Fini “Giano Bifronte”

Fini va da Lucia Annunziata in «Mezz’ora» per suonare il flauto dolce e abbassare i toni, mentre il suo “ideologo” di FareFuturo Alessandro Campi con un’intervista a «Repubblica» avverte che, se salta tutto, potrebbe nascere un governo tecnico con il Pd. Dunque, qual è il vero volto del presidente della Camera? Mantiene le sue posizioni e allo stesso tempo in televisione sostiene che il governo e la leadership di Berlusconi non sono in discussione: non dà nessun appiglio per farsi cacciare dal Pdl. Ma Berlusconi ha capito il gioco, spiegano gli uomini che gli sono vicini, non abbocca alla versione moderata di Fini, che lascia ad altri (in questo caso a Campi) il compito di far balenare l’ipotesi di schieramenti alternativi anti-berlusconiani.

Fini, come Giano Bifronte, dice due diverse verità contemporaneamente, a seconda di chi gli sta davanti. La sola cosa che vuole scongiurare è il ricorso al voto anticipato che definisce “un atto irresponsabile”. Irresponsabile perché, di grazia? Forse perché sancirebbe la fine dell’ostruzione alla riforma federale dello Stato compiuta dall’interno della maggioranza? Forse perché stavolta sarebbe la cura definitiva contro il cancro che dal 1994 impedisce al Nord Italia di ottenere quelle leggi che garantirebbero un riequilibrio dei diritti tra cittadini della Repubblica? Quel cancro che è il doppiogiochismo con il quale Fini, con la spalla di Casini e soci ex DC, ha gabbato la Lega Nord tanto nel 1996, quanto nel 2006?

Nossignore, on. Fini. Stavolta nessuno si fa incantare. Il gioco è stato scoperto e nessuno ci casca. Cosa accadrà lo vedremo e i politici sono sotto l’attenzione del popolo, che giudicherà in maniera consapevole qualsiasi sia l’evoluzione. Se si potranno fare le riforme promesse in campagna elettorale, bene. Sennò si torni a votare con un programma finalizzato esclusivamente su di esse. Il Paese non può più andare avanti sotto il giogo che lo sta schiacciando e che il vecchio potere centralista, impersonato da Fini, vuole continuare a imporre.fini fa mussolini

Quando l’omicidio diventa “conveniente”…

Omar Bianchera, autotrasportatore, 44 anni, aveva deciso di chiudere i conti con tutti coloro verso i quali provava rancore, trucidandoli: l’ex moglie, una vicina di casa e un conoscente con cui aveva avuto affari in passato. Tutti uccisi con “colpi mirati, precisi”, dirà poi un medico del 118 di Mantova. Quello di Bianchera è infatti apparso subito un piano tanto lucido quanto spietato.

Dicono i carabinieri che l’assassino non ha dato segni di pentimento, nemmeno di confusione, solo una lucida freddezza di chi ha portato a termine un disegno da tempo ideato.

Perché parliamo di un caso di cronaca, contrariamente alle abitudini? La cronaca infatti non interessa il nostro giornale, a meno che non sia lo spunto per parlare di temi politici e l’amministrazione della Giustizia è un tema fondamentale nell’edificazione della società o nel perseguimento del bene comune. Dunque ragioniamo su un aspetto preoccupante, perché capita spesso di sentire discorsi da balordi nei bar conditi da frasi del tipo: “Male che vada, uno fa una strage… Tanto dopo basta star muti e fra patteggiamento, seminfermità mentale, condoni della pena, buona condotta, dopo 7-8 anni torni a casa e vivi meglio di prima”.

Non è una frase sentita una volta nella vita da un ubriaco, è una frase sentita spesso e sempre di più da persone diverse in luoghi diversi. Anche questo camionista disgraziato aveva pronunciato frasi analoghe al bar, a detta di testimoni o ex amici, e non c’è affatto da stupirsi.

