Berlusconi fa fuori Fini, ma il modo non piace

Berlusconi non tollera il dissenso e dunque elimina Fini. Per i leghisti che sanno di poter ottenere alcune riforme in favore del loro elettorato solo attraverso l’alleanza con Berlusconi, questa è una notizia positiva. Fini è il maggior avversario della Lega Nord e più volte lo abbiamo definito satiricamente “il Nemico del Popolo”, riecheggiando i toni leninisti di 100 anni fa, perciò una sua definitiva uscita dalla maggioranza di Governo allieterà sicuramente chi spera nelle riforme anticentraliste.

Però c’è un però. I partiti politici italiani stanno lentamente andando tutti in direzione del “partito azienda privata” inventato da Berlusconi, rinunciando sempre più al metodo democratico nello svolgimento della loro attività.
Berlusconi non accetta il dissenso ed essendo il capo assoluto decide di espellere il rivale; lo fa attraverso una votazione, d’accordo, ma a votare ci sono gli uomini che lui stesso ha scelto, cooptato, designato. Anche negli altri partiti si assiste a un progressivo accentramento dei poteri nelle mani del Segretario, il quale è il padrone delle sorti personali degli iscritti al punto da decidere l’espulsione di un militante solo per antipatia, o per paura che possa diventare importante e fare carriera.

Ma un partito dovrebbe essere l’agenzia sociale che convoglia il consenso degli elettori su determinati ideali, su una certa visione del mondo e dell’organizzazione della società, su un insieme di proposte per dare una direzione piuttosto che un’altra alla politica; dunque il Segretario dovrebbe essere un uomo a servizio degli ideali, un rappresentante degli elettori, non un imprenditore della politica. La gente che vota non vota una persona, ma le idee in cui crede. Non vota Bossi, ma la Lega Nord; non vota Bersani, ma il PD; non vota Casini, ma l’UdC.

Purtroppo nel caso di Berlusconi e di Di Pietro non si può dire lo stesso; sono partiti personali che raccolgono il consenso di persone dalle idee diversissime attorno a una figura carismatica, ed è proprio questo uno degli aspetti maggiormente deteriori del “berlusconismo”. E questo cancro sta diffondendosi anche negli altri partiti, che confondono sempre più il principio di rappresentatività del mandato elettorale con l’investitura nobiliare e le conseguenti prerogative.

Fini è fuori dal Governo e sta bene, ma le modalità del procedimento lasciano forti perplessità e gettano ombre preoccupanti sul futuro della democrazia in Italia. Berlusconi incazzato

Saviano, ma che cosa stai dicendo?

Lo scrittore Roberto Saviano stavolta ha avuto davvero un’uscita poco felice, oltre che sinistramente falsa. Sinistramente è proprio il termine più corretto, dato che sembra un maldestro tentativo della Sinistra – che di saviano sta facendo un’icona e al tempo stesso un “intellettuale organico” – di fronteggiare mediaticamente lo stupefacente lavoro del Ministro Maroni.

Infatti è sotto gli occhi di tutti il fatto che da quando Maroni è Ministro dell’Interno finalmente le forze dell’ordine possono agire indisturbate nella lotta alle mafie e mai prima, ma veramente mai, erano state compiute tante azioni coronate da successo con decine e decine di arresti. La Lega Nord è per sua natura il partito dell’Antimafia, è nata proprio per reazione alla mentalità mafiosa del Sud Italia che aveva infettato lo Stato.

Saviano ha il merito di aver scritto un libro che denuncia un certo andazzo nel napoletano, ma alla fine dei conti si tratta solo di parole che non scalfiscono minimamente il potere camorristico o mafioso; Maroni e la Lega Nord invece stanno combattendo una vera guerra contro tutte le mafie ed è proprio per questo che c’è tanto livore antileghista, mano a mano che l’azione di Governo leghista si sviluppa.

Saviano dovrebbe ringraziare apertamente la Lega Nord e, se è davvero coraggioso, dovrebbe pure richiedere la tessera di socio leghista dimostrando ai suoi concittadini che solo affidando il potere alla Lega Nord si può salvare il Sud. Anzi, dovrebbe dire che tutte le regioni e città del Sud dovrebbero venire affidate per 30 anni a commissari leghisti, eliminando completamente l’attuale classe politica meridionale, perché solo così la mafia e la camorra subirebbero uno scacco mortale, mentre fino a quando i partiti sudisti avranno potere nel Paese le mafie si espanderanno ovunque, anche al Nord.

