Francia vieta il burqa

L’Assemblea nazionale francese ha approvato oggi in prima lettura il progetto di legge per mettere al bando il velo integrale islamico su tutto il territorio della Francia. Il testo, fortemente voluto dal presidente Nicolas Sarkozy, è stato approvato dalla schiacciante maggioranza dei deputati, con 355 voti a favore e un solo contrario. I socialisti e i comunisti hanno deciso di non partecipare al voto.

Nel corso del voto all’Assemblea nazionale, il partito della maggioranza di destra (Ump) e i centristi del Nouveau centre si sono espressi a favore della messa al bando del velo islamico. Mentre oltre ai socialisti (Ps) e ai comunisti (Pcf), non ha partecipato al voto nemmeno il gruppo dei Verdi, che in un primo tempo aveva annunciato di voler votare contro. L’unico esponente del partito comunista ad aver partecipato alle votazioni è stato Andre Gerin, presidente della commissione di inchiesta sul velo integrale, che si è espresso a favore della norma. Il Senato francese esaminerà il progetto di legge sulla messa al bando del burqa e del niqab dopo la pausa estiva, il prossimo settembre. La Francia, che conta la più grande comunità musulmana d’Europa (tra i 5 e i 6 milioni di persone), punta a un divieto generale del burqa e del niqab in tutto lo spazio pubblico, incluse strade e piazze.
burqa

Bagnasco: la politica ha dimenticato il Bene Comune

«L’affezione per la cosa pubblica sta scemando e sempre più rarefatto è il consenso intorno al bene comune, privilegiando ciascuno beni di piccolo cabotaggio e senza prospettiva alcuna». Così il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ribadisce l’appello ad una «nuova generazione di politici cattolici» lanciato nei mesi scorsi dal Papa e ripreso dal cardinale Tarcisio Bertone.

«Anch’io – sottolinea Bagnasco in un’intervista all’’Osservatore romano’ – ho fatto riferimento a un ’sogno’ per evocare una direzione di marcia verso cui camminare. Nella prolusione mi riferivo appunto a ’una generazione nuova di italiani e di cattolici che, pur nel travaglio della cultura odierna e attrezzandosi a stare sensatamente dentro ad essa, sentono la cosa pubblica come importante e alta, in quanto capace di segnare il destino di tutti, e per essa sono disposti a dare il meglio dei loro pensieri, dei loro progetti, dei loro giorni».

LA CHIESA E IL FEDERALISMO – Bagnasco ha poi parlato della politica italiana e in particolare dei progetti di riforma istituzionale incentrati sul federalismo. Il quale, per il capo dei vescovi, «non è una ricetta magica, ma rappresenta un’intuizione ben presente nella dottrina sociale della Chiesa». Un’apertura che viene spiegata così: «Più si è vicini alla realtà, più la si può accompagnare con efficienza e oculatezza. Ciò posto, il principio suddetto va coniugato con quello di solidarietà per evitare che chi sta indietro resti ancora più arretrato».

EMERGENZA DISOCCUPAZIONE – «Per quel che vedo con i miei occhi, c’è ancora molta disoccupazione – ha poi sottolineato l’arcivescovo – . E non scorgo concreti e sicuri segnali di inversione di tendenza, anche in grandi realtà industriali della mia Genova». «Serpeggiano tra la gente – ha aggiunto – preoccupazioni serie e pungenti. Non mi riferisco ovviamente a un discorso di macroeconomia per il quale non ho le competenze. Semplicemente constato che se gli strateghi possono rassicurare sul medio periodo, ritenendo che la strada giusta sia stata imboccata, come vescovo vedo molta gente senza lavoro e sono turbato da tanta sofferenza e insicurezza su come arrivare alla fine del mese». «Un certo assestamento – ha aggiunto – c’è stato perchè le famiglie si sono adattate, utilizzando meglio le risorse ed evitando gli sprechi. Però c’è una fascia che aveva ben poco da risparmiare e che obiettivamente è in affanno».

Il “Grande Fratello” non vuole il federalismo

“Il federalismo non s’ha da fare: né domani, né mai!”. Così, parafrasando i bravacci di don Rodrigo, possiamo riassumere quanto sta accadendo a Roma in questi mesi e soprattutto nelle ultime ore.

