Il Giro d’Italia in svolgimento e la tappa che arriva a Cesenatico riportano in mente le emozioni che ci regalò un caro amico che non c’è più. Pubblico una lettera che scrissi già alcuni anni fa e che dedico a tutti coloro che hanno amato, ma soprattutto capito, Marco Pantani…(Davide Lovat)
La ferita è ancora aperta e sanguinante, il ricordo ancora troppo vivo e i sentimenti provati troppo grandi perché in questo periodo non riaffiori il pensiero della scomparsa tragica del campione ciclistico Marco Pantani.
Non vale la pena sprecare una sola parola sulle circostanze della sua morte, lo fanno già altri. E nemmeno sui processi che lo perseguitarono come mai nessuno prima, né dopo, per faccende di presunto doping nello sport. Presunto, perché Pantani non fu mai trovato positivo a un controllo antidoping, nemmeno la famigerata volta di Madonna di Campiglio. Questo lo sanno pochi, come pochi sanno che quello stesso sangue, troppo “ossigenato” a Trento di mattina, nelle controanalisi pomeridiane a Modena era normale.
Tanto non fa differenza, Marco non c’è più, schiacciato dal circolo vizioso dei suoi pensieri, incapace di superare la vergogna per un’onta che non riteneva giusto aver subito. E’ meglio ricordare chi era stato Pantani o, forse, “cosa” era per la gente semplice Marco Pantani.
Era un predestinato: da giovane stravinse un Giro d’Italia per dilettanti facendo in salita cose mai viste per un ragazzo. Quando nel 1994 partecipò al Giro d’Italia vero, con favorito il grande Indurain vincitore delle due precedenti edizioni, c’era la curiosità che si nutre verso i nuovi arrivati. Pantani, con le sue orecchie a sventola e la calvizie prematura, con la sua leggera balbuzie, era uno scricciolo tutto nervi e muscoli che ispirava tenerezza. La tenerezza divenne stupore ed emozione quando sul Mortirolo distrusse Indurain, fino allora parso un Moloch imbattibile, e sfiorò la vittoria nella classifica finale, preceduto solo dalla meteora Berzin.
Andò anche in Francia e trionfò in modo mostruoso sull’Alpe d’Huez. Indurain, che vinse il Tour, disse che era nato un campione, il più grande scalatore di sempre. Questa frase disturbò qualcuno, ma accese gli animi dei tifosi di questo nuovo campioncino da aspettare al Giro dell’anno successivo.
Invece cominciò la “rogna nera”: un’auto lo investì in allenamento pochi giorni prima della partenza e Pantani ripiegò sul Tour de France, stavolta con ambizioni di classifica. Fu l’ultimo Tour vinto da Indurain, ma il protagonista fu uno strepitoso Pantani, già adottato come “Pantanì” dalla gente che assiepava i tornanti di Alpi e Pirenei. Ormai era chiaro: nel 1996 sarebbe stato l’uomo da battere e invece… un’auto pirata, in piena corsa, lo falciò e gli spezzò una gamba al punto che si temette l’amputazione. Pantani tornò nel 1997 e al Giro tutti lo volevano protagonista: un gatto nero invece si infilò in gruppo e tra tutti centrò la sua ruota, facendolo cadere malamente. Dovette di nuovo ripiegare sul Tour, dove di nuovo diede prova della sua straordinaria grandezza in salita e dimostrando di essere non solo una promessa, ma un vero campione.
Le continue sfortune che gli impedivano di vincere, la sua inferiorità fisica che lo limitava in pianura, la sua timidezza, lo sguardo dolce, quel tentativo di darsi un look interessante attraverso il pizzo, la testa rasata per mascherare la calvizie e la bandana al posto del berrettino lo resero amatissimo; anche perché vinceva in salita, ma gli invidiosi potevano dire: “Sì, ma Coppi, Bartali e Gaul vincevano anche i grandi Giri!”.
La gente lo chiamò “Pirata” e in lui si svolgeva la catarsi collettiva contro la sfortuna. I fallimenti della vita privata, il senso di inadeguatezza, le disgrazie, le sfortune, le frustrazioni, perfino la bruttezza e l’imperfezione venivano trasferiti in massa sulle strade di montagna. Centinaia di migliaia di persone caricavano tutto il loro fardello e il desiderio di riscatto sulla esile schiena di Marco, sperando in lui e con lui.
Accorrevano a frotte e lo aspettavano per ore, sotto la neve alpina o sotto il sole cocente dei Pirenei: gli umili, i semplici, i puri di cuore, i derelitti, accorrevano per vedere il campione piccolo, bruttino, triste che avrebbe però potuto riscattarli per un pomeriggio.
Era il 1998. Sulle Alpi, dopo ore di attesa, di rumore, di festa, di banchetti, arrivava la notizia: il gruppo è vicino. Dalla cima alla valle calava il silenzio dell’ansia, come prima di un terremoto o di una battaglia. Poi, dal fondo, saliva dapprima sordo e cupo, poi eclatante e gioioso, un boato esplosivo: Marco era scattato, Pantani aveva staccato tutti già alla prima curva, e a ogni pedalata scacciava il capufficio, il matrimonio fallito, la cassintegrazione, la malattia, la solitudine che ognuno aveva riposto sul suo manubrio. Marco saliva e la folla impazziva: le urla da bolgia infernale parevano un canto di preghiera che si elevava al cielo, mano a mano che lui ingoiava i tornanti e aumentava il vantaggio sugli altri. “Dai, Marco – Ave Maria” “Alé Pantani – gratia plena” “Vaaaài – Dominus tecum”
… Era il riscatto di chi nella vita perde sempre, anzi, di chi è sconfitto dalla vita ogni giorno, oltre che il riscatto di tutti coloro che con la vita sono costretti a fare i conti in ogni istante.
Vinse il Giro dopo un duello appassionante con Tonkov, al Tour fece un’impresa epica per sconfiggere Ullrich sul Galibier, finalmente anche i poveri potevano trionfare con lui.
Troppo, soprattutto in Italia.
Se i poveri godono, che senso ha essere ricchi?
Il Giro del 1999, nel quale Pantani raggiunse livelli mai raggiunti da altri, con imprese straordinarie e quotidiane, si concluse con la trappola di Madonna di Campiglio al penultimo giorno.
Provò a risorgere, più per i tifosi che per se stesso, compì ancora un paio di grandi imprese isolate al Tour, prima di venire schiacciato da ben 7 tribunali, accanitisi contro un personaggio che dava visibilità ai magistrati.
E’ morto il giorno di S.Valentino, solo, in un Hotel di una Rimini mai così triste in Febbraio.
Chi lo aveva aspettato sulle strade, magari sacrificando le ferie, o aveva abbandonato l’ufficio di nascosto per vederlo in TV, chi lo aveva capito e lo aveva amato quel giorno ha perso un parente.
Ancora oggi le strade del Giro e del Tour sono piene di scritte inneggianti a Pantani, un uomo piccolo e fragile che aveva scatenato passioni enormi e saputo caricarsi sulla schiena, magari inconsapevolmente, il peso delle sofferenze di tanta buona gente; il peso della cattiveria di pochi, invece, lo ha schiacciato.
Riposa in Pace, Marco, caro amico nostro. Ci hai fatto vivere emozioni che nessun altro sportivo ha saputo dare. Ci hai fatti sentire vivi. A te va la nostra gratitudine eterna. 