Berlusconi… Basta la parola!

SAN PAOLO – Silvio Berlusconi ha raccontato una nuova barzelletta ieri sera agli imprenditori italiani e brasiliani che ha incontrato a San Paolo: ha dichiarato di soffrire di mancanza di memoria e ha continuato: ”Stamani in albergo volevo farmi una ‘ciulatina’ con una cameriera. Ma la ragazza mi ha detto: ‘presidente, ma se lo abbiamo fatto un’ora fa…”’.

Il presidente del Consiglio ha dichiarato anche che i giornali italiani fanno disinformazione e mentono sistematicamente confondendo il popolo. Non sappiamo se poi si sia ubriacato ballando la samba e abbia fatto il trenino cantando “A-E-I-O-U-ipsilon” suonando una trombetta a margine del vertice con Lula da Silva, ma tant’è. Ormai ce lo dobbiamo tenere così e dobbiamo ringraziare quegli idioti della Sinistra italiana che lo hanno creato, con la loro brama di potere e quel volgare tentativo di colpo di Stato silenzioso per via giudiziaria che hanno compiuto con Tangentopoli, pentola rimasta senza coperchio a causa della discesa in campo del nano ballerino. Il quale si è circondato di nani e ballerine con i quali ha trasformato la politica italiana, disfacendo il Paese. Ma la colpa rimane della disonestà morale e intellettuale della vecchia Sinistra, tuttora ai vertici del principale partito d’opposizione, che ha creato i presupposti per una simile calamità. Silvio Berlusconi è la Nèmesi della Sinistra italiana e peserà sul collo di D’Alema e Bersani almeno fino a quando questi conteranno qualcosa. La Sinistra italiana e Berlusconi sono due disgrazie che vivono insieme, due facce della stessa volgare medaglia, e finiranno insieme.

Prima di allora non ci sarà un futuro, continueremo a vivere in un passato che si perpetua nel presente senza speranza di redenzione, come Berlusconi che a 73 anni, senza prostata, con la dentiera, con i capelli posticci o trapiantati e la faccia di cera continua comunque a credersi un baldanzoso giovanotto affascinante e vigoroso. E’ l’immagine reale dell’Italia.

Un Paese che è una barzelletta, come quella raccontata in missione istituzionale dal Presidente del Consiglio. berlusconi_dito-medio

Esporre il crocifisso è espressione di libertà

Il capo della Chiesa ortodossa ucraina, Patriarcato di Mosca, prende posizione circa l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici in Europa: “La possibilità di confessare apertamente il proprio credo religioso, utilizzando simboli tradizionali, è una manifestazione autentica della libertà di religione”. Si conclude con questa convinzione la lettera inviata al presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo, Jean-Paul Costa, dal primate della Chiesa ortodossa ucraina Patriarcato di Mosca, Vladimiro, in vista della decisione, prevista per mercoledì prossimo, che i giudici di Strasburgo dovranno prendere dopo il ricorso presentato dal Governo italiano contro la sentenza che ha stabilito il divieto di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche.

Vladimiro, metropolita di Kiev e di tutta l’Ucraina, dopo aver ricordato la sorpresa e il rincrescimento dei fedeli ortodossi per quella decisione, sottolinea che “la storia e la cultura della maggior parte dei Paesi europei si sono formate grazie all’influenza del cristianesimo” e che quest’ultimo “tratta con rispetto i sentimenti sia dei credenti sia delle persone che si considerano atee”. La presenza dei simboli cristiani nei luoghi pubblici – spiega il primate ortodosso – “in nessun modo è volta a offendere i sentimenti religiosi di qualcuno, a mostrare superiorità o a escludere alcuno dalla società, ma è una chiara, aperta espressione della fede tradizionale e ricorda gli alti valori etici del Vangelo”.