L’ostruzionismo di Fini, la polemica catastrofista del PD, l’agitazione nel PdL e infine i contatti tra Berlusconi e Casini a casa del sensale Vespa, vanno tutti nella stessa direzione: impedire di compiere le riforme proposte dalla Lega Nord e obbligarla all’isolamento politico, per cercare di distruggerla nel dopo-Berlusconi con un’azione congiunta.

Nel frattempo ecco la proposta del “Governo delle larghe intese”, o di unità nazionale che dir si voglia, mirato a commissariare la politica per qualche anno; il tempo necessario per ordire una strategia antileghista congiunta e così assorbire questo rigurgito di vera democrazia, il leghismo, che è sfuggito al controllo del Grande Fratello. Si prepara dunque un lavaggio del cervello collettivo, per mezzo di televisione e giornali, finalizzato alla distruzione del consenso leghista a medio termine, magari subito dopo la morte di Bossi che alcuni prevedono (auspicano?) non lontanissima a causa della precaria salute.

Poi si tornerà al pensiero unico, con la semplificazione bipolarista con il partito rosso e il partito azzurro che alla fine sono la stessa cosa; esattamente come negli USA, dove la gente crede di dividersi su ideali contrapposti mentre in realtà coniuga inconsapevolmente la propria schiavizzazione sotto il dominio del pensiero unico capitalista, razionalista, utilitarista ed elitista.

Pochi ricchi comanderanno, servendosi dello strumento partitico, masse di persone ridotte a consumatori acefali ai quali verrà instillata una falsa coscienza, istituzionalizzata, programmata e conforme al “pensiero unico”. Del resto sta già accadendo e la maggioranza delle persone è già convinta di trovare la libertà nell’inquadramento mediatico, e vede il male dove invece c’è la vera libertà. Horkheimer lo aveva largamente previsto, eppure invitava a non arrendersi e a continuare a pensare da soli come dei dissidenti sebbene l’esito della guerra sia scontato.

Da leghisti convinti e consapevoli, lo faremo. Sapendo di perdere.1984

Obama vorrebbe l’Europa islamica

In un’intervista al Corriere della Sera, il Presidente USA Hussein Obama ha dichiarato di ritenere necessaria l’ammissione della Turchia nella UE. Ragioniamo insieme su questa ipotesi e su questo intervento politico.

Innanzitutto, l’UE è nata per dare all’Europa pace e prosperità e per consentire al continente europeo di continuare a svolgere un ruolo di primaria grandezza nel contesto politico ed economico mondiale. La prima condizione per poter ambire a un ruolo del genere è l’indipendenza dal dominio straniero per poter agire in modo libero e autonomo. Dunque non devono essere gli interessi strategici di una potenza di un altro continente, come gli USA, a dettare l’agenda politica dell’UE soprattutto in un tema delicato come l’allargamento dei suoi confini a nuovi Stati Membri. La dichiarazione di Obama è perlomeno inopportuna, se non una vera e propria interferenza in affari che non devono riguardare gli USA se non come spettatori.

Secondo, la politica militare USA segue una strategia ben definita che prepara da tempo la competizione con la Cina. La Turchia è già membro NATO e sul suo territorio ospita, presso Incirlik, una delle più grandi basi militari americane del mondo; la sua posizione strategica si evince dal planisfero che, se guardato come se fosse la mappa del Risiko, chiarisce quanto Obama desideri considerare la Turchia come territorio con sopra una propria bandierina. Ma questo può farlo in ambito NATO senza disturbare altre sfere dell’esistenza umana. Un conto è avere degli alleati, un altro avere dei concittadini.

Terzo, l’UE mira all’unificazione dell’Europa e questa non può ritenersi completata né avvenire del tutto senza la Russia, che dell’Europa è parte fondamentale per ragioni storiche, culturali, antropologiche ed economiche. Ma la Turchia è alternativa alla Russia, non è possibile comprendere entrambe all’interno di una medesima unione politica per le ben note ragioni di carattere religioso, storico, strategico-militare, economico. Certamente gli USA non sopportano l’idea di una UE che comprende la Russia, perché si formerebbe la prima potenza mondiale sotto ogni profilo, e per questo vogliono perpetuare la nostra divisione e tenerci in stato di subalternità.

