Confindustria, la vera “Casta”

“La Casta” è il titolo di un libro di grande successo scritto dai due giornalisti dipendenti del Corriere della Sera, sig. Rizzo e sig. G.A. Stella. Il libro è stato l’elemento culturale di maggior forza penetrativa nell’opinione pubblica per l’alimentazione del sentimento antipolitico degli ultimi anni.

Ma l’antipolitica è un sentimento gravemente nocivo della democrazia, è il passo preliminare alla svolta autoritaria. In democrazia è meglio una classe politica pessima ma legittima, che la delegittimazione della classe politica. Dunque a chi interessa la distruzione della Casta?
Sarà un caso, ma non lo è affatto, Confindustria è da tempo schierata in maniera tale da essere diventata di fatto una forza politica ben oltre il suo ruolo istituzionale di “parte sociale” rappresentativa dei “detentori dei mezzi di produzione e del capitale industriale”. Luca Cordero di Montezemolo – quello che il meccanico di Zelig chiama confidenzialmente “LucaCorderodiMontezemolo” – è sempre in procinto di schierarsi politicamente, ma per ora continua a fare politica da Confindustria e nel frattempo cerca di infiltrare i suoi uomini dentro ai partiti politici per poterli controllare.

Questo sì è un attentato alla democrazia, compiuto da chi dispone di mezzi finanziari e di tanto tempo libero a danno di chi fa politica con le idee e la passione. Fare nomi espone a strascichi giudiziari perciò è meglio lasciare ai lettori più attenti la rilevazione dell’evidenza delle cose.

Che fare? Denunciare il processo in corso è il primo passo, sollecitare l’opinione pubblica con ogni mezzo è il secondo, evidenziare che Stella e Rizzo sono due persone utili a Confindustria il terzo – saranno probabilmente due ingenui in buona fede, perché pensare che siano organici a un piano predeterminato? –

E poi? E poi impegnarsi a scrivere lettere sui giornali, a impegnarsi nei partiti, a chiacchierare nei bar e nelle fabbriche. La difesa della democrazia è un compito che riguarda ciascuno di noi e la consapevolezza che i ricchi sono da sempre i più grandi nemici della democrazia non è un’idea comunista: è un’idea vecchia come la Bibbia, come l’uomo, come la società. E’ sempre stato così e così sempre sarà. Ad Atene ai tempi di Platone il diritto di voto era negato ai mercanti, per conflitto d’interesse; chi leggesse i libri veterotestamentari di Siracide, Proverbi o Sapienza potrebbe riflettere; chi vuole svegliarsi dall’ipnosi televisiva e dare un’occhiata attorno può tranquillamente fare la somma sempllice di uno più uno (uguale a due, beninteso…)

Dunque attenzione a capire che di caste ce n’è diverse e che chi punta il dito spesso, non sempre d’accordo ma spesso, non è immune da colpe. Soprattutto se il dito lo punta per conto terzi….Montezemolo

Festival biblico o weltanschauung cattomarxista? (1)

Questa settimana a Vicenza si svolgerà la sesta edizione del Festival Biblico, interessante kermesse culturale con tematiche sviluppate prendendo spunto liberamente dalla Bibbia giunta alla sesta edizione ed in costante crescita. Il tema di quest’anno è “L’ospitalità nelle Scritture” e ci dà l’occasione per iniziare una riflessione, a cui magari ne seguiranno altre da parte dei nostri collaboratori, sul tema del rapporto tra cristianesimo e politica e sul tema delle radici cristiane d’Europa coniugato alla luce degli argomenti di questo evento.

Cominciamo da certi valori definiti “laici”, per sviluppare un primo ragionamento. È un pensatore laico come Popper a riconoscere il valore che la tradizione cristiana attribuisce alla coscienza dei singoli individui. Per un umanitario, e soprattutto per un cristiano, egli scrive ne “La società aperta e i suoi nemici”, «non esiste uomo che sia più importante di un altro uomo». E «riconosco [...] che gran parte dei nostri scopi e fini occidentali, come l’umanitarismo, la libertà, l’uguaglianza, li dobbiamo all’influsso del cristianesimo. Ma, nello stesso tempo, bisogna anche tener presente che il solo atteggiamento razionale e il solo atteggiamento cristiano anche nei confronti della storia della libertà è che siamo noi stessi responsabili di essa, allo stesso modo che siamo responsabili di ciò che facciamo delle nostre vite e che soltanto la nostra coscienza, e non il nostro successo mondano può giudicarci». «Il metro del successo storico appare incompatibile con lo spirito del cristianesimo». «I primi cristiani ritenevano che è la coscienza che deve giudicare il potere e non viceversa».

