L’attacco alla Chiesa è politica di potenza

L’assalto a Benedetto XVI e alla Chiesa cattolica che proviene dal mondo secolarizzato anglosassone va letto in chiave politica. Infatti non si capirebbe perché il nome del papa precedente, che ha regnato per 27 lunghi anni, non venga mai pronunciato in tutta questa vicenda degli abusi sessuali di alcuni esponenti del clero verso dei ragazzini.

Il motivo di questo attacco consiste nello straordinario carisma intellettuale che Benedetto XVI ha conquistato negli ultimi anni: non c’è discussione filosofica, etica, politica che possa ormai prescindere dal pensiero del grande teologo salito al soglio pontificio nel 2005. Questo è dovuto soprattutto al fatto che il pensiero laico occidentale è ormai morto, finito nel vicolo cieco imboccato con Hegel prima e con Nietzsche poi e dal quale non c’è via d’uscita.

Il sistema capitalista non ammette la concorrenza di un’entità morale capace di influenzare le decisioni legislative di tipo positivista, grazie al radicamento dei ragionamenti in valori trascendentali immutabili che definiscono “a priori” qual è il Vero-Buono-Giusto verso cui la legge deve tendere, quella Legge Eterna cui la Legge Umana deve conformarsi. Nella critica del capitalismo svolta dalla Scuola di Francoforte, soprattutto da pensatori come Adorno e Horkheimer, si dimostra come la tendenza del sistema liberale capitalista puro è per sua natura rivolta al fascismo, alla svolta totalitaria del pensiero unico, a quella “dittatura del relativismo” di cui Benedetto XVI – che è tedesco e ben conosce questi pensatori – ha più volte paventato la minaccia.

Noi cristiani dobbiamo essere consci dei tempi che ci aspettano: dalle società di origine scismatica, come sono gli USA e la Germania, ma anche la Gran Bretagna – arriveranno attacchi sempre più violenti verso la Chiesa Cattolica e le sue istituzioni, con lo scopo di distruggerla. Essa è vista come un ostacolo nel governo assoluto del mondo che il sistema capitalista puro ha nel suo DNA, per così dire. Possiamo confortarci con il monito di Gesù Cristo “Non praevalebunt”, ma abbiamo anche il dovere di riflettere, studiare, ingegnarci, stare uniti, fare comunità, cioè essere davvero Chiesa come “Corpo Mistico del Cristo Vivente”. Il peccato dentro la Chiesa va espiato, purificato attraverso la penitenza e superato con l’animo di non peccare più; ma dobbiamo anche difenderci dai lapidatori, che oggi se la prendono con l’adultera ma domani vorranno crocifiggere il Signore.Vaticano San Pietro

La Domenica degli Osanna e “el Passio”

Nella Domenica delle Palme la comunità cristiana fa memoria dell’ingresso trionfale in Gerusalemme di Gesù a dorso dell’asino simbolo della regalità davidica, osannato dalla folla che aveva sentito raccontare del recente miracolo compiuto pochi giorni avanti, a Betania, per il defunto Lazzaro ora redivivo. Domenica di festa questa, che per un momento interrompe la riflessione penitenziale della Quaresima e introduce alla settimana santa, quella del memoriale del momento topico della Storia, nel quale la vicenda di Gesù sarà emblematica anche di come si passa velocemente dagli “Osanna” ai “Crucifige” – secondo il modo in cui la folla viene manipolata.

Nella tradizione popolare veneta, legata a doppio filo con i ritmi liturgici, per indicare qualcosa che non finiva mai o che richiedeva molto tempo di attesa per vederne il compimento, era diffuso il detto “Longo faingresso gesù a gerusalemme el Passio”, cioè come il brano evangelico che si legge proprio nella liturgia domenicale delle Palme che racconta della passione di Cristo in tutto il suo svolgimento ed è, appunto, il brano più lungo tra quelli letti nelle liturgie dell’anno. Un po’ per la sua lunghezza, molto di più per la sua grandezza di contenuto, i preti ne concludono ancora oggi la lettura con la frase “Non c’è bisogno dell’Omelia, oggi”. A servizio di coloro che non frequentano abitualmente le Scritture, sottoponiamo quel brano alla lettura almeno come fatto culturale imprescindibile nella coscienza dell’uomo occidentale.

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 22,14-71.23,1-56.

Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio».
E preso un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio».
Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi». «Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola.
Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell’uomo dal quale è tradito!».
Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò. Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande.
Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.
Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano;
ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli».
E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi».
Poi disse: «Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla».
Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una.
Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli rispose «Basta!». Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono.
Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione».
Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà».
Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo.
In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra.
Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza.
E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».
Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo.
Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?».
Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?».
E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate, basta così!». E toccandogli l’orecchio, lo guarì. Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante?
Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre».
Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: «Anche questi era con lui».
Ma egli negò dicendo: «Donna, non lo conosco!».
Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di loro!». Ma Pietro rispose: «No, non lo sono!».
Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo».
Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò.
Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte».
E, uscito, pianse amaramente.
Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: «Indovina: chi ti ha colpito?». E molti altri insulti dicevano contro di lui. Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero:«Se tu sei il Cristo, diccelo». Gesù rispose: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma da questo momento starà il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio».
Allora tutti esclamarono: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli disse loro: «Lo dite voi stessi: io lo sono».
Risposero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».
Tutta l’assemblea si alzò, lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re».
Pilato lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici».
Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: «Non trovo nessuna colpa in quest’uomo».
Ma essi insistevano: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui».
Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. C’erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro. Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, disse: «Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo; ecco, l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate; e neanche Erode, infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò».
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Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «A morte costui! Dacci libero Barabba!». Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!».
Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano.
Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita.
Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà.
Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?».
Venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati. Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto».
Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano:«Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».
C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».
Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò.
Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: «Veramente quest’uomo era giusto».
Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto.
Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti.
C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. Era il giorno della parascève e gia splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.

