Fini: “La Padania è un’invenzione leghista”

Il “Nemico del Popolo” colpisce ancora. Il Presidente della Camera on. Gianfranco Fini non perde occasione per combattere la sua battaglia contro la gente del Nord che vota per la Lega, per il federalismo, per la giustizia, per l’equità sociale, per la maggiore democrazia, per le radici cristiane a fondamento della società, per l’onestà, per la buona amministrazione.

Secondo Fini, la politica deve «contrastare in modo molto netto» invenzioni come le affermazioni separatiste della Lega «perchè la coesione nazionale rischia di affievolirsi senza un contrasto alle sortite separatistiche». Lo ha affermato partecipando a un convegno della fondazione Farefuturo e della Fondazione Spadolini, precisando che «serve un’azione pedagogica e culturale che riaffermi il senso della coesione nazionale».
Secondo Fini non basta contrastare la sortita propagandistica, ma occorre anche essere capaci di far capire che essere italiani significa riconoscersi in alcuni valori non trattabili che sono alla base di un’identità di un popolo. È per questo che, per Fini, «bisogna stare attenti a non derubricare le affermazioni della Lega come sortite goliardiche fini a sè stesse». Peccato che Fini veda come nemico dei valori fondanti della Costituzione, quelli della Prima Parte che sono quasi sempre inapplicati, proprio i leghisti che li usano come cavalli di battaglia anziché per esempio gli immigrati musulmani, che di adeguarsi a quei valori non ci pensano nemmeno lontanamente e ai quali Fini vuole dare la cittadinanza con facilità. Se quei valori fossero praticati e rispettati, forse la Lega Nord non sarebbe mai nata.

Fini ha sottolineato poi che la Padania è «un’invenzione propagandistico-lessicale della Lega»; un’invenzione che occorre contrastare. Per la terza carica dello Stato non si tratta di stracciarsi le vesti denunciando «che è a rischio l’unità nazionale», bensì si tratta di lanciare l’allarme sul fatto che è a rischio «la coesione nazionale». Per Fini è necessaria «una vera e propria azione pedagogica e culturale da parte della cultura politica nazionale», che rifugga, però, dal celebrare un’italianità in senso museale, riducendola a una serie di icone di memoria patria prive di attualità.
Viene in mente il Metternich, grande politico dell’Impero Austroungarico, che a margine del Congresso di Vienna dichiarò che l’Italia era solo un’espressione geografica che non era mai esistita come entità politica. Aveva ragione, Metternich, poi la Storia ha decretato la nascita dell’Italia dopo circa 50 anni; ha ragione, Fini, ma la Storia potrebbe decretare la nascita della Padania nello stesso tempo, perché i confini cambiano, cambiano i sentimenti del popolo, evolvono gli ideali, i modelli sociali, i sistemi di produzione e di distribuzione della ricchezza, le forme di stato e di governo. E anche il sentimento di coesione nazionale, come la stessa idea di nazione in cui un cittadino si identifica.

Fini poi ha sottolineato come i mondiali insegnino una cosa. E cioè che «in Germania è in corso un dibattito perché nella Nazionale giocano molti di nazionalità tedesca ma di genitori nati altrove. È la riprova del fatto che una società che deve affrontare il futuro ha l’obbligo di porsi il problema dell’integrazione dello straniero soprattutto se questi riconosce pienamente alcuni valori, giurando fedeltà a quella Costituzione e, divenendo figlio di quella comunità, arriva magari perfino alla maglia della Nazionale». Ecco, se lo ricordi soprattutto Fini: chi non rinnega Allah non può aderire ai valori della Costituzione Italiana se non mentendo, se non con un falso giuramento peraltro autorizzato dall’Islam. Solo chi non sa niente dell’Islam, e pensa che sia una religione come le altre e tra le altre, può pensare il contrario.
Per quanto riguarda la nazionale di calcio e i mondiali, speriamo che l’incubo finisca presto e che questi giocatori dopolavoristi (la loro prima professione è fare spot pubblicitari e vendere servizi alle riviste di gossip) tornino a casa presto.

Nel frattempo, Forza Serbia, baluardo dell’Europa cristiana!
fini fa mussolini

A Pontida un Bossi sulla difensiva con i militanti

Doveva essere la madre di tutte le adunate di Pontida. La ventesima. Quella della celebrazione del trionfo elettorale. Ma ieri Bossi è apparso stanco. Anzi ancor di più: è apparso dimesso. Ha dato l’impressione di giocare in difesa.