L’identità cristiana dei popoli d’Europa, la cui espressione visiva sono i simboli cristiani, “può essere preservata e trasmessa alle future generazioni sulla scia della fede e della tradizione degli antenati. Per questo – si legge nel messaggio – l’esposizione dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, specialmente nelle scuole, fra i bambini, è così importante e perfino necessario”. Vladimiro definisce questa tradizione “parte inalienabile della vita sociale, culturale e privata” degli europei, invitando Costa a difendere il diritto alla libertà religiosa.

chiesa kiev

Pressione fiscale, Italia quinta in Europa

L’Italia scala la classifica europea (Ue-27) per la pressione fiscale: nel 2009 il peso del fisco sul prodotto interno lordo è stato del 43,2%, in aumento rispetto al 2008. L’Italia si colloca così al quinto posto, insieme alla Francia, in Europa per pressione fiscale. Nel 2008 era al settimo posto. È quanto risulta dai dati sui conti pubblici nel 2009 diffusi oggi dall’Istat. Per tornare ad una pressione fiscale più alta in Italia, bisogna tornare indietro al 1997, l’anno dell’Eurotassa (ma nel 2007 la pressione del fisco era stata comunque pari al 43,1%). A pesare una diminuzione del Pil maggiore della diminuzione delle entrate.

La pressione fiscale complessiva rispetto al Pil è aumentata, passando dal 42,9% del 2008 al 43,2% del 2009. «Tale risultato – spiega l’istituto di statistica – è l’effetto di una riduzione del Pil superiore a quella complessivamente registrata dal gettito fiscale e parafiscale, la cui dinamica negativa (-2,3%) è stata attenuata da quella, in forte aumento, delle imposte di carattere straordinario (imposte in conto capitale), cresciute in valore assoluto di quasi 12 miliardi di euro». Fra le imposte straordinarie sono classificati i prelievi operati in base al cosiddetto “scudo fiscale”, per un importo di circa 5 miliardi di euro.

Tornando alla classifica europea, nel 2009 l’Italia è risultata, con il 43,2%, al quinto posto in Europa per pressione fiscale, insieme alla Francia, dopo Danimarca (49%), Svezia (47,8%), Belgio (45,3%), Austria (43,8%). Nel 2008, oltre a questi Paesi, ad avere una pressione fiscale più alta dell’Italia c’erano anche la Finlandia e la Francia. Nei Paesi scandinavi «i più evoluti sistemi di welfare – sottolinea l’istituto di statistica – hanno storicamente richiesto un maggiore ricorso alla fiscalità generale».
In Italia nel 2009 la maggior parte delle voci del prelievo fiscale sono risultate in calo: le imposte indirette del 4,2% (dopo essere diminuite già del 4,9 nel 2008), le imposte dirette del 7,1% e i contributi sociali effettivi dello 0,5%. La flessione delle imposte dirette è dovuta essenzialmente al calo del gettito Ires (-23,1%) rispetto al 2008, mentre quella delle imposte indirette ha risentito delle significative diminuzioni del gettito dell’Iva (-6,7%) e dell’Irap (-13%). L’andamento dei contributi sociali effettivi riflette la tenuta delle retribuzioni lorde, dovuta alla lieve crescita dell’importo medio pro-capite, che ha parzialmente compensato la flessione dell’occupazione. fisco somaro

L’Iran avrà presto le bombe atomiche

Continua la strategia dell’escalation diplomatica, politica, militare e mediatica contro l’Iran da parte degli USA. Ogni tanto “L’altra campana” ricorda il discorso di Bush a Ground Zero del 16 Settembre 2001, nel quale venne promessa una guerra di 20 anni (“Enduring freedom”, nome degno del “Ministero della Pace” del romanzo 1984 di G.Orwell) contro gli stati canaglia che, citati nell’ordine, erano Afghanistan, Iraq, Iran, Nord Corea (con la quale stanno alzando la polemica), Siria, Sudan. Chi comanda USA e Israele segue una strategia precisa e la attua con fredda determinazione, agendo anche sull’informazione di massa per plasmare l’opinione pubblica mondiale in modo favorevole ai “buoni” contro i “cattivi” (e questo è degno del “Ministero della Verità” del succitato romanzo…). Che poi l’Iran sia dal 1979 una teocrazia islamica pericolosa per tutta la regione, è noto anche ai vicini; soprattutto all’Arabia Saudita. Ma noi comunque non rinunciamo a guardare la realtà da tutte le angolazioni, come dissidenti rispetto al pensiero unico imposto dal “Grande Fratello” americano (oggi vengono le citazioni orwelliane, a riprova che ci sono letture eterogenee di tendenza, peso e spessore diversi nel passato di chi scrive…). Riproduciamo di seguito l’articolo comparso nel Corriere della Sera per fornire la versione dei fatti che sta girando in tutto l’Occidente in queste ore…

