervora Zaia -, è descritto come il “triumphale vexillum” in una cronaca di Giovanni Diacono dell’anno Mille. E quella frase riportata nel libro aperto, “pax tibi marce evangelista meum”, rimanda alle radici cristiane della nostra gente. Trovo assolutamente disdicevole – sottolinea il presidente della Regione – che negli edifici pubblici ci sia chi si vergogna di esporre la bandiera del Veneto. Dirò di più: un veneto che si vergogna della sua bandiera non è un veneto e non merita di ottenere quel federalismo e quell’autonomia per i quali ci stiamo impegnando ». C’è una legge regionale, la 56 del 1975, a sancire ufficialmente la trasmigrazione del Leone alato dalla bandiera della Serenissima a quella della Regione Veneto.

E c’è un decreto del presidente della Repubblica che regola, per gli edifici pubblici, l’esposizione delle bandiere: nazionale, europea e locale. «Sì, la normativa esiste e non c’è bisogno di fare nuove leggi – argomenta Zaia -. Piuttosto, si tratta di spingere di più affinché venga rispettata l’esposizione del gonfalone veneto. In molte scuole io non lo vedo, a volte manca anche la bandiera dell’Unione Europea ma, nella grande maggioranza dei casi, se c’è un vuoto sui pennoni è quello lasciato dallo stendardo di San Marco. Lo ripeto: premesso che deve sempre essere esposta quella italiana, trovo deplorevole che qualcuno vada ad occultare, più o meno volontariamente, la nostra bandiera ». All’atto pratico, la Regione cosa potrebbe fare? «Se c’è un problema di fornitura o di reperimento delle bandiere – risponde il governatore – si rivolgano pure a noi: la Regione è pronta a distribuirle a chi le chiederà. Domandino e provvederemo. Non è nostalgia della Serenissima, è un fatto di identità. E il federalismo che avanza deve ancorarsi anche agli aspetti identitari».

Alessandro Zuin (Corriere del Veneto 8-8-2010)Zaia 2

“Famiglia Cristiana” o Famiglia giustizialista?

Famiglia Cristiana non si smentisce mai. Anche stavolta si è allineata senza tanti scrupoli al luogocomunismo dell’intellighenzia di sinistra e dei suoi media di riferimento. Che al settimanale dei Paolini il governo Berlusconi non piacesse è una cosa nota ormai da tempo: basti ricordare, ad esempio, il trattamento riservato alle politiche dall’attuale esecutivo in materia di contrasto all’immigrazione clandestina, che valsero al presidente del Consiglio e al ministro dell’Interno la scomunica di Famiglia Cristiana in quanto nuovi fascisti e calpestatori dei fondamentali diritti dell’uomo. O si pensi, ancora, all’altro anatema scagliato contro Berlusconi nel pieno della tempesta scatenata dal caso D’Addario: la rivista paolina, in scia de La Repubblica e degli altri organi ufficiali del moralismo un tanto al chilo e a senso unico, allestì il suo bel rogo di carta per i «comportamenti gaudenti e libertini» del premier, con i quali egli – così recitava la sentenza – aveva superato «il limite della decenza». Capirai. A parlare dal pulpito era un settimanale che dovrebbe essere il baluardo di una lettura cattolica delle vicende umane e che invece, per anni, si è fatto portatore di posizioni non propriamente ortodosse e non certo fedeli al magistero papale proprio in materia di dottrina morale, divenendo, anziché lume del mondo come auspica il Vangelo, paralume della mentalità dominante veicolata da coloro che vorrebbero vedere la Chiesa e la sua tradizione morire soffocate sotto il peso del cosiddetto «progresso».