E difesa non dagli attacchi dei nemici della Lega, ma dai mugugni del suo stesso popolo, che appare un po’ stufo di aspettare. Proprio qui a Pontida vent’anni fa Bossi aveva promesso il federalismo e ieri la sua gente è come se gli avesse chiesto: e alura?

Non è che ci sia stata contestazione, affatto. Giammai: Bossi non lo si discute, lo si venera. Ma era palpabile la sensazione che il popolo padano pensa questo: che un percorso sia ormai compiuto, e che sia giunto il momento di raccogliere il sospirato frutto, l’indipendenza del Nord. La percezione è che o adesso o mai più. Basta pazientare con gli alleati. E’ la terza volta che la Lega è al governo, mancano tre anni alla fine della legislatura e ancora il federalismo non c’è. «C’è, c’è», ha rassicurato Bossi, ma era appunto sulla difensiva, davanti a lui la sua gente urlava «secessione, secessione».

Doveva essere la madre di tutte le Pontida. Erano previste cinquantamila persone, ma la pioggia e il freddo hanno guastato i piani: ce n’erano più o meno cinquemila sul prato, anzi sul fango. Si dovevano celebrare come detto i vent’anni dal primo giuramento. Si dovevano celebrare i due primi governatori regionali: Cota e Zaia. Si dovevano celebrare i successi di Maroni nella lotta alla mafia e all’immigrazione clandestina. E poi ancora la man bassa nelle urne, lo sfondamento in Emilia, la penetrazione in Toscana e in Umbria. E infine il federalismo, finalmente raggiunto. Ma la percezione del popolo del Nord è che quel che s’è ottenuto è ancora ben lontano dal federalismo sognato.

Così un po’ di insofferenza c’è. In qualche colonnello monta la voglia di tornare a parlar di secessione: se non lo fanno è solo per obbedienza, la linea la decide Bossi e non sono ammesse correnti. Recitava ieri il cartello portato in testa da un militante: «Il federalismo è come andare a cena con Marilyn Monroe, la secessione è come andare a letto con Marilyn Monroe».

Il capo, che ha fiuto da vendere, ha capito che un po’ di scetticismo gira e ha cominciato subito il suo intervento come se stesse all’angolo. «Il federalismo lo facciamo io e Calderoli, non è cambiato niente, a Brancher non è stato dato un ministero per il federalismo ma per il decentramento», ha detto leggendo nel pensiero a quei tanti che in questi giorni hanno storto il naso dicendo: Brancher chi? Come mai il federalismo viene affidato a uno del Pdl? Non era roba nostra?

Bossi ha aggiunto che il decentramento è sì importante, perché porterà a moltiplicare le capitali, e a togliere potere e ministeri a Roma. Ma anche qui, quasi a giustificarsi, ha tenuto subito a chiarire che questa idea del decentramento è comunque farina del sacco leghista, «l’avevamo pensata vent’anni fa io e Miglio come seconda tappa dopo il federalismo».

Ma il federalismo è stato davvero raggiunto? «Tutti i fiumi e i laghi sono diventati di proprietà delle Regioni. Il lago Maggiore è tornato a essere del Piemonte e della Lombardia. Il lago di Garda della Lombardia e del Veneto. Sono patrimoni immensi». Qui Bossi s’è interrotto per compiacere la folla e ha ruggito come ai bei tempi: «Roma ladrona, la Lega non perdona», ha intonato. «I beni del demanio sono roba nostra che lo Stato ci aveva portato via e ora tornano a casa».

Però sa benissimo che i fiumi e i laghi non bastano. Da sotto il palco continuavano a gridargli «secessione, secessione». E lui: «Il Belgio si sta dividendo. Tante cose possono ancora avvenire». Ma il Bossi di ieri era un Bossi che, lo ripetiamo, sembrava doversi giustificare: «Noi potevamo scegliere tra il fucile e la via della tranquillità. Abbiamo scelto la seconda che è la migliore, perché è la via pacifica. Non dimentichiamo che la Lega è nata per la libertà della Padania. Non dimentichiamo il tradimento dei Savoia che hanno permesso ai francesi di invadere il Piemonte. Noi sappiamo che Cavour non voleva l’Unità d’Italia ma il federalismo, perché questa è la verità storica. So bene quanti fratelli sarebbero pronti a battersi». Poi, però, la nuova frenata: «Ma ho valutato che la via della tranquillità è la migliore. C’è sempre tempo per battersi». Ancora una volta, qui, è partito il coro «secessione, secessione», e Bossi ha risposto gridando «libertà», non «secessione».

