Se lo dice la Sinistra è giusto, se lo dice la Lega è sbagliato…

Data e subito tolta dai media italiani, la notizia dell’introduzione delle lingue popolari delle comunità autonome all’interno del Parlamento Spagnolo su proposta del Psoe, partito di Zapatero. Data e subito tolta anche la notizia della proposta di legge – vergognosa in verità – che un membro del Congresso degli USA di Obama ha pazzescamente formulato, cioè l’idea di innestare un microchip agli immigrati clandestini sul territorio della “principale democrazia del mondo”…

Se la seconda non va nemmeno commentata, tale è lo schifo che suscita, sulla prima almeno una piccola chiosa va fatta: in Spagna è normale da tempo l’uso delle parlate locali nelle istituzioni locali, tanto che ricordiamo tutti le Olimpiadi di Barcellona con la grafica in Catalano affiancata a quella in Inglese. Catalano, Basco, Asturiano, Galiziano e Andaluso, con il Murciano e il castigliano (cioè lo Spagnolo ufficiale) sono lingue usate, riconosciute, scritte, ufficiali a livello locale. Ora si propone anche l’uso in Parlamento, sul quale eventualmente ci sarebbe da discutere. Ma nessuno ha gridato al razzismo, all’attentato contro l’unità spagnola, al vilipendio della bandiera.

Se invece la nazione Veneta, che sta all’Italia come il Galles sta all’Inghilterra, chiede di poter dare dignità alla sua lingua, ecco che si scatenano tutti i maniaci conservatori della presunta integrità razziale italica. Sono fascisti e razzisti, altro che il contrario! E negano la Storia per giustificare questo razzismo!

O forse Zapatero può fare qualsiasi cosa perché è di sinistra e dunque di ispirazione totalitaria mondialista, mentre la Lega Nord che è comunitarista e diversista va combattuta a ogni costo? E’ per questo che la notizia è stata fatta sparire in fretta e furia dai giornali on-line?

Oppure dovremo aspettare l’intellettuale di sinistra che ci verrà a raccontare come sia necessario introdurre le parlate locali? C’è già Ricolfi che ha scoperto l’esistenza del “sacco del Nord” da parte di Roma Ladrona; c’è già Cacciari che gira spiegando che il federalismo è necessario e improcrastinabile (ma quello vero, non quello che la Lega cerca di ottenere dopo 20 anni che quello vero è stato respinto… da Cacciari!); c’è Diamanti che racconta a Schio che non bisogna scordare l’origine veneta del leghismo come riscoperta dei valori tradizionali contro la disumanizzazione modernista, e lo viene a raccontare a noi leghisti veneti che da allora non abbiamo mai smesso di combattere!….

Tra un po’ arriverà pure l’intellettuale di sinistra che denuncia l’immigrazione clandestina finalizzata all’utile degli imprenditori che vogliono alzare la disoccupazione per mantenere basso il costo del lavoro. E magari dirà che noi leghisti non l’avevamo capito….

La sola cosa che gli intellettuali di sinistra non diranno mai è che “ce l’hanno duro”: non sanno nemmeno cosa significhi! Su quello non verranno mai a farci da maestri, con 20 anni di ritardo….zapatero

Forme e limiti della presenza pubblica della religione

E’ in libreria il volume “Una alternativa alla laicità” (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2010, pagine 261, euro 14). L’autore Luca Diotallevi ne ha sintetizzato i temi nel pezzo seguente…

