Israele attacca la nave di pacifisti: almeno 16 morti

Il presidente palestinese Abu Mazen accusa duramente Israele per la morte di almeno sedici persone uccise questa notte dalle forze di sicurezza che avevano intercettato almeno una delle sei imbarcazioni della flotta internazionale di attivisti pro palestinesi che si stava dirigendo verso Gaza. La televisione di Hamas ha mostrato immagini dei feriti, mentre la radio israeliana ha riportato la testimonianza di un giornalista arabo a bordo di una delle imbarcazioni. La Farnesina ha subito fatto sapere che non si sono italiani tra i morti. L’Unione Europea ha sollecitato un’inchiesta accurata sul sanguinoso attacco e ha esortato Israele a consentire il libero fluire degli aiuti umanitari verso la Striscia di Gaza.

Almeno dieci attivisti che erano a bordo della flotta internazionale diretta a Gaza per portare aiuti umanitari hanno perso la vita oggi in seguito all’assalto di un commando israeliano, dice un portavoce dell’esercito israeliano mentre una tv israeliana ha riferito che il bilancio delle vittime è più alto. Secondo il canale televisivo israeliano Channel 10 i morti sono invece dai 14 ai 16. Il canale televisivo israeliano riferisce anche che la flotta di sei navi era guidata da un’imbarcazione con bandiera battente turca con 600 persone a bordo, che aveva sfidato il blocco imposto da Israele dirigendosi verso Gaza dalle acque internazionali a largo di Cipro. Un funzionario israeliano aveva precedentemente dichiarato che degli attivisti pro-Palestina si stavano dirigendo verso la striscia di Gaza su sei imbarcazioni, non rispettando gli ordini della marina israeliana di tornare indietro. Il funzionario, in condizione di anonimato, ha riferito che la marina israeliana aveva detto agli attivisti che la loro unica altra possibilità era di andare verso il porto israeliano di Ashdod per scaricare le circa 10mila tonnellate di aiuti, che Israle avrebbe poi trasferito a Gaza.

La polizia israeliana ha elevato lo stato di allerta nelle zona del Wadi Ara (60 chilometri a nord di Tel Aviv), dopo che nella città di Um el-Fahem si è sparsa la voce – finora non confermata – che nell’attacco della marina sia stato ferito dai militari lo sceicco Raed Sallah, leader del Movimento islamico nel Nord di Israele, che vive a Um el-Fahem. La radio militare aggiunge che i vertici della polizia israeliana hanno condotto stamane una seduta di emergenza e che continuano a seguire da vicino l’evolversi della situazione nella popolazione araba.

Un governo israeliano ha espresso il proprio “rammarico per tutte le vittime” dell’assalto della marina. “Le immagini non sono certo piacevoli. Posso solo esprimere rammarico per tutte le vittime” ha detto il ministro israeliano per il Commercio e l’Industria, Binyamin Ben-Eliezer, alla radio dell’esercito. Ma la censura israeliana ha vietato stamane la diffusione di notizie su morti e feriti nell’ arrembaggio della flottiglia. Il ministero degli Esteri turco ha espresso la propria vibrata protesta all’ambasciatore israeliano in Turchia per il grave attacco – definito “inaccettabile” – condotto dalla marina israeliana contro la flottiglia di attivisti filo-palestinesi che portavano aiuti umanitari alla Striscia di Gaza.

Hamas ha invocato “una intifada dinanzi alle ambasciate israeliane nel mondo” per protestare contro l’arrembaggio alla flottiglia di Ong in navigazione verso la Striscia di Gaza, sfociato in un bagno di sangue. A parlarne è stato Ahmad Yusef, uno degli esponenti della fazione islamico radicale palestinese a Gaza. Altri portavoce del movimento hanno definito l’accaduto “un crimine internazionale”, invitando l’Onu e la comunità mondiale a reagire e ad avviare una inchiesta affinché “i colpevoli siano puniti”. A Gaza City, intanto, la gente si sta radunando in strada per una dimostrazione di protesta convocata sia da Hamas sia da altri gruppi radicali come la Jihad Islamica. Fonti locali non escludono un’immediata recrudescenza di attacchi o lanci di razzi verso Israele. nave pro gaza

DA SIRCANA A DELBONO: CARO PROFESSORE, QUANTI VIZI I TUOI FEDELISSIMI…

Vecchio professore, cosa vai cercando in quel portone? Mentre Prodi si agita sulle macerie della sinistra cercando nuove luci verdi, i suoi uomini si mettono in mostra cadendo su nuove luci rosse. Flavio Delbono, l’ex sindaco di Bologna, grande pupillo di Sacro Romano Mortadello, è stato infatti rinviato a giudizio con l’accusa di peculato e truffa: portava la sua (ormai ex) fidanzata in vacanza ai Caraibi, oltre che a Parigi, Pechino, Praga, Gerusalemme, Cancun e New York. A spese dei contribuenti, s’intende.

