Obama: non ho la bacchetta magica, però…

WASHINGTON – B.Hussein Obama ha affermato di non avere la «bacchetta magica» per risolvere i problemi dell’economia americana, per la quale si sono riaffacciati di recente segnali negativi. Non avrà la bacchetta magica in economia, però da quando è diventato Presidente abbiamo annotato: una persecuzione violenta contro la Chiesa Cattolica in USA, e solo contro la Chiesa Cattolica, per fatti accaduti oltre 30 anni fa; la decisione di ritirare le truppe dall’Iraq, anche a costo di destabilizzare la zona e lasciare quel Paese in balia dei famelici vicini; la contemporanea pressione per porre fine all’intervento in Afghanistan, quasi a voler liberare la “Casa dell’Islam” dalle truppe “dei crociati”; il congelamento del processo di pace tra Palestinesi e Israeliani, in un momento in cui Israele è in posizione di vantaggio politico per concludere una trattativa; l’appoggio alla costruzione di una moschea a Ground Zero; la cena di inizio Ramadam tenuta alla casa Bianca, con i rappresentanti americani più in vista dell’Islam; infine ha mandato in ferie la moglie in Spagna (cosa mai accaduta in USA che la first lady facesse da sola le ferie in Europa, ndr), nelle terre che gli islamici pretenderebbero di reclamare ancora, e a visitare proprio quelle città come Cordoba e Granada che sono il simbolo degli antichi avamposti musulmani in Europa.

Non avrà la bacchetta magica, ‘sto Obama Hussein. Ma a noi sembra un mago nel dissimulare all’opinione pubblica cosa sta realmente perseguendo. Per fortuna noi teniamo gli occhi aperti e, dopo avergli dato il doveroso credito, adesso abbiamo capito chi è, a chi è sottomesso e verso dove probabilmente si rivolge 5 volte al giorno quando prega….

La visita di Gheddafi a Roma

Ospitiamo l’articolo di Vittorio Messori, apparso sul Corriere della Sera, riservandoci di intervenire successivamente a commento dello stesso e di quanto accaduto nuovamente a Roma, con la nuova visita di Gheddafi. L’intento è quello di aiutare a pensare con la propria testa….

Articolo:
“Gheddafi vuole l’Europa islamica? Proviamo a non stracciarci le vesti”

Niente vesti stracciate, né invettive scandalizzate, né appelli a crociate per profezie alla Gheddafi. Nessuno come il cristiano deve rispettare l’imprevedibilità della storia. E, questo, sin dall’inizio: chi, all’apogeo dell’Impero romano, avrebbe preso sul serio l’annuncio che i fasti pagani avrebbero fatto posto all’adorazione di un oscuro predicatore ebraico, giustiziato con la pena infamante dei criminali senza cittadinanza? Trionfato, poi, il Cristianesimo, come credere a chi avesse annunciato che i luoghi stessi di Gesù, che le città convertite da Paolo, che le terre dei grandi Padri della Chiesa sarebbero stati sommersi da orde sbucate all’improvviso dalle profondità del deserto arabico e che avrebbero declassato il Cristo a semplice annunciatore di Muhammad, l’ultimo profeta? La Provvidenza, nella prospettiva cristiana, ha percorsi spesso incomprensibili, le vie di Dio non sono le nostre. Dunque, non contrasta con la fede nel Vangelo nessuna possibilità storica: neppure quella annunciata da Gheddafi che ciò che resta di cristianità nell’Europa secolarizzata debba cedere alla fede che conquistò Gerusalemme, Costantinopoli, Alessandria, Toledo. Nessuno scandalo davanti alle esternazioni del raìs tripolino, almeno per chi crede in quel Nazareno che rifiutò di essere re, che impedì l’uso delle armi a sua difesa, che annunciò ai discepoli che sarebbero stati «piccolo gregge» e che avrebbero avuto la funzione di «sale» e di «lievito». Materie indispensabili, certo, ma solo in quantità ridotta. A ben pensarci, l’habitat naturale dei credenti in Colui che finì sulla croce non è la cristianità di massa, bensì la diaspora. Lo stesso Benedetto XVI sembra ipotizzare un futuro di comunità cristiane piccole e al contempo ferventi e creative: venga pure un destino minoritario, purché non marginale. Sale e lievito, ricordavamo. Dunque non fuori dalla storia, bensì nell’intimo stesso della pasta degli eventi umani per dare loro sapore e significato. Senza pretendere di imporsi, se non con la «debolezza» dell’annuncio pacifico e della persuasione fraterna. Ma, per scendere dai cieli della teologia alla concretezza del presente: per quanto è dato scorgere, ci sono davvero le condizioni che potrebbero portare alla sostituzione dei campanili con i minareti? Lo storico sa bene che le conquiste islamiche dei primi secoli non possono aiutarci a ipotizzare un futuro: in Africa e in Medio Oriente, tra settimo e ottavo secolo, l’arrivo dei musulmani (scambiati spesso, tra l’altro, per cristiani eretici) fu facilitato dalle sette cristiane in lotta tra di loro e unite dall’odio contro Bisanzio e dalle comunità ebraiche perseguitate. Sempre la storia, poi, ci dice che l’Islam non riuscì mai a stabilizzarsi in Europa: ci vollero secoli, ma alla fine fu respinto dalla Spagna, dai Balcani, dalla Sicilia, da Malta. E nel cuore dell’Africa già cristiana, l’Egitto, secoli di lusinghe e di angherie non sono bastati a estirpare la fede nel Vangelo. Si dimentica inoltre troppo spesso che l’ostilità islamica per il cristianesimo è blanda rispetto all’autentico odio che contrappone le due tradizioni principali: il sunnita Gheddafi può predicare liberamente a Roma ma nessuno garantirebbe della sua vita se tentasse di pontificare nella Teheran sciita. Per quanto conta, noi siamo tra coloro che pensano che la radicalizzazione attuale dell’Islam sia determinata non dalla sicurezza del trionfo ma dal timore – inconfessato, magari inconscio – dell’inquinamento, dell’assimilazione. Come dimostra in modo esemplare la parabola dell’Iran – spinto a stanare dal suo esilio un vecchio ayatollah che sembrava dimenticato e a cacciare lo scià perché «occidentale» – il mondo musulmano, in questo unito, è percorso dall’inquietudine che spinge al fanatismo. Non teme le nostre virtù, teme i nostri vizi. Non è preoccupato dalla nostra religione, ma dal nostro secolarismo. Se qualche discepolo del Corano immigrato tra noi giunge a uccidere la figlia perché veste, mangia, beve, amoreggia come le compagne di scuola, non c’è famiglia islamica in Occidente che non constati ansiosa quanto sia devastante per i figli la nostra way of life. L’Islam si regge sul legalismo, non può vivere senza il rispetto – da parte di tutti, ma proprio tutti – di una serie di norme: proprio ciò che è impossibile pretendere in una Europa, e in un’America, non solo libere ma sempre più «libertine». La nostra «società liquida» non sopporta ormai i precetti cristiani. Potrebbe accettare quelli coranici, ancor più rigorosi e imposti come legge garantita da lapidazioni, decapitazioni, impiccagioni?