MILANO – L’Iran dispone di uranio sufficiente «a fabbricare due armi atomiche». Lo ha dichiarato domenica il direttore della Cia, Leon Panetta, in un’intervista alla Abc. Panetta ha aggiunto che Teheran, se volesse, potrebbe avere l’ordigno a disposizione entro due anni. «Riteniamo che abbiano un quantitativo di uranio arricchito bastante per costruire due ordigni – ha detto Panetta -. Impiegheranno sicuramente un anno (per la fabbricazione, ndr), e in seguito un altro anno per sviluppare un sistema operativo per utilizzare l’ordigno stesso». Interpellato sull’Afghanistan, il capo della Cia ha invece dichiarato che vede «progressi», ma che la guerra è «più dura e lenta» di quanto previsto.

ISRAELE ATTREZZA LA BASE – Il nucleare iraniano preoccupa in modo particolare lo Stato di Israele, tanto che l’aeronautica israeliana ha spostato attrezzature e armi in una base in Arabia Saudita per attaccare l’Iran. Il tutto, scrive il Jerusalem Post, sarebbe avvenuto il 18 e il 19 giugno. La base si troverebbe a 8 km dalla città nordoccidentale di Tabuk, la più vicina a Israele. «Israele è più convinto di noi che Teheran ha deciso di procedere con la bomba atomica», ha detto Panetta alla Abc. Ma alla richiesta della rete tv di giudicare la probabilità di un attacco israeliano contro gli impianti nucleari iraniani nei prossimi due anni, Panetta ha risposto che Israele è disposto a dare agli Stati Uniti il tempo di esplorare l’opzione diplomatica. «Sanno che le sanzioni avranno un impatto, sanno che se continuiamo a spingere l’Iran dal punto diplomatico avremo un impatto e ci vogliono lasciare il tempo di cambiare l’Iran diplomaticamente, culturalmente e politicamente anziché cambiarlo militarmente», ha detto Panetta.

BERLUSCONI: VOGLIONO L’ARMA – La volontà dell’Iran di arrivare al nucleare è stata tra i temi più discussi al vertice del G8 a Toronto, dove si è parlato anche «di una reazione anticipata di Israele che tutti ritengono probabile». Berlusconi ha spiegato che, nell’analisi del G8, «la politica della dirigenza iraniana non garantisce una produzione pacifica nucleare ma fa ritenere che ci sia una volontà di arrivare all’arma nucleare». ahmadinedjad