Che ci volete fare? Forse non sarà mai stato un sindaco molto amato, in compenso è sicuramente un sindaco molto amatore. Pensare che Flavio, con quel cognome buonista, sembrava un chierichetto, sponsorizzato da monsignor Prodi. Ed è un contrasto davvero sorprendente quello che si manifesta tra la liturgica seriosità dell’ex presidente del Consiglio e le allegre licenze dei suoi fedelissimi, tra il suo moralismo e il loro libertinaggio, il suo catechismo e le loro avventure erotiche.
zrif29 sircana prodi

Prima di Delbono, infatti, anche il portavoce di Romano, Silvio Sircana, fu beccato mentre andava a trans, al punto che dovette dimettersi, fra i frizzi e i lazzi dell’Italia intera. Ricordate? Strano destino quello dei prodiani: di giorno devono mostrare il volto da prima comunione, ma appena il principale si distrae, alè, si danno alla pazza gioia. Proprio come nella canzone di De Andrè: quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie, quella che di notte stabilisce il prezzo delle tue voglie…
silvio sircana trans lastampa

Così il lungo episodio della doppia morale della sinistra si arricchisce di un nuovo importante capitolo: c’è Visco che fa il difensore delle regole a tutti i costi e poi si fa condannare per abuso edilizio; c’è Santoro che fa il difensore dei ceti popolari e poi si fa strapagare la liquidazione con i soldi dei contribuenti; c’è Grillo che vuole l’eliminazione dalla vita pubblica di tutti i condannati e poi continua, condannato, a fare vita pubblica; c’è Marrazzo che nasconde dietro la faccia da bravo padre di famiglie le avventure fra coca e trans…

Che mancava? Ah, ecco: ora ci sono anche i seguaci di Romano che, per essere degni del loro leader, dovrebbero rappresentare l’emblema della morigeratezza e della virtù e invece si fanno beccare con le mani nell’hard. Così va il mondo, passando da De Andrè a Zucchero: solo una sana e consapevole libidine, evidentemente, salva i prodiani dallo stress e dall’Azione Cattolica …
Del bono Flavio

Per carità, sull’argomento niente si può imputare all’ex premier: l’unica vera oscenità che ha mostrato agli italiani, purtroppo, è stato il suo ultimo governo, gonfio più del seno di una showgirl e altrettanto instabile. Romano, si sa, non è mai caduto nelle luci rosse: al massimo nelle bandiere rosse.

E perciò, probabilmente il primo a essere deluso da questi atti eccessivamente focosi, sarà proprio lui: su Delbono aveva puntato molto, si era esposto, aveva messo in gioco la sua credibilità. Beh, la credibilità è andata in vacanza ai Caraibi, forse anche a Pechino, come i due piccioncini … E così la stagione mortadella anziché chiudersi dentro le camere del Parlamento, si chiuderà dentro le camere da letto degli hotel. Se qualcuno sperava di vedere il prodismo risorto, dovrà rassegnarsi: al massimo vedrà il prodismo resort.Prodi

Pago io o paghi tu?

La pubblicazione delle nuove prospettive di risparmio da parte del Governo Italiano, vistante dal presidente della Repubblica, hanno immediatamente suscitato il classico problema: pago io o paghi tu?

La risposta è stata immediata e chiara: paghi tu! Con celerità coloro che sono stati coinvolti nei tagli, hanno protestato e protestano perché non avranno il denaro che avevano precedentemente. Si guarda all’altro che magari non ha subito tagli vistosi oppure nessun taglio. Perché lui sì e io no? Nessuno pare disponibile ad analizzare la situazione, a verificare se non sia possibile operare al meglio lo stesso. Quello che importa sono solo le rimesse statali, quello che è sempre e comunque necessario è che non si tocchi in alcun modo quello che io ricevo. Paghino gli altri, ce ne sono tanti, anzi tantissimi che possono pagare, a loro è giusto togliere, a me no. Non richiameremo a questo proposito l’articolo 2 della Costituzione della Repubblica Italiana che impone il modo inderogabile il dovere della solidarietà economica, politica e sociale a tutti i cittadini italiani, ma richiameremo invece due altre prospettive che sono operanti in Italia. La prima è quella di una visione solo materialistica della vita sociale che si è coniugata bene con la sempre maggiore crescita del consumismo. Siamo incapaci di cambiare stili di vita, ciascuno deve avere quello che intende avere sia esso la macchina blu oppure i libri gratis alla scuola primaria anche se potrebbe acquistarli. ecc. Fondazioni di ogni genere, Associazioni onlus e non onlus, Istituti che si occupano di cultura, ecc. affermano a gran voce di basarsi sul volontariato, ma i denari li elargisce lo Stato, non gli associati, i quali talora ricevano dei denari per quanto compiono, ovviamente solo le spese, non secondo quella che deve essere la gratuità dell’impegno a favore degli altri uomini, ma faccia qualcosa, ma senza alcun impegno economico. Certo i denari servono, certo mancando forse qualche cosa non potrà esserci più. Ma non sfuggirà a nessuno che la crisi richiede cambiamento radicale e scelte ragionate su tutte le spese, come dovrebbe fare una famiglia attenta. Si prospettano tagli ai servizi per le persone disabili, ma mai per le prebende di coloro che li organizzano e non parlo degli impiegati, ma di chi riceve stipendi, che dovrebbero per morale essere ridotti. Meglio tagliare i servizi invece. La scuola consuma quantità enormi di carta, di toner, compie attività che non potenziano l’istruzione, ma il tempo gioco, oppure le “scenette” teatrali, che allontanano più che avvicinare al teatro. Si fa di tutto e di più, Costano, ma nessuno è disponibile invece a fare con fantasia altre e meno costose attività. Ci si rifugia perfino nel discorso che costano poco, ma per quante volte costano poco? In realtà non si parla né di solidarietà, né di vero impegno per tutti, dimenticandosi che la democrazia e la visione dei molti al bene e al bene civile. Paga tu, io non ne ho o se ne ho i miei sono necessari i tuoi no. Non è la guerra tra poveri, ma l’egoismo e l’assolutezza delle proprie rendite.