Il capo sa però che una buona parte del suo popolo comincia a chiedersi se con questa alleanza di governo si sia davvero portato a casa quello che ci si aspettava. E allora ha cercato di soddisfare i più agguerriti: «Non ci piglino per scemi, i voti ce li abbiamo noi, non è che Berlusconi possa tagliarci e cacciare via dai ministeri». Toni comunque più pacati, ad esempio, di quelli usati poco prima da Calderoli, che a Berlusconi aveva lanciato questo avvertimento: «La Lega è alleata fedele, ma i patti vanno rispettati, e nei patti c’è il federalismo». Castelli s’era spinto ancora più in là: «Se non ci danno il federalismo questo Stato va a fondo e l’unica alternativa sarà la secessione. E sarà il Nord a chiedercela».

Ma il Bossi di ieri era un Bossi guardingo, forse anche preoccupato da un’impressione: che il ventesimo di Pontida sia il culmine di una parabola, dopo il quale culmine – se il federalismo non arriva davvero – non può esserci che una discesa.Bossi 2

I diritti storici e la Catalogna

Qualcuno pensa che i diritti storici di un popolo abbiano poca rilevanza e forza nella sua lotta per un effettivo autogoverno nei confronti di uno stato accentratore/oppressore. Non la pensano cosí i Catalani i quali per due volte ne fanno cenno nel loro Statuto (2006)..

Prima nel Preabolo dove dichiarano. “L’autogoverno di Catalogna trova fondamento nella Costituzione e anche nei diritti storici del popolo catalano”
Poi nell’art. 5 intitolato appunto: I diritti storici, che dice tra l’altro: ·L’autogoverno di Catalogna trova fondamento anche nei diritti storici del popolo catalano, nelle sue istituzioni secolari e nella tradizione giuridica catalana [....].dai quali deriva il riconoscimento di una posizione singolare della Generalitat in relazione al Diritto civile, la lingua e la cultura nelle loro proiezioni nel campo educativo…
Per i Catalani i diritti storici sono connaturati alla loro storia, accettata e condivisa da tutti. Eccone i principali riferimenti.
Per prima cosa i Catalani hanno stabilito quando é nato il popolo catalano. Esattamente nell’anno 988, quando il conte di Barcellona Borrell IIº decise di staccarsi dall’impero carolingio, del quale era feudatario. Naturalmente la storia catalana non inizia nel 988: prima ci sono le colonie greche di Ampuries, la Barcino romana e la Tarraco di Cesare Augusto, i regni visigoti, la marca carolingia e la sua lotta contro i regni mussulmani ecc, peró quella per i catalani é storia della Catalogna romana- della Catalogna mussulmana – della Catalogna carolingial: il popolo catalano ancora non aveva coscienza di essere un popolo.
Nel 1988 Jordi Pujol da pochi anni presidente della Generalitat volle commemorare i 1000 anni della nazione catalana: “Volli ricordare al popolo di Catalogna che venivamo da lontano anche se le origene erano modeste” disse nelle sue memorie. Invitó in quella occasione anche il sovrano spagnolo Juan Carlo Iº ad un atto celebrato nel Palazzo della Generalitat, il discendente del re borbone che nel 1714 aveva soppresso ogni autonomia e autogoverno in Catalogna.
Nel 1714 infatti, e precisamente l’11 settembre, Barcellona firmava la capitolazione alle preponderanti truppe borboniche di Filippo V, che la cingevano d’assedio da piú di un anno (episodio da inquadrare nellla guerra di successione spagnola (1702 – 14). Con la capitolazione furono sopressi ogni autonomia e autogoverno e inizia per la Catalogna il periodo piú oscuro della sua storia.
Proprio questa ricorrenza (una sconfitta) i Catalani hanno hanno scelto come loro festa nazionale. Ogni anno infatti l’11 settembre popolo e autoritá ricordano coloro che piú di 300 anni prima hanno combattuto e dato la vita per difendere il diritto del popolo catalano ad essere un popolo.
Solo dopo piú di 300 anni i Catalani riuscirono a recuperare la loro autonomia e autogoverno e fu nel 1932con l’instaurazione della Repubblica in Spagna. Fu in gran parte per questo motivo che nella guerra civile spagnola del 1936 – 39. troviamo i Catalani e Baschi schierati decisamente dal lato della Repubblica contro Franco
Pur sconfitta la repubblica e fucilato il presidente della Generalitat, Luis Campany (1940) Il governo autonomico della Catalogna repubblicana resistette in esilio per tutta la dittatura franchista.come l’unico governo legittimo.
Nel 1987 il governo di Adolfo Suarez nel processo di transizione dalla dittatura alla democrazia richiamó dall’esilio il successore di Luis Campany (il presidente della Generalitat fucilato da Franco). Josep Taradelles, riconoscendolo come legittimo presidente della Generalitat fino alle elezioni autonomiche del 1980
Giustamente Jordi Pujol nel suo discorso di insediamento come presidente eletto (1980) parla della Generalitat come di “una Istituzione rispettata da tutti e resa forte dalla lunga serie di 114 presidenti” .