Altro che criticare la Lega Nord: ringraziarla e lodarla per tutto quello che sta facendo, si deve. Ma serve un’onestà intellettuale diversa da quella di Saviano che, purtroppo, sembra ormai finito nelle mani sinistre della Sinistra italiana, dove non c’è traccia di verità e di obiettività.Saviano

La questione morale

L’estate è tempo di vacanza, di riposo, ma non per la politica, anzi quest’anno essa appare più attiva che mai. Dal 1992 viene proposta e riproposta la questione morale. Con grandi interventi, con articoli che più o meno da quell’epoca si riproducono, viene affrontato il tema etico. Sembrerebbe quasi una riproposizione della classica prospettiva: se non vi è etica non vi può essere politica, dato che, come ben evidenziò Platone nei suoi dialoghi è proprio la riflessione sul bene, cioè il tema morale, che deve ispirare il pensiero politico che poi si traduce nell’organizzazione dello Stato. Si abbandona il pensiero del Machiavelli che viene considerato anche da Gramsci stesso, il padre della visione della politica che non deve tener conto della morale. Chi detiene il potere agisce sulla base del fine che intende perseguire, che è sempre quello del dominio, senza doversi preoccupare se per raggiungerlo si debbano o no utilizzare mezzi moralmente leciti o illeciti. Il potere è il potere e non può in nessun caso essere condizionato che da se stesso. Questa posizione, che ha avuto nel corso dei secoli numerosi seguaci, basti ricordare che Federico II di Prussia, il più machiavellico tra i sovrani del Settecento, che praticava la via del Segretario fiorentino, ma teoricamente scriveva un Antimachiavelli, perché, si sa, non è opportuno fare brutte figure. Ma allora vi erano comunque dei riferimenti morali. Infatti, la morale cristiana invitava e invita a raggiungere dei fini buoni sempre con mezzi che lo debbono essere altrettanto. Il principio veniva aggirato, ma ci si guardava bene dal rifiutarlo pubblicamente, non si faceva allora professione di laicità all’italiana. L’ingresso della riflessione ottocentesca in politica sia nel lato di certo liberismo sia in quello del marxismo, preponderante ancora oggi nel pensiero politico italiano, negavano il valore della morale stessa, sostituendola al fondamento esclusivo della struttura economica, ovvero i rapporti di produzione. I rapporti sociali di produzione, nei quali rientrava l’etica, altro non sono che sovrastrutture, quasi orpelli talora, di cui servirsi solo per far funzionare al meglio la struttura. Questa è stata la via di coloro che hanno ritenuto e ritengono che tutto sia politica, ovvero che la politica abbia come ruolo principale quello di sovvertire l’ordine economico capitalista. Certo oggi non si evidenzia ciò con chiarezza, anzi, illustri teorici, magari affermano che il capitalismo è ineludibile, ma che il ruolo della politica a temprare il potere economico deve sempre comunque esserci. Un marxismo un po’ gramsciano, ossia italiano domina ancora il pensiero della sinistra. La politica coincide con l’etica, ma l’etica non è un riferimento indipendente dalla posizione politica, superiore, pertanto la mia prospettiva politica di direzione, dominio, dello Stato, può essere detta l’etica. E’ chiaro che qui non si pone la questione etica, ma semplicemente l’affermazione che solo io ho la soluzione politica, quanto vengono affermando è l’unica possibile ecc. Ecco perché ad ogni piè sospinto la sinistra pone la questione etica, non già perché abbia a cuore la dimensione etica al di sopra della prassi della politica, ma perché fa collimare l’etica con le proprie scelte di partito. Non troverete mai in coloro che continuano a parlare di questione morale un sia pur minimo accenno che quale sia la prospettiva morale, quali i suoi contenuti e le modalità di attuazione. Viene proprio da chiedersi, ma di fronte a tante prospettive etiche presenti nel mondo sia originate dalla filosofia, sia originate dalla religione, ma mai dalla politica, a quale la sinistra italiana fa riferimento? Se mi avessero detto che l’etica è quella kantiana, allora comprenderei, se mi avessero detto che è quella dei maori, avrei pure compreso, ma citare la questione morale senza mai enuclearne i contenuti e i modi d’azione mi appare sempre più uno slogan da esibire per cercare di far bella figura, ma poi nessuno sa mai che cosa sia quest’etica o ad una brevissima analisi comprende bene che è solo un mezzo di cui ci si serve per raggiungere il fine che è quello costantemente perseguito e sempre poco raggiunto, per buona sorte in Italia, di raggiungere il governo, magari anche disattendendo la prospettiva che il popolo sovrano ha indicato nelle elezioni, tanto ci si para dietro il sistema parlamentare, che però è autonomo, ma morale vorrebbe che esso sia sempre l’espressione della volontà dei cittadini, mentre diventa nella versione di coloro che sostengono la questione morale, solo: posso fare quello che voglio e il popolo sia “bue”.