Esiste un’altra prospettiva, quella che sa che se anche supereremo la crisi, il nostro tenore di vita, dovrà abbassarsi, trovare altre strade, dovrà esercitare magari la fantasia per ideare soluzioni nuove o semplicemente togliere quello che di inutile abbiamo o vogliamo fare. Un’economia di scala nella sanità e nel sociale, nella scuola, negli stipendi, un’industria che punti su prodotti qualificati, una sobrietà di vita, un vero pagamento delle tasse anche da parte di chi, attraverso artifici organizzativi, coopera più a ricavare che non a dare, ecc. In fondo 50 anni fa questa era la regola delle famiglie. Non pretendere, ma dare il proprio contributo. Insomma pago io, perché una democrazia vive con il concorso partecipato di tutti, non attraverso l’invidia sociale, che l’ha fatta da padrona in Italia, non devono pagare solo quelli, perché è la partecipazione di tutti che porta a risolvere i problemi. Non sarà quindi indecoroso compiere quei lavori che oggi con aria di sufficienza affidiamo a extracomunitari che non amiamo, perfino nel rivolgersi loro con il “tu” che non è certo di amicizia, ma di superiorità, non si sa in che cosa. E’ sobrietà fare cultura anche senza il gettone di presenza, ma come disponibilità all’accrescimento del nostro Stato, ecc. ecc. Riuscire a ricomprendere la vita sociale nell’ottica in un insieme coerente non è facile, ma è ciò che ci richiede questo nostro tempo. Se invece il Parlamento con gioco di pressioni, di interessi tenderà come diceva il principe di Salina, a cambiare, ma in realtà a mantenere, allora lo scenario della vita sociale italiana apparirà al centro come in periferia non in declino, ma nella fase terminale di uno Stato: la bancarotta.

Ma si sa che il popolo è anche capace di grandi cose.

Italo Francesco Baldooppressi dal debito

Aiutarli a casa loro. Come?

Il cantante irlandese Bob Geldof ha immancabilmente colto l’occasione della Giornata mondiale per l’Africa per accusare ancora una volta l’Italia di non mantenere i propri impegni in favore dei paesi poveri e si è spinto al punto di chiedere che per questo il presidente del consiglio Berlusconi venga escluso dal G8. In particolare il rapporto di «One», l’organizzazione per la lotta alla povertà fondata da Geldof e Bono degli U2, denuncia che, trascorso quasi un anno, ancora il governo italiano non ha provveduto a incrementare gli aiuti ai paesi poveri, per portarli entro il 2013 allo 0,51% del Pil, come promesso durante il G8 dell’Aquila: anzi, secondo i calcoli di «One», entro il 2010 gli aiuti italiani risulteranno diminuiti del 6% rispetto al 2004 mentre stati come la Francia e la Germania, se non altro, un modesto benché del tutto insufficiente aumento del 25% lo hanno realizzato.

Le esternazioni dei personaggi dello spettacolo contro l’Occidente e contro i suoi leader sono sempre inopportune, per tante ragioni. Ma lo sono ancora di più nell’attuale frangente. Geldof sembra infatti ignorare o non capire le conseguenze della crisi economica internazionale in atto che, se non induce a rivedere le priorità – eliminare la fame nel mondo resta ovviamente un obiettivo primario – richiede di ridefinire le strategie d’azione. I paesi europei devono innanzi tutto e per forza riuscire a garantire, concentrando tutte le loro risorse, non soltanto la qualità della vita dei loro cittadini, ma anche la disponibilità di capitali pubblici e privati da investire in attività produttive: se questa crisi non sarà superata, diventerà comunque impossibile continuare a finanziare altre nazioni che, peraltro, quasi tutte – e anche questo sembra sfuggire a Geldof – devono le difficoltà in cui versano alle dissennate politiche economiche di leadership irresponsabili, incapaci e corrotte oltre ogni limite.