In un momento come questo, nel quale per molte ragioni ci si interroga su forme e limiti della presenza pubblica della religione, rischi seri si nascondono dietro l’abitudine a ritenere “ovvio” che le risposte vadano cercate nello spazio della laicità. Magari a volte si tenta di ridefinire la laicità con qualche aggettivo, ma di essa quasi mai si mette in discussione il rango di modello, se non per dar spazio a nostalgie indifendibili.
Tuttavia il confronto in atto esige anzitutto una radicale relativizzazione della laicità.
Per corrispondere alla istanza di separare poteri politici e poteri religiosi, quello della laicità non è affatto l’unico paradigma a disposizione, né l’unico che la modernità ci offra, e neppure l’unico che la modernità europea abbia elaborato e sperimentato. Possiamo infatti non dirci laici senza con ciò necessariamente fuoriuscire dallo spazio culturale e civile della modernità, anche nella sua versione europea.
La relativizzazione della laicità, la sua riduzione a una tra le possibilità a disposizione, comincia con il riconoscimento della reciproca eterogeneità tra il suo paradigma e quello della libertà religiosa. Laïcité e religious freedom rimandano a modi di separare poteri politici e poteri religiosi reciprocamente irriducibili. L’una non è un grado dell’altra, sono semplicemente due cose del tutto diverse. Rispettivamente, nella legge del 1905 – ma già nelle politiche ecclesiastiche della Rivoluzione Francese a partire dalla Constitution civile du clergé – e nel Primo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America (definitivamente approvato nel 1791) è possibile osservare con chiarezza che tra laïcité e religious freedom si manifestano differenze radicali. Una tale differenza, di specie e non di grado, permarrà nelle tradizioni culturali e nelle esperienze storiche che procederanno da quegli eventi e non sarà attenuata dal semplice ricorso a qualche aggettivo.
Innanzitutto la laïcité persegue la privatizzazione della religione mentre la religious freedom riconosce dignità pubblica alle istituzioni religiose. Nella laïcité il “muro di separazione” tra politica e religione corre lungo la linea tra spazio pubblico e spazio privato, confinando la religione entro quest’ultimo. Nel modello della religious freedom lo stesso “muro” corre attraverso lo spazio pubblico.
Anche in questo modo la laïcité si rivela organica a una idea “monarchica” di ordine sociale, realizzata dallo “Stato” come dominio della sola politica sull’intero spazio pubblico. Al contrario, la religious freedom si rivela organica a un’idea “poliarchica” di ordine sociale. Nello spazio pubblico operano diverse istituzioni (politiche, economiche, familiari, scientifiche, religiose, e così via) che reciprocamente si limitano e anche in questo modo servono la libertà e la responsabilità personale. Il Primo emendamento fa della separazione tra poteri politici e poteri religiosi e del riconoscimento della espressione pubblica delle fedi in parole, riti e opere la pietra angolare di questa idea di ordine sociale. Nella laïcité la libertà religiosa finisce con l’essere un caso particolare di altre libertà e innanzitutto della libertà di coscienza, mentre nella religious freedom, la libertà religiosa fonda e garantisce le altre libertà.
Ancora, la laïcité nasce e vive in un regime di civil law, in un contesto nel quale lo “Stato” (superiorem non recognoscens) esercita la propria sovranità anche sul diritto, riducendone il fondamento alla propria legge; al contrario la religious freedom nasce e viene costantemente amministrata in un regime che ha ancora tratti peculiari della common law e della non pura e semplice riduzione del diritto alla legge positiva.
Infine, ma si potrebbe continuare, la religion civile francese è una vera alternativa a ogni religione di chiesa, e in particolare al cristianesimo, mentre la civil religion americana no, restando semplice e non autonomo tessuto di valori condivisi espressione della sinergia di istituzioni di vario genere. La religion civile di Rousseau esprime un tratto arcaico – in fondo contraddittorio – che dal giacobinismo transiterà a tutti i totalitarismi del xx secolo. Lo “Stato” produce la religione di cui abbisogna per tenere unita e soggetta la società che controlla. La religion civile è religione della politica in senso soggettivo e oggettivo. Lo “Stato” nella laïcité esprime dei confronti della religione quello stesso atteggiamento di negazione della libertà e della multiformità del sociale (Compendio della dottrina sociale, 151) che nei confronti dell’economia esprime negando il mercato.
Negare la eterogeneità che sussiste tra i paradigmi della laicità e della libertà religiosa espone a gravi rischi.
Espone al rischio della ideologia in quanto semplificazione della realtà in funzione del mantenimento di un certo assetto sociale. Si tratta dello stesso rischio che torna ogni volta che dell’illuminismo si parla al singolare. Alla radice non vi è tanto la negazione del contributo del cristianesimo alla modernità, quanto l’occultamento del fatto che dal permanere di una dialettica tra cristianesimo e modernità dipende il primato nella modernità e nell’illuminismo dello spirito critico e autocritico sulle istanze razionalistiche.
Negare la eterogeneità di laicità e libertà religiosa espone al rischio di una pericolosa deformazione della coscienza europea. Questa non si può infatti accontentare neppure del riconoscimento della differenza tra modello americano e modello francese, ma esige che si riconosca la fonte più importante del Primo emendamento nella “gloriosa rivoluzione” inglese di fine Seicento. Il modello della libertà religiosa è “europeo” né più né meno di quello della laicità, la quale dunque non può pretendere esclusiva sulla identità e sulla modernità europea, né primogenitura di sorta.
Come le lezioni di giuristi quali Augusto Barbera e, ancor più, Giuseppe Dalla Torre ci insegnano, se si resta sensibili a tali differenze si può sfuggire al rischio di una forzata interpretazione “francese” della Costituzione italiana, cui probabilmente non è scampata del tutto neppure la famosa sentenza della Corte Costituzionale del 1989, la quale indicava nella laicità un principio costituzionale anche se nel testo del 1948 di quel modello erano assenti molti tratti essenziali oltre che il termine stesso.
Una adeguata relativizzazione della laïcité sarebbe di non poco aiuto anche per la coscienza ecclesiale e la ricerca teologica, al fine di evitare che, magari inavvertitamente, sia quel paradigma a orientare la riflessione sui “laici” e sulla Chiesa come Popolo di Dio. D’altro canto, relativizzare la laicità aiuta a comprendere anche il valore e lo spessore dell’orientamento di fondo in materia di rapporti tra politica e religione assunto dal Vaticano ii – in particolare nella Dignitatis humanae – e seguito dai Pontefici successivi, un orientamento per il paradigma della libertà religiosa.
Relativizzare la laicità può risultare utile ancor più in generale mentre affrontiamo le sfide nuove da cui dipende il futuro di tutti. Il modello della libertà religiosa ci aiuta a guardare oltre la stagione dello “Stato” e della sua sovranità e a ricercare assetti di governance “poliarchici” (Caritas in veritate, 57); con la cultura della laicità sopravvivono invece nostalgie per una stagione ormai chiusa e uno spirito di mera opposizione alle “nuove cose nuove”. religioni nel mondo

BITONCI: A PADOVA SPESE RECORD PER GIUNTA, CONSIGLIO E STAFF.