Italo Francesco BaldoQuestione morale

Frattini: l’Europa non può vietare di esporre il crocifisso

«Non possono esserci regole su come, quando e se esporre il crocifisso. Questo diritto nessun Tribunale ce l’ho potrà togliere. È un diritto che nessuno può togliere perchè noi rispettiamo il diritto di chi non crede e rivendichiamo il diritto dei credenti di farlo con i loro simbolo». Lo afferma il ministro degli Esteri Franco Frattini in un passaggio del suo intervento alla tavola rotonda “Identità italiana e libertà della Chiesa” in corso a Orvieto.

«La Corte di Strasburgo – prosegue il titolare della Farnesina – ha detto una cosa offensiva ed inaccettabile quando ha detto che il crocifisso sarebbe un simbolo di divisione che divide coloro che credono, da coloro che non lo fanno. Il crocifisso è un simbolo di riconciliazione, un simbolo nel quale gente ha cercato la pace».

Il Ministro degli Esteri ricorda poi un episodio della sua esperienza da commissario europeo: «Ero a Bruxelles e sono andato in un grande magazzino per comprare le statuette del presepe. Lì – racconta – ho letto un cartello in cui c’era scritto “Qui non si vendono simboli religiosI”, quindi le statuette non erano in vendita perchè offendevano chi non crede. Questo è un messaggio distorto di una mentalità presente non solo a Strasburgo, ma che si diffonde come un tumore da estirpare e cioè che professare la mia religione sia un attacco alle altre».

Sul tema della libertà di religione, Frattini ha poi annunciato che il presidente del Consiglio, Silvia Berlusconi, ha portato la questione del diritto di professare la propria religione al Consiglio europeo in modo «da ottenere una risoluzione in cui si sottolinei che la libertà di tutte le religione non è una questione che riguarda solo noi, ma ogni paese del mondo. Il governo italiano preparerà una risoluzione sul diritto della libertà religiosa nel mondo da portare a settembre all’assemblea dell’Onu». Frattini

“Verso Nord” significa “fare il verso” alla Lega Nord?

La novità politica dell’estate è il nuovo “manifesto” dell’intellighentia politica veneta, promosso pare da Cacciari e Mirracco, chiamato a quanto si dice “Verso Nord”.

Le prime dichiarazioni avevano palesato l’intento di contrapporsi all’avanzata leghista, ora invece piovono le puntualizzazioni e le ridefinizioni miranti a dare un tono di qualità originale a questa iniziativa, anche perché Cacciari e Mirracco in passato brillarono di una luce fioca, ma di una luce propria. Fioca, ma propria, come non sarebbe quella dei promotori di un’iniziativa volgarmente reazionaria e conservatrice di valori vetusti e superati, sconfitti dalla Storia, come quelli dell’Illuminismo, ormai degenerati nel post-nichilismo e nel ripiegamento su se stessi imposto dal relativismo etico di fine secondo millennio dopo Cristo.

In politica tale ripiegamento e tale inconcludenza si esprimono nell’imposizione e nella difesa a oltranza del multiculturalismo, della multietnicità, della globalizzazione economica, nel sincretismo religioso, nell’internazionalismo geopolitico e in quella liquidità di valori e costumi di cui parlò con mirabile lucidità Zygmunt Baumann prima di svendere il suo pensiero alle ragioni del botteghino rinunciando a svilupparne i concetti.

Il leghismo, insinuato nella corrente di pensiero comunitarista europeo, è una forma di pensiero nuova che provoca le menti e che sconvolge gli schemi abituali. Dapprima stigmatizzato falsamente come una forma di chiusura mentale o di rigurgito razzista, oggi si staglia come una nuova proposta politica che mira a coniugare le ancora solide e sane radici cristiane con le mutate condizioni sociali dell’epoca in cui viviamo: un pensiero strutturato e ancora in crescita, in evoluzione grazie al lavoro di pensatori giovani e costantemente in studio, contrapposto alle chiacchiere stanche di vecchi soloni che non riaprono un libro da 30 anni, a causa dell’abitudine a vivere di rendita e a sentire gli applausi compiaciuti di un pubblico addomesticato, ignorante e conformista, che partecipa a stanche conferenze sempre uguali dove il barlume di un’idea in evoluzione è latente quanto l’acqua nel deserto.