VITTORIO MESSORI

Tutto è dovuto: i diritti senza i doveri

Anche ad un osservatore non troppo distratto appare in modo evidente che qualsivoglia situazione, problema, sociale, sanitario, scolastico, lavorativo, ecc pensa sempre che i relativi protagonisti chiedano sempre e solamente: “Quanto mi è dovuto secondo i miei diritti”. Non esiste mai un richiamo a quanto io posso dare nella situazione che mi coinvolge, io attendo e lotta per i miei diritti che mi sono dovuti. Così i doveri coincidono con i diritti, fino a trasformare ogni dovere in solo diritto. La prova più evidente di ciò è dovuta alla crisi economica, dove si spera o di tornare all’indietro all’usato modo di vivere, di produrre, di fare politica ecc. o di non pagare mai in prima persona non solo la crisi stessa, ma anche qualsiasi diritto che io ritengo debba essere assolutamente realizzatomi. Così nessuno vuole che il proprio lavoro, il servizio di cui gode, sia ridotto o magari eliminato. A me è dovuto questo e quello, non so se agli altri. La cosiddetta solidarietà si esprime solo quando non costa nulla, non inficia i miei diritti e soprattutto serve a fare bella figura, magari apponendo la propria firma su questo o quel documento che viene esibito come attestazione di avvenuta solidarietà. I diritti che, si dice, sono stati conquistati sono eterni, inamovibili, nello stesso momento si disserta e si afferma che il diritto è solo un qualcosa di storico, che passa a seconda del tempo che lo produce, ma questo vale teoricamente, quando si cerca di porlo in atto, allora il diritto diventa universale, eterno e nel suo contenuto quasi metafisico, nel senso dell’assoluta impossibilità che possa divenire qualcosa d’altro.

Fini intellettuali sui giornali, alla radio e in ogni altra occasione, continuano ad affermare che non vi è nulla di importante, nulla di trascendente, nulla di valido, tutto, copiando male Einstein, è relativo, tranne i miei diritti. Tutto mi è dovuto, quando a me, nulla io devo. Abolito Dio, che cosa è rimasto: lo Stato che ha cercato di essere il sostituto del divino e sappiamo bene come è finito e quali danni ancora produce con l’illusione che tutto possa essere, su questa terra, perfetto, senza problemi, dove ognuno avrà appunto quello che gli è dovuto. Lo Stato, quale l’occidente ha pensato e soprattutto ha costruito è moribondo, perché ha supposto di sostituire al dovere, alla riflessione sul bene e il male delle proprie azioni, solo il diritto, mai sottoposto a critica morale. Lo Stato oggi si presenta solo come un riconoscitore dei diritti di ciascun individuo e di realizzatore degli stessi. Le complesse riflessioni intorno al bene comune o al bene civile, appartengono al passato, non è riconosciuta la comunità umana come insieme, ma essa è tutt’al più una somma di singoli, che possono avere insieme solo diritti comuni. Basti pensare che nemmeno la buona educazione è più considerata un bene per le relazioni tra individui. Ognuno fa quello che vuole, quello che la sua dimensione psicologica gli detta di fare e nessuno deve interferire. Quando obtorto collo il diritto interviene, lo compie solo perché non può farne a meno, ma la colpa non è che in parte del soggetto, essa deriva dal fatto che gli è stato impedito in qualche modo l’esercizio della sua volontà. Se possiedo un’automobile veloce, mi deve essere garantito il diritto di andare a una determinata velocità. La mia volontà utilizza l’auto per la velocità che può raggiungere, è colpa della società che me lo impedisce con regolamenti che non corrispondono al mio volere. Così chiunque tenti in qualche modo di “regolamentare” di diritti, diviene al minimo autoritario, al massimo un fascista nell’accezione, senza conoscenza che al termine viene data. Nessuno può prescrivere alla mia volontà il modo con cui essa vuole esprimersi. Nell’ambito lavorativo non quanto può produrre vantaggi, ma quanto è a mio vantaggio e così via.