Quarto, la Turchia è un Paese islamico che dopo un periodo di 80 anni nei quali la componente religiosa è stata tenuta in parziale sordina ora sta tornando rapidamente a radicalizzarsi. Le sue simpatie politiche vanno inevitabilmente verso i Paesi correligionari del Medioriente e la politica contro Israele in piena escalation ne è solo la prova più lampante. Ma ne sono prova anche i ripetuti omicidi verso i cristiani presenti in Turchia (presenti da quando esiste il cristianesimo, cioè molto prima dell’arrivo dei musulmani in quelle terre) che sono comunque la continuazione di una tradizione molto connaturale all’essenza islamica. Il recente omicidio con decapitazione rituale di un vescovo italiano è stato quasi taciuto dai media occidentali, ma si insinua in un contesto storico che affonda le radici nei fatti di Famagosta del 1571, con il martirio dei Veneziani, per non parlare della sanguinosa presa di Costantinopoli del 1453. Nulla è cambiato.

Quinto, l’UE è in crisi anche per le difficoltà ad assorbire l’allargamento da 15 a 27 Stati Membri di inizio millennio. Non sussistono le condizioni per far aderire uno Stato di notevoli dimensioni e con standards economici molto più bassi della media UE (vale anche per la Russia in questo momento). Un conto sarebbe l’ingresso di Croazia e Serbia, che sono staterelli con poche persone, un altro conto sarebbe un membro con la popolazione inferiore solo a quella tedesca e con una proiezione demografica al 2030 che ne farebbe il principale membro dell’UE.

Molti ancora sono i motivi, dalla mancanza di vera democrazia in Turchia all’incompatibilità delle sue leggi con quelle scaturite dalle carte costituzionali europee, dal fatto che la Turchia non è geograficamente in Europa (quella terra si chiama infatti Asia Minore, con l’eccezione del piccolo Corno d’Oro ove poggia una parte di Istanbul e che rappresenta l’1% del territorio turco) al fatto che si tratta di un Paese di religione e cultura islamica che nulla ha a che vedere con la storia dell’Europa, fatto salvo il ruolo di eterno antagonista e nemico giurato.

Dunque Obama non si intrometta e gli USA la smettano di volerci comandare. La Storia presenterà il conto anche a loro, prima o poi, come l’ha presentato all’Europa nel secolo passato. Noi ora stiamo pagando e stiamo cercando di ricostruirci un ruolo e un futuro. Facciamolo da soli, senza ingerenze interessate e contrarie al nostro bene.Obama change

Famiglie, diminuiscono i risparmi e cala il potere d’acquisto

Gli effetti della crisi economica continuano a pesare sulle tasche degli italiani. Secondo i dati Istat, nel primo trimestre dell’anno le famiglie italiane mostrano una contrazione del risparmio e del reddito. Nei primi tre mesi del 2010 la propensione risparmio delle famiglie si è ridotta di 1,6 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente attestandosi a quota 13,4%, si tratta del valore più basso da quando esistono le serie storiche trimestrali, ovvero dal 1999.
Mentre il reddito disponibile delle famiglie italiane nel primo trimestre del 2010 è diminuito del 2,6% in valori correnti rispetto allo stesso periodo del 2009. Il calo è invece dello 0,2% rispetto all’ultimo trimestre dell’anno scorso.

È quanto rileva l’Istat sottolineando che la spesa delle famiglie si è ridotta dello 0,7% rispetto a un anno prima ma è tornata a crescere dello 0,5% rispetto ai tre mesi precedenti. Nello stesso periodo, il potere di acquisto delle famiglie, vale a dire il reddito disponibile in termini reali, è sceso dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e del 2,6% rispetto al primo trimestre del 2009.