Nel calcolo di quanto l’Italia investe in aiuti, Geldof, inoltre, con la sua mentalità assistenzialista, non tiene conto dei capitali che il nostro paese dedica a fini umanitari e allo sviluppo tramite accordi bilaterali invece di destinarli alla costosa e spesso inconcludente cooperazione internazionale affidata alle agenzie delle Nazioni Unite e alle Ong: l’esempio più recente è quello del summit Italia-Egitto, conclusosi con lo stanziamento di fondi per progetti che vanno dalla lotta contro le mutilazioni genitali femminili all’avviamento al lavoro dei giovani, dalla ricerca tecnologica per migliorare la produzione agricola alla collaborazione commerciale e industriale.

Questo genere di iniziative che il governo Berlusconi sta moltiplicando con successo, oltre a giovare agli interessi italiani come è giusto che sia, determina crescita economica e sviluppo umano assai più e meglio della cooperazione tradizionalmente intesa, che si tratti di aiuti umanitari o di progetti di sviluppo: è quanto sostengono da anni pochi, ma qualificati testimoni, purtroppo quasi del tutto inascoltati. Tra gli altri, vanno ricordate la giornalista free lance olandese Linda Polman, autrice di inchieste ricche di dati e ben documentate, l’ultima delle quali è stata pubblicata in Italia con il titolo L’industria della solidarietà (Bruno Mondadori, 2009) e, con tutta l’autorevolezza della propria competenza professionale, Dambisa Moyo, un’economista nata in Zambia e laureata in atenei britannici e americani, secondo cui la solidarietà alla Geldof e Bono devasta il Terzo Mondo contribuendo alla diffusione di uno stato di perenne dipendenza e alimentando corruzione e violenza. La carità che uccide è il titolo italiano di Dead Aid, il saggio in cui Moyo illustra le proprie teorie, edito da Rizzoli, 2010.

Ha dell’incredibile che la voce di uno scienziato valga meno di quella di un uomo di spettacolo, per buone che siano le intenzioni che animano quest’ultimo: sarà vero, come ha indicato nel 2009 la rivista Time, che Dambisa Moyo è diventata una delle 100 persone più influenti del mondo, ma nel 2008 il Partito conservatore britannico ha scelto Bob Geldof, non lei, come consulente in materia di povertà. geldof

Ci chiedono sacrifici. Sacrifici umani?

La parola d’ordine è: sacrificio! Siamo in crisi, non bisogna diventare come la Grecia, abbiamo il terzo debito pubblico del mondo e dunque: sacrificio! Ma cosa rimane da sacrificare ai lavoratori onesti che hanno sempre pagato le tasse, i propri figli primogeniti?

Alla fine sappiamo che Pantalone pagherà come ha sempre pagato, però… C’è un però. Che consiste nel denunciare il fatto che questa non è una democrazia, ma una forma di Governo nella quale le persone oneste e in buona fede servono per pagare i debiti e i conti dei furbi e dei parassiti. Non è più un discorso qualunquista, non è uno sfogo da bar. Ormai sono tante e tali le prove della gestione disonesta del bene pubblico che l’atteggiamento qualunquistico è negare la mancanza di vera democrazia.
I dati sull’evasione fiscale parlano di una sottrazione alle casse dello Stato di 22 miliardi di Euro l’anno; i dati sugli sprechi nel settore pubblico parlano di una stima superiore ai 15 miliardi di Euro l’anno; i dati sull’iniqua distribuzione del carico fiscale tra diverse regioni dello Stato parlano di un flusso di denaro di 84 miliardi di Euro l’anno che vengono drenati dalle tasche dei cittadini settentrionali senza che si ottengano risultati concreti di sviluppo nelle regioni meridionali.

Facendo due conti, è chiaro che le risorse sarebbero abbondanti anche senza mettere le mani – ancora e ancora e ancora – sempre nelle stesse tasche, quelle dei lavoratori autonomi delle regioni del nord Italia con le cui tasse si pagano anche gli stipendi lordi (e dunque anche le trattenute in busta paga) dei dipendenti statali. Dunque Pantalone, lavoratore autonomo onesto del Nord Italia, paga le tasse di tutti. Paga sempre lui. E per di più, lo sospettano pure di essere un evasore fiscale.

Nossignori, così non va bene. Questo ormai è schiavismo. Qui si chiude baracca entro poco tempo, perché ogni pazienza ha un limite. E intanto la moglie di Flavio Briatore, Elisabetta, si lamenta perché il sequestro cautelativo del loro yacht privato causerebbe un trauma al piccolo neonato Nathan. Fate qualcosa per favore, senza lo yacht privato il piccolo rischia di rimanere turbato….

Indulgenza plenaria per chi sta bestemmiando nel leggere queste parole. E comprensione, se vacillando col pensiero comincia a pensare a qualcosa di brutto da fare a chi è troppo gaudente in tempo di crisi.Gregoraci Briatore

2 milioni di “fancazzisti”, ma i vecchi non mollano…..