Non esiste più il senso di colpa, roba da Chiesa Cattolica, che è bene attaccare sempre e comunque, ci si son messi perfino i preti, che parteggiano e debellano, contro questo o quello, dimenticandosi che un pastore è pastore di tutti. Io non ho doveri, e quindi non posso avere colpe. Chi cerca almeno di riflettere sui doveri, come misura della propria vita sociale e personale è considerato un codino reazionario che si lega a ciò che è solo passato, mai avvenire, come se si potesse costruire un mondo di soli diritti individuali. Se poi qualche cosa va storto, per favore non lamentiamoci e non piangiamo i figli che muoino affogati nell’alcol e nelle droghe di vario tipo al suono di infernali rumori, almeno!
Italo Francesco Baldo

In memoria di Sant’Agostino da Ippona

Il 28 agosto si fa memoria di Sant’Agsotino, vescovo e padre della Chiesa, insigne filosofo e teologo. E’ sepolto a Pavia nella Chiesa di San Pietro in ciel d’oro, dove è sepolto anche un altro grande pensatore Severino Boezio, assassinato da re degli Ostrogoti, Teodorico.

Sant’Agostino nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia – attualmente Souk-Ahras in Algeria – il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Dalla madre riceve un’educazione cristiana, ma dopo aver letto l’Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant’Ambrogio. L’incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceve il battesimo. Successivamente ritorna in Africa con il desiderio di creare una comunità di monaci; dopo la morte della madre si reca a Ippona, dove viene ordinato sacerdote e vescovo. Le sue opere teologiche, mistiche, filosofiche e polemiche – quest’ultime riflettono l’intensa lotta che Agostino intraprende contro le eresie, a cui dedica parte della sua vita – sono tutt’ora studiate. Agostino per il suo pensiero, racchiuso in testi come «Confessioni» o «Città di Dio», ha meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Mentre Ippona è assediata dai Vandali, nel 429 il santo si ammala gravemente. Muore il 28 agosto del 430 all’età di 76 anni.

Agostino è uno degli autori di testi teologici, mistici, filosofici, esegetici, ancora oggi molto studiato ecitato; egli è uno dei Dottori della Chiesa come ponte fra l’Africa e l’Europa; il suo libro le “Confessioni” è ancora oggi ricercato, ristampato, letto e meditato. “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo…. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace”; così scrive Agostino Aurelio nelle “Confessioni”, perché la sua vita fu proprio così in due fasi: prima l’ansia inquieta di chi, cercando la strada, commette molti errori; poi imbroccata la via, sente il desiderio ardente di arrivare alla meta per abbracciare l’amato.Ebbe un’infanzia molto vivace, ma non certamente piena di peccati, come farebbe pensare una sua frase Purtroppo la lettura della Sacra Scrittura non diceva niente alla sua mente razionalistica e la religione professata dalla madre gli sembrava ora “una superstizione puerile”, quindi cercò la verità nel manicheismo. Il Manicheismo era una religione orientale fondata nel III secolo d.C. da Mani, che fondeva elementi del cristianesimo e della religione di Zoroastro, suo principio fondamentale era il dualismo, cioè l’opposizione continua di due principi egualmente divini, uno buono e uno cattivo, che dominano il mondo e anche l’animo dell’uomo. Ultimati gli studi, tornò nel 374 a Tagaste, dove con l’aiuto del suo benefattore Romaniano, aprì una scuola di grammatica e retorica, e fu anche ospitato nella sua casa con tutta la famiglia, perché la madre Monica aveva preferito separarsi da Agostino, non condividendo le sue scelte religiose; solo più tardi lo riammise nella sua casa, avendo avuto un sogno premonitore, sul suo ritorno alla fede cristiana.Dopo due anni nel 376, decise di lasciare il piccolo paese di Tagaste e ritornare a Cartagine e sempre con l’aiuto dell’amico Romaniano, che egli aveva convertito al manicheismo, aprì anche qui una scuola, dove insegnò per sette anni, purtroppo con alunni poco disciplinati.Agostino però tra i manichei non trovò mai la risposta certa al suo desiderio di verità e dopo un incontro con un loro vescovo, Fausto, avvenuto nel 382 a Cartagine, che avrebbe dovuto fugare ogni dubbio, ne uscì non convinto e quindi prese ad allontanarsi dal manicheismo.
Desideroso di nuove esperienze e stanco dell’indisciplina degli alunni cartaginesi, Agostino resistendo alle preghiere dell’amata madre, che voleva trattenerlo in Africa, decise di trasferirsi a Roma, capitale dell’impero, con tutta la famiglia.

A Roma, con l’aiuto dei manichei, aprì una scuola, ma non fu a suo agio, gli studenti romani, furbescamente, dopo aver ascoltate con attenzione le sue lezioni, sparivano al momento di pagare il pattuito compenso.Subì una malattia gravissima che lo condusse quasi alla morte, nel contempo poté constatare che i manichei romani, se in pubblico ostentavano una condotta irreprensibile e casta, nel privato vivevano da dissoluti; disgustato se ne allontanò per sempre.Nel 384 riuscì ad ottenere, con l’appoggio del prefetto di Roma, Quinto Aurelio Simmaco, la cattedra vacante di retorica a Milano, dove si trasferì, raggiunto nel 385, inaspettatamente dalla madre Monica, la quale conscia del travaglio interiore del figlio, gli fu accanto con la preghiera e con le lagrime, senza imporgli nulla, ma bensì come un angelo protettore.