Incurante di ciò, oggi Famiglia Cristiana torna alla carica sempre contro di lui, Berlusconi, evidentemente considerato come l’icona del Male assoluto che infetta una società altrimenti sana sotto la guida dei sacri principi indicati dai vari Scalfari, Ezio Mauro e compagnia repubblicante. Santi subito. Stavolta il premier e il suo governo entrano nel mirino dei Paolini da un lato in seguito alle recenti inchieste sulla fantomatica – per usare un eufemismo – «nuova P3» e, dall’altro, per la vicenda della rottura con Fini. Il quadro che ne emergerebbe, secondo la rivista, è per un verso quello di un «disastro etico (generalizzato, ndr) sotto gli occhi di tutti» e, per l’altro, quello di «una concezione padronale dello Stato» che «ha ridotto ministri e politici in “servitori”, semplici esecutori dei voleri del capo». Sembra di leggere l’Unità, il Manifesto o Liberazione. Quando si dice l’autonomia di giudizio… La conclusione è che, sia dal punto di vista etico che da quello politico, l’Italia si ritroverebbe ormai sull’orlo del baratro, se non già oltre. «Poco importa – sentenzia infatti Famiglia Cristiana – che il paese vada allo sfascio».

E tutto questo per colpa di chi? Ovviamente del Cavaliere Nero. Il quale – così ci ha detto per anni la rivista paolina – prima con le televisioni commerciali ha scardinato il tessuto di «valori» sui quali si reggeva la società italiana nell’era pre-berlusconiana, e poi, con la sua «discesa in campo», si è fatto paladino di uno «sbandierato garantismo» – leggiamo oggi – che in realtà è «troppo spesso pretesa di impunità totale», chiaramente «a favore dei potenti». E anche «l’appello alla legittimazione del voto popolare», a cui si richiama spesso il presidente del Consiglio, non può essere un «lasciapassare all’illegalità».

Complimenti davvero. Se continua di questo passo, il giornale paolino potrebbe candidarsi a diventare l’allegato settimanale al Fatto Quotidiano di Travaglio o la rivista ufficiale dell’Italia dei Valori. Dalla famiglia cristiana alla famiglia giustizialista il passo, in questo caso, è breve. L’impressione è che, invece di fornire un’immagine reale ancorché problematica dell’Italia e degli italiani, il settimanale paolino si accodi acriticamente e sciattamente alla più scontata, trita e ritrita leggenda nera su Berlusconi, mostrando così, come ha osservato il ministro Sandro Bondi, un «vuoto di analisi culturale sia sul ruolo della Chiesa che sul futuro dell’Italia». Questo non è un buon servizio reso a quelle «famiglie cristiane» a cui esso si rivolge. Forse i Paolini non si accorgono che, così facendo, dimostrano di disprezzare, assieme a Berlusconi, anche tutti gli italiani che lo votano. E, tra questi, anche tanti cattolici. Famiglia Cristiana

Federalismo, altri passi in favore dei Comuni

Il decreto attuativo sui fabbisogni standard degli enti locali, approvato la scorsa settimana in via preliminare dal Consiglio dei Ministri, rappresenta la prima fase operativa del federalismo fiscale, segnando l’addio alla finanza derivata basata sul principio della spesa storica. Il provvedimento definisce il percorso attraverso il quale saranno calcolate le quantità efficienti ed efficaci dei servizi fondamentali che i Comuni, le Province e le future Città metropolitane dovranno erogare e che saranno finanziati e perequati al 100%. Uno step propedeutico alla ormai prossima approvazione dell’altro decreto attuativo che trasferirà concretamente ai Comuni la gestione diretta delle imposte sugli immobili.