Il tasso di investimento delle famiglie (definito dal rapporto tra gli investimenti fissi lordi delle famiglie, che comprendono gli acquisti di abitazioni e gli investimenti strumentali delle piccole imprese classificate nel settore, e il loro reddito disponibile lordo) si è attestato all’85%, 0,1 punti percentuali in meno rispetto al trimestre precedente, risentendo di una riduzione degli investimenti (-1,1%) superiore a quella del reddito disponibile (-0,2%). Rispetto al corrispondente periodo del 2009, gli investimenti fissi lordi delle famiglie si sono ridotti (-10,5%) in misura superiore alla flessione del loro reddito disponibile, determinando una riduzione del tasso di investimento del settore di 0,8 punti percentuali.

Sul versante delle imrpese, nel primo trimestre 2010, la quota di profitto delle società non finanziarie (data dal rapporto tra il risultato lordo di gestione e il valore aggiunto lordo a prezzi base) si è attestata al 40,6%, con un aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al trimestre precedente: il risultato lordo di gestione delle società non finanziarie, infatti, è cresciuto dell’1,2%, in misura superiore all’aumento dello 0,4% registrato dal valore aggiunto.

Rispetto al corrispondente trimestre del 2009, invece, la flessione del risultato lordo di gestione si è attestata su livelli superiori a quella del valore aggiunto: pertanto la quota di profitto delle società non finanziarie ha perso 0,7 punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2009. Prosegue, infine, la contrazione del tasso di investimento delle società non finanziarie (definito dal rapporto tra gli investimenti fissi lordi ed il valore aggiunto lordo ai prezzi base), che nel primo trimestre 2010 è stato pari al 22,3%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e di 2 punti percentuali nei confronti del corrispondente trimestre del 2009. Infatti, gli investimenti fissi lordi in valori correnti delle società non finanziarie hanno registrato, nel primo trimestre 2010 rispetto al corrispondente periodo del 2009, una flessione dell’11,2%, più marcata della pur forte contrazione registrata dal valore aggiunto (-3,3%).

La Spagna identitaria batte la Germania multietnica

La Spagna comunitarista e identitaria sconfigge 1-0 la Germania “multietnica” e va in finale. Come dire Lega Nord batte Pensiero Unico, dato che è dall’inizio dei mondiali che ce la menano con questa stupidata della Germania multietnica.

Già, perché in gran parte è una stupidata. Se è vero che Oezil e Khadira sono figli di genitori turchi, mentre Boateng e Cacau sono dei mulatti frutto di normalissimi matrimoni misti (come gli italiani Liverani e Ferrari, due che giocarono in nazionale senza tanta prosopopea ideologica), falso è che Klose, Podolski e Trochowski siano dei “polacchi” in senso etnico. Questo lo possono dire solo degli ignoranti come i giornalisti, che non sanno la storia europea degli ultimi 100 anni al punto da ignorare il fatto che non sono i polacchi ad essersi spostati in Germania, ma la Polonia ad essere stata letteralmente spostata a Ovest con i propri confini così che i residenti delle regioni tedesche orientali come la Prussia o la Pomerania si sono trovati da un giorno all’altro sotto la sovranità polacca, mentre i polacchi dell’est finirono sotto l’Unione Sovietica. I giocatori suddetti sono nipoti di tedeschi, figli di tedeschi e dunque tedeschi che solo per ragioni storico-politiche riguardanti la loro terra hanno avuto la doppia cittadinanza, ma l’aspetto etnico che continuamente è stato evocato con malizia ideologica non conta niente.

Conta invece, ma nessuno ne parlerà, il fatto che ad eliminare la Germania testimonial del “multiculturalismo ideologico de noantri” sia stata proprio la Spagna, formata per metà da catalani di lingua catalana come i giocatori del Barcellona (Pujol, Busquets, Xavi, Iniesta, Pedrito, Pique) e per metà da giocatori delle altre comunità autonome che formano lo stato spagnolo. Una nazionale che potrebbe rappresentare il modello leghista, formata solo da spagnoli figli di spagnoli e nati in regioni autonome della Spagna. Una squadra straordinaria che non abbisogna di naturalizzati provenienti da altri continenti, ma che punta sulla coltivazione del vivaio locale e sull’impiego di risorse autoctone.

Paròni a casa nostra, insomma.