Se non verrà data una sterzata profonda, drastica, sul tema dell’amministrazione giudiziaria saremo costretti a vedere la moltiplicazione di eventi delittuosi perché ormai la morbidezza e l’incertezza delle pene comminate dai processi ha finito di avere una funzione deterrente. L’eccessivo accento che si pone sulla funzione rieducativa del carcere sta facendo dimenticare la necessaria funzione detentiva e punitiva, che è una retribuzione proporzionata al reato commesso: un atto di Giustizia in reazione a un atto di ingiustizia.

Uno Stato che non garantisce i cittadini onesti con la certezza della pena non è civile, ma è perfino meno civile degli Stati dove le pene sono esagerate: se una pena crudele è ingiusta, l’atteggiamento buonista è addirittura peggiore perché declina verso l’anarchia e la dissoluzione dell’autorità, moltiplicando gli effetti perversi. Non era certo questa la visione del Beccaria quando ragionava sulla disumanità della tortura, non è mai stata questa la direzione dei grandi giuristi della Storia quando invocavano la clemenza nelle condanne.

In Calabria gli immigrati sono come schiavi

Reggio Calabria – Trentuno arresti e beni sequestrati per 10 milioni di euro nell’ambito dell’inchiesta sulla rivolta degli immigrati a Rosarno. Tra i destinatari dei provvedimenti cittadini italiani ed extracomunitari. La rivolta dello scorso gennaio scoppiò dopo il ferimento di due immigrati a colpi di fucile. A provocarla, secondo l’inchiesta, le condizioni di vita e lo sfruttamento degli extracomunitari, minacciati e costretti a lavorare 12-14 ore al giorno per una decina di euro. Le accuse nei confronti degli arrestati sono di associazione per delinquere, violazione della legge sul lavoro e truffe nel settore dell’agricoltura. Sotto sequestro sono state poste venti aziende e duecento terreni, per un valore complessivo, appunto, di circa dieci milioni di euro.

Il blitz ha visto in azione agenti della squadra mobile di Reggio Calabria, carabinieri e militari della guardia di finanza che hanno eseguito le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip di Palmi. Nel corso delle indagini gli investigatori hanno compiuto accertamenti patrimoniali nei confronti degli indagati ed hanno potuto ricostruire la quantità di beni mobili ed immobili ritenuti frutto di illecito arricchimento e, soprattutto, funzionale alla realizzazione delle condizioni di impiego di manodopera in nero. Sono state scoperte anche numerose presunte truffe compiute nei confronti degli enti previdenziali.

Come è diversa l’integrazione nelle regioni amministrate dalla Lega Nord. Come è diverso il comportamento con gli immigrati. Eppure la TV continua a martellare con accuse di razzismo solo dove non ce n’è nemmeno traccia. Ma la gente, poco alla volta, sta capendo…

Il 25 Aprile esponiamo il gonfalone di san Marco

Un malinteso sentimento di integrazione verso persone di culture, religioni e usanze diverse provenienti da altri continenti o regioni d’Italia, si trasforma per alcuni in uno strumento di autocensura nei diversi contesti sociali in cui normalmente manifestiamo gli aspetti della nostra identità collettiva. Si parli dell’esposizione dei crocefissi in luoghi pubblici, dell’allestimento dei tradizionali presepi natalizi o addirittura della preparazione di piatti della nostra cultura enogastronomica, si sentono qua e là voci di funzionari o semplici cittadini che chiedono di rinunciare alle nostre usanze per “paura di offendere” coloro che provengono da altri contesti. Una sorta di cupio dissolvi, di nichilistica rassegnazione di cui evidentemente è affetta una piccola minoranza della nostra gente che sta perdendo le ragioni stesse del vivere collettivo e comunitario senza ricevere nulla in cambio da quella società fluida impersonale, individualista, disperatamente disgregata, che in una parola chiamiamo “globalizzata”. Eppure la perdita di senso esiste solo per coloro che con ostinazione coltivano l’oblìo e la cancellazione della nostra memoria collettiva.