I “Cattolici” (?) di sinistra

Quando nacquero, erano gli anni sessanta del secolo scorso i cattolici che si rivolgevano a sinistra e iniziavano a dimenticare la propria appartenenza alla Chiesa, sembravano esseri un po’strani, delle autentiche rarità. Non è stato così, sono aumentati e dopo aver letto la Chiesa solo in chiave politica, come un’agenzia di promozione sociale e di solidarietà, hanno dapprima condizionato la Democrazia Cristiana, cercando in tutti i modi di scrollarsela di dosso, come fece Rosy Bindi con la DC nel Veneto. Negli anni Novanta, sempre del secolo scorso, hanno fondato dapprima una specie di partito (Popolare) che non è durato quasi nulla, si sono quindi convertiti alle varianti dell’ex Partito Comunista e si sono infine dispersi, tanto che chiedersi che cosa portino i cattolici nella sinistra italiana attualmente, è difficile da rintracciare, per la semplice ragione che non c’è nulla di cristiano né di cattolico dentro il Partito Democratico. Intanto hanno continuato a demolire il valore della Chiesa, diventata quasi un’organizzazione non governativa di solidarietà, una specie di Onlus internazionale. Il tutto condito da lettura poco attenta dello stesso Concilio Vaticano II e diffondendo l’amaro seme della discordia sia tra i fedeli, sia il veleno dell’eresia. Della prima è ben prova la presa di posizione di presbiteri e fedeli sul caso No Dal Molin, dove la discordia è stata annunciata anche durante le omelie, che dovrebbero invece servire a spiegare il Vangelo e la dottrina e non le prossime mosse per le manifestazioni. Della seconda, dove il campo è minato, si spargono concezioni dell’Eucarestia, della vita sacerdotale, della liturgia e dell’allontanamento da quanto affermano i Vescovi e il Papa che non possono che destare preoccupazione. Il cristiano cattolico non si riduce ad un credo individuale e a un Dio fai da te, ma ad una dimensione della comunità guidata. Se poi si vuole fare quello che si vuole, come qualcuno afferma nel Giornale di Vicenza, a proposito della politica, ebbene trasmigri in altre prospettive. Che poi Dio punisca i politicanti cattocomunisti o come si dice oggi cattolaici, per via della falsa rinuncia al comunismo dei comunisti, non è materia dei fedeli, ma solo di chi può legare in terra e nei cieli e questi sono Dio stesso e il suo vicario in terra. Ripassare un po’ di dottrina e di catechismo prima di dire la propria, farebbe bene soprattutto ai giovani impegnai più nel sociale che nella fede e nella preghiera.

Italo Francesco Baldo

Italia disfatta

Ai campionati del mondo di calcio si consuma la disfatta dell’Italia pallonara, come largamente previsto per due volte su questo giornale: la prima ai tempi del sorteggio di un anno fa, la seconda più recentemente. Eppure in giro c’erano un sacco di pseudo-intenditori che ancora credevano di vedere questa formazione nella parte conclusiva del torneo per disputarsi la coppa.

Sarebbe bastato leggere criticamente la formazione, una qualsiasi degli ultimi due anni, per capire che non era possibile. Prendiamo l’ultima: Marchetti, Zambrotta-Cannavaro-Chiellini-Criscito, Gattuso-De Rossi-Montolivo, Pepe-Iaquinta-Di Natale. Nel campionato italiano non avrebbe nessuna chance di piazzarsi tra le prime 8 squadre, forse nemmeno tra le prime 10 e conquisterebbe la salvezza con qualche turno d’anticipo ma nulla di più.
Come mai, allora? Il selezionatore è pazzo? Lasciando stare gli errori tattici con i quali Lippi ha fatto perdere 2 finali di Coppa Campioni alla Juventus stellare di Zidane, e che ha riproposto in tutta la carriera (anche nel fortunato mondiale del 2006 dove lo salvò la dea bendata), una riflessione va fatta: se si prendono Internazionale, Milan e Roma, cioè le prime 3 squadre del campionato, non si riesce a mettere in campo una squadra con 11 giocatori italiani.

Dopo il disastro di Germania 1974 le frontiere furono chiuse e questo permise alla FIGC di allestire in 4 anni una squadra che meravigliò nel 1978 in Argentina e che 4 anni dopo, maturata e collaudata, trionfò in Spagna con un calcio di altissimo livello. Chiudere oggi le frontiere non è possibile, ma possibile sarebbe stabilire un tetto minimo di italiani per ogni rosa di un club professionistico per poter iscrivere la squadra al campionato nazionale.
Non si vuole, perché il calcio è uno show-business e lo sport è la scusa? Allora non ci si stupisca di vedere un Giappone fatto di giocatori maturati in casa esprimere un gioco gagliardo e tecnicamente apprezzabile, molto migliore dell’Italia.

