Pubblichiamo una lunga intervista tratta dal Corriere del Veneto al principale candidato al ruolo di Governatore del Veneto, l’onorevole Luca Zaia.
Ministro Luca Zaia, affrontiamo subito l’attualità politica. C’è sul tavolo l’ipotesi di un doppio incarico per lei, ministro dell’Agricoltura e contemporaneamente governatore del Veneto: come si giustifica una situazione di questo tipo? Le crea qualche imbarazzo sul piano elettorale?
«Io non l’ho neanche presa in considerazione. Bossi ha detto questo: Zaia deve rimanere il nostro riferimento nazionale nel campo dell’agricoltura. Io non ho avuto altre comunicazioni in tal senso». Ma il doppio incarico è escluso oppure no? «Io faccio quello che mi dirà Bossi, in accordo con Berlusconi. Che la Lega voglia mantenere il ministero dell’Agricoltura non è un mistero, ma la trattativa su questa e altre questioni compete a Bossi e Berlusconi. Per onestà, io non vi so dire come andrà a finire questa partita. Adesso tutti si concentrano sul mio ministero: prima era considerato una specie di premio di consolazione, adesso che gli ho fatto il tagliando per due anni, la macchina interessa a tutti. Ma attenzione: se non si lavora, al ministero dell’Agricoltura ci si fa tanto male. E ho anche l’impressione che, alla fine di tutta questa vicenda, nel governo ci sarà un rimpastino, con più posizioni oggetto di discussione».
Per riassumere: se lunedì verrà eletto presidente del Veneto, martedì non si dimetterà da ministro?
«No, io darò le dimissioni nel rispetto di chi mi ha nominato. Dovranno essere Berlusconi e Bossi a dirmelo: non è che posso prendere emollare tutto. Anche perché, prima, mi devono approvare la legge sulla etichettatura».
Mai come adesso la Lega sembra avere il vento in poppa. Attorno a voi c’è anche una grande aspettativa, soprattutto per l’attuazione del federalismo fiscale: è una missione impossibile? E se lo è, l’alternativa sarà la secessione?
«Io rovescerei la domanda: il Veneto può ancora fare ameno del federalismo fiscale? Senza federalismo fiscale il sottoscritto, se diventerà presidente della Regione, non sarà in grado di garantire più nulla: soldi non ce ne sono. Se non ce l’avremo, sarà la fine. Io sono molto preoccupato, proprio perché le aspettative che abbiamo suscitato sono molto alte: i veneti si sono fatti un’idea che noi dovremo onorare».
Quindi, in concreto: perché il Veneto abbia più risorse, qualcun altro – cioè il Sud d’Italia – dovrà cederne: succederà veramente?
«Certo, il Sud dovrà mollare. Ed è esattamente questa l’azione della Lega al governo. C’è un altro aspetto: nel mio programma dico che entro i primi 100 giorni voglio cambiare il regolamento del consiglio regionale. Noi abbiamo bisogno di inaugurare una grande stagione di riforme e oggi, con questo regolamento, è assolutamente impossibile. Se entro i primi 100 giorni non passerà la modifica al regolamento, io non manderò avanti più una carta, fino a quando non verranno i cittadini veneti a chiedermi il perché. Bisogna introdurre il principio della fiducia. Noi dobbiamo garantire rapidità decisionale ma, con questo regolamento consiliare, il federalismo fiscale non riusciremo ad applicarlo mai».
E se, malauguratamente, il federalismo fiscale non dovesse entrare in vigore?
«Per prima cosa, sarebbe una sconfitta. Io non voglio neanche metterla in preventivo. Secondo, sarebbe un problema non soltanto per il Veneto ma anche per la Lega: a quel punto, si porrebbe una questione di credibilità inevitabile. Ho l’impressione che i veneti ne abbiano le scatole piene».
Quindi senza federalismo il Nord potrebbe fare la secessione dal resto d’Italia sul piano sociale?