Ci sono simboli, date, ricorrenze che non passano e non passeranno. Una di queste è sicuramente il 25 Aprile, ricorrenza di San Marco patrono delle Genti Venete. E’ una ricorrenza religiosa che la Serenissima Repubblica ha reso anche e soprattutto civile rivendicandone simbologia e valenze nella sua stessa bandiera. Da secoli, in effetti, esprime il massimo momento di unità del Popolo Veneto.

In questa data riaffermiamo quindi il sentimento di continuità ideale che ci lega ai nostri avi ed ai nostri posteri. E riaffermiamo in pari tempo le idee cardine che la concezione politica Veneta ha espresso in più di un millennio di indipendenza e due secoli di insorgenze e rivolte e proteste per riconquistarla: l’idea che il bene comune debba prevalere sugli interessi particolari, l’idea che l’uomo di Stato debba essere al servizio della Nazione tanto da offrire ad essa la vita se necessario, l’idea che lo scopo dell’esercizio del potere è la limitazione degli abusi e dei soprusi verso le classi deboli della società. Un’idea del mondo, questa, ben chiara nella testa di quei patrizi Veneziani che si facevano decapitare o spellare vivi a Cipro per non arrendersi alla più bassa barbarie ottomana; quelli che sotto le mura di Padova hanno umiliato gli avidi imperatori della Lega di Cambrai resistendo al più gigantesco assedio che l’Europa avesse visto; o quei contadini vicentini che si facevano squartare dalle soldataglie napoleoniche piuttosto che ammainare la bandiera di San Marco. Crediamo che quei valori e quell’idea del mondo siano attuali oggi più che mai e sono simboleggiati dalla nostra bandiera, “carica di gloria vera” come recita l’inno ad essa dedicato composto da Giuseppe Segato.

Il 25 Aprile, invitiamo pertanto i Veneti ad esporre con orgoglio la bandiera Veneta dalla propria abitazione. E’ un segno di continuità di cui andare fieri.

La cultura del niente, la “paura di offendere” sono figlie di un oblìo forzato che non ha più ragion d’essere. E’ ora di voltare finalmente pagina.

Moreno Menini
Associazione Bepin SegatolaMiaBandiera

Bossi deluso accusa Fini

Un Bossi deluso affida alle pagine del quotidiano “La Padania” tutta la sua amarezza in un’intervista dai toni cupi.

«Siamo davanti a un crollo verticale del governo e probabilmente di un’alleanza, quella di Pdl e Lega» tuona il Senatùr, apostrofando il leader di Montecitorio come «invidioso e rancoroso per le nostre ripetute vittorie». «Io sono per la mediazione, certo, ma la gente del Nord, i leghisti, sono arrabbiatissimi, è un vero bombardamento di persone che non ne possono più di rinvii e tentennamenti» precisa poi il numero uno del Carroccio all’Ansa. «Noi vogliamo fare le riforme, i miei vogliono le riforme» aggiunge il Senatùr «e io devo interpretare le richieste della base, della gente che è stufa». «Non vogliamo – spiega – gettare benzina sul fuoco ma la gente del Nord è stufa marcia, basta ascoltare quel che dice la gente per strada o alla radio. Riforme subito!». «Diciamo che il meccanismo del federalismo resta in piedi. Ma deve essere fatto subito» aggiunge il ministro leghista interpellato a proposito delle sue affermazione sulla possibile fine dell’alleanza Lega-Pdl.