Obama completa la riforma sanitaria

Il Congresso americano, dopo avere approvato domenica scorsa la storica riforma sanitaria, ha dato il via libera anche al pacchetto di modifiche, completando il trionfo dei democratici e dell’amministrazione Obama. La Camera ha approvato ieri sera, infatti, per 220 voti a 207 (quattro più del minimo) il pacchetto di modifiche già approvato poche ore prima al Senato (per 56 voti a 43). I repubblicani, sconfitti domenica col passaggio della riforma della sanità, avevano cercato una rivincita cercando di bloccare il passaggio delle modifiche con una raffica di emendamenti al Senato.

Il pacchetto delle modifiche era già stato approvato dalla Camera, ma poiché il testo nella lunga battaglia al Senato aveva subito una modifica “tecnica” (una alterazione di sedici righe su 153 pagine) il testo è tornato ieri sera alla Camera per il voto definitivo. La strategia in due fasi, prima la legge e poi le modifiche, era stata ideata dalla Casa Bianca e dai democratici per aggirare la perdita della maggioranza blindata di 60 voti al Senato subita dai democratici con la perdita del seggio nel Massachusetts occupato per quasi mezzo secolo da Ted Kennedy.

I repubblicani, che hanno votato in massa contro la riforma, hanno promesso ai democratici di trasformare la campagna elettorale per il voto di midterm di Novembre in un referendum sulla riforma mettendo sotto accusa i democratici che l’hanno approvata. Ma il presidente Barack Obama, che ha conseguito con la riforma un successo sfuggito per un secolo a numerosi altri inquilini della Casa Bianca, ha raccolto la sfida dicendosi certo che gli americani, una volta assaporati nei prossimi mesi i benefici della nuova legge, premieranno alle prossime elezioni il partito che ha sostenuto la storica riforma. Il dibattito sulla riforma, durato oltre un anno negli Usa, ha lasciato strascichi pesanti: alcuni deputati democratici hanno ricevuto questa settimana minacce di morte (e lanci di mattoni negli uffici) per avere approvato la nuova legge.

La Presidenza Obama lascerà dunque un segno del suo passaggio. Forse non quello che utopisticamente credevano i suoi sostenitori esageratamente e irrazionalmente entusiasti, ma comunque un segno importante. Il timore che Obama si rivelasse una colossale delusione è fugato definitivamente, almeno per chi non era pregiudizialmente schierato pro o contro e continua comunque a osservarlo con spirito critico costruttivo. Attendersi altre svolte, magari in politica estera, sarebbe invece fuorviante. Staremo a vedere.

Maroni: se vinciamo, federalismo subito

Maroni, ospite da Mentana, dichiara l’accelerazione sulle procedure d’attuazione del federalismo in caso di vittoria della Lega Nord nelle regioni settentrionali. Bossi il giorno prima aveva rassicurato Berlusconi sulla stabilità dell’alleanza di Governo anche in caso di un sorpasso “dato per scontato” della Lega Nord sul PdL in Veneto.

La Lega Nord si sente sicura del successo alle prossime elezioni regionali e dimostra di essere pronta a gestire il successo con entusiasmo. La paura che si respira presso gli ambienti abituati da tanto tempo a tenere la barra del timone è sintomatica di come probabilmente l’avvicendamento epocale sia davvero alle porte. Anche i tanti ammiccamenti deferenti verso la Lega Nord da parte di elementi del mondo imprenditoriale che fino a pochi anni fa non avrebbero degnato i leghisti della minima attenzione, anche questi sono un segnale.

Resta da vedere se la Lega Nord confermerà quanto atteso e se saprà trarre dal suo interno le forze necessarie al cambiamento tanto auspicato. Solo se il successo leghista sarà gestito dai leghisti avremo dei cambiamenti concreti; se viceversa verrà dato spazio a chi vuole adesso salire sul Carroccio in corsa, adesso che tutto è bello e facile, si tratterà solo di un cambio di casacca di chi è abituato a vivere alle spalle della gente. Speriamo che la Lega Nord non tradisca la sua gente, i suoi elettori come i suoi militanti forgiati da anni di pioggia, di sole e di migliaia di kilometri ad inseguire quel sogno che adesso si starebbe avverando.

Lo cominceremo a capire da lunedì sera, 29 marzo 2010. Ai posteri l’ardua sentenza.Maroni2

Il fallimento politico di Gesù

“…Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi” (Matteo 5, 11-12).