E Milano fu la tappa decisiva della sua conversione; qui ebbe l’opportunità di ascoltare i sermoni di s. Ambrogio che teneva regolarmente in cattedrale, ma se le sue parole si scolpivano nel cuore di Agostino, fu la frequentazione con un anziano sacerdote, san Simpliciano, che aveva preparato s. Ambrogio all’episcopato, a dargli l’ispirazione giusta; il quale con fine intuito lo indirizzò a leggere i neoplatonici, perché i loro scritti suggerivano “in tutti i modi l’idea di Dio e del suo Verbo”.
Un successivo incontro con s. Ambrogio, procuratogli dalla madre, segnò un altro passo verso il battesimo; fu convinto da Monica a seguire il consiglio dell’apostolo Paolo, sulla castità perfetta, che lo convinse pure a lasciare la moglie, la quale secondo la legge romana, essendo di classe inferiore, era praticamente una concubina, rimandandola in Africa e tenendo presso di sé il figlio Adeodato (ci riesce difficile ai nostri tempi comprendere questi atteggiamenti, così usuali per allora).
A casa di un amico Ponticiano, questi gli aveva parlato della vita casta dei monaci e di s. Antonio abate, dandogli anche il libro delle Lettere di S. Paolo; ritornato a casa sua, Agostino disorientato si appartò nel giardino, dando sfogo ad un pianto angosciato e mentre piangeva, avvertì una voce che gli diceva ”Tolle, lege, tolle, lege” (prendi e leggi), per cui aprì a caso il libro delle Lettere di S. Paolo e lesse un brano: “Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rom. 13, 13-14).Dopo qualche settimana ancora d’insegnamento di retorica, Agostino lasciò tutto, ritirandosi insieme alla madre, il figlio ed alcuni amici, ad una trentina di km. da Milano, a Cassiciaco, in meditazione e in conversazioni filosofiche e spirituali; volle sempre presente la madre, perché partecipasse con le sue parole sapienti.

Nella Quaresima del 386 ritornarono a Milano per una preparazione specifica al Battesimo, che Agostino, il figlio Adeodato e l’amico Alipio ricevettero nella notte del sabato santo, dalle mani di s. Ambrogio.

Intenzionato a creare una Comunità di monaci in Africa, decise di ritornare nella sua patria e nell’attesa della nave, la madre Monica improvvisamente si ammalò di una febbre maligna (forse malaria) e il 27 agosto del 387 morì a 56 anni. Il suo corpo trasferito a Roma si venera nella chiesa di S. Agostino, essa è considerata il modello e la patrona delle madri cristiane.

Dopo qualche mese trascorso a Roma per approfondire la sua conoscenza sui monasteri e le tradizioni della Chiesa, nel 388 ritornò a Tagaste, dove vendette i suoi pochi beni, distribuendone il ricavato ai poveri e ritiratosi con alcuni amici e discepoli, fondò una piccola comunità, dove i beni erano in comune proprietà. Dopo un po’ l’affollarsi continuo dei concittadini, per chiedere consigli ed aiuti, disturbava il dovuto raccoglimento, fu necessario trovare un altro posto e Agostino lo cercò presso Ippona. Trovatosi per caso nella basilica locale, in cui il vescovo Valerio, stava proponendo ai fedeli di consacrare un sacerdote che potesse aiutarlo, specie nella predicazione; accortasi della sua presenza, i fedeli presero a gridare: “Agostino prete!” allora si dava molto valore alla volontà del popolo, considerata volontà di Dio e nonostante che cercasse di rifiutare, perché non era questa la strada voluta, Agostino fu costretto ad accettare.

La città di Ippona ci guadagnò molto, la sua opera fu fecondissima, per prima cosa chiese al vescovo di trasferire il suo monastero ad Ippona, per continuare la sua scelta di vita, che in seguito divenne un seminario fonte di preti e vescovi africani.L’iniziativa agostiniana gettava le basi del rinnovamento dei costumi del clero, egli pensava: “Il sacerdozio è cosa tanto grande che appena un buon monaco, può darci un buon chierico”. Scrisse anche una Regola, che poi nel IX secolo venne adottata dalla Comunità dei Canonici Regolari o Agostiniani. Il vescovo Valerio nel timore che Agostino venisse spostato in altra sede, convinse il popolo e il primate della Numidia, Megalio di Calama, a consacrarlo vescovo coadiutore di Ippona; nel 397 morto Valerio, egli gli successe come titolare. Dovette lasciare il monastero e intraprendere la sua intensa attività di pastore di anime, che svolse egregiamente, tanto che la sua fama di vescovo illuminato si diffuse in tutte le Chiese Africane. Nel contempo scriveva le sue opere che abbracciano tutto il sapere ideologico e sono numerose, vanno dalle filosofiche alle apologetiche, dalle dogmatiche alle morali e pastorali, dalle bibliche alle polemiche. Queste ultime riflettono l’intensa e ardente battaglia che Agostino intraprese contro le eresie che funestavano l’unità della Chiesa in quei tempi: Il Manicheismo che conosceva bene, il Donatismo sorto ad opera del vescovo Donato e il Pelagianesimo propugnato dal monaco bretone Pelagio.

Egli fu maestro indiscusso nel confutare queste eresie e i vari movimenti che ad esse si rifacevano; i suoi interventi non solo illuminarono i pastori di anime dell’epoca, ma determinarono anche per il futuro, l’orientamento della teologia cattolica in questo campo. La sua dottrina e teologia è così vasta che pur volendo solo accennarla, occorrerebbe il doppio dello spazio concesso a questa scheda, per forza sintetica; il suo pensiero per millenni ormai è oggetto di studio per la formazione cristiana, le tante sue opere, dalle “Confessioni” fino alla “Città di Dio”, gli hanno meritato il titolo di Dottore della Chiesa.Nel 429 si ammalò gravemente, mentre Ippona era assediata da tre mesi dai Vandali comandati da Genserico († 477), dopo che avevano portato morte e distruzione dovunque; il santo vescovo ebbe l’impressione della prossima fine del mondo; morì il 28 agosto del 430 a 76 anni. Il suo corpo sottratto ai Vandali durante l’incendio e distruzione di Ippona, venne trasportato poi a Cagliari dal vescovo Fulgenzio di Ruspe, verso il 508-517 ca., insieme alle reliquie di altri vescovi africaniVerso il 725 il suo corpo fu di nuovo traslato a Pavia, nella Chiesa di S. Pietro in Ciel d’Oro, non lontano dai luoghi della sua conversione, ad opera del pio re longobardo Liutprando († 744), che l’aveva riscattato dai saraceni della Sardegna.