Nell’intervista alla Padania, Bossi non ha certo usato mezzi termini nel parlare di Fini, accusandolo di aver «rinnegato il patto iniziale» e di non aver fatto altro «che cercare di erodere in continuazione ciò che avevamo costruito». Per il capo della Lega, il presidente della Camera è «un vecchio gattopardo democristiano» che «finge di costruire, per demolire e non muovere nulla». «In questo modo ha aiutato la sinistra – incalza il numero uno del Carroccio – , è pazzesco. Anzi, penso che sarà proprio la sinistra a vincere le prossime elezioni, grazie a lui». Per Bossi «Fini è palesemente contro il popolo del Nord, a favore di quello meridionale», è «contro il nord e il federalismo. Per il centralismo dello Stato e il meridionalismo». E ancora «Berlusconi avrebbe dovuto sbatterlo fuori subito senza tentennamenti invece di portarlo in tv dandogli voce e rilievo». Bossi

Resa dei conti nel PdL: spettacolo indecoroso

Berlusconi e Fini si scannano pubblicamente, ma è Berlusconi ad avere più leccapiedi. Perciò vince, nel mondo dei leccapiedi.

PdL, cioè Partito dei Leccapiedi. La dimostrazione ulteriore che in politica non si sommano peri con patate per fare numero. Mille teste da pero restano mille teste da pero, trecento teste da patata restano trecento teste da patata. Ovviamente restiamo sui prodotti della terra per non scadere nel volgare, altrimenti parleremmo di mille e trecentro teste di ca… lcos’altro.

La fusione tra Destra Liberale, coadiuvata dagli opportunisti di ogni risma, e Destra Sociale è fallita. Scriviamo con le maiuscole perché ancora abbiamo la folle illusione che i partiti politici siano espressione di visioni politiche, anziché cavalli di Troia che sfruttano la buona fede degli elettori per permettere a certi furbastri di vivere al di sopra delle proprie reali capacità….
Restiamo seri e parliamo di politica: la colpa del fallimento è di Fini, dal punto di vista personalista, giacché egli era il leader della destra sociale e ne ha completamente tradito le istanze. Oggi i suoi lacchè sono smarriti e ciascuno sceglie privatamente il suo destino: chi con la lingua verso le scarpe abituali di Fini, chi cambiando preferisce quelle col tacco di Berlusconi. Ma sono tutti mezze tacche indegne di rendere conto a un elettorato che comunque ha la sua dignità storica e che, tra l’altro, rappresenterebbe almeno il 7-8 % degli italiani, circa il 20 % dei meridionali.

Oggi abbiamo assistito a uno spettacolo vergognoso: Fini, indegno, rivendica il suo diritto a tradire gli elettori; Berlusconi, uguale a se stesso come sempre e purtroppo, rivendica il diritto a comandare dispoticamente.

Il 38% degli Italiani vota in questa direzione. Che schifo!

Noi leghisti siamo ancora lontani dal poter sperare di ottenere la realizzazione dei nostri sogni. Teniamo duro e diffondiamo il verbo leghista, mettendo da parte il nostro “io”. Lo facciamo per il futuro.ROMA - NUOVA FIERA DI ROMA - CONGRESSO NAZIONALE PDL

Fiat punta al raddoppio della produzione in Italia

Fiat non lascia l’Italia. Anzi: raddoppia. Ha un nome l’investimento da 20 miliardi, due terzi dei 30 complessivi previsti dal piano quinquennale, che Fiat effettuerà entro il 2014 negli stabilimenti dello Stivale: «Fabbrica Italia». È il progetto del Lingotto «per rinsaldare in maniera permanente le radici nel nostro Paese». Non coinvolge Termini Imerese, che chiuderà i battenti come previsto, ma interesserà Mirafiori, Cassino, Melfi, Pomigliano d’Arco e Sevel in Val di Sangro.