E ancora: la coscienza di ogni singola persona, unita con l’altruismo, «è diventata – scrive Popper – la base della nostra civiltà occidentale. È la dottrina centrale del cristianesimo (“Ama il prossimo tuo”, dice la Scrittura, e non “ama la tua tribù”) ed è il nucleo vivo di tutte le dottrine etiche che sono scaturite dalla nostra civiltà e l’hanno alimentata. È anche, per esempio, la dottrina etica centrale di Kant (“Devi sempre riconoscere che gli individui umani sono fini e che non devi mai usarli come meri mezzi ai tuoi fini”). Non c’è alcun altro pensiero che abbia avuto tanta influenza nello sviluppo morale dell’uomo». Da questa prospettiva il cristianesimo è stato l’evento politico più importante dell’Occidente: per decreto religioso lo Stato non può essere tutto. La teocrazia, in questo modo, non fa parte del destino dell’Europa. È questo un tratto che distingue quella europea da altre civiltà. È, appunto, nel messaggio cristiano che affondano le radici di quel grande principio di libertà, tra l’altro, che è il principio di sussidiarietà. Su questo nevralgico argomento, relativo al rapporto tra messaggio cristiano e politica, chiaro è il pensiero di Joseph Ratzinger: «[...] Fino a Cristo l’identificazione di religione e Stato, divinità e Stato, era quasi necessaria per dare stabilità allo Stato. Poi l’islam ritorna a questa identificazione tra mondo politico e religioso, col pensiero che solo con il potere politico si può anche moralizzare l’umanità. In realtà, da Cristo stesso troviamo subito la posizione contraria: Dio non è di questo mondo, non ha legioni, così dice Cristo, Stalin dice non ha divisioni.

Non ha un potere mondano, attira l’umanità a sé non con un potere esterno, politico, militare ma solo col potere della verità che convince, dell’amore che attrae. Egli dice “attirerò tutti a me”. Ma lo dice proprio dalla croce. E così crea questa distinzione tra imperatore e Dio, tra il mondo dell’imperatore al quale conviene lealtà, ma una lealtà critica, e il mondo di Dio, che è assoluto. Mentre non è assoluto lo Stato».

In sintesi: Stato e Chiesa, politica e religione sono mondi diversi. Lo Stato e la politica attendono all’immanente, al finito, all’organizzazione della vita materiale; la Chiesa e la religione attendono al trascendente, all’infinito, alla cura della vita spirituale. Giammai uno deve pretendere di invadere il campo dell’altro, poiché il primo caso dà luce allo “Stato etico totalitario” e il secondo caso dà luce alla “teocrazia” che, a sua volta, volge al totalitarismo e alla privazione del pluralismo necessario alla vita libera.

Le riflessioni continuino….festival biblico

Lingua veneta e lingua catalana: confronto con un altro modello

Qualche giorno fa`commentando con un amico catalano la pretesa dei consiglieri di un Comune veneto di poter esprimersi anche in lingua veneta, sbottó: “Beh! …. Qual é il problema!?”, bloccando sul nascere le mie obiezioni sulla traduzione, sulle varietá dialettali, sulla trascrizione ecc.

Effettivamente in Catalogna il problema della lingua é stato affrontato e risolto da parecchio tempo: in tutte le sedi istituzionali: dal parlamento regionale, ai consigli comunali, dalla scuola obbligatoria alle universitá é usata la lingua catalana; accettata/ tollerata anche la lingua castigliana (lo spagnolo). In modo analogo é stato risolto il problema linguistico anche nelle altre regioni della Spagna con lingua propria:: il basco nel Paese basco, il gallego in Galizia, il valenziano a Valenza ecc.

Tutto bene. Se non fosse che solo 35 anni fa in Catalogna e in Spagna la situazione linguistica era molto diversa da qiuella attuale e certamente non migliore di quella che esiste oggi nel Veneto. Durante i 40 anni di dittatura franchista infatti e cioé fino alla morte del dittatore (1975) la lingua catalana era stata proibita in tutti gli ambiti pubblici e ufficiali. In Spagna solo si poteva usare il Castigliano (lo spagnolo); altre lingue o dialetti erano tollerate solo nell’ambito familiare e privato.
Cosí accedde che con l’instaurazione dell’Autonomia nel 1980 la Catalogtna aveva piú della metá della popolazione che non parlava e non capiva il catalano (anche a causa della massiccia immigrazione dalle altre regioni spagnole) e pochissimi catalani erano in grado di scriverlo.