Potete scommettere che tutti parleranno solo del modello progressista tedesco, in televisione, e che nessuno parlerà del modello leghista spagnolo. Ma in finale ci è andata la Spagna.spagna 2010

I nemici della Chiesa: alcuni nomi e cognomi

Per il teologo progressista Vito Mancuso la Chiesa cattolica è un nido di pedofili che hanno distrutto irrimediabilmente anime e corpi di migliaia di bambini; la gerarchia una cupola mafiosa che difende il proprio potere nel disprezzo per le vittime del clero; il Papa un superboss che in nome di una secolare scelta per il potere e contro Dio sacrifica e avvilisce quanto sarebbe rimasto di puro, di bello e di spiritualmente forte nella comunità credente (Mancuso individua, nella categoria dei salvati, il solo cardinale di Vienna Christoph Schoenborn). Questo offre oggi la migliore teologia laica di moda sui giornali, sponsorizzata dal cardinale Carlo Maria Martini, mentre sull’Unità il vecchio e prestigioso critico Renato Barilli inneggia al marchese de Sade, che portò una forma brutale e assassina di pedofilia della mente e del desiderio a vette teologiche degne del Terrore giacobino.

C’è una gran confusione velenosa sotto il cielo religioso, che è poi l’altra metà del nostro cielo laico. Per colpire la Chiesa cattolica, hanno trasformato in una sottospecie ripugnante della Shoah episodi incredibilmente gonfiati, e usati in giudizio per far soldi, di peccato e abuso carnale da parte di un numero infinitamente piccolo di preti e vescovi. I ragazzini molestati 40 o 80 anni fa (Mancuso cita come capi d’accusa accertamenti irlandesi su molestie degli anni Trenta del secolo scorso) sono definiti «sopravvissuti», proprio a significare il tono apocalittico della crociata in nome delle vittime. L’ordine impersonale che una cultura nichilista doveva impartire era chiaro da tempo, almeno per chi volesse leggere i segni dei tempi: la Chiesa è fatta di preti, scelti e consacrati nel popolo di Dio che è la sua base battezzata, e dietro ogni prete dovete abituarvi a vedere – lo vuole la propaganda laicista e secolarista – un orco.

La mia convinzione è che partendo da premesse ireniste, progressiste, pauperiste, e cioè dal mito della Chiesa povera e priva di potere, di una Chiesa che assume dalla Riforma luterana la sostanziale inutilità di sacramenti e liturgia nonché il carattere superstizioso di un culto amministrato da una casta sacerdotale, si arriva alle conclusioni totalitarie di un integralismo secolarista in cui non c’è più alcuno spazio reale per la Chiesa com’è, come la storia l’ha fatta, come la si legge nelle sue grandi biblioteche teologiche, come la si può scrutare nella sua letteratura di santità e nella sua storia di gloria e di peccato. In nome di Dio, distruggete la Chiesa: questa è ormai la parola d’ordine della cultura banalmente ateistica e degli utili idioti al suo servizio fuori e dentro le mura della Chiesa.

Non potendo andare contro la fede, che Giovanni Paolo II e il crollo del comunismo hanno risvegliato nel cuore dell’Europa, usano la fede, di cui pretendono l’esilio nel privato dei cuori, a difenderne la purezza dalle mani sporche del potere ecclesiastico, come arma contro la Chiesa. Fa bene il Papa a cercare nell’espiazione e nella conversione credente una risorsa di estrema difesa della Chiesa come custode della fede; ma non basta. Se la Chiesa ha un potere di pulpito, lo eserciti.

(Giuliano Ferrara – Panorama.it)Card. Martini e Tettamanzi

Berlusconi: “Sconfiggerò le correnti”

Ultimo avvertimento di Berlusconi, a Gianfranco Fini ma anche ai suoi: nero su bianco, dopo un vertice a Palazzo Grazioli al quale non hanno partecipato gli ex colonnelli di An Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa.