L’obiettivo dichiarato da Sergio Marchionne nel corso dell’Investor Day è «più che raddoppiare la produzione di auto in Italia», portandola dalle 650mila unità del 2009 a 1,4 milioni nel 2014. E il 65% saranno destinate alle esportazioni a fronte del 40% del 2009. Trecentomila saranno prodotte «in casa» e spedite negli Stati Uniti. E alle automobili si aggiungeranno a regime anche i 250mila veicoli commerciali leggeri (Lcv) sfornati nello stabilimento in Val di Sangro. «Si tratta di un’opportunità enorme per creare occupazione – sottolinea Marchionne – ma sarà indispensabile la flessibilità della forza lavoro e dei dirigenti. Gli stabilimenti possono funzionare solo se lavorano a piena velocità». Sapori agro-dolci per i sindacati. Promessa di nuovi posti di lavoro, anche se non ancora quantificati, in cambio di un ciclo produttivo più elastico. «I sei stabilimenti Fiat italiani hanno funzionato ben al di sotto della loro capacità – spiega Marchionne – e se continuiamo a lavorare così non siamo sostenibili. Ci vogliono misure correttive. Dobbiamo ristrutturare la base industriale che ci consenta di raggiungere livelli ottimali in ogni stabilimento, lavorando su 18 turni alla settimana» (dunque compreso il sabato).

Tradotto con numeri e percentuali, a Mirafiori (dove verranno allocate le architetture Small e Compact) i volumi aumenteranno di 100mila vetture entro il 2014. «Sarà uno stabilimento sempre più targato Alfa», precisa l’ad. A Cassino saranno prodotte oltre 400mila vetture quadruplicando i volumi. Melfi vanta già un alto livello di utilizzazione e «ne raggiungerà uno ottimale». Pomigliano d’Arco è stato infine «il più colpito dalla crisi», ammette Marchionne, ma verrà dotato dell’architettura Mini per produrre 250mila auto l’anno con un livello di utilizzazione del 96% a regime. Sono già pronti 700 milioni d’investimenti. «Il piano rappresenta un’opportunità unica per chiudere con il passato e aprire una pagina nuova», insiste l’amministratore delegato, rivolgendosi indirettamente alle parti sociali che incontrerà al termine dei lavori: «Dobbiamo discutere con i sindacati: è un’occasione di quelle che arrivano una sola volta nella vita». Se poi qualcuno non volesse prendere l’ultimo treno, «è già pronto un piano B. E vi assicuro che non è un piano molto bello». Il numero uno è più preciso in conferenza stampa: «Il piano B prevede di prendere questa baracca produttiva e di svilupparla all’estero».

Un messaggio ai rappresentanti dei lavoratori, ma anche al governo, al quale «la Fiat non ha chiesto niente in questi anni, né assistenza né finanziamenti», anche se all’estero – Marchionne cita recenti accordi in Russia, Messico e per la stessa operazione Chysler negli Usa – c’è una fila di Paesi pronti ad accoglierci con finanziamenti agevolati per produrre da loro». «Certa gente – aggiunge a questo punto straripante l’ad – dice che la Fiat appartiene al governo per tutti gli aiuti che ha ricevuto, ma è una cavolata bestiale: avete visto tutti il nostro comportamento sugli incentivi: è stato un martirio. Dal governo vogliamo solo ciò che danno a tutti gli altri». Quello ai sindacati diventa invece un ultimatum: «Spero di trovare gente con cui dialogare, ma se non ci stanno non possiamo farci niente, se non vogliono andare avanti lo dicano. Il mondo è cambiato e bisogna adeguarsi. Fabbrica Italia è una grande opportunità e spero il Paese la colga». Anche John Elkann non rinuncia tuttavia a togliersi con garbo qualche sassolino dalle scarpe, pensando a quanti avevano dato per certo un disinvestimento della famiglia dall’Automotive: «Fabbrica Italia – sottolinea il presidente che pensa in inglese – è una chiara indicazione delle radici di Fiat e dell’importanza che ha nel nostro Paese. Ci auguriamo che si possa fare».fiat logo

Maometto travestito da orsacchiotto e subito minacce di morte…

“Finiranno come Theo van Gogh”. Così Revolutionmuslim.com, un sito islamico radicale newyorchese, ha minacciato gli autori del cartoon satirico South Park, Trey Parker e Matt Stone, pubblicando le loro foto accanto a quella del regista olandese accoltellato a morte nel 2004 ad Amsterdam da un musulmano fondamentalista. A scatenare la loro ira, l’immagine di Maometto travestito da orso, comparsa nell’ultima puntata di questo controverso cartone animato televisivo.