Con la democrazia peró le nuove istituzioni autonomiche catalane (Generalitat e Ayutaments ecc) scommisero fin dall’inizio in maniera determinata e senza mezze termini sulla rinascita della lingua catalana, considerata l’elemento caratterizzante della Catalogna moderna.
Due furono gli strumenti che Jordi Pujol (president de la Generalitat de Catalunya dal 1980 al 2003) subito individuó: la scuola e la televisione.
La scuola: la Generalitat ottenne fin dal principio di poter gestire direttamente la scuola catalana. Con la cosidetta “immersione linguistica”, (copiata da un’altra grande autonomia: Il Quebec), impose la lingua catalana in tutti gli ordini di scuola (dalla materna all’universitá): tutte le materie cioé dovevano essere impartitte in catalano. Si esigeva per conseguenza dagli insegnanti una conoscenza scritta e orale della lingua di livello elevato. Parecchi insegnanti castiglianoparlanti chiesero trasferimento in altre regioni della Spagna, altri aderirono con recettivitá e profitto ai corsi di Catalano organizzati per loro dalla Generalitat..
La televisione. Appena ne ebbe i mezzi e la possibilitá dopo la scuola Jordi Pujolel si dedicó a creare (1983) una rete televisiva catalana in catalano (TV3), seguita qualche anno dopo da una seconda rete (TV33), da contrapporre alle due reti statali allora esistenti in spagnolo TVE1 e TVE2.
Si puó dire che nello stesso periodo in cui Berlusconi creava in Italia le sue tre televisioni commerciali contrapposte alle tre nazioni, in Spagna le televisioni autonomiche, (l’esempio catalano infatti fu subito imitato dal Paese basco, da Valenzia, dalla Galizia ecc.,) si contrapposero alle televisioni nazionali..
La cadena catalana TV3 fu particolarmente efficacie per la “normalizació linguistica” in quanto diede a tutta Catalogna un uso standard del catalano, allora parlato secondo diverse varianti provinciali Sopra tutto diede alla lingua catalana pari dignitá rispetto al castigliano Jordi Pujol qualche anno piú tardi dirá: era importante che i catalani sentissero parlare J.R. (della famosa serie Dallas) in catalano per poterlo usare senza complessi in tutti gli ambiti sociali..

Questa impostazione voluta e portata avanti da Jordi Pujol e dal suo partito CiU per piú di 20 anni, trovó formulazione giuridica nel nuovo statuto catalano del 2006 (v. post del 13/V/10).Di questo citeró solo alcuni estratti dell’art. 6 intitolato: “La lingua propria e le lingue ufficiali”
1. “La lingua propria di Catalogna é il catalano. Come tale il catalano é la lingua d’uso normale e preferente delle amminsitrazioni pubbliche e dei mezzi di comunicazione pubblici di Catalogna ed é anche la lingua normalmente usata come curriculare e di base nell’insegnamento “
2. “Il catalano é la lingua ufficiale di Catalogna. Anche lo é il castellano, che é la lingua ufficiale dello stato spagnolo.
Tutte le persone hanno il diritto d’utilizzare le due lingue ufficiali e i cittadini di Catalogna hanno il diritto e il dovere di conoscerle. I poteri pubblici di Catalogna devono stabilire le misure necessarie per facilitare l’esercizio di questi diritti e il complimento di questo dovere………

Naturalmente il Veneto non é la Catalogna né la lingua veneta é la lingua catalana. I parallelismi tra realta simili servono per conoscere soluzioni efficaci ad analoghi problemi, soluzioni peró che sempre richiedono di essere adattate alle reali situazioni particolari.
Per ritornare ai consiglieri comunali che pretendono di usare la lingua veneta nelle sedute del Consiglio comunale non credo che la loro iniziativa sia ispirata da un progetto linguistico alla catalana. Sanno bene che il veneto non é la Catalogna. Peró non c’e dubbio che la loro presa di posizione é un atto di autoaffermazione come a dire: siamo veneti e per cominciare non ci vergognamo di parlare la lingua che nostra madre ci ha trasmesso con il lattematerno e la maggior parte del popolo veneto tuttora usa. La rinascita di un popolo comincia proprio dal credere di essere un popolo

A nostro giudizio forrse la lingua non é il “fatto differenziale” per il Veneto perlomeno come lo é per la Catalogna Forse sono da individuare altre le caratteristiche quali caratterizzanti l’essere veneto..
In ogni caso pretendere di parlare in lingua veneta nelle sedute del Consiglio comunale mi sembra uno scatto di autostima

Che succederebbe, per es. se si stabilisse il principio, ovvio in Catalogna, che nel Veneto i Veneti hanno diritto di essere attesi negli uffici pubblici anche nella propria lingua materna? O che le persone che vivono nel Veneto hanno il dovere di apprendere la lingua veneta?

Le disposizioni della Generalitat sulla scuola pur tuttavia ancor oggi sono oggetto di controversia in Catalagna: basti pensare che in Barcellona, é possibile iscrivere i propri figli in una scuola dove l’insegnamento delle materie (curriculorare) é in tedesco, il francese, l’inglese, in giapponese, anche l’ intaliano ecc., peró non esiste una scuola il cui insegnamento curriculare sia in castigliano.

Naturalmente Il Veneto non é Catalogna e nemmeno Galizia o Galles.

Dalla Catalogna: Giancarlo Zorzanello
sito lingua veneta

Fatti non fummo per viver come lupi….

Sotto l’impulso dell’intelligenza l’uomo ha sempre e costantemente ricercato il perché, il come ed il senso della sua esistenza nell’universo. Dal primo “filosofo” Adamo fino ai grandi pensatori greci, medioevali, moderni e contemporanei, qualsiasi siano state le loro risposte, sempre la domanda dell’uomo è apparsa la stessa: chi sono e da dove vengo?, la quale si unisce alla seconda che investe l’orizzonte più vasto: che cosa è il mondo?