In una nota il premier alza il cartellino giallo e ammonisce: «Il Pdl è nato come movimento popolare, espressione diretta degli elettori, per amalgamare tutte le tradizioni politiche del centrodestra e per sconfiggere così la vecchia partitocrazia e la vecchia logica delle correnti, da qualunque parte provengano». Un richiamo che serve al Cavaliere intanto a far pulizia in casa sua (mettendo al bando tutte le fondazioni che sono strumento di lotta di poterei) ma che è anche un chiaro ammonimento al Presidente della Camera. «Fini – avrebbe detto il Cavaliere – deve capire che faccio sul serio. Questa è un’ultima chiamata: o si riallinea o le strade si separano».

La posizione di Berlusconi è chiara: si lavora dentro al Pdl, tutto si fa dentro il recinto del partito, chi pensa di avvalersi di proprie fondazioni o associazioni per far percorsi paralleli o guerre di successione si mette fuori, perchè il Pdl è nato per amalgamare, non per frazionare, è nato per battere la vecchia partitocrazia e certo non per far ingrassare quelle correnti che pure Fini una volta arrivò a definire «metastasi». Il Presidente della Camera legge in tempo reale le agenzie battute al termine del vertice di Palazzo Grazioli ma per ora non si pronuncia. È chiaro che la breve nota chiama in causa il cofondatore ed il difficile rapporto tra Berlusconi-Fini, che per il giornale di famiglia del premier, stando all’odierno fondo di Vittorio Feltri, si risolverà a breve «con un gesto clamoroso» del Cavaliere, senza contraccolpi su governo e maggioranza e con l’uscita di scena di Fini.

Difficile ad oggi dire se davvero sarà questo l’epilogo, di certo nulla accarà prima che la manovra sia andata in porto. Intanto Berlusconi, sminato il campo dal caso Brancher, blindata la manovra con una fiducia preventivamente concordata con Tremonti nonostante le rimostranze tuttora in atto delle Regioni, tra un controllo medico a Pavia ed una scappatina ad Ikea con foto tra gli stand, inizia a dedicarsi alla rimozione delle due mine più grosse: rapporto con il cofondatore Fini e intercettazioni. Berlusconi prosegue sulla via della riduzione di ogni tensione con il Colle e della cercata riconciliazione con Giorgio Napolitano, che domani rivedrà, dopo le ultime tensioni, al Consiglio Supremo di Difesa. Per questo sulle intercettazioni oggi tenta ancora attraverso di riaprire il confronto con i finiani, alla ricerca dell’accordo su una serie di emendamenti condivisi che potrebbero accelerare i tempi del dibattito in Aula.

Quanto al rapporto con Fini, inizia per gradi. Prima si mette al riparo da possibili critiche e stoppa la guerra intestina in atto tra le correnti di Forza Italia: senza fare questo non ci sarebbero le condizioni per mettere in mora Fini, che sta attivando vari canali (dalla Fondazione FareFuturo a Generazione Italia) per fiancheggiare il suo cammino politico. Berlusconi spiega tutto ciò in un vertice a Palazzo Grazioli con coordinatori e capigruppo connotato dalla singolare assenza di Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri. La volontà del premier di chiudersi in una stanza con i soli ex azzurri (Sandro Bondi, Denis Verdini, Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello, oltre agli immancabili Angelino Alfano e Nicolò Ghedini) fa pensare che si voglia valutare il da farsi con Fini senza lasciarsi condizionare dagli ex An. Una circostanza smentita da Gasparri (impegnato al Senato con la manovra) e La Russa (assente per la registrazione di una trasmissione su La7). Ma intanto il premier parla chiaro: il Pdl è nato per amalgamare e non per dividere. Lo sappiano gli ex azzurri ma anche l’inquilino di Montecitorio.

(da “La Stampa”)

Antica Venezia, patriarca del mare

Tra le grandi monografie cui il Mulino ci ha da tempo abituato con la sua «Biblioteca storica», e dove i titoli relativi ad aspetti del mondo musulmano sono sempre più frequenti, il nuovo libro di Maria Pia Pedani s’impone per l’ampiezza dello sguardo e affascina per le caratteristiche di un racconto fresco, arioso, nel quale il rigore della narrazione storica e l’enorme erudizione non compromettono per nulla il fascino d’un quadro che richiama le marine del Carpaccio e le scene squillanti di colore dei vedutisti veneziani del Settecento: i crociati, i pellegrini, il bottino delle lontane conquiste orientali, i cerimoniali degli ambasciatori, i «dragomanni» (un po’ interpreti, un po’ diplomatici, un po’ spie), i corsari, i rematori di galea, i mercanti e gli schiavi.