L’Italia ha il più alto numero di giovani che non lavorano e non studiano. Si chiamano Neet (Non in education, employment or training) e nel nostro paese sono oltre 2 milioni. Per questo, ha il primato europeo. Hanno un’età fra i 15 e 29 anni (il 21,2% di questa fascia di età), per lo più maschi, e sono a rischio esclusione. Lo denuncia l’Istat nel rapporto annuale presentato oggi. Questi giovani sono coinvolti nell’area dell’inattività (65,8%).

Paese di vecchi – L’Italia si conferma uno dei paesi più vecchi d’Europa e quello con uno dei più bassi indici di natalità. Lo squilibrio generazionale “è tra i più marcati d’Europa”. Nei prossimi decenni, la popolazione attiva è destinata a ridursi: si stima che arriverà entro il 2031 a 37,4 milioni ed entro il 2051 a 33,4 milioni. La popolazione in età attiva passerebbe così dal 65,8% di oggi al 54,2% entro il 2051.

Nel rapporto annuale dell’Istat, si afferma che la questione demografica “desta grandi preoccupazioni”. L’Italia, dopo la Germania, è il paese più anziano d’Europa; risente in particolare di un squilibrio generazionale: il rapporto di dipendenza tra le persone in età inattiva (0-14 anni e 65 anni e più) e quelle in età attiva (15-64 anni) è passato dal 48 al 52% in dieci anni per effetto del peso crescente delle persone anziane (da 27 ogni 100 in età attiva nel 2000 a 31 nel 2009). Il rapporto fra le persone over 65 e quelle in età 0-14 anni (indice di vecchiaia) è di 144. Era 127 nel 2000. Tenuto conto che l’indice di fecondità (1,41 figli per donna; in Italia il tasso di natalità nel 2008 è di 9,6 per mille; sta meglio solo di Austria, 9,3 per mille, e di Germania, 8,3 per mille) risente positivamente della popolazione straniera, per l’Istat questo squilibrio è destinato ad aumentare raggiungendo a metà secolo un indice di vecchiaia di 256 (112 punti in più).

Ciò vuol dire – sottolinea ancora l’Istat – che è da considerare prioritario l’investimento nei giovani per assicurare la sostenibilità del paese nel futuro. Fra l’altro, si va verso un aumento della speranza di vita: nel 2050 84,5 anni per gli uomini, 89,5 per le donne. Tra oggi e il 2051 si prevede una diminuzione di circa 400 mila giovani under14 (passeranno dal 14 al 12,9% della popolazione; saranno 7,9 milioni). Mentre gli anziani dovrebbero raggiungere i 20,3 milioni. Un residente su cinque avrà più di 64 anni. I grandi anziani, oltre gli 85 anni, saranno il 7,8% del totale (4,8 milioni).

Conviventi forzati – A casa con mamma e papà ma non più per scelta né per piacere. I “bamboccioni” lasciano il posto ai conviventi forzati con i genitori, costretti dai problemi economici. Nonostante le aspirazioni, i 30-34enni che rimangono in famiglia sono quasi triplicati dal 1983 (dall’11,8% al 28,9% del 2009). Rilevante è anche la crescita dei 25-29enni, dal 34,5% al 59,2%. Nel complesso, i celibi e le nubili fra i 18 e 34 anni che vivono con i genitori sono passati dal 49% al 58,6%. L’Istat, nel rapporto annuale, afferma che in sei anni (dal 2003 al 2009) sono calati di ben nove punti i giovani (18-34 anni) che per scelta vogliono vivere nella casa dei genitori: la prolungata convivenza dei figli con genitori dipende soprattutto da questioni economiche (40,2%) e dalla necessità di proseguire gli studi (34%); la scelta vera e propria arriva solo come terza battuta (31,4%), era la prima qualche anno fa. In particolare, la percentuale di giovani che dichiara di voler uscire dalla famiglia di origine nei prossimi tre anni cresce dal 45,1% del 2003 al 51,9% del 2009, aumentando di più tra i 20-29 anni che tra i 30-34 anni.

Il lavoro delle donne – Si aggrava la condizione lavorativa delle donne italiane. Con la crisi – afferma l’Istat nel rapporto annuale – le lavoratrici del nostro paese peggiorano una “criticità storica”: il loro tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni è sceso nel 2009 al 46,4%, oltre 12 punti percentuale in meno della media nell’Ue (58,6%). Fra il 1996 e il 2008, l’occupazione femminile era passata dal 38,2% al 47,2%. Lo scorso anno, questa tendenza si è interrotta registrando un meno 0,6%. Nell’Ue, l’Italia è migliore solo a Malta (37,7%)

Formazione – La formazione è un capitolo pieno di carenze in Italia. Non riesce ad incidere nell’inclusione sociale; sul conseguimento dei titoli superiori continua a pesare una “forte disuguaglianza” legata alla classe sociale della famiglia di provenienza degli studenti. Ciò – ritiene l’Istat – blocca la mobilità sociale.