Indubbiamente ha fatto gran scalpore la notizia che è stata prodotta la prima cellula sintetica, chiamata Mycoplasma mycoides JCVI-syn1.0, realizzata nel Craig Venter Institute di Rockville dal gruppo coordinato da Daniel Gibson. La cellula in sé è naturale, ma è completamente controllata da un Dna artificiale. L’uomo incontra la vita e l’incontra con la sua capacità intellettiva, quasi a dimostrare che solo l’intelligenza può produrre la vita, quasi una conferma di quella possibilità che il mondo abbia potuto avere origine solo e soltanto da un’intelligenza, dato che ciò che non possiede la capacità di pensare può muoversi solo in modo meccanico, ma non andare oltre a quello che è la sua natura. Certo, come sostenne Jacques Monod nel 1970 nel suo celebre testo Il caso e la necessità che la biologia deve ammettere come elemento oggettivo della vita qualcosa che assomiglia proprio a un “progetto”: cioè la “teleonomia” degli esseri viventi, ma questo progetto, bisogna andare oltre lo scienziato francese, non può che essere opera di un’intelligenza, capace appunto di progetto, oppure sospettare che tutto accada per mero caso. Ma sostenere che dalla primitiva alga per caso, ossia per miliari di combinazioni possibili, si siano determinati gli esseri animali superiori e l’intelligenza umana, appare così poco probabile, da smentirsi da sola. Ecco quindi che la novità induce ad una riflessione nuovamente di più ampio respiro. La capacità intelligente produce un vita artificiale, ossia risultante dalla connessione diretta da parte di un uomo di elementi della natura, combinabili tra loro, quindi interreralabili e capaci di dare luogo appunto ad una vita. Se ricordassimo il valore del conoscere per analogia come sostenevano Cusano e Kant potremo stabilire appunto quel rapporto dove la capacità umana è analoga a quella di un essere intelligente. Anzi proprio quell’Essere intelligente ha determinato la possibilità stessa della vita umana intelligente. Tutta la storia della filosofia e delle scienze non può che ammirare tutto ciò e non deve chiudersi nella presunzione di una possibile capacità creativa, dato che questa è dal nulla e non da quanto si possiede per unirlo in soluzioni nuove ed originali come ha fatto il gruppo americano per il Mycoplasma. In questo l’uomo riconosce che porta in sé il destino ed il significato del mondo e che il suo ruolo, qualsiasi ne siano le difficoltà è eccezionale. Ma da dove viene questo uomo sapiens, capace di utilizzare l’universo per finalità addirittura di vita artificiale? L’ipotesi evoluzionista tenta ancora una risposta e i suoi pregevoli studi faticano a dare tutte le ragioni, come tutti i passaggi della metamorfosi nell’epoca neolitica dell’umanità. Da quest’epoca l’influenza dei fattori psichici comincia, dice lo scienziato Teilhard de Chardin, a prendere decisamente il sopravvento sulle variazioni sempre più tenui dei fattori somatici, Compare l’uomo e la sua intelligenza, che nel corso del tempo si specializza e sviluppa proprio quelle potenziali psichiche che oggi tanto ammiriamo. Ad una maggior attenzione successiva questa capacità intelligente, definisce l’uomo come persona e non semplice individuo di un gruppo, determinabile per caratteristiche peculiari fisiche, ma persona appunto, ossia dotato di capacità spirituali, ovvero non determinabili nella condizione materiale. Così solo in una visione globale dell’uomo come essere nel mondo, ma originalità del mondo, possiamo comprendere la sua intensa possibilità che si realizza non in virtù dei tratti corporei, ma di energia, che chiamare spirituale o intelligente è solo per comprendere, ma che non esaurisce quest’essere. E in questo che l’uomo, direbbe il grande filosofo di Koenigsberg, ha un autentico anelito alla conoscenza, quel cielo stellato, ma anche di una legge morale che persuade che non invano egli esista e che non è restringibile in una serie di reazioni biochimiche, ma è qualcosa di più. Infatti “quando la fragilità umana avrà pagato il tributo alla propria natura, lo spirito immortale si librerà, con un colpo d’ala, al di sopra di ogni cosa finita e inizierà un’esistenza diversa, in cui, grazie, alla maggiore vicinanza all’Essere supremo, occuperà una posizione nuova nei confronti di tutta la natura” dice sempre Kant, ossia saprà che l’intelligenza di cui è dotato non è fine a se stessa, ma che ha ben più alta origine. Certo questo non possiamo dimostrarlo, ma forse è nella complessità dell’uomo bene persuadersi che fatti fummo per seguire virtute e canoscenza. Ossia per riconoscere che esista un’Intelligenza di cui noi portiamo significanza.

Italo Francesco Baldocreazione uomo

Berlusconi: «Dalla manovra nessuna macelleria sociale»

«Di fronte allo tsunami che sta mettendo a dura prova tutti i Paesi europei il solito partito dei pessimisti è tornato a farsi sentire e a diffondere le solite menzogne e veleni, attribuendo al nostro governo il proposito di varare a breve provvedimenti punitivi che sono per l’ennesima volta totalmente inventati». Lo afferma i presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in un messaggio registrato ai Promotori della Libertà.

Chiedo il vostro impegno: dovete sapere far sapere che non uno di questi fantasiosi provvedimenti di macelleria sociale di cui si legge su certa stampa in questi giorni risponde al vero. Noi stiamo lavorando in stretto contatto con le parti sociali. È assolutamente falso che sia alle viste un aumento delle imposte”. Lo afferma i presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in un messaggio registrato ai Promotori della Libertà.