Il compito dei sostenitori del comunitarismo, che in Italia si manifesta nel leghismo, è quello di far pervenire ai cittadini europei la novità salvifica che in esso è contenuto, nonostante la contropropaganda reazionaria e violenta di vecchi, potenti e ricchi ex intellettuali che, per una marchetta in più, sono pronti a scagliare anatemi bellicosi e persecutori contro lo spirito nuovo che emerge dal sentimento del popolo. Ma la verità trionfa nel tempo, mentre le bugie hanno le gambe corte e primeggiano solo nel breve volgere di uno scatto.

Dunque il tempo è galantuomo per i giovani onesti, ed ecco perché noi leghisti cominceremo presto a proporci anche con iniziative culturali miranti a rivelare le nostre idee senza più subire le calunnie menzognere della stampa e dei media di regime; nel frattempo guarderemo con occhio attento alle mosse degli “intellettuali organici”, dei tirapiedi prezzolati e dei soloni in decomposizione cerebrale, per capire come non dovremo mai permetterci di diventare. Vadano pure “verso Nord”, con la nostra benevolente accondiscendenza: noi rimaniamo qui, a Nord dell’Italia, senza soldi e senza raccomandazioni, ma carichi di entusiasmo e ligi al dovere di studiare e studiare e studiare ancora, perché intellettuale non è chi si ritiene tale per diritto divino, ma chi usa l’intelletto per discernere la verità che, in quanto tale e necessariamente assoluta, va sempre ricercata da chi è ontologicamente finito e non può mai pretendere di esserne il depositario. Il mondo va avanti e chi si ferma è perduto.Cacciari

Cota: “non vogliono che io governi”

Dopo alcune ore dal verdetto del Tar che impone il riconteggio di 14 mila voti che hanno consentito la vittoria del centrodestra in Piemonte (Mercedes Bresso ha perso per 9 mila) arriva la verità di Roberto Cota. E il neopresidente della giunta regionale comincia proprio così: «Diciamoci la verità…».

Sentiamo, che cosa vuole dire?
«Ho vinto e non dovevo vincere. Lega Nord e Pdl hanno vinto e non devono governare. Ogni giorno ce n’è una. Fin dalla notte delle elezioni, Bresso affermò che non avrebbe accettato il risultato che la dava perdente: doveva vincere lei!».

Ma ora l’hanno detto i magistrati che la lista Scanderebech va ricontata.
«Il problema non è la lista Scanderebech, ma, ripeto, il fatto che per qualcuno Lega e Pdl non dovevano governare. Forse anche la nostra unità, la nostra azione di governo determinata e convinta, non sta bene a qualcuno che continua ad ignorare il voto che democraticamente e regolarmente i piemontesi hanno espresso a marzo. Non a caso il voto di preferenza dato dai piemontesi a me come presidente sono stati determinanti rispetto ai voti di lista».

Che cosa le stanno dicendo i suoi elettori?
«Sono arrabbiatissimi i cittadini. Mi fermano per strada per dirmi di andare avanti e risolvere i problemi del Piemonte. Questa regione ha bisogno di essere governata e non di perdere tempo o di giocare come fa qualcuno che ogni volta tira fuori qualcosa di nuovo invece di fare un’opposizione seria e democratica. I miei legali faranno ricorso al Consiglio di Stato sulla sentenza, meglio sul dispositivo, e per quanto mi riguarda continuerò a lavorare. L’agenda del Presidente finora è stata integralmente rispettata, e continuerà a esserlo».

E se il riconteggio non dovesse confermarle i voti per superare la Bresso?
«Quale riconteggio? I miei legali dicono che è tutto regolare, chiedono anche che il riconteggio non avvenga, va sospeso finché il Consiglio di Stato non esaminerà il merito dei ricorsi, e rimetterà le cose a posto. Ne sono sicuro e, sapete, che c’è anche chi lo pensa nel centrosinistra?».

Non è solo Bresso a gridare alla truffa, lo ha detto anche Morgando: chi nel Pd si distingue?
«Non faccio nomi. Mi hanno parlato in confidenza. Ma, glielo assicuro, sono nomi importanti».