Da Antonio Borrelli Vita di Sant’Agostino

Agostino scrisse moltissime opere, ma nel mondo attuale la sua riflessione sulla libertà è quanto mai importante, soprattutto quando si ritiene che esista solo una legge dettata dal tempo storico e non una legge che sia di riferimento indipendentemente dalle piccole questioni. Il brano che riportiamo ci aiuta in questo:

Sant’Agostino, Sul libero arbitrio, cap. VI

La legge eterna è immutabile.

6. 15. A. – E la legge che si considera come suprema ragione, alla quale sempre si deve obbedire, secondo cui i cattivi meritano l’infelicità e i buoni la felicità, per cui la legge, che abbiamo stabilito di chiamar temporale, secondo ragione si stabilisce e secondo ragione si muta, può sembrare a chiunque usa l’intelligenza non eternamente immutabile? Ovvero può in un qualche tempo essere ingiusto che i cattivi siano infelici, i buoni felici, che un popolo moderato e prudente si elegga i magistrati ed uno disonesto e iniquo sia privo di questo diritto?

E. – Mi è evidente che questa è legge eternamente immutabile.
A. – Ti è evidente anche, suppongo, che nella legge temporale non v’è alcuna disposizione giusta che gli uomini non abbiano derivato dalla legge eterna. Un popolo, in un determinato periodo giustamente conferisce le cariche, in un altro giustamente non le conferisce. Ora questo avvicendamento nel tempo, perché sia giusto, è derivato dall’ordinamento eterno, da cui è sempre giusto che un popolo ben ordinato conferisca le cariche, un popolo male ordinato non le conferisca. La pensi diversamente?
E. – No.
A. – Debbo dunque esporre brevemente, per quanto mi è possibile a parole, la nozione di legge eterna che è stata impressa in noi. È la legge per cui è giusto che utte le cose siano in un ordinamento perfetto. Se la pensi diversamente, dillo.
E. – È vero quel che dici, quindi non ho da obiettare.
A. – Essa è una sola e da essa derivano nella loro varietà le leggi temporali per ordinare gli uomini al fine. È possibile dunque che anche essa sia variabile?
E. – Capisco che è assolutamente impossibile. Nessun potere, nessun accadimento, nessuna mutazione del reale potranno mai avere come effetto che non sia giusto il perfetto ordinamento del tutto.

Marchionne: superare la lotta di classe con nuovo patto sociale

Sergio Marchionne, l’A.D. del gruppo FIAT, ieri a Rimini ha parlato davanti all’assemblea del meeting di Comunione e Liberazione dove ha dichiarato che è tempo di «abbandonare un modello che pensa solo a difendere il passato», ma ha detto che intende accogliere l’invito di Napolitano «a cercare di trovare una soluzione a questo problema e mandare avanti le cose». È ancora irritato per la «gravità delle accuse» che hanno bersagliato la società automobilistica in queste settimane e puntualizza che i diritti dei lavoratori «non sono patrimonio di tre persone».

L’uomo che sta rivoluzionando le relazioni sindacali ieri ha proposto «un patto sociale» che superi la lotta padroni-operai. Unica condizione: che sia «condiviso da tutte le organizzazioni sindacali e datoriali, non solo da Fiat, e venga realmente rispettato». Marchionne è pronto a discuterne con Epifani. Anzi, è «totalmente aperto a parlare» con il leader Cgil anche se probabilmente sarà un confronto «chiaro e diretto» come ha detto di voler parlare ieri, «a costo di passare per rude».
Lo è stato, a tratti. Sicuramente Marchionne non molla e non solo per il tifo della pattuglia teatina che ha risalito la riviera adriatica per sostenere l’illustre concittadino, o per l’entusiasmo degli imprenditori della Cdo, che già vedono nel top manager un leader capace di ispirare un cambiamento radicale delle relazioni industriali. Lui, del resto, non si sottrae a descrivere l’accordo di Pomigliano come una svolta irreversibile, quasi un manifesto fondativo: «Non siamo più negli anni ’60» è tornato a ripetere ieri, sostenendo che è in atto «la contrapposizione fra due modelli, uno che guarda al futuro e uno che difende il passato». Fiat «ha fatto la propria scelta», di «stare al passo con la realtà» in un «mondo complicato» ed è «l’unica azienda disposta ad investire 20 miliardi in Italia»; eppure, ha lamentato, «questi sforzi non vengono compresi o non vengono apprezzati intenzionalmente».

Decisioni come quella di Melfi – ha ammesso – «non sono popolari» ma «non si può fare finta di niente» ha sottolineato difendendo l’accordo – rigettato dalla sola Fiom – che ha introdotto i 18 turni settimanali (sabato sera compreso), raddoppiati gli straordinari che la società può imporre senza alcuna consultazione preventiva, previste penalizzazioni in caso di assenteismo abnorme e una tregua sindacale.

«Gli accordi stipulati devono essere applicati – ha ammonito –. Se no, sarà il caos. Non credo sia onesto usare i diritti di pochi per piegare i diritti di molti», ha detto tra gli applausi. «Non è giusto per l’azienda, ma soprattutto non è giusto per gli altri lavoratori», ha aggiunto, ribadendo che la società «ha dato pieno seguito al primo provvedimento della magistratura», che ha ordinato il reintegro dei tre operai licenziati. Il secondo giudizio è atteso per il 6 ottobre: «Ci auguriamo che sia meno condizionato del primo dall’enfasi mediatica» ha concluso l’Ad di Fiat e Chrysler.