Il provvedimento sui fabbisogni ha già ricevuto in questi giorni il consenso dell’Anci che, per bocca del presidente Sergio Chiamparino, ha giudicato positiva in particolare la definizione delle variabili in base alle quali sarà considerata efficiente o meno la spesa delle singole amministrazioni. La Sose (Società per gli studi di settore), incaricata di verificare la congruità delle spese degli enti locali e di definire i fabbisogni standard, dovrà, infatti, tenere conto non solo del livello di spesa, ma di determinate variabili come la spesa storica, la presenza di zone montane, il numero di abitanti, le esternalizzazioni, il personale impiegato e, importantissimo, il grado di soddisfazione degli utenti. A ogni ente locale si chiederà di spiegare, attraverso la compilazione di appositi questionari, il proprio fabbisogno dimostrando efficacia ed efficienza delle proprie spese. Non si guarderà insomma soltanto a «quanto», ma a «come» si spende e pertanto, pur costando più che in altre città, un servizio che offre una prestazione migliore potrà essere considerato un fabbisogno standard di quell’amministrazione. Nella sua valutazione la Sose sarà affiancata dall’Ifel, l’istituto per la finanza locale dell’Anci, nel quadro di una sana e trasparente condivisione degli obiettivi con i sindaci. Il passaggio dalla finanza derivata all’autonomia fiscale dei Comuni sarà graduale: entro il 2013 dovranno essere pronti i fabbisogni per tutte le funzioni fondamentali e, per il 2016, si concluderà l’entrata a regime del nuovo sistema. La meta finale di questo percorso dovrà produrre un utilizzo più razionale ed efficiente delle risorse che sarà favorito anche dall’aggiornamento su base triennale dei fabbisogni.

A completare il quadro del federalismo fiscale dei Comuni, intanto, è stato dato il via libera, mercoledì 3 agosto, al decreto attuativo sull’imposta municipale. Tale provvedimento passerà poi all’esame della Conferenza Stato-Regioni e del Parlamento per poi ritornare al Consiglio dei Ministri per ottenere ok definitivo. Esso prevede l’introduzione di una cedolare secca sugli affitti che si applicherà già a partire dal 2011 e che sarà facoltativa rispetto al regime attuale. Due nuove forme di imposizione municipale, inoltre, sarebbero previste dalla bozza di decreto a partire dal 2014: una propria, e un’altra secondaria facoltativa. Per quanto riguarda la cedolare secca la bozza prevede il pagamento di una sola aliquota sui redditi provenienti dai contratti di locazione, che sarà fissata al 25%, scendendo al 20% in caso di contratti a canone agevolato. I proprietari, come detto, oltre alla cedolare secca avranno la facoltà di scegliere un’altra via, servendosi del vecchio sistema di tassazione Irpef, che presenta più aliquote proporzionali agli scaglioni di reddito. Chi tenterà di eludere tali adempimenti dovrà pagare multe consistenti. Le sanzioni previste dal Governo, infatti, saranno molto più salate per chi non indica o indica importi in misura inferiore al vero.

I sindaci potrebbero decidere l’unificazione delle nuove leve fiscali, ricevute dal centro, con le altre che già gestiscono direttamente come l’Ici e le imposte su pubblicità, occupazione degli spazi pubblici e rifiuti. Il titolo unico di prelievo municipale costituirà uno step ulteriore che semplificherà sia l’azione fiscale dei primi cittadini, sia gli adempimenti dei contribuenti. Ai sindaci a regime dovrebbe così spettare nel complesso la gestione di una dote fiscale di circa 25 miliardi cui potrebbe eventualmente aggiungersi anche la fiscalizzazione dei trasferimenti regionali.

Punto delicato del decreto sull’imposta municipale, sui cui in questi giorni si concentrano gli sforzi dei tecnici del governo e dell’Anci, è la salvaguardia del Sud che, per quanto concerne gli immobili, può far leva su una minore base imponibile legata a valori catastali più bassi e a minori volumi degli affitti e delle compravendite immobiliari. Il problema peraltro è aggravato dalla circostanza che, proprio al Mezzogiorno, attualmente è destinata una quota maggiore dei trasferimenti statali che si punta a fiscalizzare. Secondo l’Ifel, infatti, con la gestione diretta delle imposte sugli immobili i Comuni settentrionali dovranno fiscalizzare 258 euro pro-capite mentre al Sud i trasferimenti statali per cittadino equivalgono a 311 euro. Si tratta quindi di un gap del 20% che il governo punta a compensare, nell’ambito dei meccanismi di perequazione, con la previsione di rimborsi forfettari per i Comuni più piccoli, ai quali spetterebbero altre agevolazioni dove decidessero di associarsi riducendo i costi di gestione.