Perché, secondo lei, il voto al Presidente va comunque distinto da quello di una lista che potrebbe essere messa fuori gioco?
«Spiego come io mi sono votato: ho messo la croce solo sul simbolo della Lega Nord, e di conseguenza il voto è in mio favore. Così hanno fatto mia mamma e le sue amiche. Questa è una delle modalità previste della legge: basta una croce su una lista per votare il Presidente. In campagna elettorale abbiamo incentivato questo metodo. Lo abbiamo scritto nei volantini. La preferenza alla lista vale sia come voto alla lista stessa, sia come voto dato al presidente, a meno di un voto disgiunto. Ma questa è un’opportunità in più. Non comprendiamo perciò la questione del riconteggio».

Quella lista però è stata autorizzata dallo stesso Scanderebech espulso dall’Udc, e lo ha fatto per evitare la raccolta di firme: se non è illegale, non è certo morale. O no?
«Sulla lista “Al centro con Scanderebech” tutte le carte ufficiali parlano chiaro: lo status di capogruppo a Scanderebech è stato accordato dal precedente presidente del Consiglio regionale ed esponente del Pd Davide Gariglio. Sulla legittimità di questa lista si sono pronunciati prima delle elezioni ben due tribunali elettorali. Per quanto riguarda l’esenzione a una lista diversa da quella di cui si è capogruppo in Consiglio regionale, non mi pare infine si possano ipotizzare problemi soltanto per Scanderebech e non per altri, visto che la legge regionale in merito – votata dal centrosinistra – è stata utilizzata anche dal Pd per l’esenzione dei “Radicali”, dall’Idv per “Pensionati e Invalidi per Bresso” e da “Sinistra ed Ecologia” per “Grillo – No Euro”, lista tra l’altro a sostegno di un terzo candidato Presidente».

Brutta storia: non si può ripartire dalla politica? E rivedere la legge se, ad esempio, non consente di colpire eventuali errori?
«Sì, questa legge non mi è mai piaciuta, dove non funziona va cambiata, farò la proposta e spero che l’opposizione sia d’accordo».

Oggi è un altro giorno: cosa farà?
«Da oggi farò ancora più cose per il Piemonte visto che vogliono ridurci il tempo. Questa vicenda non mi fiacca, non ho mai pensato di mollare, anzi mi dà nuove energie, governerò con rinnovato slancio».Cota

Statua di Gandhi a Vicenza. Disse “Paròni a casa nostra”

Un busto di Gandhi e uno “speaker’s corner” saranno da sabato prossimo 17 luglio presenza fissa a Campo Marzo. I due simboli della democrazia e della non violenza verranno inaugurati alle 17, a partire dal busto bronzeo del Mahatma Gandhi (1869-1948). Donato alla città di Vicenza dal Consiglio indiano per le relazioni culturali (Iccr) lo scorso 2 ottobre per celebrare il 140° anniversario della nascita del noto uomo politico e guida spirituale, fondatore della nonviolenza e padre dell’indipendenza indiana, il busto è alto 80 centimetri e pesa 80 chili ed è stato finora conservato a Palazzo Chiericati.

Gandhi è una straordinaria figura spirituale e non può venire preso in considerazione solo per la sua straordinaria azione politica, dapprima come avvocato immigrato in Sudafrica e poi come capo carismatico della secessione e indipendenza dell’India dall’Impero Britannico. Sicuramente l’amministrazione comunale di Vicenza crede di dire qualcosa di antileghista, quando proclama la cultura della pace e dell’accoglienza, ma sbaglia in pieno. Inoltre non considera che Gandhi fu un leghista ante litteram, perché di fatto creò i presupposti per l’emancipazione non violenta e democratica dell’India dal dominio straniero degli inglesi. Proprio ciò che i veneti vorrebbero fare con gli italiani…..

Nessuno si sognerebbe mai di definire Gandhi un becero razzista ignorante e xenofobo per aver detto che l’India doveva essere governata dagli indiani, e che gli inglesi avrebbero dovuto tornare in Inghilterra. Onore a Gandhi, dunque, e grazie al sindaco Variati per aver dato a Vicenza la statua del più elevato punto di riferimento per il sogno indipendentista veneto. Anche se non gli è nemmeno passato per la testa….

E se il federalismo non arriva che succede alla Lega Nord?

Davide LovatPubblichiamo l’intervista effettuata dal giornalista Sergio Frigo, responsabile della Cultura del giornale Il Gazzettino, al nostro Davide Lovat nell’ambito di un’interessante inchiesta tra diversi noti esponenti della cultura in Veneto, alla quale rimandiamo i lettori tramite il sito sergiofrigo.myblog.it

Anche se Calderoli annuncia un’accelerazione sui decreti per il federalismo, non si attenua nella dirigenza leghista il timore che quello che si sta realizzando sia un processo in tono minore, poco più un’etichetta di facciata appiccicata a misure di scarsa incidenza. Senza contare che gli ostacoli, soprattutto all’interno del Pdl, sono tutt’altro che rimossi, come testimonia l’attivismo di Fini.