“Nell’edizione del quotidiano “Il Sole 24 Ore” di lunedì scorso sono stati pubblicati i dati riguardanti le spese sostenute dalle amministrazioni comunali per i costi della politica. Padova si è nettamente distinta tra tutte le città del Nord, con un piazzamento “a sorpresa” all’undicesimo posto dietro realtà come Napoli, Reggio Calabria, Cosenza, Bari, Catania, Messina, Brindisi. Più volte i consiglieri della Lega Nord avevano denunciato le spese decisamente troppo elevate per la gestione della macchina comunale, senza ottenere alcun riscontro concreto: ora i risultati sono sotto gli occhi di tutti”. Il Deputato della Lega Nord Massimo Bitonci propone un’attenta disamina dei dati pubblicati dal quotidiano economico, ponendo l’attenzione su cifre particolarmente significative: “I costi per la gestione di sindaco, giunta, consiglio comunale, circoscrizioni e quant’altro ammontano a 52 euro per abitante, contro gli 11 di Treviso, gli 8 di Milano, i 24 di Verona. Interessante classifica, con una eloquente dimostrazione delle capacità di governare una città come Padova da parte di Zanonato, in tempi così difficili e delicati per l’economia delle pubbliche amministrazioni da consigliare una ben diversa gestione delle risorse economiche, con una drastica riduzione delle spese inutili (tagli di nastri, inaugurazioni, pubblicità varie, costosi affitti di capannoni per compiacere alleati politici e molto altro), in un’ottica di risparmio volta a portare una boccata d’ossigeno ai padovani, arrivando anche ad allentare la pressione fiscale a loro carico. Il sindaco Zanonato, d’altronde, non può nemmeno lamentarsi, dal momento che Padova spicca anche quanto a proventi da entrate tributarie (imposte, tasse, diritti e tributi speciali) compresa la compartecipazione IRPEF e l’addizionale comunale pari allo 0,6% (diversamente da altri comuni che non l’hanno prevista), con ben 391 euro per abitante contro i 288 di Belluno ed i 291 di Verona, oltre che per le entrate extratributarie che piazzano Padova al 46mo posto con ben 249 euro/abitante.

Non dimentichiamo infine il costo per il personale: anche in questo ambito Padova sa distinguersi con l’ottimo, si fa per dire, piazzamento al 26mo posto tra tutte le città d’Italia. C’è da riflettere a lungo e da meditare seriamente su certi numeri. Giovano forse ai padovani le quotidiane incursioni nei media locali, con tanto di passerella per Sindaco ed Assessori? Quanto costa lo staff e l’entourage che si muove intorno a Zanonato ed alla sua giunta? Una buona amministrazione – conclude Bitonci – prevede, soprattutto di questi tempi, un’attenzione particolare nell’evitare spese inutili di denaro pubblico, con la cura del “buon padre di famiglia” che non sperpera i soldi del cittadino per stare in vetrina a far bella mostra di sè”.

Cosa dicono a Sud del federalismo

Per acquisire maturità politica bisogna leggere e ascoltare tutto ciò che proviene dall’esterno, per poi confrontarlo con il proprio bagaglio in una continua rielaborazione guidata dall’onestà intellettuale e dal senso di giustizia. Ecco perché il nostro giornale non manca di proporre, a giorni alterni, anche articoli scritti su altre testate: per raffinare la mente dei leghisti e aprirli alla possibilità di elaborare un leghismo accettabile e che stia in piedi dal punto di vista del pensiero politico, contro le stupide devianze che l’improvvisazione priva di riflessione talvolta comporta. Oggi proponiamo un articolo riguardante il dibattito che nel Meridione d’Italia si sta svolgendo da quando la Lega Nord ha stravinto alle ultime elezioni regionali…..

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Dopo l’ulteriore crescita della Lega al Nord e gli avamposti conquistati nelle antiche “regioni rosse” appenniniche, dopo l’esplosione dell’astensionismo, era pressoché inevitabile che nel Mezzogiorno si tornasse a parlare di “Partito del Sud”. Il primo a ipotizzarlo, lo ricordiamo, è stato il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, ma nei mesi scorsi tanti esponenti della politica meridionale, da Gianfranco Micciché ad Adriana Poli Bortone lo hanno più volte evocato. Ora è la volta di alcuni intellettuali che rilanciano il tema, pur da prospettive totalmente diverse.

Mario Centorrino, ad esempio, dalle colonne del “Corriere del Mezzogiorno”, ha lanciato la pietra nello stagno: «Doppia tessera, sul modello radicale, e partiti territoriali autonomisti favorevoli al permanere dell’unità nazionale, come, ad esempio, la grande maggioranza dei Partidos de Ambito no estatal spagnoli». Ma ciò che più conta nell’analisi di Centorrino al quale dobbiamo, come studioso, i conti in tasca alla mafia imprenditrice, è il suo farsi voce di un disagio palpabile in alcune aree del Mezzogiorno e che lui esprime con parole molto forti: «Quando penso al federalismo all’olio di ricino che ci vuole propinare la Lega…». Il cuore del ragionamento dell’economista è che «l’egemonia del Nord», già manifestatasi con lo spostamento di due miliardi di euro destinati alle infrastrutture nelle aree deboli del Sud per l’abolizione dell’Ici e i tagli ai Fas serviti a «finanziare gli ammortizzatori sociali, la ricostruzione in Abruzzo, i battelli pubblici sui laghi Maggiore e Garda», siano solo il sintomo di un «federalismo fiscale punitivo e non solidale verso il Meridione».