Certamente i diritti storici dei Veneti non sono meno documentati e validi di quelli catalani, quello che manca ai Veneti é una storia accettata, condivisa da tutti in cui inquadrarli.
Per es., é storia nostra l’assedio di Famagosta (Cipro) del 1571 e il martirio del nobile veneziano Marcantonio Bragadin da parte dei turchi mussulmani? O é storia della Repubblica di Venezia? E la storia della Repubblica di Venezia é storia nostra? O ha la stessa rilevanza della storia dei Babilonesi o delle dinastie dei Faraoni d’Egitto? É storia nostra la IV Crociata, che terminó con la conquista di Costantinopoli per la quale il papa Giovanni Paolo IIº chiese perdono o é storia della Chiesa?
Certo gli Italiani hanno tutto l’interesse a ridurre la storia dei Veneti alle 4 repubbliche marinare e a circoscriverla nell’ambito folcloristico/turistico: un popolo senza storia o con una storia nebulosa non puó rivendicare diritti storici. la Storia per un popolo é troppo importante per lasciarla in mano unicamente agli storici. Senza passato non cé futuro

(dalla Catalogna, Giancarlo Zorzanello)

La Cina apre sulla flessibilità della sua moneta

La Cina renderà «più flessibile» la sua valuta, lo yuan. Lo afferma oggi la Banca Centrale cinese in una nota. La Cina sta subendo forti pressioni, in particolare dagli Usa, per aumentare il valore dello yuan in modo da correggere gli squilibri nel commercio internazionale e favorire la ripresa economica.

La decisione di rendere «più flessibile» il tasso di cambio dello yuan, afferma la Peoplès Bank of China in un comunicato diffuso sul suo sito web, è stata presa considerando che «l’economia globale si sta gradualmente riprendendo». «La ripresa e la crescita dell’economia cinese ha acquistato solidità con il rafforzamento della stabilità economica”, prosegue il comunicato. Di conseguenza, “è desiderabile procedere ulteriormente con la riforma del tasso di cambio del reminbi (un altro nome dello yuan) e incrementare la flessibilità del tasso di cambio».

La Banca Centrale cinese precisa che «un’ enfasi costante verrà messa nel riflettere l’ offerta e la domanda del mercato in riferimento ad un “paniere” di monete. La fascia di oscillazione rimarrà la stessa che è stata annunciata in precedenza sul mercato interbancario delle valute».

Secondo la Peoplès Bank, inoltre, il surplus commerciale cinese si è «notevolmente» ridotto nel 2010, e quindi «non esistono le basi per un aumento su larga scala del tasso di cambio del reminbi». Parole queste che sembrano indicare la volontà di procedere ad un contenuto aumento del tasso di cambio della valuta cinese.
soldi

Napolitano nomina Brancher ministro per il Federalismo

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha firmato, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, il decreto di nomina dell’Onorevole Aldo Brancher a Ministro senza portafoglio.
Al Quirinale Brancher ha prestato giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica. Erano presenti, in qualità di testimoni, il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Consigliere di Stato Donato Marra, e il Consigliere Militare del Presidente della Repubblica, Generale Rolando Mosca Moschini. Per il Governo erano presenti il permier Silvio Berlusconi, il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, il Ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli e il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta.