Inquietudini espresse – nell’ultima puntata di questa inchiesta che ha interpellato intellettuali come Luca Ricolfi, Francesco Jori, Ferdinando Camon, Ilvo Diamanti, e l’assessore leghista della Provincia di Treviso Marzio Favero – da un altro intellettuale leghista, il vicentino Davide Lovat, responsabile degli enti locali del Carroccio berico e animatore del sito L’Altra Campana, fautore di un comunitarismo di ispirazione cristiana che rappresenta una delle diverse anime (non maggioritaria, mi sembra) del leghismo (o forse si potrebbe dire meglio il contrario, che il leghismo è una delle anime del comunitarismo). Anche le sue posizioni risultano piuttosto originali, nell’ambito dell’asfittico dibattito in corso su questi temi, che in genere si limita ad un arido conteggio fra il dare e l’avere delle diverse regioni del paese.

“FEDERALISMO QUESTO? SOLO PROPAGANDA”

Alla domanda che dà il titolo a questa inchiesta (“E se non arriva il federalismo?”) la risposta di Lovat è tranchant, oltre che del tutto disincantata: “Se parliamo di vero federalismo oggi sappiamo che non ci sono le condizioni per realizzarlo: più che le difficoltà economiche a bloccarlo ci sono troppe forze contrarie, a livello nazionale e anche dentro alla maggioranza: è chiaro a tutti che il Pdl si è accordato con la Lega, promettendole il federalismo, solo per averne i voti e vincere le elezioni al Nord, e quindi conquistare il governo: quanto poi a rispettare gli accordi, è tutto da vedere”.

E la Lega perché ci sta, allora?

“La Lega sta al governo per portare a casa brandelli di autonomia, come il federalismo a geometria variabile, che è in realtà soprattutto uno slogan propagandistico, in cui ogni regione contratta di volta in volta con il centro quali competenze può portarsi a casa. Il “vero federalismo” però è altra cosa, e richiederebbe non una semplice legge ordinaria, ma una vera e propria assemblea costituente, e un dibattito che investa l’intero paese. D’altra parte la Lega ha scelto di agire per via democratica, e di stare al governo anche ingoiando parecchi rospi per ottenere qualche risultato. Ma c’è anche un’altra strada per portare a casa il federalismo…”

E cioè quale?

“Penso a un’operazione culturale, a quel “leghismo senza Lega” di cui parlava Jori in queste interviste: si tratta di diffondere quei valori a monte della politica che si rifanno al pensiero comunitario, sempre più diffusi anche a livello europeo come reazione alla tendenza alla globalizzazione culturale che vuole omologare tutto, e ridurre l’essere umano a mero consumatore: a quel primato dell’economia sulla politica, per chiarirsi, che è uno dei mali dell’Occidente”.

I PERICOLI DI UN LEGHISMO SENZA LEGA E L’ALTERNATIVA DEL COMUNITARISMO

Jori però ne parlava in termini meno entusiastici…

“Certo, il leghismo senza Lega – positivo se permette di sviluppare certe idee fuori dai bizantinismi della politica – diventa pericoloso se viene meno una seria rappresentanza politica, strutturata e integrata nelle istituzioni come è la Lega Nord (che a scanso di equivoci bandisce nel suo statuto xenofobia e razzismo). Se la Lega Nord domani implodesse la domanda politica del suo elettorato non guarderebbe certo alla sinistra (piuttosto i leghisti sopportano Berlusconi, pure detestandolo) ma rischierebbe di trovare approdi solo in formazioni che scimmiottano gli stereotipi del leghismo, oppure che seguono le forme deteriori del malcontento. Anche nel nostro interno, come si è visto nel recente caso di Breganze, ci sono leghisti dell’ultima ora che non frequentano la scuola politica interna ma vogliono essere più leghisti dei leghisti. Ma è per questo motivo che io promuovo invece un leghismo “buono”, per questo che cerco sponde e amicizie in ogni ambiente qualificato. Il leghismo è portatore di tanti valori meritevoli di sviluppo e di riflessione, ma la sua strumentalizzazione ad opera di persone ignoranti o senza scrupoli ne produce una caricatura pericolosa”.

Il “leghismo buono” sarebbe il comunitarismo di cui si parlava?