Maroni: la situazione è precipitata. Se cadiamo si torna al voto in autunno

ROMA — Ha trascorso la giornata al Senato e alla fine ha incassato il voto unanime sul piano antimafia. «Risultato storico — lo definisce — visto che in dieci anni nessuno era mai riuscito ad approvare un testo unico in tema di misure contro la criminalità». Il disegno di legge introduce misure di tracciabilità dei flussi finanziari in materia di appalti e nuove disposizioni per la revoca dei programmi di protezione a pentiti e collaboratori di giustizia. Ma il ministro dell’Interno Roberto Maroni sa bene che il voto che unisce maggioranza e opposizione è ormai un’eccezione, perché la realtà politica emersa in questi giorni promette ben altri scenari. E rischia di riservare sorprese clamorose per il governo in carica. Tanto che nulla dà ormai per scontato, neanche il voto di fiducia previsto per questo pomeriggio.

Ieri si sono incontrati Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli e hanno annunciato che oggi si asterranno sulla mozione di sfiducia contro il sottosegretario Giacomo Caliendo. Lei ci crede?
«La decisione di Fini di lasciare il Pdl ha creato una situazione che ci costringe alla navigazione a vista. Chi va per mare sa bene di cosa parlo: sei lì ma in ogni momento ci può essere un ostacolo. La rotta non è tranquilla, però credo che non sia neanche così difficile. In ogni caso non c’è alternativa».

Se cade il governo si vota?
«Io voglio continuare a essere ottimista, fiducioso che la legislatura continuerà fino alla fine. Ma se la nave va sugli scogli, si torna alle urne. Il rischio di imboscata è più che concreto, come dimostra quello che sta accadendo in questi giorni».

Non vi aspettavate che venisse calendarizzata subito la mozione di sfiducia?
«Era una delle possibilità ed è accaduto. Io però voglio essere chiaro: la Lega non sarà disponibile a nessun governo alternativo».

Neanche se a guidarlo fosse Giulio Tremonti?
«Non esiste. Ho parlato con lui ed è perfettamente d’accordo. Proporre Tremonti è il gesto della disperazione di chi vorrebbe cercare una strada ma non ha nulla da proporre. Non c’è un motivo valido se non la voglia di sfasciare tutto e mandare a casa Berlusconi».

C’è chi pensa che servirebbe a realizzare il federalismo.
«E con chi dovremmo farlo? Con l’Udc che ha votato contro oppure con il Partito Democratico che si è astenuto e adesso dice che ci vuole incalzare su questo tema? Vorrei ricordare che i decreti attuativi li fa il governo, non il Parlamento, dunque la strada è tracciata e il percorso sarà rispettato».

Non crede che la situazione stia precipitando?
«Veramente è già precipitata, perché potenzialmente questo gruppo alla Camera può far venire meno la maggioranza e questo provocherebbe immediatamente la crisi».

In questo caso il presidente Giorgio Napolitano potrebbe verificare l’esistenza di una nuova maggioranza.
«Potrebbe cercarla, ma non la troverebbe perché senza la Lega non avrebbe un’alternativa in entrambe le Camere e dunque un eventuale governo di transizione durerebbe una settimana, dopo dovrebbe prendere atto della realtà e sciogliere le Camere».

È proprio sicuro che la Lega non si comporterà come nel ’94?
«Ancora con questa storia, ma è un richiamo alla preistoria».