“Molti complimenti e auguri”: così il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, si rivolge al neoministro Aldo Brancher al termine della cerimonia, dove Brancher ha recitato la formula di rito per diventare ministro della Repubblica: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservare lealmente le sue leggi e di esercitare le mie funzioni nell’esclusivo interesse della Nazione”. Al termine della cerimonia Silvio Berlusconi si è avvicinato al Capo dello Stato per scambiare qualche breve parola.

“La nomina del Sottosegretario Brancher a ministro per il Federalismo è una inutile duplicazione di poltrone e un affronto agli italiani a cui vengono chiesti dal Governo enormi sacrifici”. Così Davide Zoggia, responsabile Enti locali del Pd, critica la nomina del nuovo ministro per l’Attuazione della riforma federale. “Vorremo capire – afferma Zoggia – per quale motivo, esistendo un ministero per i rapporti con le Regioni sia stato nominato un ministro per il Federalismo. Probabilmente dopo la manovra, che ha tolto risorse e speranze alla riforma federale, si è deciso di dare un contentino a Bossi con la nomina di un uomo di cerniera tra l’azienda Berlusconi e la Lega. Di fatto è stato istituito un simulacro per dare agli elettori leghisti l’illusione che si intenda veramente procedere sulla strada del federalismo. Si tratta solo dell’ennesimo spreco, una inaccettabile presa in giro di un governo che, ogni giorno, trova un escamotage per sfuggire alle proprie responsabilità”.

Staremo a vedere se ha ragione il PD, o se invece la protesta dipende dalla paura che il federalismo possa davvero vedere una prima luce attraverso l’attuazione dei decreti in materia di autonomia fiscale. Sappiamo benissimo che il federalismo lo vuole solo la Lega Nord e che anche il PDL è un partito centralista, al di là del vantaggio che ottiene dall’alleanza con la Lega Nord per il mantenimento del potere e proprio per questo manterremo i nostro critico disincanto verso l’evoluzione dei fatti.

Un anno di tempo è quel che diamo a Berlusconi. Poi, per quanto ci riguarda, sarà momento di bilanci e di decisioni conseguenti. All’elettore leghista non interessa stare al Governo, all’elettore leghista interessano solo i risultati concreti oppure si fa opposizione dura e distruttiva contro lo Stato centralista, nemico della gente operosa del Nord.

Dunque, come detto, staremo a vedere…Aldo Brancher

Meglio la prigione che la TV, per gli ebrei osservanti

GERUSALEMME – L’Alta corte di giustizia di Israele ha deciso di rinviare a domenica l’esecuzione degli ordini di arresto di 22 donne ebree ultraortodosse, condannate per il essersi rifiutate di mandare le loro figlie in classi “non separate” da altre ragazze, anch’essi ebree, ma che ritenute non ugualmente osservanti. La vicenda, che ha visto ieri la più grande manifestazione pubblica degli ultraortodossi (oltre 100mila, secondo la polizia), vede attualmente detenuti 35 padri di studentesse, condannati a due settimane di prigione.

La questione, che sta appassionando, e dividendo, l’opinione pubblica ebraica non solo in Israele, nasce dal rifiuto dei genitori askenaziti (di origine europea) di ottemperare alla decisione della Corte contro la separazione in una scuola religiosa e quindi di mandare le loro figlie in classi frequentate anche da giovani sefardite (di origine mediorientale o africana).

Gli askenaziti, che hanno tolto le figlie dalla scuola, affermano il loro diritto di continuare ad avere classi separate per tenere le loro ragazze separate da quelle di famiglie a loro giudizio “non abbastanza religiose”, mentre la Corte afferma la necessità dell’integrazione. Yakov Litzman, un deputato dell’ultraortodosso partito United Torah Judaism (UTJ), ha sostenuto alla Radio dell’esercito che nella decisione dei genitori “non c’è razzismo”. Nella comunità ultraortodossa, ha spiegato, “ci sono una serie di regole. Noi non abbiamo in casa la televisione, ci sono regole di modestia, noi siamo contro internet”. E “io non voglio che mia figlia sia educata insieme a una ragazza che ha le televisione in casa”.

Ma la Corte non ha accolto la richiesta, ha ordinato di rimandare le ragazze a scuola e, di fronte al rifiuto, ha condannato i genitori. Consentendo che vadano in prigione uno alla volta, per non lasciare sole le figlie.