Infine: se si criticano le voci leghiste non bisogna poi fare i leghisti del Sud, dimostrandosi falsi e incoerenti. Schierare una squadra-maruzzella come quella dei mondiali è una palese dimostrazione di razzismo anti settentrionale, poiché i giocatori lasciati a casa non erano migliori, ma nemmeno più scarsi dei vari Zambrotta, Mimmo Criscito, Cannavaro, Gattuso, Pepe, Di Natale, Quagliarella, Iaquinta, De Rossi, De Sanctis, Palombo. A meno che non si volessero proprio Borriello e Cassano.

Ma forse l’Italia è proprio quella, in realtà, e allora sarebbe giusto dirlo e fare come nel Regno Unito, dove oltre all’Inghilterra ci sono anche il Galles, la Scozia e l’Ulster. Così, pur con la cittadinanza comune, ognuno tifa per i suoi connazionali. italia slovacchia

Sentenza in Germania: «Si all’eutanasia passiva»

La Corte di giustizia tedesca si è espressa oggi a favore dell’eutanasia passiva, stabilendo che l’interruzione di cure che mantengono in vita un malato contro la sua volontà non è punibile. Nel caso specifico, un avvocato era stato condannato a nove mesi di reclusione con la condizionale per avere consigliato a una sua cliente di staccare i tubi dell’alimentazione che mantenevano in vita l’anziana madre, in coma da cinque anni.

In precedenza, la donna aveva detto alla figlia che, qualora fosse entrata in coma, non desiderava essere mantenuta in vita. Sentito il parere dell’avvocato, la figlia aveva tentato di tagliare i tubi, ma il personale della clinica era intervenuto e la signora era sopravvissuta altre due settimane, prima di morire per cause naturali. «Staccare un ventilatore e tagliare un tubo dell’ alimentazione rientra nella categoria delle forme accettabili per interrompere il trattamento», se c’è il consenso del paziente, ha detto il giudice della Corte, Ruth Rissing van Saan.

Lungi dall’esprimere un parere definitivo, ci sentiamo di ribadire un concetto più volte espresso: la vita corporale, nella dimensione materiale umana, non è eterna. Essa è caratterizzata dal limite: quello del concepimento all’inizio, quello della morte alla fine. Le considerazioni sulla vita eterna e sulla resurrezione della carne sono importanti e si può argomentare anche a favore di queste ipotesi basandosi su solidi fondamenti strettamente razionali (non su basi empiriche, perché non è quello l’ambito di ricerca; ma l’uomo non è solo cacca vegetante…. Dunque esiste anche la ragione teoretica!)

Partendo da questo presupposto, abbiamo già in passato affermato che l’accanimento terapeutico non è un valore in sé, come il mantenimento dello stato vegetativo non è coerente con la speranza della vita eterna e della resurrezione della carne. In fin dei conti, senza la morte corporale non si può accedere allo stato promesso di corpo glorificato dalla resurrezione di Cristo; dunque la morte va accettata senza venire ricercata, poiché la vita è un dono da fruire totalmente, e va riconosciuta come era in passato quale “passaggio a miglior vita”. Il solo problema, enorme in verità, è riuscire a definire il confine tra stato vegetativo meccanico e vita caratterizzata dall’umanità, il limite cioè – sempre il limite è il problema necessario della vita creata – tra cura doverosa e accanimento terapeutico.

Qui sospendiamo ogni ulteriore commento, per non entrare nelle polemiche del testamento biologico e delle forme che eventualmente dovrebbe assumere. Di sicuro siamo contrari all’eutanasia, se intesa come mezzo attivo per porre termine a un’esistenza; come siamo contrari a ogni forma di irrazionale “doping vegetativo” che impedisca a un essere umano di raggiungere la pace eterna, quando la natura abbia superato tutto quanto la cultura, dominata sempre dalla retta ragione, sia in grado di fare per addomesticarla all’utilità dell’uomo.