«Non verranno toccate – precisa Berlusconi – nè la sanità nè le pensioni, nè la scuola nè l’Università. È sicuro invece che il governo continuerà a mantenere i conti pubblici in ordine con una politica prudente, coniugando il rigore con l’equità e il sostegno alo sviluppo. E ripeto: non aumenteremo le tasse. Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani».

In memoria di Marco Pantani

Il Giro d’Italia in svolgimento e la tappa che arriva a Cesenatico riportano in mente le emozioni che ci regalò un caro amico che non c’è più. Pubblico una lettera che scrissi già alcuni anni fa e che dedico a tutti coloro che hanno amato, ma soprattutto capito, Marco Pantani…(Davide Lovat)

La ferita è ancora aperta e sanguinante, il ricordo ancora troppo vivo e i sentimenti provati troppo grandi perché in questo periodo non riaffiori il pensiero della scomparsa tragica del campione ciclistico Marco Pantani.
Non vale la pena sprecare una sola parola sulle circostanze della sua morte, lo fanno già altri. E nemmeno sui processi che lo perseguitarono come mai nessuno prima, né dopo, per faccende di presunto doping nello sport. Presunto, perché Pantani non fu mai trovato positivo a un controllo antidoping, nemmeno la famigerata volta di Madonna di Campiglio. Questo lo sanno pochi, come pochi sanno che quello stesso sangue, troppo “ossigenato” a Trento di mattina, nelle controanalisi pomeridiane a Modena era normale.
Tanto non fa differenza, Marco non c’è più, schiacciato dal circolo vizioso dei suoi pensieri, incapace di superare la vergogna per un’onta che non riteneva giusto aver subito. E’ meglio ricordare chi era stato Pantani o, forse, “cosa” era per la gente semplice Marco Pantani.
Era un predestinato: da giovane stravinse un Giro d’Italia per dilettanti facendo in salita cose mai viste per un ragazzo. Quando nel 1994 partecipò al Giro d’Italia vero, con favorito il grande Indurain vincitore delle due precedenti edizioni, c’era la curiosità che si nutre verso i nuovi arrivati. Pantani, con le sue orecchie a sventola e la calvizie prematura, con la sua leggera balbuzie, era uno scricciolo tutto nervi e muscoli che ispirava tenerezza. La tenerezza divenne stupore ed emozione quando sul Mortirolo distrusse Indurain, fino allora parso un Moloch imbattibile, e sfiorò la vittoria nella classifica finale, preceduto solo dalla meteora Berzin.
Andò anche in Francia e trionfò in modo mostruoso sull’Alpe d’Huez. Indurain, che vinse il Tour, disse che era nato un campione, il più grande scalatore di sempre. Questa frase disturbò qualcuno, ma accese gli animi dei tifosi di questo nuovo campioncino da aspettare al Giro dell’anno successivo.
Invece cominciò la “rogna nera”: un’auto lo investì in allenamento pochi giorni prima della partenza e Pantani ripiegò sul Tour de France, stavolta con ambizioni di classifica. Fu l’ultimo Tour vinto da Indurain, ma il protagonista fu uno strepitoso Pantani, già adottato come “Pantanì” dalla gente che assiepava i tornanti di Alpi e Pirenei. Ormai era chiaro: nel 1996 sarebbe stato l’uomo da battere e invece… un’auto pirata, in piena corsa, lo falciò e gli spezzò una gamba al punto che si temette l’amputazione. Pantani tornò nel 1997 e al Giro tutti lo volevano protagonista: un gatto nero invece si infilò in gruppo e tra tutti centrò la sua ruota, facendolo cadere malamente. Dovette di nuovo ripiegare sul Tour, dove di nuovo diede prova della sua straordinaria grandezza in salita e dimostrando di essere non solo una promessa, ma un vero campione.
Le continue sfortune che gli impedivano di vincere, la sua inferiorità fisica che lo limitava in pianura, la sua timidezza, lo sguardo dolce, quel tentativo di darsi un look interessante attraverso il pizzo, la testa rasata per mascherare la calvizie e la bandana al posto del berrettino lo resero amatissimo; anche perché vinceva in salita, ma gli invidiosi potevano dire: “Sì, ma Coppi, Bartali e Gaul vincevano anche i grandi Giri!”.
La gente lo chiamò “Pirata” e in lui si svolgeva la catarsi collettiva contro la sfortuna. I fallimenti della vita privata, il senso di inadeguatezza, le disgrazie, le sfortune, le frustrazioni, perfino la bruttezza e l’imperfezione venivano trasferiti in massa sulle strade di montagna. Centinaia di migliaia di persone caricavano tutto il loro fardello e il desiderio di riscatto sulla esile schiena di Marco, sperando in lui e con lui.
Accorrevano a frotte e lo aspettavano per ore, sotto la neve alpina o sotto il sole cocente dei Pirenei: gli umili, i semplici, i puri di cuore, i derelitti, accorrevano per vedere il campione piccolo, bruttino, triste che avrebbe però potuto riscattarli per un pomeriggio.
Era il 1998. Sulle Alpi, dopo ore di attesa, di rumore, di festa, di banchetti, arrivava la notizia: il gruppo è vicino. Dalla cima alla valle calava il silenzio dell’ansia, come prima di un terremoto o di una battaglia. Poi, dal fondo, saliva dapprima sordo e cupo, poi eclatante e gioioso, un boato esplosivo: Marco era scattato, Pantani aveva staccato tutti già alla prima curva, e a ogni pedalata scacciava il capufficio, il matrimonio fallito, la cassintegrazione, la malattia, la solitudine che ognuno aveva riposto sul suo manubrio. Marco saliva e la folla impazziva: le urla da bolgia infernale parevano un canto di preghiera che si elevava al cielo, mano a mano che lui ingoiava i tornanti e aumentava il vantaggio sugli altri. “Dai, Marco – Ave Maria” “Alé Pantani – gratia plena” “Vaaaài – Dominus tecum”
… Era il riscatto di chi nella vita perde sempre, anzi, di chi è sconfitto dalla vita ogni giorno, oltre che il riscatto di tutti coloro che con la vita sono costretti a fare i conti in ogni istante.
Vinse il Giro dopo un duello appassionante con Tonkov, al Tour fece un’impresa epica per sconfiggere Ullrich sul Galibier, finalmente anche i poveri potevano trionfare con lui.
Troppo, soprattutto in Italia.
Se i poveri godono, che senso ha essere ricchi?
Il Giro del 1999, nel quale Pantani raggiunse livelli mai raggiunti da altri, con imprese straordinarie e quotidiane, si concluse con la trappola di Madonna di Campiglio al penultimo giorno.
Provò a risorgere, più per i tifosi che per se stesso, compì ancora un paio di grandi imprese isolate al Tour, prima di venire schiacciato da ben 7 tribunali, accanitisi contro un personaggio che dava visibilità ai magistrati.
E’ morto il giorno di S.Valentino, solo, in un Hotel di una Rimini mai così triste in Febbraio.
Chi lo aveva aspettato sulle strade, magari sacrificando le ferie, o aveva abbandonato l’ufficio di nascosto per vederlo in TV, chi lo aveva capito e lo aveva amato quel giorno ha perso un parente.
Ancora oggi le strade del Giro e del Tour sono piene di scritte inneggianti a Pantani, un uomo piccolo e fragile che aveva scatenato passioni enormi e saputo caricarsi sulla schiena, magari inconsapevolmente, il peso delle sofferenze di tanta buona gente; il peso della cattiveria di pochi, invece, lo ha schiacciato.