Lavoratori stranieri – La crisi pesa di più sui lavoratori stranieri che italiani. Il tasso di occupazione dei primi è infatti calata nel 2009 a ritmi doppi rispetto ai secondi. bamboccioni

Crisi economica come un tornante della Storia

Se è vero che il minitro Giulio Tremonti è l’unico a non aver mai sottovalutato la portata della crisi economica mondiale attuale, vero è anche che solo adesso tutti si stanno accorgendo di quanto noi diciamo da un anno su questo giornale on line, e da altri tre anni prima: la crisi in corso è strutturale e non congiunturale, è causata da fattori non risolvibili per legge come soprattutto la forma della piramide demografica dei Paesi Occidentali, non è ancora giunta al suo apice e può avere sviluppi sorprendenti in senso negativo.

“L’intensità del fenomeno che viviamo è storica e ha modificato tutti i paradigmi, dalla politica all’economia. Non siamo dentro una congiuntura ma in un tornante della storia. È difficile da commentare standoci dentro”. Lo ha detto il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, rispondendo alle domande del pubblico dopo il suo intervento alla sessione d’apertura del Forum Ocse 2010. Per Tremonti alcuni interventi presi per far fronte alla crisi sono stati positivi, in particolare quelli presi da alcuni paesi. “I tentativi fatti per arginare la crisi – ha detto il ministro – sono stati empirici e non basati sull’esperienze precedenti”. Per Tremonti in alcune aree sono state decise delle azioni importanti, ad esempio, “la Repubblica popolare cinese ha preso decisioni molto coraggiose e positive”. Tremonti ha anche aggiunto che “la crisi del ’29 è stata diversa da quella attuale”. Sulla scia della risposta di Tremonti, il segretario generale dell’Ocse Angel Gurria ha detto che il lavoro dell’Ocse è orientato in definitiva alla salvaguardia dei posti di lavoro.

Sulla manovra da 24 miliardi di Euro approvata ieri sera ha poi detto “Ieri l’Italia ha fatto una scelta molto chiara, quella di salvaguardare i livelli di stato sociale e di operare forti riduzioni di spesa dei governi centrale, regionale e locale”. “È fondamentale – ha sottolineato – salvaguardare i livelli di stato sociale e operare forti riduzioni di spesa dei governi centrale, regionale e locale”. Per Tremonti, infatti, è fondamentale “salvaguardare la coesione sociale”. 3monti

Terrorista islamico ottiene asilo politico

Per lo Stato italiano Abu Imad è un terrorista, un predicatore della jihad contro l’Occidente, un reclutatore di combattenti e di attentatori suicidi, un pericolo pubblico tale da venire rinchiuso in un carcere speciale. Ma per lo Stato italiano è anche un dissidente inseguito da uno Stato totalitario per motivi religiosi, un innocuo immigrato che merita di ricevere dall’Italia lo status inviolabile di rifugiato politico. Come le due versioni possano convivere, come la stessa persona condannata come terrorista possa ricevere asilo politico, è uno di quei misteri tutti italiani dove non si capisce come si incrocino pasticcio burocratico, ottusità amministrativa, garantismo spensierato.

Al centro del pasticcio, lui: Arman Ahmed El Hissini Helmy alias Abu Imad, imam della moschea milanese di viale Jenner fino a pochi mesi fa, quando finisce in carcere a espiare una pena di tre anni e otto mesi per terrorismo. La sentenza dice che sotto la guida di Abu Imad (che aveva preso il posto di un suo collega andato a combattere e a morire in Bosnia) la moschea milanese è divenuta centro di raccolta per i fanatici dell’Islam radicale, che qui si sono organizzate raccolte di fondi e di uomini per i campi d’addestramento e le missioni suicide. Dal suo ufficio al primo piano di viale Jenner, il barbuto e ieratico Abu Imad controllava tutto. Solo negli ultimi anni, riconosce la sentenza, le sue posizioni si erano – almeno in apparenza – fatte più morbide, più inclini al dialogo.

Ma per lo Stato italiano Abu Imad è un pericolo ancora oggi: lo dice il provvedimento del Dap, la direzione delle carceri, che lo ha spostato da San Vittore alla prigione di alta sicurezza di Benevento, uno dei due istituti (l’altro è a Macomer) abilitati alla custodia dei terroristi. Lì, Abu Imad, dovrà restare fino alla fine della sua pena. E dopo?

Ed è qui che salta fuori la inverosimile novità. Abu Imad non verrà espulso – e questo già si sapeva – perché la sua condanna non prevede questa pena aggiuntiva, proprio in considerazione del suo recente, presunto ammorbidimento. Ma non verrà neanche consegnato all’Egitto, che da anni chiede la sua consegna per i progetti di attentato ai danni del presidente Hosni Mubarak. Questa consegna non avverrà perché pochi giorni prima che la Cassazione rendesse definitiva la sua condanna, il ministero degli Interni ha accolto la sua richiesta di asilo politico.