I ripensamenti del femminismo su pillola e aborto

L’insospettabile quotidiano comunista Liberation ha aperto un vivace dibattito sulla crescente “allergia” delle francesi tra i 25 e i 35 verso la pillola anticoncezionale – «rimettendo in discussione il suo aspetto dogmatico» – a favore di metodi più naturali. Catherine El Mghazli, membro del movimento francese per la pianificazione familiare, afferma che il ricorso a questi metodi (pur in una chiave contraccettiva) sarebbe dettato dalla «moda ecologica del momento».

Il sorprendente confronto avviene in un periodo nel quale si ricordano i 50 anni della pillola anticoncezionale, un anniversario che ha rappresentato per molte ex femministe l’occasione di un ripensamento. Un’interessante rivisitazione della rivoluzione sessuale, che alcune protagoniste di allora guardano ormai con disincanto, e talora con sincero pentimento. Comincia a farsi strada l’idea che la pillola abbia creato l’illusione effimera di una libertà sessuale senza conseguenze e di un’affettività senza impegni, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Persino un’eroina della rivoluzione sessuale come Shere Hite – autrice del celebre The Hite Report on Female Sexuality (1976), best seller in 29 Paesi – si è pubblicamente ricreduta in una recente intervista al Times: «Ricordo quando cominciai a prendere la pillola – afferma – ricordo di quanto fossi eccitata per il fatto di poter controllare la mia sessualità; ricordo l’incontenibile entusiasmo delle donne attorno a me che si sentivano finalmente libere di poter esprimere la propria sessualità senza lo spettro dell’aborto». E continua: «Anche se c’erano voci femministe fuori dal coro, come quella di Barbara Seaman, che mettevano in guardia circa gli effetti collaterali della pillola, parlando di infarto, ictus, cancro, trombosi, nessuno sembrava ascoltarle. Tanto appariva allettante l’idea del sesso libero». «Oggi – confessa l’ex pasionaria – mi pento profondamente di quei giorni. È stato meraviglioso ma orribile».

Prima di lei anche l’attrice ribelle Jane Fonda, tra le icone del femminismo militante, ha personalmente sperimentato come sia crollato il mito della «liberazione delle donne», arrivando poi alla riscoperta della fede. «Ho incontrato la grandezza dell’universo cristiano abbastanza recentemente – ha dichiarato l’attrice – e sono rimasta colpita da quanta ignoranza ci sia a riguardo, ignoranza che fino a qualche anno fa era patrimonio anche della sottoscritta. Nessuno come Cristo ha saputo celebrare la grandezza delle donne».

Ma non basta. Lorraine Murray, giornalista e autrice di Confessions of an Ex-Feminist, proprio negli anni ’70 incontra a scuola il movimento di liberazione femminile, cui aderisce al grido di «free love», amore libero. Dopo essere caduta in quella che lei ha definito la «prima grande bugia» – ovvero la banalizzazione del sesso vissuto senza alcuna responsabilità – incappa anche nella «seconda grande bugia», diretta conseguenza della prima: la «soluzione alternativa» alla pillola. E così conosce la tragica esperienza dell’aborto, che la segnerà per sempre. Ma proprio attraverso quel «punto di sutura eternamente mal cucito», come direbbe Charles Péguy, passerà per Lorraine la vera liberazione dall’inganno ideologico, e l’incontro con la fede: «Guardando in un’immagine sacra lo sguardo amorevole della Vergine Maria verso il Figlio che teneva tra le braccia – spiega – sono riuscita improvvisamente a scorgere tutta l’ingannevole mistificazione dell’ideologia femminista: strappare un figlio a una madre genera sempre conseguenze devastanti per entrambi».

Dell’esperienza di queste tre donne colpisce l’intelligenza di una ragione umana che non si lascia intrappolare dal preconcetto, ma che si apre alla realtà fino al coraggio di riconoscere l’errore.
È davvero deprimente, di converso, dover constatare che mentre altrove è vivace e aperto il confronto sulla mitologia della rivoluzione sessuale e dei suoi derivati – pillola, aborto, instabilità dei legami – in Italia tutto ciò resti ancora un inviolabile tabù, un granitico totem ideologico che incombe sul panorama culturale. Le intellettuali nostrane che si ergono come epigoni di un femminismo d’antan talora col loro tetro dogmatismo appaiono come figure patetiche. Un connubio malinconico di amarcord e settarismo, che non concede il minimo spazio concettuale al dubbio o all’autocritica.