Il tema proposto dalla Pedani, turcologa e ottomanista a Ca’ Foscari di Venezia, abbraccia quasi esattamente un millennio. Anzi, possiamo fornirne le date precise, senza bisogno di partire dai fatidici 21 marzo 421 (mitica data di fondazione della città) oppure 8 gennaio 429 (altrettanto mitica data di consacrazione della prima chiesa sull’allora isola di Rialto), e magari nemmeno dal 750, anno della prima notizia dei contatti tra Venezia e i Paesi musulmani nordafricani (dai quali era partita, anzi si era già conclusa, la conquista della penisola iberica); e neppure dall’813-820, allorché il funzionario formalmente bizantino che reggeva la città, il dux (è ancora un po’ presto per chiamarlo «doge») conferma l’ordine dell’imperatore romano d’Oriente, secondo il quale era proibito commerciare con i «saraceni», padroni dei Paesi costieri del Mediterraneo dalla Siria alla Provenza. Ma il punto era proprio questo: si poteva davvero impedire a una città incastrata nell’estremo apice nordoccidentale dell’Adriatico, isolata da una terraferma ancora barbarica e insicura e che pur preferiva certo far parte dell’impero romano d’Oriente che non di quello, nuovo e sospetto, fondato dai franchi, di commerciare con le genti che egemonizzavano i tre quarti del litorale mediterraneo? Evidentemente, no. Ecco perché l’effettivo punto di partenza del millennio veneziano preso in considerazione da Maria Pia Pedani, e che giunge formalmente al triste 12 maggio 1797 (la fine dell’indipendenza di Venezia), è un’altra data fatidica, il 31 gennaio 828, allorché i due mercanti Bono e Rustico rientrarono nella loro città recando, da Alessandria, le reliquie di san Marco: sottratte mediante l’espediente poco pio ma efficace di trasportarle coperte di pezzi di carne di porco.

Fu davvero fondamentale, quella traslazione; secondo la tradizione cristiana, una Chiesa può dichiararsi patriarcale solo se conserva la reliquia di un apostolo. Avere il corpo dell’evangelista Marco nella chiesa di Rialto significava, per i veneziani, poter fondare un patriarcato concorrente rispetto a quello di Aquileia, che pretendeva un’egemonia su di loro. Ma nessuno poteva allora prevedere comunque che da quelle poche isolette collegate da passerelle e da pontoni, su una bassa e malsana laguna, in un lontano angolo d’un lunghissimo golfo del Mediterraneo, si sarebbe sviluppata in pochi decenni una grande città marinara, autentica cerniera tra Oriente e Occidente, la potenza marinara che avrebbe per almeno mezzo millennio – dall’età delle crociate al Seicento – dominato il Mediterraneo, contendendo la talassocrazia ad autentici colossi come la semialleata Bisanzio, l’eterna rivale Genova, l’impero di Carlo V e quello ottomano.

Di questa storia quasi incredibile – che pur è stata più volte narrata da studiosi straordinari come Alberto Tenenti, Marino Berengo, Ugo Tucci, Paolo Preto, Gaetano Cozzi, Gherardo Ortalli, Gino Benzoni – la Pedani ritraccia ora la dinamica dei rapporti con il mondo orientale: che significa bizantino ed arabo-egiziano fino al Quattrocento, ottomano tra XVI e XVIII secolo. Una storia di guerre e di conquiste, certo, ma anche di rapporti diplomatici e perfino amichevoli, di spionaggio, di scambi, di splendide acquisizioni e di superbe realizzazioni artistiche. «Levantini» e «semiturchi» per gli occidentali, i veneziani mandavano galee da guerra ma anche mercanti e diplomatici a Istanbul, prestavano al sultano i loro artisti migliori, accoglievano benevolmente i viaggiatori provenienti dal mondo ottomano e con rispettosa generosità li ospitavano nel «Fondaco dei Turchi» dov’essi vivevano sicuri e ben trattati perfino durante i periodi nei quali la Serenissima era in guerra contro la Porta. Un modello di civiltà e un esempio di serena saggezza per questi nostri tempi.