Oggi il governo correrà ai ripari, la commissione centrale riesaminerà il caso, il sottosegretario agli Interni Alfredo Mantovano denuncia che «questo è quello che accade quando, di fronte al pericolo terrorismo, una parte delle istituzioni fanno il loro dovere e altre se ne vanno per i fatti propri». Ma la verità resta, innegabile e imbarazzante. Il terrorista Abu Imad ha ottenuto lo stato di rifugiato grazie a due sentenze della magistratura amministrativa che, ribaltando la decisione dell’autorità di governo, lo ha ritenuto un perseguitato meritevole di protezione.

La prima sentenza è del Tar della Lombardia, 6 giugno 2001. Abu Imad, entrato in Italia nel 1993 col trucco di un visto turistico, nel 1995 si è visto rifiutare lo status di rifugiato, fa ricorso: «Premesso di essere stato più volte arrestato, sempre assolto e scarcerato dai tribunali del suo paese, assume di avere subito persecuzioni e torture da parte delle forze di polizia e dei servizi di sicurezza in quanto classificato dal regime egiziano come membro di un gruppo islamico duramente combattuto dal regime». I giudici si commuovono, prendono tutto per buono, scrivono che «l’appartenenza a un movimento religioso che si connoti per una radicale intransigenza ideologica non può di per sé sola costituire ragione di persecuzione politica né legittimare trattamenti persecutori o metodi di tortura», e accolgono il ricorso. Si dirà: alle Torri gemelle mancavano ancora tre mesi, la sensibilità verso il rischio islamico era ancora tenue. Ma cinque anni dopo, in pieno allarme terrorismo, a occuparsi della faccenda è il Consiglio di Stato: che dà ragione un’altra volta al predicatore di viale Jenner, nel frattempo inquisito per terrorismo. Al Viminale fanno melina ancora per quattro anni, poi devono eseguire l’ordine. Il terrorista Abu Imad si vede recapitare in carcere il decreto che lo nomina rifugiato politico. Quando l’ha visto, il suo avvocato non ci credeva neanche lui.
ITALY TERROR TRIAL

Scuola ad Ottobre? Perplessità…

Tornare a scuola il 30 settembre, e non più a inizio o metà mese come avviene ora: è questa la proposta contenuta in un disegno di legge del senatore Giorgio Rosario Costa (Pdl) che sicuramente farebbe piacere agli studenti, ma anche al mondo del turismo che vedrebbe così allungata la stagione estiva. Un ritorno al passato, come negli anni Sessanta/Settanta, quando la scuola iniziava i primi di ottobre, proposto anche per aspettare la fine del caldo di settembre che a volte è veramente torrido. Che però non piace all’associazione nazionale presidi (“è soltanto un ritorno al passato”) e ai Genitori Democratici che chiedono una condivisione delle scelte, per difendere le “povere vacanze” delle famiglie italiane.

La proposta è accolta con interesse dal ministro dell’Istruzione. “È una proposta sulla quale si può discutere, io sono molto aperta su questo tema perché effettivamente il nostro Paese vive di turismo e oggi le vacanze per le famiglie non sono più concentrate a luglio e agosto”, ha detto a Sky Tg24 Mariastella Gelmini. “A settembre – ha aggiunto – si possono avere migliori opportunità sul piano economico. Per certi versi uno slittamento dell’inizio dell’anno scolastico potrebbe aiutare le famiglie a organizzare meglio il periodo delle vacanze e dare anche un aiuto al turismo. Vedremo come deciderà il Parlamento”.

La scuola iniziava a Ottobre quando l’Italia contadina abbisognava della forza lavoro di tutti, anche dei ragazzi, per il mese di Settembre così importante in quell’economia legata al ciclo della Natura. L’industrializzazione e l’inurbamento hanno modificato lo stile di vita dell’intera popolazione italiana, rendendo possibile e addirittura più utile l’inizio della scuola in Settembre. La proposta formulata in questi giorni risponde alle esigenze di una lobby economica, quella degli operatori turistici, che non rappresenta tutta la popolazione e che non può pretendere di modificare lo stile di vita di tutti per rispondere a un auspicio di parte, soprattutto su un argomento di importanza fondamentale come è la scuola.
In una repubblica fondata sul lavoro, è la scuola ad essere un cardine della società; quando la repubblica sarà fondata sullo svago e sul tempo libero, allora il settore turistico potrà modificare anche i programmi della scuola (più geografia, più inglese, tecnica bancaria per il cambio valute e per l’uso delle carte di credito, burocrazia doganale), ma fino ad allora forse è il caso di non cambiare nulla e, così a naso, con i tempi che corrono ci sarà da aspettare parecchio.