Avvicinandosi la Pasqua ci concentreremo su Gesù di Nazareth, dapprima come figura storica e quindi come Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo.
Come figura storica possiamo dire che nacque verosimilmente nel 4 a.C., poiché Dionigi il Piccolo sbagliò nell’individuazione della Sua data di nascita, sulla quale fondò l’inizio dell’anno 1 del nostro calendario. Dionigi sapeva dai Vangeli che Gesù fu crocifisso a 33 anni compiuti, nel giorno della Parasceve alla Pasqua ebraica; e sapeva che ciò avvenne di Venerdì, coincidenza verificatasi nel 783 e nel 786 “ab urbe condita” (“dalla fondazione di Roma”). Optò per il secondo anno, poiché non sapeva ancora datare la morte di Erode il Grande (4 a.C./749 a.u.c.) e neppure il censimento imperiale (6-4 a.C./747-749 a.u.c.). Sappiamo da fonti ebraiche e da fonti romane di alcune notizie circa la Sua vita, benché siano i Vangeli canonici e le testimonianze Apostoliche le fonti più cospicue (“Apostolo” deriva dal Greco e significa, appunto, “Testimone”). Sappiamo inoltre che la fede in Lui e nella Sua Resurrezione si diffuse in tutto l’Impero Romano fin dalla Sua morte, tanto che le prime persecuzioni sistematiche avvennero con Nerone tra il 62 e il 67 (Paolo e Pietro furono martirizzati a Roma in quegli anni).
Sappiamo inoltre che il Suo insegnamento ha stravolto la storia ed è stato il motivo principale della caduta della civiltà greco-romana.
Eppure, nonostante gli effetti storico-politici clamorosi, da un punto di vista politico Gesù fallì totalmente, almeno nell’ottica umana della logica del potere temporale. Di questo parliamo oggi, partendo dal discorso delle Beatitudini.
Non sarebbe intelligente commentare il passo del Vangelo delle beatitudini, che ha toccato l’anima di moltitudini di uomini nella storia e che ha già ricevuto il commento autorevole dei più grandi esegeti e teologi della storia; è utile invece concentrarsi sull’ultima delle beatitudini, per la sua straordinaria attualità.
Gesù sapeva di dire il Vero, anzi di “essere la Via, la Verità e la Vita”. Ma sapeva anche che chiunque avesse proclamato la verità come i profeti prima di Lui, e chiunque la proclami senza compromessi in ogni epoca, è destinato a suscitare rabbia, invidia, odio, desiderio omicida.
L’uomo è strutturalmente guastato dal peccato originale e solo attraverso una severa autodisciplina può emanciparsi verso una vita di salvezza e giustizia. Questo però accade a un numero ridotto di persone, e comunque mai in modo perfetto: ecco quindi il senso del Suo sacrificio, che offre il riscatto a tutti coloro che, incapaci di emanciparsi, non rifiutino deliberatamente il dono della Resurrezione.
Ma rimanendo alla vicenda storica e terrena del Nazareno, dobbiamo riconoscere che la morte di croce, come un vile malfattore, rappresenta l’emblema del fallimento della sua opera di riforma morale, dei costumi e della pratica religiosa del popolo ebraico. I suoi insegnamenti furono accolti solo da una parte dei contemporanei, mentre furono avversati e rifiutati dalla maggioranza e dalle élites al potere. Chi voleva vedere in Lui il Messia atteso, nel senso di un condottiero o di un rivoluzionario, rimase deluso. Della sua azione sociale pratica non rimase nulla.
Per questa ragione è sempre sbagliato voler tradurre il Cristianesimo in prassi politica: è una riduzione priva di fondamento. Tutti coloro che hanno preteso di fondare nazioni, o che ancora vorrebbero farlo, legando il potere temporale alla fede in Cristo, hanno sbagliato e sbagliano.
L’unico modo di tradurre in politica il Cristianesimo è quello di farsi “sale della Terra”, consapevoli “di essere nel mondo, ma di non essere del mondo”. Ciascun cristiano deve cioè conformare la sua esistenza alla sequela e all’imitazione del Cristo, per modificare innanzitutto se stesso. Poi, una volta operata questa conversione verso il volto di Cristo, con l’animo rinnovato e fortificato dalla fede, il Cristiano può impegnarsi nella vita della Pòlis, da bravo cittadino laico rispettoso delle leggi, per contribuire all’edificazione della migliore società possibile; ben sapendo che la perfezione non è raggiungibile e che il male e l’iniquità non saranno mai scacciate completamente.
Anzi, può impegnarsi sapendo fin dal principio che la coerenza con i principi cristiani sarà direttamente proporzionale alle offese, ai complotti, alle ingiurie, alle falsità, alle cattiverie, allo scherno da parte della maggior parte degli altri uomini e donne; sapendo che quella politica che per lui è “Etica della Pòlis” per gli altri è solo la via per la conquista del potere, del denaro e della lussuria; sapendo che tutti crederanno che anche lui è in malafede, e che i suoi princìpi vissuti e testimoniati sono solo una maschera farsesca per guadagnare consenso in modo subdolo. Emblematico in tal senso è l’interrogatorio di Pilato, simbolo del potere politico terreno, nel quale Gesù spiega in modo chiaro e conciso quanto detto finora; quando poi giunge a parlare della Verità, Pilato non capisce e tronca il discorso con quella famosa domanda, forse sarcastica e forse stupita: “Cos’è la verità?” (Vangelo di Giovanni, di cui si consiglia la lettura).
Ecco dunque spiegato perché Gesù pronunciò quell’ultima Beatitudine: per confortare i cristiani nei momenti di persecuzione e di umiliazione ingiusta, di crisi e di smarrimento, ricordando che tutto è dovuto all’amore per Lui, che era l’amore incarnato e la fonte di ogni verità.
Gesù in croce

‘SCAPA OSELETO CHE RIVA DE MARZI’.

Scapa via pispola,
Verzi le alete,
cava un bel salto
e po’ cori intel cel.
Scapa distante
no sentito el ciasso?
Ghe xè un castelan
gnan bon de dormir.

El gira ramengo
con quatro inbriagoni
a sigarghe ai balconi
de jente par ben.

I fa na cagnara che nissun capisse
e parfin le bisse
va soto el teren.

De sera al castel i magna de grasso:
Luganeghe lardo e salado quel strasso.
Cossì dopo sena, co le braghe onte
tri fiaschi int’el corpo e i vien zò dal monte.

I sona a le case, i scapa de corsa
i rugola in tèra, i léa sù e po’ i sponsa.
E quando el salado el ghe ruma rento
el taca la lòica de un longo lamento.

soto i pogioli el fa sti osamenti
che scapa le done, le bestie e i parenti.
Ognuno lo varda, el ghe fa de pecà:
elo colpa del lardo o la carne salà?

caro mio Bepi,
invesse de lardi
prova oseleti che no xè mai tardi:
la pansa se ne neta e no rùmega rento,
sparisse el motivo del to gran lamento.

Stefano Marangoni

Unità d’Italia: 1861, la storia da ripensare

Anzitutto, una premessa. Non mi pare si possa eludere la questione di un ripensamento serio sul cosiddetto “Risorgimento” (che cosa mai sarebbe “ri-sorto”, in particolare?) e sul processo di unità nazionale. Al riguardo parlare di istanze “revisionistiche” o addirittura “temporalistiche” o cose del genere mi sembra del tutto fuori luogo. La storia si deve ripensare di continuo. Oggi, a distanza di 150 anni dalla fondazione del regno d’Italia, è evidente che molte prospettive sono andate mutando e che su di esse hanno senza dubbio lavorato gli specialisti, ma sono mancati sia (almeno in parte) un vero e proprio aggiornamento nelle scuole, sia un dibattito mediatico fruibile da parte del “grande pubblico”, vale a dire di quella porzione della società civile italiana che non ha ancora rinunziato a esser tale.