Maria Pia Pedani
“Venezia porta d’Oriente”
Il Mulino. Pagine 334. Euro 26,00
(articolo di Franco Cardini) palazzo ducale venezia

Nella croce il simbolo della libertà religiosa

Un giurista ebreo con la kippah, dieci Stati tra cui alcuni di religione prevalentemente ortodossa, un team di legali statunitensi di cui molti protestanti, tutti intervenuti a difesa della esposizione del crocifisso nelle scuole italiane. Qualunque sia la decisione che la Corte europea dei diritti dell’uomo vorrà prendere sulla questione, dopo la sua lunga riflessione, (forse sei mesi o persino un anno, si è anticipato), il dibattimento di ieri alla Grande Chambre è destinato comunque a segnare non il passato, ma il futuro dell’Europa.

«Non è un caso – dice Nicola Lettieri intervenendo a nome dell’Italia – se la “contestazione politica” delle tesi della ricorrente (Soile Lautsi, ndr) e alla sentenza di novembre (quella contro l’esposizione del crocifisso nelle scuole italiane, ndr) della Corte vengono in gran parte da Paesi che hanno duramente sofferto dell’ateismo di Stato». Lo “scandalo”, dunque, è che si voglia evocare surrettiziamente la “libertà religiosa” per negare la “libertà religiosa”. Un gioco di prestigio che non può riuscire contro Paesi che portano ancora le ferite della persecuzione contro il culto. Ci si deve ricordare, insiste Lettieri, che i principi richiamati nel dibattimento sono stati introdotti nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo proprio a difesa di quelle nazioni.

Ma il gioco di prestigio ha un trucco : una concezione della dimensione “negativa” della libertà religiosa (libertà di non credere a nessuna religione) estesa fin al punto di negare la dimensione “positiva”, dunque una battaglia “ideologica”, “politica”, quella iscenata con il ricorso contro l’esposizione del crocifisso che non ha nulla a che fare con i tanti casi affrontati ogni settimana di violazione dei diritti umani più elementari, un compito che è la ragione e l’onore di Strasburgo.
Nella memoria presentata alla fine di aprile, il governo, a riprova del fatto che si tratta di una battaglia ideologica, portata avanti da una atea militante, cita il fatto che la ricorrente è partner della Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti).

Nicolò Paoletti, che apre l’udienza, difende la Lautsi assicurando che non si tratta di questo, che non si è mai pronunciata su questi temi, neppure con lui, che la sua è una semplice battaglia di “laicità”. Il riferimento è ovviamente alla sentenza 203 dell’89 della Consulta nella quale viene definita principio “fondamentale” e “supremo” del nostro ordinamento. Al fatto che “il giudice delle leggi” ha deciso nel 2001 di rimuovere il crocifisso della sua aula. Paoletti tenta, poi, di rintuzzare la tesi della Federazione russa, secondo cui la sentenza del 3 novembre ha ristretto ad una angusta formula «il margine di apprezzamento» degli Stati sulle questioni di libertà religiosa. Ma non è facile replicare, visto che anche altri nove Paesi, più l’Italia dicono lo stesso.

Concezione ideologica quella della “laicità” della Lautsi – insiste Lettieri – perché la stessa Consulta, nella citata sentenza, specifica che non è indifferenza dello Stato alle religioni. Una concezione così ideologica da ritenere che senza la rimozione dei simboli religiosi non ci sarebbe neppure democrazia. Invece è vero il contrario. Cosa fare altrimenti con i numerosi Stati membri del Consiglio d’Europa che prendono espressamente posizione a favore di una religione, che la esprimono nei loro simboli?

Quanto al comportamento dei giudici italiani, l’agente a nome del nostro governo osserva che hanno seguito le norme europee, appurando tra l’altro che il consiglio di Istituto della scuola frequentata dai figli della Lautsi, dopo aver cercato di risolvere la questione con la discussione, ha respinto la richiesta di togliere il crocifisso con un voto democratico. corte strasbugo