La risposta degli ultraortodossi ha visto decine di persone accompagnare, pregando, i padri alla prigione e almeno 100mila persone – tutte nei loro vestiti neri – invadere, ieri, le strade di Gerusalemme, per affermare il diritto dei genitori alla “separazione” delle loro figlie. “Vado in prigione con grande entusiasmo e gioia – ha detto uno dei padri – per il grande sostegno che ho ricevuto” e “Vogliamo essere sicuri che i nostri figli ricevano la migliore educazione possibile”.

Manifestazione nel complesso pacifica, anche se c’erano striscioni come “La Corte è fascista”, grida di “Siamo forti, perché Dio è con noi” e c’è stato un tentativo di attaccare il rabbi sefardita Ya’akov Yosef, figura di primo piano nella lotta contro la separazione.
ISRAEL

Il Crocifisso ha originato i valori della Costituzione

La Grande Camera della Corte dei Diritti dell’uomo di Strasburgo non può negare l’esposizione del Crocifisso senza negare la sua stessa giurisprudenza. Ne è convinto anche un giurista come il professore Giuseppe Dalla Torre, rettore della Lumsa.

Professore, intanto, in casa nostra: il Crocifisso è contro la Costituzione?
Nel nostro ordinamento non c’è nessuna illegittimità costituzionale; l’esposizione del Crocifisso è prevista anche in atti normativi, sia pure non legislativi, risalenti all’Ottocento. Non è, in particolare, una violazione della libertà religiosa perché è sì un simbolo religioso, ma è un simbolo passivo: non obbliga nessuno a un atto di fede. Questo è un punto fondamentale.

È forse in contrasto con il principio della laicità?
Nemmeno, perché l’esposizione pubblica riflette l’identità della nostra società. È l’espressione di una tradizione e di una cultura che non è soltanto una cultura informata religiosamente: è incarnazione di alcuni valori che sono entrati tra l’altro nella nostra Costituzione: penso al valore della solidarietà. A questa tradizione fa infatti riferimento la presidenza della Conferenza episcopale italiana.

È stato anche detto che il Crocifisso è il riflesso di uno dei caratteri di identità dell’Italia.
Non c’è dubbio. Anche laicamente, in relazione al nostro contesto culturale, che certamente è differente da mondi molto lontani da noi, il Crocifisso riflette alcuni valori che per noi sono fondamentali. Alla solidarietà aggiungerei anche l’accoglienza. Il Crocifisso non è simbolo di esclusione.

Non è neanche un simbolo di qualcosa che offende…
Rinvia, infatti, a un atto di amore: amare anche i nemici, anche coloro che ti hanno preso a schiaffi, quindi è un invito alla tolleranza, all’accettazione anche di chi ci è ostile ed è diverso da noi. È un simbolo che incarna una serie di valori fondamentali della nostra tradizione e del nostro ordinamento. È un simbolo di pacificazione, non certamente un simbolo di guerra.

La Grande Camera fino a che punto può negare questo sentimento diffuso nel nostro Paese?
Credo che non lo possa fare in base alla sua precedente giurisprudenza. Non la sentenza contro la quale si ricorre, che è sostanzialmente una contraddizione, ma in base a precedenti giudicati. La Corte è stata sempre attenta a non toccare quelli che sono gli elementi caratterizzanti dell’identità di ciascuno dei popoli che fanno parte di questa grande realtà europea, che non è la Ue, ma è più estesa e di cui fanno parte tutti quei Paesi che aderiscono alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Non lo può fare per il principio di sussidiarietà, nel senso che non si può imporre a livello universale soluzioni che rispondono alle esigenze di una determinata società. Questa idea risponderebbe alla concezione di uno Stato che impone una sua identità. L’idea che muove il principio della sussidiarietà è quella di una società civile che ha una sua identità e al servizio della quale è lo Stato. Penso però che da questa vicenda non tutto il male viene per nuocere.

In che senso, professore?
Ha portato a una reazione a livello molto esteso, che riprende in senso positivo e rilancia la problematica delle radici cristiane europee, di cui tanto si è discusso tempo fa.Della Torre

Francia : Aperitivi nostrani vietati dall’islam conquistatore

Se qualche mese fa avevo scritto che “il proselitismo musulmano passa per i piatti” oggi posso aggiungere che esso passa anche per i bicchieri! Alcol e maiale diventando così simboli dello scontro interreligioso nelle nuove società multiculturali.