“Questa – si legge nel sito – non è una minaccia ma un avvertimento sulla realtà di quanto probabilmente accadrà loro”. E per rendere questo messaggio di morte ancora più credibile, accanto alle foto dei due creatori televisivi è stato “postato” l’audio di un sermone di Anwar al Awlaki, in cui questo terrorista nato negli States e rifugiato in Yemen, esorta a uccidere tutti coloro i quali “diffamano” il profeta Maometto.

Il cartone animato South Park è la più geniale forma di satira oggi esistente della civiltà USA e del mondo occidentale americanizzato. Assai più feroce de “I Simpsons” ma senza scadere nelle volgarità indecenti di altri cartoni nati su quella scia (“I Griffins” o “American Dad”), South Park è visibile in Italia solo su MTV o sul canale satellitare ComedY Central, poiché Italia 1 ne sospese la programmazione proprio a causa di alcune puntate nelle quali si affrontavano i temi religiosi in maniera irriguardosa.

La genialità del cartoon consiste nella rappresentazione del mondo crudele e cinico di oggi attraverso gli occhi di bambini delle elementari di 8-9 anni, con tutte le porcherie del mondo adulto (sesso, potere, politica, economia, ipocrisia, meschinità, TV, star-system, violenza) che vengono sbattute in faccia senza pudore alle loro anime ancora candide e ingenue, ma non prive degli strumenti dell’intelligenza e della malizia che ne faranno adulti giocoforza uguali a quelli di cui hanno l’esempio, nonostante cerchino ancora di ribellarsi a un mondo siffatto.

Effettivamente qualche puntata sui temi religiosi (cristiani, quasi sempre) può dare fastidio, ma non è granché in confronto a cose ben peggiori viste altrove. Tuttavia è bastato rappresentare Maometto vestito da orsacchiotto ed ecco subito le minacce di morte. Questo è l’islam, questo è ciò che la nostra sinistra vuole imporre anche a noi.

La corrente di Fini vuole impedire le riforme

Tiene banco la vicenda dei dissidi interni al PdL, con l’on. Fini che si dichiara intenzionato a fondare una corrente interna al partito per poter manifestare eventuali dissensi sulla linea politica assunta e per esprimere compiutamente il valore della democrazia interna.

Detto così e senza altre specificazioni, non fa una grinza. Un partito che gode di un consenso che sfiora il 40% nel suo territorio di riferimento deve assumere la consapevolezza di non poter essere un monolite privo di sfaccettature. Vale per tutti, compresa la Lega Nord che quelle percentuali ora le raggiunge in molte zone del Nord Italia, soprattutto nel Nordest.

Il problema però, nel caso di Fini, è un altro. Se è giusto poter esprimere punti di vista alternativi all’interno della medesima visione di fondo, costituita da valori fondamentali condivisi, è invece sbagliato pretendere di militare in un partito essendo portatori di valori fondamentali totalmente diversi. L’ on. Fini, supportato dal suo “pensatoio” Farefuturo”, ha ormai chiaramente imboccato una strada che mira a direzioni opposte a quelle della Destra liberale di cui Berlusconi si dichiara esponente; ma mira anche a direzioni molto diverse alla storica Destra sociale di cui Fini è stato il leader negli ultimi 20 anni, e che è confluita nel PdL assieme all’altra nel momento della fondazione.

Sarebbe dunque legittimo, quasi logico, che nascessero correnti capaci di rispecchiare queste diverse anime, sebbene Berlusconi non ami questa impostazione perché è abituato a considerare il suo partito come un’azienda di cui è il padrone; ma la sua visione non è plausibile sul lungo termine e la parabola di Forza Italia è ormai da considerare chiusa. Niente di male, dunque, se si costituissero almeno le due correnti principali e storicamente riconosciute anche nella tradizione del pensiero politico. Ma una corrente progressista, perché tale è il pensiero di Fini e di Farefuturo, all’interno di un partito conservatore non ha alcun senso che non sia quello di intralciarne l’azione.