Bossi: “10 milioni di persone si battono per la Padania”

“La Padania c’è eccome!” E’ la replica di Bossi alle parole di Fini che nega perfino l’esistenza di un’entità geografica per precluderne l’ipotetica nascita come entità politica. “La Padana esiste, visto che ci sono 10 milioni di persone pronte a battersi per lei e Fini farebbe meglio a evitare certe polemiche come questa che non fa bene alla sua salute, perchè è difficile che lui prenda i voti dalla nostra parte”.

E ancora, il presidente della Camera vuole venire di più al Nord? «Io – puntualizza un Bossi furioso che se la prende anche con la Nazionale, che, dice, comprerà la partita con la Slovacchia – non vado ad accogliere uno che spara a zero contro di noi». La tensione e i toni sono dunque alle stelle mentre la Lega vuole andare avanti sul federalismo fiscale che potrebbe avere una accelerazione già in settimana con la presentazione, forse giovedì in Consiglio dei ministri, della relazione tecnica del Tesoro sull’impatto della riforma sui conti pubblici solo dopo la quale potranno arrivare i nuovi decreti attuativi. Il rischio è dunque che si tratti del redde rationem tra le tesi finiane sulla possibilità che la riforma incida negativamente sulla coesione del Paese e quelle di un partito come la Lega che ha fatto del federalismo fiscale il suo vero core business.

Proprio le scadenze imminenti dei lavori parlamentari stanno facendo innalzare i toni del contrasto politico. Questa consapevolezza deve aiutare a dare il giusto peso a questi scontri dialettici, perché la sola cosa davvero importante è l’esito del voto in Parlamento sui provvedimenti in vista dell’attuazione del federalismo fiscale. Intanto si possono contare con sempre maggiore facilità i nemici, i falsi amici e gli amici veri; conteggio assai utile e di cui tenere conto nel prosieguo della vita politica per saper discernere nelle scelte e nelle strategie venture.Padania cartina

“UN BUON PADRE DI FAMIGLIA PRIMA PENSA A SFAMARE I PROPRI FIGLI”

“Dare la priorità ai lavoratori Veneti e Italiani non è inutile né discriminatorio, ma rispecchia la volontà di agire con buon senso in un momento di crisi che ci impone di fare delle scelte politiche precise”. Così il capogruppo della Lega Nord in Consiglio regionale, Federico Caner, replica alle dichiarazioni del segretario generale della camera del lavoro di Treviso, Paolino Barbiero, che ritiene inutile la proposta di creare liste di collocamento differenziate avanzata sul palco di Pontida dal presidente del Veneto Luca Zaia.

“Dobbiamo ragionare come farebbe un buon padre di famiglia, che in un momento di crisi ha il dovere di pensare prima ai propri figli e poi a tutti gli altri. Zaia vuol essere un padre per i Veneti e sfamare prima degli altri i suoi concittadini – ha detto Caner, che annuncia l’impegno del Gruppo Lega Nord per presentare proposte legislative volte a favorire prima i Veneti -. Creare liste di collocamento differenziate non è un concetto razzista. Non siamo più in grado di offrire lavoro, perché non ce n’è: è quindi giusto e logico privilegiare i nostri lavoratori, senza per questo essere accusati di discriminare. Non dimentichiamo, infatti, che ci sono extracomunitari con cittadinanza italiana che hanno lo stesso diritto di precedenza rispetto ai loro connazionali arrivati da poco in Italia. Inoltre, – chiude l’esponente del Carroccio – questo principio rientra nella logica di favorire chi si è integrato nel nostro paese, accettando le nostre regole e rispettando il nostro stile di vita”.zaia_maifesto