Questo tocco di humour nasconde purtroppo una realtà deplorabile: quella di un paese in cui cultura e tradizioni vengono sempre più sradicate e persino censurate, come in questo caso.

Tutto ebbe inizio alcuni giorni fa quando una simpatica cittadina francese ebbe l’idea di organizzare, venerdì 18 giugno (per la celebrazione dell’appello del Gen. De Gaulle), un aperitivo gigante nel suo quartiere, seguendo così la moda degli aperitivi in piazza resi possibili grazie al social-network Facebook. Pensò: “hanno avuto luogo in altre regioni quindi, perchè non alla Goutte d’Or?”

Et bien à la Goutte d’Or, non !

No, in questo quartiere di Parigi non è possibile. Abitato da una forte popolazione musulmana, un aperitivo conviviale celebrante l’arte di vivere francese con salame e vino è stato giudicato una provocazione dalle autorità pubbliche, una “minaccia all’ordine pubblico”, specialmente dopo aver avvertito le prime contro-manifestazioni progettate dalla comunità musulmana, del tipo un aperitivo “halal e tè alla menta”.

La questura avrà almeno avuto il merito di evidenziare chi comanda in Francia.

Possiamo allora interrogarci sulla legittimità di tale autorità pubblica che permette nello stesso quartiere le illegali preghiere musulmane a cielo aperto che impediscono la circolazione, obbligano i negozi a chiudere le serrande e gli abitanti non-musulmani a starsene in casa. Ricordiamo che Parigi conta più di 75 moschee e sale di preghiera; queste manifestazioni religiosi ostentate che invadono lo spazio pubblico non rappresentano assolutamente una necessità, bensì un atto politico forte, una conquista del territorio nazionale.

Gli organizzatori faranno appello, perché il popolo francese lo vuole – i sondaggi effettuati dimostrano che l’82% dei francesi sono favorevoli all’aperitivo e trovano anormale il divieto – e manifesteranno sabato sui Champs Elysées il “loro sconcerto di fronte a questo divieto amministrativo e la loro volontà di entrare in resistenza contro l’islamizzazione della Francia”.

Poteri impotenti e comunità musulmana sembrano avere vinto la battaglia, ma l’incredibile eco mediatico avrà permesso di puntare i riflettori sulla situazione subita dagli abitanti della Goutte D’or e esportato in altre città e oltre i confini l’iniziativa diventata un vero e proprio atto di difesa di civiltà, come in Belgio e Inghilterra con i futuri “Big appetizer bacon and beer”.

Se questo cambierà qualcosa nessuno può dirlo…. ma dal basso si sente un tumulto crescente.. E sappiamo che è da lì che possono nascere i movimenti più sorprendenti.

(Audrey D’Aguanno)
Salumi e vino

Il Papa: la legge naturale ispiri le leggi degli Stati

Quando si parlava di inserire le radici cristiane nella costituzione UE non si faceva riferimento a una questione identitaria, quanto a una questione filosofico-giuridica relativa al fondamento della legge. Su questo argomento è tornato Benedetto XVI, che della lotta al relativismo ha fatto il tema centrale del suo papato.

«Tutti gli uomini, credenti e non credenti, sono chiamati a riconoscere le esigenze della natura umana espresse nella legge naturale e ad ispirarsi ad essa nella formulazione delle leggi positive, quelle cioè emanate dalle autorità civili e politiche per regolare la convivenza umana». È quanto ha affermato Papa Benedetto XVI, nella catechesi dell’udienza generale del mercoledì, dedicata alla “attualità” della teologia morale di san Tommaso d’Aquino. «Quando la legge naturale e la responsabilità che essa implica sono negate – ha spiegato il pontefice – si apre drammaticamente la via al relativismo etico sul piano individuale e al totalitarismo dello Stato sul piano politico. La difesa dei diritti universali dell’uomo e l’affermazione del valore della dignità della persona postulano un fondamento. Non è proprio la legge naturale questo fondamento, con i valori non negoziabili che essa indica?».

«Urge per l’avvenire della società e lo sviluppo di una sana democrazia – ha detto quindi papa Ratzinger citando l’enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II – riscoprire l’esistenza di valori umani e morali essenziali e nativi, che scaturiscono dalla verità stessa dell’essere umano ed esprimono e tutelano la dignità della persona: valori che nessun individuo, nessuna maggioranza e nessuno Stato potranno mai creare, modificare o distruggere, ma dovranno solo riconoscere, rispettare e promuovere».