Riposa in Pace, Marco, caro amico nostro. Ci hai fatto vivere emozioni che nessun altro sportivo ha saputo dare. Ci hai fatti sentire vivi. A te va la nostra gratitudine eterna. Pantani

Immigrati, in Italia solo con i «crediti»

Un «Accordo di integrazione» per chi richiede – per la prima volta – il permesso di soggiorno. Per concluderlo bisogna raggiungere 30 crediti in due anni, da accumulare partendo da un bonus di 16: conoscenza della lingua e della Costituzione, figli a scuola, contratto di locazione, iscrizione alla Asl e altro ancora sono elementi che accrescono i crediti. Mancata frequenza scolastica dei figli, condanne anche in primo grado, gravi illeciti tributari li fanno perdere. A zero scatta l’espulsione. È lo schema di regolamento in 15 articoli approvato in Consiglio dei ministri su proposta del premier e dei ministri dell’Interno e del Lavoro già ribattezzato “permesso a punti”, come la patente. Critico il Pd: «Una corsa ad ostacoli che penalizzerà immigrati e italiani», dice Livia Turco.

Il provvedimento era annunciato da tempo, nel “pacchetto sicurezza” approvato a luglio. Ieri il comunicato di palazzo Chigi annunciava che «sul provvedimento verranno acquisiti i prescritti pareri». Sarà un regolamento attuativo della Bossi-Fini, vincolante per chi entra in Italia e chiede il permesso, dai 16 anni – per i minori sottoscritto anche dai genitori – ai 65. Entrerà in vigore a 120 giorni della pubblicazione in Gazzetta.

La mediazione del sottosegretario Gianni Letta ieri è servita a introdurre nel testo una importante novità: chi sottoscrive l’accordo – presso lo sportello unico dell’immigrazione – non parte da zero punti, come previsto inizialmente, ma da 16. Alla fine dei due anni chi sarà sceso a zero crediti verrà espulso. Chi sta tra 1 e 29 punti otterrà la proroga di un anno e viene decretato «l’inadempimento parziale», che peserà «nelle decisioni discrezionali in materia di immigrazione o cittadinanza». Ad esempio i sei mesi di proroga del permesso per chi perde il lavoro. Premiato chi raggiunge 40 o più crediti: agevolazioni formative e culturali.