Quello che in sintesi mi pare si possa dire, è che il processo di unità nazionale fu mandato avanti da alcune élites peraltro non concordi fra loro, ma che la maggioranza delle popolazioni che costituivano la futura Italia unita ne restarono estranee. Si potrebbe obiettare che molti eventi storici sono stati caratterizzati da un processo dinamico analogo, vale a dire che solo ristrette élites ne sono state protagoniste. Niente di scandaloso. Però vanno sottolineate due cose. Prima: la formula dello Stato unitario accentrato che alla fine prevalse era coerente con gli interessi espansionistici dei Savoia e forse di alcuni imprenditori e finanzieri, era gradita all’ideologismo neogiacobino di garibaldini e mazziniani, ma non congrua con la storia e temo nemmeno le strutture e le istituzioni dei vari Stati italiani precedenti; la storia d’Italia è eminentemente policentrica e municipalistica, per cui una soluzione di tipo “federale”, analoga mutatis mutandis a quella che gli Hohenzollern e il principe di Bismarck dettero al problema unitario tedesco, sarebbe stata più adatta e opportuna di quella che, fra l’altro, generò la colonizzazione e lo sfruttamento del Sud da parte del Nord (con fenomeni collaterali quali il brigantaggio e la sua tanto orribile quanto in parte vana repressione) e la meridionalizzazione di buona parte delle strutture pubbliche del giovane regno.

Secondo: il carattere élitario del “movimento risorgimentale” nei suoi esiti ultimi ebbe come effetto obiettivo un notevole ritardo nella “nazionalizzazione delle masse”, nonostante i due strumenti della scuola e della leva obbligatoria; da questo punto di vista mi sembra che vedessero giusto gli interventisti, “democratici” o “rivoluzionari” che fossero, i quali ritenevano che il bagno di sangue avrebbe cementato l’edificio della patria e che gli italiani, che fatta l’Italia non erano stati fatti, si sarebbero forgiati nel ferro e nel fuoco della trincea. Ma ciò – attenzione! – porterebbe a concludere che la visione della prima guerra mondiale come “quarta guerra d’Indipendenza” e compimento del processo di unità nazionale, la visione di Gioacchino Volpe (e alfine anche di Mussolini) era corretta. Attenzione: non sto dicendo che la dittatura fascista fosse a questo punto l’esito necessario del movimento del ’59-61 (e del’70). Mi limito a dire che anzitutto non fu affatto “l’invasione degli Hyksos” come sosteneva Benedetto Croce.

Ne consegue, a mio avviso, che esito migliore avrebbe potuto avere in Italia un movimento di edificazione dell’unità nazionale che scegliesse la via federalista, indicata da Gioberti ma – soprattutto – da Cattaneo: anche salvando, ebbene sì, un potere temporale pontificio, magari ridotto alla città di Roma e qualche pertinenza. Quella via non avrebbe creato la rovinosa “questione meridionale”, non avrebbe determinato decenni di crisi morale resa inevitabile dal contrasto tra Stato e Chiesa con tutto quel che ciò aveva significato per il Paese (anche in termini morali e culturali: un piccolo ridicolo Kulturkampf il regno l’ha fatto eccome); probabilmente avrebbe evitato la rovinosa politica di opposizione preconcetta all’Austria (vorrei ricordare che Cattaneo auspicava che il “Commonwealth” austriaco restasse in piedi), non si sarebbe appoggiata alla Prussia nella guerra del ’66 contribuendo in tal modo, forse, a evitare la guerra franco-prussiana del 1870 ch’è stata la lontana ma primaria fonte dei guai di tutto il continente per i tre quarti di secolo a venire.

Sarebbe bastato appoggiare seriamente il progetto di Napoleone III (in verità, piuttosto dell’imperatrice Eugenia) di una Lega franco-ispano-italo-bavaro-austro-ungherese delle potenze cattoliche euromeridionali, con annesso il progetto di favorire l’indipendenza polacca (l’Austria ci sarebbe stata, alla faccia di Germania e Russia) e di gestire oculatamente la crisi e la decadenza dell’impero ottomano, il che sarebbe stato meglio per tutto il Vicino Oriente (mentre invece lo abbiamo fatto gestire dal ’18 al ’48, rovinosamente, da Francia e Inghilterra). Fra l’altro, l’alleanza sognata da Eugenia sarebbe stato un ottimo contributo alla futura unione europea.

E lo stesso sia detto per il nostro mondo imprenditoriale: un’Europa meridionale e un Mediterraneo egemonizzato dalle potenze navali francese, austriaca e italiana avrebbe impresso tutto un altro trend alla nostra economia. Pensiamo solo alle implicazioni di un’integrazione linee ferroviarie-linee marittime, con la possibilità di avviare sul serio una politica di penetrazione orientale dai Balcani e da Istanbul fino all’Iran e all’Asia centrale. Un mondo senza le due guerre del ’66 e del ’70 avrebbe potuto sul serio attuare in tempi rapidi una linea ferroviaria Vienna-Isfahan e collegare l’Europa continentale al great game russo-inglese, magari nel contempo impedendo alla Russia di avvelenare i Balcani con la droga del nazionalismo irredentista, causa della prima guerra mondiale.

Ma l’Italia si è fatta in un altro modo. Ha perduto l’autobus dell’unione federalista. E dopo il fascismo, la guerra, il progressivo sfascismo postbellico, oggi siamo pervenuti a un Paese che sta tentando di attuare di nuovo un progetto federale. Non so se è corretto come quello che sarebbe stato opportuno intraprendere un secolo e mezzo fa. So che alla luce delle nostre scelte di oggi non si può non concludere che quella del regno unitario fu una “falsa partenza”. Per cui c’è molto da discutere e da studiare. Ma c’è poco da celebrare.

Franco Cardini (Avvenire)Italia_1859

Istat: cresce ancora la disoccupazione

Ora anche le statistiche confermano quello che è sotto gli occhi di tutti da oltre un anno. In Italia aumenta la disoccupazione. Gli occupati nella media 2009 sono infatti diminuiti di 380 mila unità rispetto alla media 2008. Lo comunica l’Istat, sottolineando che si tratta del primo calo annuale dal 1995. Il tasso di disoccupazione medio è salito al 7,8% dal 6,8% della media del 2008.