“Si, un modello di società alternativo a quello prodotto dall’omogenizzazione dell’offerta politica, all’americana, per capirsi, in cui due partiti – repubblicani e democratici, ma anche Pd e Pdl in Italia – sono semplicemente dei prodotti del capitalismo borghese che esprimono solo differenze minime. Noi invece abbiamo la presunzione di proporre un modello diverso, che sta nascendo dal basso, nei comuni, nelle città, nelle periferie dell’Europa, e che è ancorato al territorio e ai valori tipici della nostra storia”.

LE “PICCOLE PATRIE” DAVANTI ALLA SFIDA GLOBALE

Difficile però che le “piccole patrie”, spesso le une contro le altre armate, riescano a esprimere una politica e una cultura che siano all’altezza della complessità e della difficoltà delle sfide globali che ci stanno davanti…

“La soluzione è in un’Europa organizzata secondo il principio di sussidiarietà, che si tenga come competenza esclusiva la politica economica, gli esteri e la difesa, lasciando il resto – risorse comprese – alle periferie. Quanto alla cultura adeguata, bisognerebbe riconoscere che a costruire la civiltà europea è stata soprattutto la coscienza cristiana: e parlo della nostre radici, non di chi – anche fra i leghisti – vorrebbe utilizzare il crocifisso come una scimitarra. E invece assistiamo all’eterno conflitto fra il giusnaturalismo e un volontarismo di matrice razionalista che arriva al punto di relativizzare anche le leggi, che invece di rispondere a dei fondamenti assoluti si limitano ad esprimere di volta in volta le tendenze prevalenti in un dato momento nella società”.

IL FUTURO DELLA LEGA, FRA TROTE E SQUALI

Per tornare al futuro della Lega: non teme, come sostiene qualche analista, che di fronte alle difficoltà del federalismo essa potrebbe perdere molte adesioni?

“Il successo futuro della Lega Nord dipenderà molto da quanto l’elettorato settentrionale percepirà la regionalizzazione degli interessi dei partiti. Di fatto, oggi il PD è un partito appenninico (col cuore e la pancia in Emilia, col cervello purtroppo in Toscana, e con le viscere intestinali a Roma e Napoli); il PdL sta diventando sempre più il partito del Sud, soprattutto nelle aree ad alta concentrazione mafiosa. Se la gente del Nord capisce che oltre la propaganda ci sono gli interessi spiccioli e che la politica odierna è solo politichetta, voterà sempre di più il partito del Nord. Certo, bisognerà vedere cosa succederà quando Bossi si ritirerà dalla politica attiva, capire come si relazioneranno fra loro le diverse anime del movimento, come cresceranno politicamente i giovani. Non credo che basterà una “trota”, perché il carisma non si trasmette per via ereditaria, e una trota in mezzo agli squali viene mangiata non appena muove la coda. E la Lega è piena di squali, e anche di piranas…”

Cosentino si dimette, ma a noi “Ecché ‘cce frega?”

Il motivo per cui non ci occupiamo delle squallide vicende che riguardano il PdL non è un malcelato senso di omertà e di imbarazzo verso il partito che guida il Governo di cui fa parte la Lega Nord.

In verità, non abbiamo mai nascosto il profondo disprezzo che noi leghisti di area cattolica proviamo per Berlusconi e soprattutto per il suo codazzo di leccaculo, faccendieri, servi, affaristi, loschi figuri, ras meridionali dalle dubbie frequentazioni, palazzinari, attricette e cantanti giovani e vecchie, zoccole (pardon, escort) e compagnia cantante… Il fatto è che non c’è niente da dire, perché scegliendo il PdL come alleato utile a stare in maggioranza e provare così a portare a casa qualcosa per i cittadini del Nord Italia sapevamo cosa facevamo: la scelta migliore tra due alternative pessime!

Il PD e la Sinistra italiana riescono ad essere peggio ancora del PdL e della sottospecie di destra di questo Paese derelitto. Dunque non c’è niente da dire, la Lega Nord è nata proprio per reazione allo squallore della classe politica della Prima Repubblica e non stupisce nessuno il fatto che quella della Seconda Repubblica sia uguale o perfino peggiore.

Quello che lascia perplessi è il fatto che ancora tanti cittadini del Nord Italia sprechino il loro potere democratico assegnandolo tramite il voto a un “partito farsa” come quello arrabattato su “alla meglio” dall’uomo di Arcore, un partito che non ha per niente a cuore gli interessi della gente del Nord. In teoria lo stesso discorso varrebbe per gli elettori settentrionali del PD, ma questi sono antropologicamente differenti e ne abbiamo parlato a lungo in passato. Quelli votano per Obama, per la foresta pluviale, per la pace in Tibet, per il riscaldamento globale, per l’emancipazione femminile in Darfur….. Cercare di spiegare che il loro voto ha potere qui ed ora, non sulla Luna, è tempo perso.