Con l’accordo lo straniero si impegna ad acquisire una conoscenza dell’italiano (almeno al livello A2 del Consiglio d’Europa), una sufficiente conoscenza del principi fondamentali della Costituzione, della vita civile. Dichiara di aderire alla «Carta della cittadinanza e dell’integrazione» emanata nel 2007 dal Viminale e di far frequentare la scuola ai figli. Integrazione d’ufficio invece per i minori non accompagnati e per le vittime della tratta. Lo straniero deve partecipare a una «sessione di formazione civica» tra le 5 e le 10 ore sui suoi diritti e doveri, su quelli dei coniugi tra loro e verso i figli. In assenza di documentazione (come diplomi di scuole italiane) la conoscenza della lingua e della cultura civica va dimostrata con un test.

Portano punti la conoscenza della lingua, la frequenza di un corso (con 80 ore 4 crediti, un anno scolastico 30), onoreficenze pubbliche, attività imprenditoriali, la scelta del medico di base (4 punti), il volontariato (altri 4), un contratto di locazione o l’apertura di un mutuo (6 crediti).

A far perdere crediti sono le condanne penali anche non definitive (da 3 a 25), misure di sicurezza personali (10), sanzioni pecunarie da un minimo di 10 mila euro a un massimo di 100 mila (tra 2 e 8) per illeciti amministrativi o tributari. Perde 15 punti chi non manda i figli a scuola.

(Luca Liverani di “Avvenire”)Musulmani

Come volevasi dimostrare….

Alla fine la scelta del CONI è stata per Roma, che sarà la città candidata per l’Italia a ospitare le Olimpiadi 2020.

Questo con ogni probabilità significa che il CIO le assegnerà a Istanbul, con buona pace dei famelici “incriccati” che si fregano le mani sperando “de magnà li sòrdi” di tutta Italia con le solite creste faraoniche da fare sui lavori pubblici, secondo lo stile inaugurato con i Mondiali di calcio del 1990 e reiterato più volte in seguito, l’ultima volta con i Mondiali di nuoto.

Ormai l’anno capito pure all’estero e difficilmente Roma potrà venire scelta. Ma in questa vicenda ci sono cose che disturbano e un insegnamento da trarre.
Disturba vedere come il potere centralista sia organizzato in maniera mafiosa, con il CONI che velatamente fa intendere ai suoi iscritti deputati a votare per scegliere la candidatura che “chi non vota bene non si lamenti se la sua federazione sportiva subirà dei tagli nei finanziamenti per sostenere le attività sportive”. Con il meccanismo del voto palese cosa volete che voti il delegato della pallamano, o della ginnastica artistica, o della lotta greco-romana? Già sono alla canna del gas, figurarsi….
Disturba vedere come l’ipotesi di una concorrenza a Roma sia vissuta come un attacco all’Impero, con la conseguente azione di compattamento tra interessi trasversali a difesa del malloppo che non si deve nemmeno mettere in discussione nei criteri di spartizione.
Disturba inoltre capire, se serviva un’ulteriore conferma, che per i romani l’Italia è una serie di Province dell’Impero Romano, tenute a pagare tributi per abbellire la Capitale in cambio di protezione. Il Veneto in particolare è considerato alla stregua di una colonia dalla quale trarre risorse per rimpolpare il saldo delle esangui casse statali.

L’insegnamento consiste nel prendere atto dell’insolubilità e insostenibilità di questa situazione per il resto d’Italia, in particolare modo per il Veneto. La sola via di fuga parte dal federalismo, ma lo scopo deve essere quello di poter organizzare liberamente le Olimpiadi del 2100 in uno stato indipendente con Venezia capitale. Fino a quando il Veneto sarà una “provincia ai confini” non vedrà mai la luce, sarà sempre emarginato e considerato terra di conquista. Chi si è già svegliato deve continuare a suonare la sveglia anche per gli altri…..SPQR logo

Tensione tra le due Coree: è nuova Guerra Fredda?

La Corea del Nord minaccia la Corea del Sud di adottare “misure forti”, fino alla “guerra generale”, se Seul dovesse promuovere anche a livello internazionale l’adozione di nuove sanzioni, in scia ai risultati del comitato di inchiesta sull’affondamento della corvetta Cheonan.

L’agenzia Yonhap cita un comunicato della Commissione nazionale di difesa, letto dalla radio di Stato, in cui si nega ogni responsabilità nella tragedia costata la vita a 46 marinai. Un portavoce non identificato della Commissione nazionale di difesa ha aggiunto che il Nord avrebbe risposto con un “colpo di forza fisica senza pietà” anche contro un attacco di rappresaglia minore. “E’ giusto che la Corea del Sud si ricordi che non debba essere lasciato il minimo dubbio presentando le sue prove di accusa”, ha aggiunto. Seul, tra gli elementi a supporto delle responsabilità di Pyongyang, ha presentato parti di un siluro trovate sul luogo del naufragio, nel mar Giallo, su cui è stato possibile anche ritrovare un numero di serie.