Il tasso disoccupazione nel quarto trimestre 2009 è salito all’8,6% (dato non destagionalizzato), il livello più alto dal 2001. Lo rileva l’Istat, sottolineando che i senza lavoro hanno raggiunto quota 2,145 milioni di unità, 369mila in più rispetto allo stesso periodo 2008. Nel quarto trimestre inoltre il numero di occupati cala dell’1,8%, pari a 428 mila unità rispetto allo stesso periodo del 2008.

Purtroppo anche i riscontri nella realtà quotidiana testimoniano una crisi ancora in pieno sviluppo, nonostante i proclami fideistici provenienti dal mondo della politica. Lo diciamo da tempo: questa è una crisi di sistema, non una crisi congiunturale. O si mette mano al sistema, o il sistema crolla. Ma sembra che le forze conservatrici siano più forti di quelle riformatrici, con le conseguenze disastrose che questo comporta.ITALY ECONOMY

Zaia: «Cento giorni per cambiare la Regione, altrimenti blocco tutto»

Pubblichiamo una lunga intervista tratta dal Corriere del Veneto al principale candidato al ruolo di Governatore del Veneto, l’onorevole Luca Zaia.

Ministro Luca Zaia, affrontiamo subito l’attualità politica. C’è sul tavolo l’ipotesi di un doppio incarico per lei, ministro dell’Agricoltura e contemporaneamente governatore del Veneto: come si giustifica una situazione di questo tipo? Le crea qualche imbarazzo sul piano elettorale?

«Io non l’ho neanche presa in considerazione. Bossi ha detto questo: Zaia deve rimanere il nostro riferimento nazionale nel campo dell’agricoltura. Io non ho avuto altre comunicazioni in tal senso». Ma il doppio incarico è escluso oppure no? «Io faccio quello che mi dirà Bossi, in accordo con Berlusconi. Che la Lega voglia mantenere il ministero dell’Agricoltura non è un mistero, ma la trattativa su questa e altre questioni compete a Bossi e Berlusconi. Per onestà, io non vi so dire come andrà a finire questa partita. Adesso tutti si concentrano sul mio ministero: prima era considerato una specie di premio di consolazione, adesso che gli ho fatto il tagliando per due anni, la macchina interessa a tutti. Ma attenzione: se non si lavora, al ministero dell’Agricoltura ci si fa tanto male. E ho anche l’impressione che, alla fine di tutta questa vicenda, nel governo ci sarà un rimpastino, con più posizioni oggetto di discussione».

Per riassumere: se lunedì verrà eletto presidente del Veneto, martedì non si dimetterà da ministro?

«No, io darò le dimissioni nel rispetto di chi mi ha nominato. Dovranno essere Berlusconi e Bossi a dirmelo: non è che posso prendere emollare tutto. Anche perché, prima, mi devono approvare la legge sulla etichettatura».

Mai come adesso la Lega sembra avere il vento in poppa. Attorno a voi c’è anche una grande aspettativa, soprattutto per l’attuazione del federalismo fiscale: è una missione impossibile? E se lo è, l’alternativa sarà la secessione?

«Io rovescerei la domanda: il Veneto può ancora fare ameno del federalismo fiscale? Senza federalismo fiscale il sottoscritto, se diventerà presidente della Regione, non sarà in grado di garantire più nulla: soldi non ce ne sono. Se non ce l’avremo, sarà la fine. Io sono molto preoccupato, proprio perché le aspettative che abbiamo suscitato sono molto alte: i veneti si sono fatti un’idea che noi dovremo onorare».

Quindi, in concreto: perché il Veneto abbia più risorse, qualcun altro – cioè il Sud d’Italia – dovrà cederne: succederà veramente?

«Certo, il Sud dovrà mollare. Ed è esattamente questa l’azione della Lega al governo. C’è un altro aspetto: nel mio programma dico che entro i primi 100 giorni voglio cambiare il regolamento del consiglio regionale. Noi abbiamo bisogno di inaugurare una grande stagione di riforme e oggi, con questo regolamento, è assolutamente impossibile. Se entro i primi 100 giorni non passerà la modifica al regolamento, io non manderò avanti più una carta, fino a quando non verranno i cittadini veneti a chiedermi il perché. Bisogna introdurre il principio della fiducia. Noi dobbiamo garantire rapidità decisionale ma, con questo regolamento consiliare, il federalismo fiscale non riusciremo ad applicarlo mai».

E se, malauguratamente, il federalismo fiscale non dovesse entrare in vigore?

«Per prima cosa, sarebbe una sconfitta. Io non voglio neanche metterla in preventivo. Secondo, sarebbe un problema non soltanto per il Veneto ma anche per la Lega: a quel punto, si porrebbe una questione di credibilità inevitabile. Ho l’impressione che i veneti ne abbiano le scatole piene».

Quindi senza federalismo il Nord potrebbe fare la secessione dal resto d’Italia sul piano sociale?

«Il termine secessione non lo voglio usare. Ma dico che se noi non agevoliamo le riforme federaliste, avremo inevitabilmente un conflitto sociale. Noi non possiamo più perdere tempo a mettere a posto i guai in casa altrui, e ve lo dice uno che è stato per due anni al governo del Paese. Ai calabresi che hanno 22 mila operai forestali non dobbiamo più cercare di spiegare come risolvere il problema. Dobbiamo, invece, dare loro un bicchiere anziché la damigiana che hanno avuto finora».

Ma cosa potrà cambiare, in concreto, con una Regione a guida leghista? In fondo, la Lega ha fatto parte del governo regionale per dieci anni.

«Io immagino un governatore che si dovrà occupare esclusivamente delle questioni legate alla partita del federalismo e delle riforme. A me degli appalti, della gestione, non interessa nulla, quella è materia per i tecnici».

Parliamo di sanità: cosa potrebbe fare il nuovo governatore per affrontare il problema delle liste d’attesa?

«Questa è una cosa che mi manda fuori di testa, se toccherà a me sicuramente mi dovrò inventare qualcosa. Io non metto sul banco degli imputati gli ospedalieri, credo piuttosto che chi organizza sta organizzando male. Se potessi, mi occuperei di sanità soltanto per risolvere questo problema. Probabilmente il metodo giusto è quello di dare degli obiettivi temporali ai direttori generali delle Usl».