Non tocca ai sindaci regolare i rapporti con l’Islam

A Vicenza il Sindaco Variati vorrebbe dare un’area del cimitero ai musulmani per consentire loro di seppellire i morti secondo le loro usanze. In tutta Italia ci sono sindaci o amministratori che discutono di come, quando e dove costruire moschee per i musulmani. Tutti si fanno forti dell’ideale di apertura progressista, parlano di società multiculturale, non ammettono repliche e tacciano ogni voce discorde come xenofoba o razzista. Ma siamo sicuri che non si tratti invece di un vranco di ignoranti, nella migliore delle ipotesi? Cosa dice la Costituzione della repubblica Italiana in proposito, Costituzione di uno Stato laico (è bene ricordarlo proprio a codesti signori che spesso se ne riempirono la bocca, sempre a vanvera, in altre circostanze).

I rapporti dello Stato con le diverse confessioni religiose si svolgono o, meglio, si dovrebbero svolgere per legge, nel quadro dell’art. 8 che recita:
“Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.”

E’ evidente a ogni somaro, e qui c’è da chiedersi cosa siano questi signori invece, che in assenza di intese pattuite tra le rappresentanze religiose e lo Stato non esiste il riconoscimento della comunità religiosa. I singoli appartenenti alla tale confessione, qual che sia, avranno garantiti i diritti concernenti allo status di persona e, nel caso di possesso della cittadinanza, anche di quelli relativi allo status di cittadino. Persona e cittadino che, in uno Stato laico, sono sottoposti alla Legge che è uguale per tutti.
Le comunità musulmane hanno sempre rifiutato di sottoscrivere intese con lo Stato per il semplice fatto che questo comporterebbe il riconoscimento da parte loro della superiorità della Legge Civile sul Corano per quanto attiene alla sfera temporale, lasciando all’ambito religioso solo la sfera spirituale. Del resto, la separazione delle due sfere è uno dei fondamentali cardini della democrazia, che infatti per l’Islam è un tabù. Dunque coerentemente con la loro confessione religiosa, i musulmani non accettano di sottoscrivere intese di questo tipo, poiché per essi la Shari’ia deve sempre prevalere su ogni altro ordinamento, giuridico o morale che sia.

Ed eccoci al punto: con quale diritto i sindaci, quasi sempre di area progressista, contrastano il sacrosanto principio della laicità dello Stato? Con quale diritto si sostituiscono allo Stato nei rapporti con le confessioni religiose, quando la Costituzione riserva appunto allo Stato centrale l’esclusiva competenza nel rapporto con le confessioni religiose? Ancora, con quale diritto pensano di destinare denaro pubblico in favore di gruppi religiosi non riconosciuti e recalcitranti di fronte ai fondamenti normativi della nostra civiltà, per favorire le loro attività ontologicamente antidemocratiche e dunque eversive? E poi… Non si rendono conto che per l’Islam tutto è religione? Anche le compravendite, le successioni ereditarie, i contratti matrimoniali, ogni negozio giuridico… Cosa facciamo: siccome siamo multiculturali e aperti, ognuno si fa la legge che vuole?

Sarebbe ora di spiegare a tutti che lo stato laico è una grande conquista, giacché si fonda sul riconoscimento dei diritti di ogni persona e sul rispetto del sentimento religioso di tutti, e proprio per questo prevede un atteggiamento neutro dello Stato in materia di fede; lo Stato multireligioso sarebbe invece una dannazione, perché si fonderebbe sull’idea che tutte le religioni sono uguali per il solo fatto di essere religioni, cioè su un atteggiamento non neutro ma sincretistico e sostanzialmente ipocrita, se non apertamente ottuso. Soprattutto, nel secondo malaugurato caso, la Legge verrebbe sottomessa ai capricci delle più disparate superstizioni esotiche di sparute minoranze, perdendo la sua stessa funzione.

Ma si riesce a far capire questo tipo di concetto alle teste sinistrate dei nostri progressisti?

Maroni: “Con i ROM ha ragione Sarkozy”

ROMA — «Sarkozy ha ragione ma non è certo una novità. Anche l’Italia usa da anni la tecnica dei rimpatri assistiti e volontari. Nel 2007, proprio con i rom, usò questa strada pure il sindaco di Roma, che non era Jean-Marie Le Pen ma Walter Veltroni. E figuriamoci se allora qualche professionista dell’antirazzismo si sognò di gridare allo scandalo».

Secondo il ministro dell’Interno Roberto Maroni, dunque, la Francia non sta «facendo altro che copiare l’Italia». Semmai, dice, è arrivato il momento di fare un passo in più.

Per arrivare dove, ministro? «Alla possibilità di espellere anche i cittadini comunitari».

I comunitari? «Sì, espulsioni come per i clandestini, non rimpatri assistiti e volontari. Naturalmente solo per chi viola la direttiva che fissa i requisiti per chi vive in un altro Stato membro: reddito minimo, dimora adeguata e non essere a carico del sistema sociale del Paese che lo ospita. Molti rom sono comunitari ma non rispettano nessuno di questi requisiti».

L’Unione europea, però, dice che l’espulsione dei cittadini comunitari non è possibile. «Lo so bene. Durante la discussione per il pacchetto sicurezza fu proprio l’Italia a chiedere a Bruxelles la possibilità di attivare questa procedura. Ma il commissario Jacques Barrot, francese, rispose di no: in base al principio di proporzionalità, disse, l’unica sanzione possibile per un comunitario è l’invito ad andarsene, che serve a ben poco. Ma adesso torneremo alla carica. Il 6 settembre ne discuteremo a Parigi in un incontro con i ministri dell’Interno di diversi Paesi europei».

Ma prendere di mira solo i rom non è discriminatorio? «E infatti le espulsioni dovrebbero essere possibili per tutti i cittadini comunitari, non solo per i rom. Il problema semmai è un altro: a differenza di quello che avviene in Francia, da noi molti rom e sinti hanno anche la cittadinanza italiana. Loro hanno diritto a restare, non si può fare nulla».