Naturalmente la lettura dei fatti riguardanti la zona coreana non può prescindere dalla consapevolezza che dietro alle due Coree ci sono Cina e USA, impegnate già da tempo in una lotta senza quartiere per il dominio planetario futuro e responsabili – almeno in parte – anche delle tensioni finanziarie mondiali che stanno aveno l’effetto politico di marginalizzare il ruolo dell’UE bloccandone il processo di integrazione, destabilizzando l’Euro e limitando i contatti di avvicinamento (politico, economico, strategico, culturale) con la Russia. Non è detto che la tensione nell’area coreana sia più pericolosa che in passato, comunque merita attenzione anche perché non va mai dimenticato che la Corea del Nord era inserita nella lista degli “Stati canaglia” di Bush jr per l’Enduring Freedom, l’operazione militare di 20 anni annunciata sulle ceneri di Ground Zero il 16 Settembre 2001, e che occupava addirittura il 4° posto dopo Afghanistan (fatto), Iraq (fatto), Iran (in preparazione da tempo) e prima di Siria (sotto controllo) e Sudan (in lavorazione).

Possiamo far qualcosa? No. Solo leggere la realtà senza le lenti distorte della propaganda televisiva e sforzandosi di ragionare con la propria testa.
Corea politica

Approvato il “federalismo demaniale”

Il federalismo fiscale nel nostro Paese sta prendendo forma. La cosiddetta «bicameralina» presieduta dall’on. La Loggia ha approvato il primo decreto attuativo che stabilisce i trasferimenti di beni immobili dallo Stato agli enti locali: Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni. Si parte, quindi, dal federalismo demaniale. Il trasferimento dei cespiti patrimoniali degli immobili e dei terreni avrà un effetto positivo sulla loro valorizzazione, poiché le comunità locali potranno influire maggiormente sulla loro destinazione d’uso. Essi verranno ceduti dallo Stato «a titolo non oneroso» agli enti locali, i quali saranno obbligati a tenere informati i propri cittadini sui processi che accompagneranno la loro valorizzazione, pena il comissariamento degli stessi.

Il decreto approvato, a pochi giorni dalla sua scadenza imposta dalla legge sul federalismo fiscale del 2009, passa ora nelle mani del Governo, che provvederà a stilare, oltre alla lista dei beni che gli enti locali potranno richiedere all’Agenzia del demanio, anche i decreti di carattere fiscale che struttureranno il loro trasferimento. I beni che potranno essere trasferiti saranno immobili, terreni, spiaggie, laghi (quelli interregionali saranno divisi tra le Regioni che lambiscono) e aeroporti di interesse locale.

ll Governo, quindi, determinerà i criteri ed i tempi necessari per la riduzione delle risorse spettanti agli enti locali in misura eguale alla diminuzione delle entrate erariali prodotte dalla cessione del bene statale. Il provvedimento approvato dalla «bicamerale» prevede, inoltre, che il 75% dei guadagni provenienti dal trasferimento del bene siano destinati alla riduzione del debito dell’ente locale, mentre il 25% rimanente sarà versato per l’ammortamento del debito pubblico. Nel caso in cui sulle amministrazioni locali non gravasse alcun debito, invece, i proventi dovranno essere destinati a spese di investimento.

Di per sè il trasferimento dei beni dallo Stato agli enti territoriali, come ha affermato il ministro Tremonti, assume un valore economico neutro o irrilevante, mentre produce effetti positivi sul versante della valorizzazione dei beni in esame, ed è questa la cifra della novità che comporterà il federalismo demaniale. I beni di proprietà demaniale, secondo una stima dello scorso 31 dicembre 2009, possono vantare un valore complessivo di circa 46,823 miliardi di euro, il cui rendimanto frutterà, nell’anno 2010, solo 189 milioni di euro, ossia lo 0,5% di tutto il patrimonio demaniale, una cifra sicuramente esigua rispetto alle enormi potenzialità di rendimento che questi beni potrebbero avere e che fa capire quanto sia necessario attuare politiche di valorizzazione degli immobili da parte delle comunità locali.

Il nostro Paese, quindi, sta entrando in una nuova fase. Abbandona una concezione di Stato centralista e sceglie l’opzione del federalismo fiscale ripartito secondo le istanze e le esigenze dei suoi territori. L’Italia dei cento Campanili può ritrovare, quindi, la sua unità attraverso la riqualificazione delle proprie peculiarità territoriali superando, attraverso un federalismo solidale, quegli squilibri che, tra il suo Settentrione ed il suo Meridione, hanno rappresentato gli ostacoli alla competitività del nostro sistema economico e sociale. Inoltre il federalismo fiscale, come afferma Silvio Berlusconi, rappresenterà uno strumento efficace contro l’evasione fiscale: i cittadini, infatti, dovranno inviare la loro dichiarazione dei redditi al comune di appartenenza, rendendo, in questo modo, più evidente un eventuale discrasia tra ciò che si denuncia al Fisco ed il reale stile di vita.

Il primo passo del federalismo è stato compiuto. E’ una sfida dell’Esecutivo di Silvio Berlusconi che rafforza l’alleanza di governo tra il Popolo della Libertà e la Lega Nord nel contesto storico in cui la crisi economica impone scelte difficili. La storia ci ha insegnato che questi periodi generano politiche virtuose che aprono il futuro delle nazioni.

(articolo pubblicato su Ragionpolitica.it)