Domanda secca: dia un voto al quindicennio di Galan.

«Non ho mai sopportato quelli che danno i voti a me, figurarsi se io vado a darli agli altri».

Decliniamola così: cosa tenere e cosa no di questi 15 anni…

«Il presidente Galan è stato il primo vero presidente del Veneto. Ha avuto questo merito: una stabilità politica che i veneti hanno visto, una persona che ha avuto un certo carisma, ha approfittato di tutte le occasioni che ha avuto. Devo dire che è stato un periodo florido per il Veneto: dal ’95 al 2002 le case hanno raddoppiato il valore patrimoniale, l’economia tirava; poi abbiamo avuto la prima crisi economica nel 2002, e adesso la più grave».

Galan l’ha sempre elogiata, al di là dei giudizi sulla Lega. Facciamo una provocazione: lui voterà Bortolussi o De Poli? «Penso che sceglierà il Pdl». Sì ma potrebbe fare il voto disgiunto? «Non credo. È un’ipotesi non praticabile».

Dopo 15 anni ci si attende uno spoil system. Il cambiamento riguarda anche gli uomini?

«Einaudi diceva: “Conoscere per deliberare”. Solo un cretino entra sfondando la porta e usando il lanciafiamme. Io sono cattolico però ai miei collaboratori ripeto sempre una frase di Ho Chi Minh, il dittatore vietnamita: “Se ti entra una tigre in casa, prima di combatterla apri una finestra e forse se ne esce da sola”. Chi va a dirigere ha l’obbligo di scegliere le persone in base alla professionalità, non in base al colore politico. Poi chi sa di fare il proprio dovere, di essere motivato a lavorare non ha nulla da temere».

Si parla di un accordo secondo cui il Pdl avrebbe Sanità, Sociale e Infrastrutture. Dipenderà dall’esito elettorale?

«Gli incontri e le intese che abbiamo con la segreteria del Pdl e della Lega sono ottimi. C’è condivisione di obiettivi. Forse perché nessuno degli interlocutori è parte in causa. L’ho detto subito: “non facciamo tavoli a cui partecipano cittadini che possono diventare assessori”. Stavolta c’è un tavolo asettico. Gobbo e Giorgetti non è che ci guadagnano posti in regione».

Dell’accordo hanno parlato proprio loro, in realtà.

«Forse tutti noi, io per primo, siamo tarati sulla vecchia politica. Se uno valuta il peso e l’importanza di un referato in base al bilancio, è fuori anni luce. C’è gente che è convinta di fare scelte di potere a prendersi la sanità. L’altra volta volevano darla a me, io invece ho scelto Agricoltura e Turismo».

Il suo slogan «Prima il Veneto» in cosa si declinerà? Gli immigrati devono preoccuparsi?

«Prima il Veneto, perché prima vengono i cittadini del Veneto, i cittadini del territorio. Chi sono? I veneti da 16 generazioni come me ma anche gli immigrati che sono venuti qua: se sono integrati, se lavorano. Certo che se un immigrato appena arrivato pretende di avere le case popolari e il posto di lavoro subito, diciamo no. E poi c’è l’aspetto strategico: la Lega avrà un bel risultato nazionale. Siamo passati dal 3.9% del 2006, all’11% abbondante che avremo dopo queste elezioni. Neanche nel ’96 abbiamo avuto tanti voti. Questo determinerà un’accelerazione sulle riforme. Il Veneto partirà negoziando forme di autonomia. Il federalismo a geometria variabile non è un’utopia. Presenterò una piattaforma negoziale al governo italiano: in maniera legale. È scontato che andremo a chiedere concorrenze esclusive».

Per esempio in che campo?

«La scuola è una delle partite. Ma prendiamo il catasto: perché il catasto non passa per i Comuni? Questo vuol dire andare verso i cittadini. Diminuire le catene amministrative. Ma nno è un processo di qualche ora».

Il Veneto si pone come laboratorio?

«Premesso che non ci fidiamo più, allora ci poniamo che non come ci fate laboratorio. fare nemmeno Ma visto il che laboratorio, c’è il rischio noi veneti vi presentiamo anche le carte…».

Avrà la forza di Bossi e della Lega, oltre che quella dei voti.

«La forza più grande dovrà essere quella del popolo. Ci vuole una condivisione culturale su una storia del genere».

Come si pone nei confronti dei due candidati venetisti che ritengono la Lega un partito nazionale?

«Noi sappiamo che la maggioranza dei veneti è per l’autonomia e per il federalismo. Il problema è convogliare le idee in un progetto politico. Bossi dice sempre: “quando incontrai i veneti loro erano molto più identitari di me però gli mancava tutto il background economico, erano ancora alla fase propedeutica dell’idea”. Ora siamo il giusto mix».

Qual è la vostra politica per l’integrazione?

«Quella che ha portato la provincia di Treviso a essere quella dove c’è maggiore integrazione in Italia».

Quelli sono dati più economici però…

«La Lega vive e ha vissuto di leggende metropolitane: io non ho mai trovato posizioni di razzismo da noi. Ho trovato le posizioni più fondamentaliste di chi dice: “basta immigrati perché ne abbiamo troppi”, e la maggioranza dei leghisti che dicono: “se venite qua dovete rigare dritti, rispettare le nostre leggi e integrarvi”».

Le case popolari si danno agli immigrati? «Non possiamo darle a tutti. La coperta è corta. Daremo a chi ha iniziato un percorso d’integrazione. Ma il Veneto non può più essere il porto d’arrivo di gente nuova».

Le regole per avere la cittadinanza?

«Qualcuno vorrebbe portare il limite a cinque anni. Io sono per mantenerlo a dieci anni.

Quindi? «Per avere la cittadinanza uno deve dimostrare di conoscere un minimo la comunità che ti darà i “natali”. Non dev’essere un fatto amministrativo. La conoscenza dell’italiano è fondamentale. Poi deve conoscere l’educazione civica e la storia di questo Paese».