Un’analisi severa, alla quale replica per primo il sociologo torinese Luca Ricolfi, autore del fortunato saggio “Il sacco del Nord” nel quale ha denunciato come ogni anno oltre 50 miliardi di euro vengano trasferiti dal Nord al Sud, senza che questo comporti un aggancio del Mezzogiorno alle aree più sviluppate. Con le inevitabili domande sugli eccessi di spesa pubblica, di evasione fiscale e di inefficienza dei servizi. Una denuncia che ha fatto sobbalzare in tanti e che a lui fa dire che un eventuale “Partito del Sud” dovrebbe «accettare la sfida del federalismo, impegnarsi nella gara a chi sa amministrare meglio, cercare di far venire allo scoperto le energie del Mezzogiorno» e soprattutto non dare vita «all’ennesima edizione del partito della spesa».

Ci sono poi i dubbi di Gianfranco Viesti, l’economista barese già assessore nell’ultima giunta Vendola che non vuole neanche sentir parlare di “Partito del Sud”. E precisa: «Alla questione della Lega si può rispondere solo con un progetto politico nazionale». E ancora: «Ci aspettano anni terribili, perché il Sud sarà attaccato su tutti i fronti… ci vuole più uno schieramento politico che territoriale, capace di incardinare lo sviluppo del Sud nel proprio programma nazionale».
Visioni dunque molto distanti tra loro che hanno però in comune una certezza: le vecchie classi dirigenti meridionali devono fare un passo indietro e il nuovo che nascerà, si tratti di un “Partito del Sud” o di una diversa e migliore collocazione dello sviluppo meridionale nella scala delle priorità dei partiti nazionali, dovrà assumersi la responsabilità di rispondere in prima persona dell’eventuale malgoverno.

Secondo lo schema di un federalismo fiscale che operativamente sembra ormai davvero alle porte. Ma un federalismo solidale sul quale si sono espresse voci autorevolissime come quelle dei vescovi italiani nel recente documento “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno” e lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, a più riprese, lo ha indicato come una condizione indispensabile per salvaguardare l’unità nazionale. Sul tasso di solidarietà del federalismo fiscale ci sarà, dunque, da lavorare. Questo sarà il terreno per valutare il tasso di credibilità delle nuove classi dirigenti meridionali che vogliono tutte, almeno a parole, lasciarsi alle spalle il malgoverno, l’inefficienza e lo spreco delle risorse pubbliche.

In ogni caso, non è mai utile sottovalutare quello che cova nella pancia del Paese, a cominciare dal dispiegarsi della strategia “nazionale” e non più solo localistica della Lega, destinata a cambiare i parametri di riferimento della politica. Di sicuro, per i partiti nazionali, a destra e a sinistra, come al centro, si impone una riflessione sul loro insediamento nel Mezzogiorno. È impensabile continuare a utilizzarlo solo come un serbatoio di voti da manovrare. Sarebbe un suicidio annunciato.

(Domenico Delle Foglie – Avvenire)italia in tre

Se brucia la casa del vicino….

La crisi della Grecia può diventare la crisi dell’euro e questa può contagiare il resto del mondo. Ha perciò perfettamente ragione il ministro italiano dell’Economia e Finanze, Giulio Tremonti, quando afferma che, se brucia la casa del vicino, è bene prestargli l’estintore affinché il fuoco non si estenda alla nostra casa, all’intero vicinato e magari a tutto il villaggio. Ma purtroppo sembra che in Europa siano state costruite case di legno, e per di più fondate sulla sabbia anziché sulla roccia.
Questa crisi sta mettendo in evidenza la difficoltà politica di risolvere in Europa il problema di una Nazione, e lascia immaginare quali incertezze vivrebbe un organismo sopranazionale chiamato ad affrontare eventi simili, ma a livello mondiale. La crisi conferma anche che la moneta unica europea, senza un vero Governo, sarà debole, rappresenterà un rischio per gli investitori istituzionali e non riuscirà a diventare una valida moneta di riserva, come invece si auspicava. Di conseguenza il dollaro resterà anche per i prossimi anni l’unica vera valuta di riferimento e il progetto di creazione di una moneta unica asiatica verrà accelerato. Da questo processo l’euro potrebbe uscire ulteriormente indebolito e i Paesi dell’eurozona sarebbero costretti a varare politiche di austerità per riequilibrare il debito e riavviare la crescita.
Si tratta di un circuito che con il tempo potrebbe accentuare ancora di più le differenze di capacità competitiva nell’eurozona, con i Paesi più virtuosi che potrebbero essere infastiditi dalle politiche di quelli con un deficit più alto. All’interno degli stessi Paesi altri problemi politici potrebbero generare una sorta di isolamento di alcune aree geografiche con capacità di crescita economica, rispetto ad altre prive di questa potenzialità.
La crisi potrebbe in sintesi dare vita a modelli competitivi scoordinati, e pertanto influenzare negativamente la coesione politica fra gli Stati e all’interno di essi. Ciò in un contesto globale dove è difficile prevedere cosa faranno Stati Uniti e Cina per risolvere i loro problemi, pur sapendo che qualsiasi soluzione prenderanno influenzerà non poco l’Europa.
Gli Stati Uniti stanno avviando la ripresa solo grazie al sostegno pubblico attraverso gli incentivi governativi. Creando cioè vantaggi statalisti che potranno causare squilibri nel mercato e disavanzi difficili da sostenere politicamente in vista delle elezioni del 2012. La Cina, dopo aver varato importanti programmi antirecessione, sta pensando di ridimensionare il suo tasso di crescita troppo alto (12 per cento), per scongiurare l’inflazione e pericolose bolle. Ma gli effetti di un rallentamento dell’economia cinese sugli Stati Uniti e sull’Europa potrebbero essere molto gravi, e potrebbero non essere compensati dall’abbassamento dei prezzi dovuto alla diminuzione della domanda di petrolio e di materie prime.
Oggi ognuno sembra pensare a se stesso, dimenticando ancora una volta che il mondo è invece unico e – lo ricorda Benedetto XVI – costituisce una sola famiglia. Sarebbe dunque necessario concepire e realizzare politiche economiche di austerità, solidali e compatibili per l’intero sistema. Perché la solidarietà globale è necessaria in questo difficile momento di crisi. Proprio come quando brucia la casa del vicino e il vento soffia forte.