Sono in molti a credere che il Paese fosse in una situazione simile e anche allora voi giuravate lealtà al governo.
«Era un’altra era geologica. L’accordo che c’è ora tra noi e il Pdl è un patto sacro che non lascia alternative. Il resto sono giochi di palazzo. Basti pensare che questa operazione di Fini ha avuto come unico merito quello di resuscitare l’Api di Rutelli. Un miracolo, ma certamente non mi sembra un gran risultato. Sono giochi da Prima Repubblica».

E un’alleanza con l’Udc?
«Impensabile perché stravolgerebbe le regole, visto che l’Udc ha perso le elezioni e si è schierata all’opposizione».

Intanto c’è un nuovo gruppo di 84 persone…
«Fermi. Non c’è alcun gruppo. Per me ci sono i finiani che fanno parte della maggioranza e sono 33 alla Camera, 10 al Senato. Gli altri stanno all’opposizione e per tatticismo hanno deciso una posizione comune».

Non crede che di fronte a questa nuova realtà il presidente del Consiglio dovrebbe comunque consultare il capo dello Stato?
«Ora no, del resto se ci convincessimo che si è formato un nuovo gruppo vorrebbe dire che la fiducia nel governo è già venuta meno e bisognerebbe trarne le conseguenze».

E i ministri finiani?
«Non spetta a me prendere decisioni. Sul piano personale posso dire che lavoro bene con Andrea Ronchi e ho grande stima e simpatia per Pasquale Viespoli che considero persona di grandi qualità, ma certo questa doppia natura può creare imbarazzi e questioni interne. Per me lo schema è semplice: se stai al governo ci stai al 100 per cento. Metà dentro e metà fuori sono equilibrismi, è il ritorno del doroteismo del quale francamente nessuno ha nostalgia».

Dunque fuori?
«Viespoli ha sempre combattuto questo modo di fare politica e sono certo che risolverà questa evidente contraddizione. Noi aspettiamo, ma a settembre i nodi verranno al pettine».

Qual è il suo giudizio su Gianfranco Fini?
«Sul piano personale lo stimo, ma faccio fatica a capire le sue mosse politiche. Cerca una strada che non so dove lo porterà e invece nel Pdl la sua presenza insieme a quella di Berlusconi poteva rivelarsi fondamentale. Ognuno aveva il suo ruolo e l’azione congiunta poteva rafforzare il partito».

Fini in realtà ha posto una pregiudiziale in tema di legalità.
«Lasciamo perdere. A prevalere sono stati i rancori personali. Per questo sono rammaricato. Credo che il centrodestra stia sperperando la sua forza straordinaria però non sono preoccupato perché la soluzione c’è, è limpida ed è coerente col sistema bipolare».

Lei ritiene che Fini possa continuare a ricoprire il ruolo di presidente della Camera?
«Sono convinto che non verrebbe mai meno al suo ruolo di garanzia».

La Lega, così come il presidente Berlusconi, non lascia aperta nessuna strada alternativa alle urne. Lei è davvero convinto che sia questa l’unica soluzione?
«Il nostro giudice sono i cittadini, non coloro che stanno nei palazzi».

Se si andrà al voto, la Lega andrà con il Pdl?
«Certamente, perché la nostra alleanza ha portato grandi risultati. Abbiamo fatto la legge sul federalismo, fermato gli sbarchi dei clandestini, ottenuto successi sul fronte della sicurezza e della criminalità. Lo straordinario risultato di ieri con il voto compatto di tutto il Parlamento è sotto gli occhi di tutti, anche perché mi convince che in tre anni possiamo sconfiggere la mafia e non è una scadenza che pongo a caso perché coincide con la fine di questa legislatura »

Lei parla di voto senza lasciare margini ad altre eventualità. Immagina anche una data?
«So che non ci sono precedenti di elezioni in autunno ma questo non può precluderle di fronte a una crisi politica grave che non consente alternative. Per questo mi rassicura la saggezza istituzionale del presidente Napolitano».

Fiorenza Sarzanini (Corriere della Sera del 4 Agosto 2010)