Biennale, Fenice, Arena. La Regione finanzia e partecipa alla vita culturale di istituzioni note in tutto il mondo. Ma il Veneto dei grandi artisti— Zanzotto, Paolini— non ama la Lega.

«Metterò in pratica l’insegnamento dei gesuiti: cercherò di evangelizzare gli “infedeli”. Sulla cultura mi sento di difendere Galan: non è un contesto facile e tutti hanno la loro idea. Bisogna sicuramente garantire che la lirica funzioni, che la Biennale possa fare le sue manifestazioni che hanno risonanza internazionale ma devono essere anche momenti di educazione per i ragazzi veneti. Poi penso si debba tutelare il nostro teatro di tradizione. Non ci appiattiremo sulla cultura veneta, ma se si valorizza la cultura identitaria veneta non significa che siamo dei poco di buono. Penso alle poesie di Zanzotto: se io avessi conosciuto le sue poesie prima e le avessi valorizzate sarei stato un rozzo localista. Siccome non l’ho fatto io è un genio. Ha avuto la fortuna di essere nato prima dei leghisti…».

A proposito di identità: il dialetto veneto a scuola è un progetto che porterete avanti e come?

«Io ho sempre sostenuto questo: penso che nell’autonomia scolastica, in quel 20% cento di ore che le scuole possono gestire, anziché del pongo ci si possa occupare della storia e delle tradizioni locali. A me non sembra un’eresia».

Quindi non il dialetto ma la cultura veneta?

«La cultura del territorio. Poi la questione della lingua è importante: ricordiamoci che in Veneto 7 persone su 10 parlano in dialetto e, probabilmente, pensano anche in dialetto. Io non trovo nulla di scandaloso nel fatto che i nostri giovani imparino qualcosa di identitario, legato alle nostre radici. Premesso che i ragazzi devono sapere bene l’italiano, la storia, la matematica, l’inglese, se resta spazio nell’ambito dell’autonomia scolastica penso che si possa insegnare loro anche un po’ di veneto, che almeno sappiano dove vivono e come si parla».

Il Veneto e l’economia: c’è una crisi conclamata, ci sono stati molti suicidi tra i piccoli imprenditori, il modello produttivo scricchiola. Cosa può fare la Regione, oltre a mettere risorse per gli ammortizzatori sociali?

«Il modello veneto sconta due grandi fenomeni: la delocalizzazione e la crisi internazionale. Però abbiamo anche un punto di forza: il nostro sistema non è fordista, abbiamo tante piccole aziende ognuna delle quali fa un pezzetto di prodotto. Questo è garanzia di maggiore flessibilità e capacità di adattamento alla crisi di mercato, rispetto ai pachidermi della grande industria. Gli imprenditori che si suicidano lo fanno perché hanno un legame con il territorio e con i lavoratori che non è quello delle multinazionali: qui da noi, quando non hanno più il coraggio di guardare negli occhi i loro dipendenti, si sparano. E questo, nella tragedia, dimostra un grande valore: si sente l’effetto comunità, qui fallire non è una cosa normale. L’altra grande questione è l’accesso al credito, gli imprenditori hanno bisogno di essere sostenuti dal sistema bancario, e la Regione su questo può e deve fare una forte azioni di lobby».

Lei è stato accusato dai suoi avversari di avere condotto una campagna elettorale dopata, per la commistione tra il ruolo di ministro e quello di candidato. Come si difende?

«Non ho utilizzato nessun mezzo del ministero e invito chiunque a denunciare il contrario, se ne ha le prove. La vicenda dei miei filmati su You Tube? È un’accusa allucinante, sono stati solamente caricati dei video in Rete, non c’è peculato né altro. La rivista Il Welfare? Sono rispettoso dell’inchiesta del pm Mastelloni, ho fiducia nella magistratura, alla quale abbiamo fatto avere tutte le carte del caso. Il ministero non ha speso un centesimo, è stato un errore deplorevole commesso in buona fede». Zaia 2

Bagnasco: il voto sia meditato sui valori etici

Non arriva ad indicarli come causa diretta della pedofilia, ma il cardinale Angelo Bagnasco denuncia, quando si interroga sugli abusi sessuali sui bambini, una cultura impregnata di «edonismo a tutto campo» e di «relativismo che non ammette né argini né sussulti». «Dobbiamo in realtà tutti interrogarci, senza più alibi, a proposito di una cultura che ai nostri giorni impera incontrastata e vezzeggiata, e che tende progressivamente a sfrangiare il tessuto connettivo dell’intera società, irridendo magari chi resiste e tenta di opporsi», afferma il presidente della Cei aprendo i lavori del Consiglio permanente dei vescovi italiani: «L’atteggiamento cioè di chi coltiva l’assoluta autonomia dai criteri del giudizio morale e veicola come buoni e seducenti i comportamenti ritagliati anche su voglie individuali e su istinti magari sfrenati. Ma l’esasperazione della sessualità sganciata dal suo significato antropologico, l’edonismo a tutto campo e il relativismo che non ammette né argini né sussulti fanno un gran male perché capziosi e talora insospettabilmente pervasivi. Conviene allora – aggiunge Bagnasco – che torniamo tutti a chiamare le cose con il loro nome sempre e ovunque, a identificare il male nella sua progressiva gravità e nella molteplicità delle sue manifestazioni, per non trovarci col tempo dinanzi alla pretesa di una aberrazione rivendicata sul piano dei principi».

In sintonia con il Papa, la Chiesa Italiana non intende minimizzare il problema degli abusi sessuali commessi da sacerdoti e dunque, per i vescovi, spiega il presidente della Cei Angelo Bagnasco, il fatto che «non da ora il fenomeno della pedofilia appaia tragicamente diffuso in diversi ambienti e in varie categorie di persone, lungi dall’essere qui evocato per sminuire o relativizzare la specifica gravità dei fatti segnalati in ambito ecclesiastico, è piuttosto un monito a voler cogliere l’obiettivo spessore della tragedia». «Nel momento stesso in cui sente su di sè l’umiliazione, la Chiesa – spiega – impara dal Papa a non avere paura della verità, anche quando è dolorosa e odiosa, a non tacerla o coprirla. Questo però – mette in chiaro il card. Bagnasco – non significa subire, qualora ci fossero, strategie di discredito generalizzato».