(Ettore Gotti Tedeschi – O.R.)soldi

Ripristinata “Dialettologia” a Ca’ Foscari

Con un provvedimento varato già dalla giunta Galan, ma passato solo in questi giorni attraverso le necessarie autorizzazioni formali, la Regione del Veneto e l’Università Ca’ Foscari di Venezia hanno siglato una convenzione che potrà portare, nei prossimi anni, all’istituzione permanente di una cattedra di Dialettologia italiana finanziata dalla Regione e istituita presso l’ateneo veneziano.

Lo studio dei dialetti italiani, e in particolare della ricca tradizione linguistica veneta, è da tempo oggetto di studi a Ca’ Foscari – in particolare presso il Centro interuniversitario di studi veneti, fondato da Giorgio Padoan – ma dai tempi del dialettologo Paolo Zolli nessun docente di ruolo a Venezia ha più ricoperto una cattedra di Dialettologia italiana.
Così, la Regione – con un’iniziativa dell’allora vicepresidente della giunta Galan, Franco Manzato, oggi assessore della giunta Zaia – ha deciso di avviare l’iter per l’istituzione di una cattedra di dialettologia italiana “sponsorizzata” da palazzo Balbi. In seguito alla convenzione firmata in questi giorni, Ca’ Foscari affiderà l’insegnamento a un suo professore di ruolo (si tratta del prof. Lorenzo Tomasin, esperto di dialettologia e di storia della lingua, già autore di vari volumi dedicati al veneziano e al padovano antico).
Nei prossimi anni, il rinnovo della convenzione dovrebbe consentire il bando di un concorso e l’istituzione di una cattedra permanente.
«C’è un’Europa che non ci piace: è quella – spiega in un comunicato il governatore Luca Zaia – che disdegna la lingua italiana e, con essa, culture e storie millenarie di cui la lingua è simbolo. Oggi però, proprio dal Veneto, parte la sfida all’Europa dei burocrati, vittima di una malintesa modernità che fa strame della nostra identità. Mentre a Bruxelles l’inglese mette all’angolo italiano, francese e tedesco, la Regione Veneto scrive, con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, un capitolo originale, se non del tutto nuovo, del rapporto fra cultura e istituzioni, inaugurando il corso di dialettologia».
«Tutto ciò – prosegue la nota diffusa dal presidente – non accade a caso. Quella stessa gestione burocratica, e asfittica, della lingua che porta in Italia a teorizzare la discriminazione del veneto come lingua madre, induce l’Europa delle burocrazie a discriminare la lingua italiana, quasi fosse un orpello inutile. Di qua, dobbiamo e dovremo misurarci con i sepolcri imbiancati che credono che cultura e lingua siano immutabili nei secoli dei secoli; di là, con gli ultras della comunicazione “facile” che discrimina tutto ciò che non è anglofono. Il Veneto si propone oggi come laboratorio per un’idea, quella della valorizzazione delle lingue materne, che è molto più che una provocazione. Perché la difesa dei diritti di uno Stato fondatore e membro dell’Europa a 27 passa dalla valorizzazione e tutela dei diritti delle singole entità che compongono quello Stato e che – è giunta l’ora – dovrebbero dar luogo a un nuovo patto fra pari».ca' foscari

Il casco in bici? A forza di leggi la libertà sparisce…

Avanza a tappe forzate, si prende cura di noi, entra sempre più nella nostra vita: è l’ultima incarnazione del Moloch statale, mostruosa creatura che produce incessantemente leggi, pandette e regolamenti con i quali, giorno dopo giorno, pretende di proteggerci da noi stessi e – nei fatti – assottiglia sempre più le nostre libertà. Muoversi in bicicletta è un’esperienza che dà sensazioni uniche. Ma oggi anche la vecchia zia settantenne per fare i duecento metri che la separano dall’abitazione dell’amica dovrà indossare un fastidioso caschetto «a norma» (il burocratese ammazza pure la lingua, è risaputo). Naturalmente lascerà perdere e rinuncerà alla passeggiata: si limiterà a un colpo di telefono.