Nel corso dell’udienza, Benedetto XVI ha ricordato il metodo teologico dell’Aquinate ovvero il “principio dell’accordo tra ragione e fede”. «La fede consolida, integra e illumina il patrimonio di verità che la ragione umana acquisisce. La fiducia che san Tommaso accorda a questi a fede e ragione può essere ricondotta alla convinzione che entrambe provengono dall’unica sorgente di ogni verità, il Logos divino, che opera sia nell’ambito della creazione, sia in quello della redenzione».

Questa distinzione «assicura l’autonomia tanto delle scienze umane – quelle positive e quelle umanistiche, come la filosofia -, quanto delle scienze teologiche. Essa però non equivale a separazione, ma implica piuttosto una reciproca e vantaggiosa collaborazione». La fede, infatti, «protegge la ragione da ogni tentazione di sfiducia nelle proprie capacità, la stimola ad aprirsi a orizzonti sempre più vasti, tiene viva in essa la ricerca dei fondamenti e, quando la ragione stessa si applica alla sfera soprannaturale del rapporto tra Dio e uomo, arricchisce il suo lavoro».

A sua volta «anche la ragione, con i suoi mezzi, può fare qualcosa di importante per la fede, rendendole un triplice servizio», che san Tommaso così riassume: «Dimostrare i fondamenti della fede; spiegare mediante similitudini le verità della fede; respingere le obiezioni che si sollevano contro la fede». Camera

Obama e la Green Economy: conflitto d’interesse?

Se Obama non fosse stato eletto grazie alle potenti lobbies della Green Economy che ne hanno finanziato la onerosissima campagna elettorale, oggi non verrebbero in mente cattivissimi pensieri circa il disastro ambientale del pozzo petrolifero sottomarino della British Petroleum.

Si tratta dell’eterno problema del conflitto d’interessi legato all’attività politica: un politico dovrebbe essere al di sopra delle parti, ma come si può oggi fare politica senza avere alle spalle ingenti capitali? Impossibile, nella società dei media. La qual cosa equivale a dire che non viviamo affatto in una democrazia, ma in una “plutocrazia mediatica”; definizione questa più appropriata di quella strettamente legata al caso italiano di questi anni, ove si è configurata una sorta di “sondaggiocrazia teleguidata”.

Dunque, i cattivi pensieri. L’uscita di Obama che invita gli USA a convertirsi all’energia pulita, mettendo tale decisione in relazione al disastro ambientale causato dall’incidente petrolifero, fa sorgere un terrificante sospetto tanto abnorme da parere ridicolo, e proprio per questo frustrante: e se fosse vero? Se fosse vero che un tale disastro può essere stato calcolato, predisposto, scientificamente razionalizzato e strumentalizzato? Se fosse frutto di un piano per dare finalmente la stura alla green economy che non riusciva più a decollare, per mille fattori concomitanti?

Ci si rende conto subito che si finisce in un ginepraio simile alle teorie complottiste sull’11 settembre 2001, si capisce immediatamente che ci si espone al ludibrio e a venire sbertucciati da tutti, soprattutto dagli obamiani ambientalisti liberal-progressisti.

Eppure il dubbio permane, soprattutto perché a pensar male si commette peccato ma molto spesso ci si indovina…. Il fatto che Obama sia stato eletto grazie a quelle lobbies è di pubblico dominio, dato che negli USA il lobbismo è legale e sotto la luce del sole; il conflitto d’interesse in una situazione simile è palese, anche se la vicenda è costruita in maniera tale da avere la patina politicamente corretta dell’ambientalismo e del progresso tecnologico; gli americani, poi, come manipolatori della verità non sono certo degli insospettabili, e non solo perché hanno Hollywood. Sarà….

In tutta la vicenda non dà fastidio il fatto che si dia impulso all’industria delle energie alternative, che anzi sono da guardare con favore anche dal punto di vista strategico nei confronti dei Paesi produttori di petrolio; dà fastidio il sospetto di vivere in un mondo artefatto, nella menzogna costruita ad arte da chi dispone dei mezzi di comunicazione. Dà fastidio la sensazione di venire presi in giro e la consapevolezza che la democrazia è una balla colossale, venduta alle masse popolari per farle stare buone nella convinzione di decidere il loro destino.

“Beata ignoransa, se sta bèn de testa, de còre e de pansa” (S. Pio X)Obama 2008