IMMIGRAZIONE
Il cardinale Angelo Bagnasco sottolinea che «da varie parti ormai si riconosce che, tra le opzioni da perseguire avendo per obiettivo l’accoglienza dei nuovi arrivati, non possono più figurare le cosiddette isole etniche». «Se si vuole evitare che una determinata zona di città (o del territorio) diventi, anche in breve tempo, un ambiente separato che dà il senso di estraneità a chi ci vive – ammonisce il presidente della Cei aprendo i lavori del consiglio permanente dei vescovi italiani – occorre muoversi per tempo e attrezzarsi mediante un sapiente monitoraggio urbano che consenta per tempo iniziative di ricomposizione, così da mantenere ragionevolmente miscelate le provenienze e sufficientemente coesa la cittadinanza». A questo fine, per Bagnasco, è «indispensabile una presenza sul territorio di figure di riferimento, educatori e assistenti sociali che, insieme a forze dell’ordine, garantiscano interventi preventivi, in grado tra l’altro di far rispettare il diritto alla famiglia che è proprio anche dei poveri». Più in generale, «nessuna persona ha il diritto di ritenersi superiore ad altre: gli immigrati sono donne e uomini come noi».

RECESSIONE
«La crisi economica sprigiona ora sul territorio i suoi frutti più amari». Lo afferma il presidente della cei, card. Angelo Bagnasco che nella sua prolusione al Consiglio Episcopale Permanente parla di «motivi di contingente quanto seria preoccupazione, dovuti in gran parte alla crisi economica internazionale». «Mi riferisco – spiega – in particolare alla realtà del lavoro: per un popolo abituato a far leva sostanzialmente sulla propria intraprendenza e sulla propria fatica, trovarsi spiazzato sul fronte dell’occupazione è una sofferenza acuta. In non poche aree assistiamo ad industrie che fermano la produzione». «Dove la competizione internazionale già aveva ridotto i margini di guadagno, la gelata sugli ordinativi sembra far giungere al pettine – rileva – tutti i nodi in un colpo solo», mentre «alcune antiche debolezze si rivelano fatali. E quando poi le imprese industriali più consistenti ricorrono massicciamente alla cassa integrazione, ipotizzano ristrutturazioni o addirittura avviano chiusure, subito una corona di piccole aziende a cascata ne risentono». «Rallentando i volani dislocati sul territorio, s’inceppano le imprese artigianali, ansimano i piccoli esercizi commerciali. I giovani che già costituivano la fascia di popolazione più in sofferenza perchè meno garantiti e poco sussidiati nel loro tuffo verso la vita, oggi rischiano di demoralizzarsi definitivamente. Se sono meridionali tendono a trasferirsi al Settentrione, ma già è iniziato il fenomeno inverso, quello della gente del Sud che, perdendo il lavoro al Nord, torna a casa». Mentre «un numero crescente di giovani – osserva sconsolato l’arcivescovo di Genova – guarda oltre il confine nazionale: un dinamismo interessante nella misura in cui non è unidirezionale e obbligato. Sappiamo che resiste da noi una cultura forte del lavoro ma anche dell’impresa: ci si riconosce nella fabbrica e se ne trae vincoli non semplicemente strumentali». Allarmano i vescovi italiani anche «i casi di suicidi verificatisi negli ultimi mesi tra i lavoratori minacciati dalla crisi, ma anche tra i piccoli imprenditori, in particolare del Nordest, che nell’impossibilità a far fronte agli impegni nei confronti dei propri dipendenti disperatamente non scorgono alternative diverse dal tragico gesto, che cosa dicono infatti, se non che si è dinanzi ad una coscienziosità tirata allo spasimo, fino ad essere inaccettabilmente indirizzata contro se stessi».

POLITICA
Nessun alibi per chi ruba. È l’ammonimento del cardinale Angelo Bagnasco. Il porporato fa riferimento alle vicende giudiziarie della “cricca” quando, concludendo la prolusione d’apertura del consiglio permanente della Cei, afferma che «dinanzi a quel che va emergendo anche dalle diverse inchieste in corso ad opera della magistratura, e senza per questo anticiparne gli esiti finali», i vescovi sentono di «dover chiedere a tutti, con umiltà, di uscire dagli incatenamenti prodotti dall’egoismo e dalla ricerca esasperata del tornaconto e innalzarsi sul piano della politica vera». Per Bagnasco bisogna che «si recuperi il senso di quello che è pubblico, che vuol dire di tutti e di cui nessuno deve approfittare mancando così alla giustizia e causando grave scandalo dei cittadini comuni, di chi vive del proprio stipendio o della propria pensione ed è abituato a farseli bastare, stagione dopo stagione. C’è – afferma – un impegno che, a questo punto, non può non riguardare proporzionatamente tutti, politici e cittadini, e che ciascuno nel proprio ambito è chiamato ad onorare: Mettere fine cioè a quella falsa indulgenza secondo la quale, poiché tutti sembrano rubare, ciascuno si ritiene autorizzato a sua volta a farlo senza più scrupoli. Anzitutto non è vero che tutti rubano, ma se per assurdo ciò accadesse, cosa che non è, non si attenuerebbe in nulla l’imperativo dell’onestà. Non cerchiamo alibi preventivi né coperture impossibili: sottrarre qualcosa a ciò che fa parte della cosa pubblica non è rubare di meno; semmai, se fosse possibile, sarebbe un rubare di più». Per i credenti poi, «questo obbligo assurge alla dignità di comando del Signore, dunque non si può venir meno».

ABORTO
La difesa della vita umana, innanzitutto dal «delitto incommensurabile» dell’aborto in tutte le sue forme, è uno dei valori «non negoziabili» in base al quale i cattolici devono votare nelle prossime regionali. È quanto ha indicato, in sintesi, il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, aprendo oggi i lavori del Consiglio episcopale permanente, il «parlamentino» dei vescovi italiani.Bagnasco