Sarkozy è stato criticato dalla Chiesa, dall’Ue e dal Vaticano. Ma i toni sembrano meno duri rispetto a quelli usati a suo tempo contro l’Italia. È solo perché è agosto e sono tutti in ferie? «No. È un vecchio pregiudizio duro a morire in certi ambienti della sinistra, della Chiesa e dell’associazionismo. Se una cosa la fa Zapatero va bene, se la fa Sarkozy insomma, se la fa il governo Berlusconi con un ministro leghista bisogna dargli addosso perché sicuramente viola i diritti umani».

Proprio mentre stiamo parlando, la Chiesa torna ad esprimere i suoi dubbi sul federalismo. Dice il cardinal Bagnasco che, se disgrega il Paese, non è un valore. «Ma il cardinale dice anche che il federalismo è una ricchezza se unisce il Paese. Bagnasco è una persona saggia e prudente, e nella legge ci sono già tutte le risposte. Il federalismo porterà più equità, perché chi spenderà soldi pubblici ne dovrà rispondere più di quanto debba fare oggi».

Non è un’interferenza, dunque? «No, il pregiudizio segue altre strade. L’anno scorso proprio Zapatero ha fatto una legge che riprende la Bossi-Fini. Non ho sentito la solita levata di scudi che segue ogni nostra decisione».

Ecco, la Bossi—Fini. Dopo la rottura con il presidente della Camera forse è arrivato il momento di cambiare nome a quella legge. «No, si chiama Bossi—Fini: primo Bossi, secondo Fini. Va bene così. E poi il presidente della Camera non ha rinnegato il principio fondamentale di quel testo: in Italia entra solo chi ha un lavoro mentre prima poteva entrare anche chi diceva che un lavoro lo stava cercando, magari con l’aiuto di uno sponsor. Fini propone tante cose che non condivido: il voto agli immigrati, la riduzione dei tempi per avere la cittadinanza, adesso par di capire che si butterà sul matrimonio gay. Ma almeno su quel punto non ha fatto marcia indietro».

Si deve dimettere? «Non mettiamo altra carne al fuoco…».

È giusto che immigrazione e sicurezza siano tra i temi sui quali chiedere la fiducia in Parlamento a settembre? «Non è necessario perché non abbiamo bisogno di nuovi provvedimenti legislativi. Tutti quelli che erano nel programma sono stati già approvati. Si tratta di dare loro piena attuazione ma questo spetta al governo, il Parlamento non c’entra».

Bossi dice che si voterà a dicembre. Il ministero dell’Interno è pronto? «Il Viminale è un ministero h 24. Tutti i suoi servizi sono sempre mobilitati, compreso quello elettorale. Adesso stiamo lavorando alla revisione dei collegi per le elezioni provinciali che si terranno nella primavera dell’anno prossimo. Ma siamo sempre pronti».

Morto Bill Millin, che suonò sotto il fuoco nemico a Sword Beach

AVEVA 88 ANNI “Millin, Berretti blu!”, urlava ne “D-Day: Il giorno più lungo” l’attore Peter Lawford che impersonava Lord Lovat, il comandante dei commandos britannici sbarcati in Normandia. E il suonatore di cornamusa Bill Millin, che nel film era addirittura interpretato dal cornamusista ufficiale della Regina madre, Leslie de Laspee, marciava avanti e indietro sulla spiaggia battuta dai proiettili delle mitragliatrici tedesche suonando “Blue Bonnets over the Border” (Berretti blu oltre la frontiera, una melodia tradizionale scozzese) mentre i soldati applaudivano o gli urlavano «Buttati giù, maledetto pazzo». Finzione cinematografica? No, tutto autentico. E il vero Bill Millin, che attraversò indenne la spiaggia normanna di Sword (una foto famosa di quel giorno lo mostra di schiena mentre sta scendendo dal mezzo da sbarco con la spiaggia sullo sfondo), è morto nel Devon a 88 anni il 17 agosto, ricordato oggi da un lungo articolo sul Daily Telegraph.

SUONANDO SOTTO IL FUOCO – La brigata dei commandos di Lovat aveva il compito, dopo lo sbarco, di andare verso il fiume Orne e prendere contatto con i paracadutisti inglesi che avevano conquistato i ponti sul fianco sinistro dello schieramento alleato. Pochi chilometri, ma una distanza lunghissima da percorrere sotto il fuoco nemico. Millin, con la sua cornamusa e il suo gonnellino con il tartan dei Cameron Highlanders, se li fece quasi tutti suonando Hieland Laddie e The Road to the Isles in piedi tra i soldati, visibilissimo anche per i tedeschi che sparavano da tutte le parti (la cornamusa fu danneggiata dalle schegge ma restò utilizzabile). «Non dimenticherò mai il lamento della cornamusa di Bill – disse molti anni dopo il veterano Tom Duncan -. E’ difficile da descrivere l’effetto che faceva. Ci tirava su il morale e aumentava la nostra determinazione. Ne eravamo orgogliosi e ci ricordava la patria e i motivi per i quali stavamo combattendo, per le nostre vite e per quelle dei nostri cari». In serata Millin, che allora, nel 1944, aveva 22 anni, chiese ad alcuni prigionieri tedeschi perchè non gli avessero sparato e quelli gli risposero che pensavano fosse un pazzo per cui non valeva la pena sprecare proiettili.