Eccoci dunque al punto: Fini vuole impedire le riforme, vuole fermare l’innovazione leghista, vuole forse far cadere il Governo per vederne nascere uno “istituzionale”, con larghe intese, di “unità nazionale” come si dice quando si vuole fregare il popolo aiutandosi magari con la retorica dei 150 anni dalla nascita dello Stato italiano.

La situazione va osservata con prudenza nella sua evoluzione, ma chi desidera riformare lo Stato deve essere pronto a chiamare i cittadini alle urne. Roma ladrona si sta asserragliando entro i suoi bastioni, potrebbe servire un’altra forte spallata.Fini

Condannato l’ultimo dittatore dell’Argentina

Grazie a internet il nostro giornale viene letto in tutto il mondo, come dimostrano i reports che rilevano i contatti quotidianamente. L’Argentina è una terra piena di Veneti emigrati ai quali la notizia seguente ha fatto piacere, come farà piacere ai loro parenti ancora residenti in Patria…..

L’ex generale Reynaldo Bignone, l’ultimo dittatore dell’Argentina, è stato ieri condannato a 25 anni di carcere per il suo ruolo nel sequestro, nella tortura e nell’uccisione di decine di oppositori durante il passato regime militare (1976-1983). La sentenza è stata emessa da un tribunale di San Martin, località in provincia di Buenos Aires.

Bignone oggi ha 82 anni ma la corte gli ha revocato gli arresti domiciliari ed ha disposto che sconti la sua pena in carcere. Per gli oltre 50 capi di imputazione relativi alle atrocità commesse tra il 1976 ed il 1978 nella tristemente famosa base militare di Campo de Mayo, all’estrema periferia della capitale, il maggior centro di torture e di eccidi del Paese durante la dittatura, con Bignone sono stati condannati a 25 anni anche gli ex generali Santiago Omar Riveros e Fernando Verplatsen. A Carlos Tepedino, Osvaldo Garcia e Eugenio Perello, gli altri imputati, sono stati inflitti 20, 18 e 17 anni rispettivamente.

Bignone venne designato dopo il disastro della guerra per le Falkland-Malvine con la Gran Bretagna. Quando era al potere varò una legge che avrebbe dovuto impedire che i militari fossero giudicati per le loro azioni . Prima della sentenza, l’ex generale, come del resto hanno fatto altri suoi colleghi processati, ha ribadito che «nessuno può dubitare che in quel periodo era in corso una guerra». Alla lettura del verdetto, alcuni familiari di desaparecidos che hanno assistito al processo hanno applaudito e esultato. «Non può aspettarsi altro chi ha commesso tante atrocità», ha detto il sottosegretario per i diritti umani, Eduardo Luis Duhalde dicendosi «soddisfatto» per la condanna.

Soddisfatta anche la presidente delle Nonne di Plaza de Mayo, Estela Carlotto, la cui organizzazione viene data come una possibile candidata al Premio Nobel per la Pace. «La giustizia si è fatta attendere parecchio ma alla fine per fortuna è arrivata», ha detto. I legali di Bignone hanno fatto sapere che con ogni probabilità presenteranno ricorso in appello non solo contro la sentenza ma anche contro la revoca degli arresti domiciliari all’anziano ex generale.

Durante gli anni della dittatura militare e la guerra sucia (guerra sporca) contro gli oppositori dei generali al potere, oltre 11 mila persone sono state uccise o risultano a tutt’oggi scomparse. Bignone è stato l’ultimo dei “presidenti” con le stellette ed è il solo sopravvissuto assieme a Jorge Rafael Videla, l’autore del golpe del 1976, che dopo essere stato condannato all’ergastolo nel 1985 venne amnistiato cinque anni dopo dall’allora presidente Carlos Menem.Bignone Reynaldo