D’altra parte l’estensione del periodo delle ferie non coinciderebbe con una dilatazione del periodo di villeggiatura pro-capite, ma solo con una diversificazione dei periodi che vedrebbe aumentare il costo della vacanza nel mese più caldo (metà luglio-metà agosto) e la diversificazione del turismo in classi di ricchi e di poveri, questi ultimi obbligati a stare in città a 40 gradi senza nulla da fare.

Gli unici che al giorno d’oggi possono permettersi di allungare ancora le vacanze sono quei pochi ricchi che già non hanno il problema della scuola, e nemmeno quello dei figli; essi infatti hanno i tutors privati, che si dedicano all’erudizione dei “rampolli”.

Roba da ricchi, qui invece si parla di cose serie…Gelmini

Zamagni: il federalismo è cattolico

Quanto diciamo su L’Altra Campana da sempre trova piano piano riscontro, con qualche sfumatura diversa ma sostanzialmente in piena concordia, in tutti gli ambienti culturalmente qualificati dove non sia accettata supinamente l’ideologia nichilista e post-progressista che connota di sè il cosiddetto “politically correct” che noi apertamente avversiamo. Ecco un’intervista che dimostra come le idee leghiste stiano fecondando, o rivitalizzando, una parte del pensiero politico che sembrava oramai defunta……

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Applicare subito il quoziente familiare e creare nuova occupazione con l’impresa sociale. Per l’economista Stefano Zamagni, docente e presidente dell’Agenzia delle Onlus, le riflessioni del cardinale Bagnasco offrono diversi spunti per una politica di riforme. A partire dal federalismo, che sturzianamente è nel dna dei cattolici.

La crisi ha creato un’emergenza lavoro senza precedenti, destinata ad acuirsi perché la ripresa rischia di tradursi in una crescita senza occupazione. Il cardinale indica la via di una rete di piccole e medie imprese e del sostegno alle cooperative. Che ne pensa?
La Chiesa italiana ha offerto un contributo eccezionale ai disoccupati e conosce bene la realtà. L’emergenza non è dovuta solo alla crisi, che l’ha accentuata, bensì alla terza rivoluzione industriale infotecnologica. Che ci ha portati da un mercato del lavoro costruito sul modello piramidale a uno a clessidra, dove le aziende in gara sui mercati globali scelgono personale molto specializzato oppure poco formato. E al massimo assorbiranno il 70% della forza lavoro italiana, a meno che si decida di abbassare i salari. In questo quadro occorre che la politica sostenga i giovani e i lavoratori con livello medio di istruzione.

In quali forme?
Ad esempio sostenendo cooperative e imprese sociali che possono lavorare nel mercato dei servizi alla persona oppure piccole imprese. Per fare questo, lo dice bene Bagnasco, occorre uno sforzo bipartisan. Per esempio, per completare la riforma del libro primo e titolo secondo del Codice civile che regolamenta l’impresa sociale. Era già avviata, poi si è arenata in Parlamento. E con l’istituzione di una borsa sociale per finanziare cooperative e imprese con capitali privati sganciandoli, in questa fase di tagli della spesa pubblica, dalle convenzioni con l’ente locale. Questi provvedimenti a sostegno di domanda e offerta, con pochi investimenti farebbero ripartire la crescita con occupazione. Le misure assistenzialistiche ai poveri sono invece poco efficaci.

Per uscire dal «suicidio demografico» il presidente della Cei chiede di introdurre il quoziente familiare. È possibile?
Certo, anzi bisogna chiedere di più. Posso in parte condividere le critiche degli oppositori di questa rivoluzione fiscale. Vi sono soluzioni in teoria meno costose per l’erario per diminuire le tasse al soggetto produttore di reddito con figli a carico quali detrazioni fiscali e controlli rigidi. Ma questo in Italia non è sostenibile perché richiederebbe contribuenti molto onesti e nuove assunzioni di controllori, oggi impossibili. Allora applichiamo subito il quoziente familiare se vogliamo dare una prospettiva al Paese. Ma è condizione necessaria, non ancora sufficiente.

Che cosa manca?
Studi economici dimostrano che la natalità nel Belpaese cresce se si aumenta il reddito dei genitori con il quoziente e si ripensano gli orari produttivi di madri e padri in base alle esigenze famigliari. Anche questo richiede scelte bipartisan.

Italia unita valore irrinunciabile per la riforma federale. Una nuova organizzazione dello Stato aiuterà lo sviluppo?
Sono per il federalismo solidale, a patto che non diventi una scusa per frenare il federalismo. Ha ancora una volta ragione il presidente della Cei, noi cattolici siamo soci fondatori dello Stato unitario. Ma il federalismo è nel nostro dna, basta pensare a don Sturzo. Dovremmo trovare la forza di guidare la riforma federale con la solidarietà e la sussidiarietà, che abbiamo introdotto soprattutto noi nella nuova Costituzione nel 2001. È questa l’unica speranza di sviluppo per il 33% degli italiani che vive nel Mezzogiorno.

(Paolo Lambruschi su Avvenire)