Avendo perso di vista il senso di quello che dovrebbe essere il diritto, ormai il legislatore colpisce comportamenti per nulla aggressivi e minacciosi. Stanco di limitarsi a salvaguardare i diritti, ha pensato bene di farsi gestore in prima persona della nostra vita: impadronendosi di tutto e di tutti. Anche se a prima vista pochi sembrano avvertirlo, quel ceto politico che mette fuori legge il grasso di Colonnata, impone gli studi di settore con parametri standard arbitrari e obbliga a utilizzare le cinture di sicurezza incarna un potere che va disintegrando l’idea stessa di proprietà. Se “a casa nostra” non siamo liberi di fare quello che vogliamo e se le proibizioni non si limitano a impedirci di offendere gli altri, questo significa che altri soggetti, i politici, posseggono i nostri beni in un senso ben più forte. Qualche giorno fa mi trovavo in una parafarmacia e mi chiedevo cosa ci sarebbe stato di criminale se quella persona di fronte a me, con tanto di laurea e iscrizione all’ordine, mi avesse dato un medicinale «non da banco». Perché il principale alleato del Leviatano che moltiplica le regole sono le corporazioni in cerca di rendite parassitarie. D’altra parte, l’ipertrofia normativa è figlia di quella logica socialista secondo la quale non esistono leggi perché siamo proprietari (e quindi dobbiamo essere tutelati nei nostri diritti), ma al contrario siamo proprietari solo grazie alla legge. È la volontà del politico che definisce «se» e «come» possiamo disporre di noi e dei nostri beni.

Le conseguenze che ne derivano sono molte e non basterebbero 500 pagine per argomentare a sufficienza. Viene tutta via alla mente un acuto pensatore tedesco del secolo scorso, Horkheimer, che nella sua opera denunciò con forza la deriva inevitabile verso un fascismo di fatto del sistema statale di matrice illuministica, sia esso coniugato nella forma liberale che nella alternativa forma socialista. Egli descriveva la progressiva regolamentazione di ogni aspetto della vita, anche di quella privata, anche del tempo libero, anche di ciò che si può o si deve fare nel tempo libero, e di come il tempo libero debba essere lo stretto necessario per ricaricarsi dell’energia necessaria per tornare a produrre, da bravi ingranaggi del sistema. Ai lettori più curiosi, consigliamo una ricerca sul lavoro di Horkheimer e del suo collega Adorno, entrambi della cosiddetta Scuola di Francoforte, senza lasciarsi condizionare dalla frettolosa definizione di “neomarxisti” che altri hanno attribuito. Le loro intuizioni furono geniali e oggi sono più che mai d’attualità…

Comunque, sia detto per inciso, il casco in bicicletta in Veneto lo metteremo 20 anni dopo che a Napoli avranno cominciato a indossare il casco per le moto. Non hanno ancora cominciato (vedi foto), quindi c’è tempo…. Intanto speriamo che qualcuno non legiferi in materia di rapporti coniugali (quanto, quando, come), di utilizzo del cesso (quanto, quando e come), di sonno (quanto, quando e come) e di assunzione del cibo individuale (quanto, quando, come e pure dove) – perché mangiare, dormire, cacare e fottere non dovrebbero essere materie da sottoporre a maggioranze parlamentari. Rimane il respirare, ma non diciamolo nemmeno sennò vorranno imporci le modalità per decreto (quanto, quando, come)… napoli senza casco

Correnti nei partiti, un bene o un male?

Alcuni giorni or sono un nostro commento all’interno di un articolo ha suscitato tante reazioni tra i nostri lettori, alcune favorevoli e altre contrarie. Veniva espresso il concetto secondo il quale l’esistenza di correnti istituzionalizzate all’interno di un grande partito sia quasi una cosa logica, giacché possono esserci diversi modi di coniugare una visione di fondo comune. L’importante – veniva chiaramente specificato – è che la visione di fondo sia condivisa, dichiarata e inequivoca, perché in caso contrario è bene che chi vuole esprimere le sue idee si organizzi in un altro partito.

Tale posizione ci sentiamo di ribadire proprio per l’educazione democratica che è insita nel sentimento cristiano, del quale il nostro giornale si nutre, rincarando anche la dose con l’auspicio che perfino all’interno della Lega Nord possano trovare espressione i diversi modi di interpretare il servizio al proprio territorio, l’affermazione dell’identità, l’adesione al giusnaturalismo con la rivendicazione delle radici cristiane della nostra civiltà giuridica e politica, la proposta di riforma dello Stato in senso federale, l’idea di Europa delle comunità regionali contro quella di Unione Super-Stato centralistica, eccetera eccetera.

Ad avallo di questa tesi, sottoponiamo alla sempre più attenta lettura dei nostri utenti un articolo firmato dal prof. Sartori comparso sul Corriere della Sera relativamente a questi temi. Buona riflessione….