Percui prendiamo atto delle vicende giudiziarie dei membri del PdL, lo sapevamo già e chissà cosa c’è di nascosto! Traffico di uranio con l’Iran? Sfruttamento della pedofilia internazionale? Inquinamento e disastri ambientali? Profitti con la droga? Associazione mafiosa? Scandali sessuali? Ma è il PdL, bellezza! Sempre meglio del PD!….

Noi leghisti abbiamo come obiettivo solo quello di dare autonomia, ricchezza e giustizia sociale alle regioni a Nord dell’Italia (meglio dire così che dire “del” Nord Italia…), sperando un giorno di creare le condizioni per la Liberazione, in maniera pacifica e democratica. Per adesso abbiamo scelto di stare in scia di Berlusconi, domani potremmo sorpassare o prendere altre strade. Intanto ci sorbiamo Cosentino, Verdini, Scajola, Brancher, Dell’Utri e tutti quelli che ci saranno. A Roma dicono “Ecché ‘cce frega?” Tanto lo sapevamo fin dal principio…. csnti

Argentina in piazza contro legalizzazione unioni gay

BUENOS AIRES – Oltre duecentomila persone hanno manifestato martedì sera di fronte al Congresso argentino a Buenos Aires, e anche in diverse città del Paese, contro un progetto di legge che potrebbe rendere possibili i matrimoni tra persone dello stesso sesso in Argentina. Una mobilitazione storica che ha visto la partecipazione di diverse realtà del Paese.

Dopo il sì già ottenuto alla Camera dei Deputati, oggi, mercoledì, è chiamato a esprimersi in merito il Senato.
“Vogliamo un papà e una mamma”, “Viva la famiglia”, “Noi diciamo sì alla vera famiglia” si leggeva sui cartelli dei manifestanti, che hanno risposto a un appello della Chiesa cattolica a scendere in piazza per difendere il matrimonio tra un uomo e una donna e la famiglia. Gli organizzatori hanno sottolineato la natura pacifica della manifestazione. Uno dei momenti più commoventi è stato quando al centro della piazza è stata posta la bandiera dell’Argentina ed è stato recitato anche il Rosario.
Il presidente, Cristina Fernandez, ha promesso di non porre il veto, se il testo approvato arriverà al suo tavolo. La nuova normativa, cui si oppongono con estremo vigore la Chiesa cattolica e altri gruppi religiosi, potrebbe spianare la strada anche alle adozioni per le coppie dello stesso sesso. L’Argentina è il primo Paese sudamericano che discute una legge sulle nozze omosessuali. Al grido di “i bambini hanno diritto a una madre e a un padre”, migliaia di manifestanti hanno cercato di convincere i settantadue senatori a fermare questo disegno di legge.
Martedì, le scuole e le università cattoliche sono rimaste chiuse per favorire agli studenti la partecipazione alla manifestazione.
Secondo la stampa locale, per evitare un dibattito troppo acceso che rischia di spaccare in due il Paese, è probabile che alla Camera dei Deputati si arrivi a una revisione del progetto di legge facendo una sorta di compromesso. Si tratterebbe cioè di arrivare a un consenso su unione civile, ma senza possibilità di adozione. È quest’ultimo infatti il tema più scottante, contro cui la Chiesa in Argentina si è espressa in modo deciso. I vescovi hanno ribadito più volte che “l’unione di persone dello stesso sesso non possiede elementi biologici e antropologici che sono propri del matrimonio e della famiglia. In questo tipo di unione manca la dimensione coniugale e l’apertura alla trasmissione della vita”.
Un pressante invito alla partecipazione lo aveva rivolto nei giorni scorsi il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires e primate d’Argentina, sottolineando l’importanza della presenza alla manifestazione di vari sindacati, organizzazioni sociali, movimenti della Chiesa e organismi laici diocesani. Su suggerimento del porporato, domenica scorsa è stata letta in tutte le chiese del Paese la dichiarazione della Conferenza episcopale argentina intitolata: “Sul bene inalterabile del matrimonio e della famiglia”.
Intanto, l’arcivescovo di Córdoba, monsignor José Carlos Ñañez, ha sospeso il sacerdote José Nicolás Alessio per la sua posizione pubblica a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso. arghei