DALLA NORMANDIA A LUBECCA – Scozzese di Glasgow, Millin aveva incontrato Lord Lovat, il capo ereditario del clan Frasier e discendente di una lunga dinastia di combattenti scozzesi, nel 1941, quando erano entrambi nei commandos, le truppe speciali che compivano incursioni «mordi e fuggi» nell’Europa occupata dai tedeschi: il Lord gli offrì di diventare il suo attendente ma lui rifiutò e così divenne il cornamusista personale (il piper) del comandante. In quel ruolo si fece un bel pezzo di guerra, dalla Normandia all’Olanda e fino a Lubecca, una delle più importanti città tedesche conquistate dall’esercito britannico. Alla fine del conflitto se ne tornò alla vita civile. Ma la sua cornamusa (che ora, dice il Telegraph, si trova al National War Museum di Edinburgo) risuonò ancora nel 1995 ai funerali di Lord Lovat, il suo capo, che dopo la guerra era anche diventato, per un po’, il suo datore di lavoro. D’altronde il legame tra i due era fortissimo, cementato dalla comune origine. Un esempio? Il ministero della Guerra, dopo le forti perdite subite dai suonatori di cornamuse nella prima guerra mondiale, aveva proibito il loro impiego sui campi di battaglia. «Ah, ma quello è il ministero della Guerra inglese – disse Lovat . TU ED IO SIAMO SCOZZESI, per noi non vale». E Millin se ne partì per la Normandia.

Bossi: “si voti a dicembre” Berlusconi: “extrema ratio”

«Fine novembre… Magari i primi di dicembre… Vedremo con il presidente, ma una soluzione si trova». All’improvviso Umberto Bossi accelera deciso e arriva a ipotizzare una data per un eventuale voto anticipato. Poi, senza cambiare tono di voce motiva la scelta. «Così non è possibile andare avanti. Ormai la macchina sta correndo verso le elezioni». Si ferma ancora, il Senatur. Riflette due, tre secondi prima di dettare l’ultimo messaggio. Destinatario il presidente della Camera. «… Serve qualche gesto importante che la blocchi. Le dimissioni di Fini sarebbero un gesto importante per fermare questa corsa».

A poche ore dal vertice del Pdl fissato per questa mattina a Palazzo Grazioli per mettere a punto un documento programmatico di fine legislatura la sortita di Bossi sembra comunque una mossa tattica. Perchè – ripetono sottovoce nell’entourage del Cavaliere – «se vuoi la pace devi preparare la guerra». Già, Berlusconi vuole la pace. O meglio non vuole il voto anticipato. E nelle ore passate nella residenza sarda di Porto Rotondo ripete ai pochi collaboratori di cui si fida in maniera assoluta il suo vero pensiero: «La prospettiva del voto non mi spaventa, ma nemmeno mi rallegra. Anzi, il voto anticipato è una sconfitta. Perchè questa esperienza di governo ha dato e poteva ancora dare risultati importanti». Si ferma qualche istante il premier e chiude quel ragionamento con poche ulteriori parole. «È un vero peccato interromperla».

È una partita di poker. Berlusconi capisce fino in fondo le insidie che si agitano dietro quell’idea di presentarsi alle Camere e chiedere la fiducia sul documento che dovrebbe essere messo a punto nella maratona di oggi (ma si potrebbe andare avanti anche fino a sabato). Il premier mette in fila tutte le variabili. Ma si rende anche conto che è il momento di mostrare fermezza. E allora sul tema più controverso, quello della giustizia (al vertice oltre a coordinatori, capigruppo e vice dovrebbe partecipare anche il ministro Guardasigilli, Alfano), non ci sarà nessuna concessione. Perchè «è il momento di andare dritti sul Lodo Alfano costituzionale, sul processo breve e sulla riforma del processo penale».

Le prossime ore aiuteranno a capire. Ma l’offensiva sul voto del capo della Lega fa discutere. «Sono d’accordo con Bossi: meglio elezioni a novembre piuttosto che trasformare il governo del fare in una sorta di esecutivo di transizione», ripete Gianfranco Rotondi che chiosa: «Un quadro così sfibrato non ce l’aveva nemmeno Prodi». Sarà ma il premier è convinto che la legislatura può arrivare fino in fondo. «Magari allargando la maggioranza. Magari riportando nel Pdl i finiani moderati», ripete il capo del governo che con la testa già al vertice romano ripete la linea: «Il voto deve essere solo l’extrema ratio».

Cossiga è morto, pace all’anima sua

E’ morto Francesco Cossiga, senatore a vita e Presidente Emerito della Repubblica Italiana. Si trattava di un uomo di Stato consapevole, politico di alto spessore, di grande cultura e di profondo senso delle istituzioni.

I giornali si riempiranno di epitaffi e “coccodrilli” capaci di rendere un ritratto completo del personaggio Cossiga e pertanto ci asteniamo da un compito che non sarebbe originale. Ci preme solo evidenziare come, indipendentemente dalla condivisione delle sue idee, sia mancato un politico di razza, di grandi capacità e di un livello talmente superiore rispetto ai politici attualmente in auge che sembra incredibile il fatto che lo Stato possa venire retto da questi, dopo che fu retto da persone del livello di Cossiga e Andreotti (e ripetiamo la totale distanza dalle loro idee politiche, nonostante la condivisione della fede cattolica)

Nella tomba si porterà anche molti segreti, come si conviene a un uomo di Stato responsabile e consapevole. Mancheranno la sua graffiante ironia e la sua capacità di dire le cose in pubblico ma in modo che potessero capirlo solo i diretti interessati, chiati poi a regolarsi di conseguenza.

Per il resto, “nui chiniam la fronte dianzi al Massimo Fattor”… Sia pace all’anima sua, era un cristiano fedele alla Chiesa di Pietro e quindi può sperare nella salvezza eterna, contrariamente agli altri che morendo periranno per sempre. Nulla salus extra ecclesiam, alla faccia di certi preti modernisti, pazzi ed eretici, per i quali le parole del Cristo sui fini ultimi hanno perso di valore e significato…

Requiem aeterna dona eis Domine, et lux perpetua luceat eis, requiescat in pace. Amen.