LOTTA NEI PARTITI E SCELTE DEGLI ELETTORI
Spifferi, correnti e preferenze

Faccio sempre fatica, confesso, a seguire la mobilità mentale del Cavaliere. D’un tratto scopre che le correnti sono la «metastasi », il cancro dei partiti. Ma di che si preoccupa? Lui non ha mai avuto un partito che si dichiarasse partito. Il Nostro esordì con Forza Italia (esortazione sportiva per le gare all’estero) e poi inventò il Pdl, che vuol dire «popolo » (non partito) della libertà. Un po’ è che un partito vero Berlusconi non l’ha mai costruito né fatto funzionare (in Germania sarebbe da sempre fuori legge, proibito). Ma è soprattutto che i sondaggisti gli hanno spiegato che la parola partito è impopolare. Per la verità anche la sinistra si è buttata per un po’ sulla botanica (la Quercia, l’Ulivo, la Margherita); ma un sussulto di dignità l’ha riportata a chiamare partito quel che partito è.

Ora ci risiamo con le cosiddette «correnti» interne di partito. Il nome viene proibito. Ma la cosa? In latino la parola che precede «partito» è stata per secoli «fazione». Poi la fazione è man mano diventata una componente interna del partito. In inglese si dice ancora faction, i tedeschi dicono Fraktion. I più melliflui democristiani hanno dolcificato fazione in «corrente ». Ma come si fa ad adoperare ancora una parola che ci compromette con un bieco passato? Io stavo meditando di proporre «spiffero». Purtroppo gli eventi mi hanno scavalcato. La sinistra ha scoperto le «fondazioni» — e quasi ogni leader ha la sua — mentre Berlusconi per una volta tanto era impreparato. Siccome sinora ha avuto un aggregato di genuflessi convocati solo per applaudirlo, ha soltanto potuto decretare, su due piedi, che non solo le correnti in casa sua sono proibite, ma che fanno male alla salute. Ma il problema per gli italiani non è questo. Forse sanno che un partito, qualsiasi vero partito, è sempre suddiviso in correnti, «spifferi», o come i sondaggisti vorranno che si dica. Né è affatto male che sia così. Il problema non è, diciamo, di pluralismo interno ma è la virulenza, slealtà e scorrettezza (o meno) con la quale si dispiega. Però il problema che oggi gli italiani più sentono è quello delle preferenze: il fatto che l’elettore non può «preferire» sulla scheda chi preferisce. A loro sentire questa è una gravissima lesione dei loro diritti.

Ora, è vero che nel proporre i candidati i partiti sostanzialmente li impongono ai loro elettori. Resta però il fatto che fino al 1991 noi le preferenze multiple (tre o quattro) le abbiamo avute, e che un referendum Segni-Pannella le ha cancellate (lasciandone una sola) il 9 giugno 1991 con una travolgente maggioranza del 96 per cento dei votanti. E anche la residua preferenza unica venne poco dopo cassata a furor di popolo.

Allora a che gioco giochiamo? Prima le preferenze le aboliamo, ora ci sembrano un salvatutto. Io, a suo tempo, votai contro la proposta referendaria per le preferenze multiple. E torno a spiegare perché, visto che il tema delle preferenze è collegato al tema delle «correnti» che Berlusconi proibisce. Occulti o palesi che siano, qualsiasi organizzazione si organizza in sottogruppi di potere che ambiscono al potere. Io favorivo, quando c’erano, le preferenze multiple perché consentivano accordi tra «cordate» di aspiranti atte a pacificarle. Ridurre la preferenza a una sola aggrava, invece, il cannibalismo tra le correnti. Ciò ricordato (nessuno sembra ricordarsene) mi chiedo se saremo mai coerenti e contenti.Sartori

La Grecia in rovina? O la UE va bene solo se conviene ai crucchi?

“Prima faccia i compiti a casa, poi gli aiuti”. La frase secca fa capire al volo l’aria che tira in casa euro sul piano di aiuti alla Grecia targato Ue-Fmi. È intervenuto così, questa mattina, il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, ribadendo il freno di Berlino. “Il Governo non ha ancora preso una decisione sugli aiuti – ha detto il capo della diplomazia tedesca a Lussemburgo, per la riunione con i colleghi dei Ventisette – e questo significa che si potrà andare in una direzione o in un’altra”. Dare soldi troppo presto – ha aggiunto – “allontanerebbe la Grecia dal fare i compiti a casa con la necessaria diligenza e disciplina”.
La posizione tedesca ha suscitato la perplessità del Governo italiano. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è detto “molto preoccupato per le rigidità” dimostrate dalla Germania sull’opportunità dell’intervento. Infatti, ha spiegato Frattini, “se il rischio della Grecia contamina altri Paesi, si parla del Portogallo, dobbiamo salvare la casa comune”. Insomma, per il ministro “è evidente che non possiamo non essere solidali con la Grecia anche se qualcuno ha dei dubbi: credo debba prevalere la solidarietà; è un interesse, una necessità e non solo un dovere morale”.

A Berlino, in realtà, la situazione non è molto chiara. I cristiano-democratici della Cdu e i liberali della Fdp sono disponibili a dare il loro sostegno agli aiuti alla Grecia. Volker Kauder, capogruppo parlamentare della Cdu, ha detto che il suo partito dirà sì agli aiuti, anche se intende porre rigorose condizioni all’assistenza finanziaria. “Se ci saranno le condizioni – ha detto Kauder intervenendo in televisione – noi ci staremo; il cancelliere ha sempre detto che l’ultima istanza si pone se la stabilità dell’euro è in pericolo; penso che avremo la maggioranza della coalizione”. Oggi il ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, incontra i leader parlamentari della coalizione di Governo.
Il trasporto marittimo dal porto ateniese del Pireo è rimasto paralizzato oggi da uno sciopero contro l’annuncio del Governo di voler togliere le restrizioni al cabotaggio delle navi da crociera battenti bandiera non europea. La Federazione panellenica dei lavoratori marittimi ha deciso la sospensione per 24 ore delle partenze di tutte le navi battenti bandiera greca, denunciando le conseguenze per l’occupazione derivanti dall’annunciata liberalizzazione del settore. Una protesta simile sarà ripetuta in occasione della festa del primo maggio. La legge greca attualmente impedisce alle grandi navi passeggeri non europee di iniziare e terminare una crociera da un porto ellenico. La revisione legislativa, annunciata dal premier, il socialista George Papandreou, si ritiene possa portare maggiori introiti annuali per 800 milioni di euro a beneficio del settore turistico, colpito sensibilmente dalla crisi globale. La protesta dei marittimi fa seguito a quella della scorsa settimana da parte di lavoratori del porto del Pireo iscritti al sindacato comunista Pame, in coincidenza con lo sciopero di ventiquattro ore dichiarato dal sindacato dei dipendenti pubblici, Adedy, contro il piano di austerità. Domani manifestazioni contro la decisione del Governo di ricorrere agli aiuti Ue-Fmi sono state convocate dal sindacato del settore privato, Gsee.

Da notare che il dibattito attorno agli eventuali aiuti alla Grecia dipende tutto dalla Germania. Germania padrona d’Europa: siccome non possono più avere l’esercito, vogliono comandarci con l’economia. Finché l’UE è stata un affare anche per loro, i tedeschi si sono fatti in quattro per imporre a tutti austerità e sacrifici; ora che a loro forse interessa di più aprire gli orizzonti fuori dall’UE, ecco che di colpo se ne fregano altamente (questa è la verità) dell’Euro (òiro, in crucco!) e degli europei che fino a 65 anni fa volevano sottomettere con modalità ben note…

Se la Grecia non verrà aiutata, imponendo chiaramente un regime di serietà nel risanamento dei conti, l’UE sarà al capolinea. Questa UE in mano ai tedeschi, comunque, non può andare avanti così.rovine greche

INPS dichiara 7 miliardi di riparmio annuo

Nella marea di notizie disastrose finalmente giunge dall’INPS una notizia positiva fondata sui numeri, anziché sui proclami falsi dei politici e degli economisti, questi ultimi ormai squalificati nella loro stessa competenza da tre anni di figure inqualificabili.

Nel 2009 la spesa previdenziale, al netto di quella assistenziale, è stata pari all’11,3% del Pil. Lo si legge nella relazione annuale dell’Istituto nazionale per la previdenza sociale presentata questa mattina a Montecitorio.

«Depurato del peso dell’assistenza il bilancio previdenziale Inps pesa poco più di 11 punti percentuali su Pil. La sostenibilità è stata sostanzialmente raggiunta», dice la relazione. L’avanzo Inps del 2009 «è di oltre 7 miliardi e (questo) deve trasferire a tutto il paese una nuova consapevolezza e una rinnovata dose di fiducia. La consapevolezza che il sistema previdenziale del nostro paese ha i conti in ordine. Le riforme che si sono succedute negli ultimi 20 anni stanno progressivamente mettendo in sicurezza il futuro delle pensioni», spiega la relazione.

Secondo il presidente dell’istituto Antonio Mastrapasqua, la riduzione delle finestre di uscita insieme con il sistema delle quote ha dimezzato la domanda di pensioni di anzianità nel 2009: «Mediamente sono diminuite del 4% le nuove pensioni liquidate in corso d’anno con punte di -11,3% per il lavoratori dipendenti».

«L’anno che ci sta alle spalle è stato probabilmente il peggiore per la storia dell’economia. Registrare un avanzo finanziario positivo nel bilancio dell’Inps è più di un successo. Se poi l’avanzo è di oltre 7 miliardi di euro deve trasferire a tutto il Paese una nuova consapevolezza e una rinnovata dose di fiducia». Lo afferma il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, presentando la relazione annuale dell’Istituto. «La consapevolezza – aggiunge – che il sistema previdenziale nel nostro Paese ha i conti in ordine». Le riforme «stanno progressivamente mettendo in sicurezza il futuro delle pensioni», sottolinea ancora. Mastrapasqua si sofferma anche a «riconoscere la perdurante coesione sociale che resiste nel Paese». I «provvedimenti messi in atti si sono rivelati efficaci a tenere, meglio che altrove, il livello di occupazione. E chi come l’Inps ha avuto l’onere e l’onore di gestire e applicare i nuovi strumenti di protezione sociale, mi pare abbia dimostrato un buon livello di efficienza» inps