«Il termine secessione non lo voglio usare. Ma dico che se noi non agevoliamo le riforme federaliste, avremo inevitabilmente un conflitto sociale. Noi non possiamo più perdere tempo a mettere a posto i guai in casa altrui, e ve lo dice uno che è stato per due anni al governo del Paese. Ai calabresi che hanno 22 mila operai forestali non dobbiamo più cercare di spiegare come risolvere il problema. Dobbiamo, invece, dare loro un bicchiere anziché la damigiana che hanno avuto finora».
Ma cosa potrà cambiare, in concreto, con una Regione a guida leghista? In fondo, la Lega ha fatto parte del governo regionale per dieci anni.
«Io immagino un governatore che si dovrà occupare esclusivamente delle questioni legate alla partita del federalismo e delle riforme. A me degli appalti, della gestione, non interessa nulla, quella è materia per i tecnici».
Parliamo di sanità: cosa potrebbe fare il nuovo governatore per affrontare il problema delle liste d’attesa?
«Questa è una cosa che mi manda fuori di testa, se toccherà a me sicuramente mi dovrò inventare qualcosa. Io non metto sul banco degli imputati gli ospedalieri, credo piuttosto che chi organizza sta organizzando male. Se potessi, mi occuperei di sanità soltanto per risolvere questo problema. Probabilmente il metodo giusto è quello di dare degli obiettivi temporali ai direttori generali delle Usl».
Domanda secca: dia un voto al quindicennio di Galan.
«Non ho mai sopportato quelli che danno i voti a me, figurarsi se io vado a darli agli altri».
Decliniamola così: cosa tenere e cosa no di questi 15 anni…
«Il presidente Galan è stato il primo vero presidente del Veneto. Ha avuto questo merito: una stabilità politica che i veneti hanno visto, una persona che ha avuto un certo carisma, ha approfittato di tutte le occasioni che ha avuto. Devo dire che è stato un periodo florido per il Veneto: dal ’95 al 2002 le case hanno raddoppiato il valore patrimoniale, l’economia tirava; poi abbiamo avuto la prima crisi economica nel 2002, e adesso la più grave».
Galan l’ha sempre elogiata, al di là dei giudizi sulla Lega. Facciamo una provocazione: lui voterà Bortolussi o De Poli? «Penso che sceglierà il Pdl». Sì ma potrebbe fare il voto disgiunto? «Non credo. È un’ipotesi non praticabile».
Dopo 15 anni ci si attende uno spoil system. Il cambiamento riguarda anche gli uomini?
«Einaudi diceva: “Conoscere per deliberare”. Solo un cretino entra sfondando la porta e usando il lanciafiamme. Io sono cattolico però ai miei collaboratori ripeto sempre una frase di Ho Chi Minh, il dittatore vietnamita: “Se ti entra una tigre in casa, prima di combatterla apri una finestra e forse se ne esce da sola”. Chi va a dirigere ha l’obbligo di scegliere le persone in base alla professionalità, non in base al colore politico. Poi chi sa di fare il proprio dovere, di essere motivato a lavorare non ha nulla da temere».
Si parla di un accordo secondo cui il Pdl avrebbe Sanità, Sociale e Infrastrutture. Dipenderà dall’esito elettorale?
«Gli incontri e le intese che abbiamo con la segreteria del Pdl e della Lega sono ottimi. C’è condivisione di obiettivi. Forse perché nessuno degli interlocutori è parte in causa. L’ho detto subito: “non facciamo tavoli a cui partecipano cittadini che possono diventare assessori”. Stavolta c’è un tavolo asettico. Gobbo e Giorgetti non è che ci guadagnano posti in regione».
Dell’accordo hanno parlato proprio loro, in realtà.
«Forse tutti noi, io per primo, siamo tarati sulla vecchia politica. Se uno valuta il peso e l’importanza di un referato in base al bilancio, è fuori anni luce. C’è gente che è convinta di fare scelte di potere a prendersi la sanità. L’altra volta volevano darla a me, io invece ho scelto Agricoltura e Turismo».
Il suo slogan «Prima il Veneto» in cosa si declinerà? Gli immigrati devono preoccuparsi?
«Prima il Veneto, perché prima vengono i cittadini del Veneto, i cittadini del territorio. Chi sono? I veneti da 16 generazioni come me ma anche gli immigrati che sono venuti qua: se sono integrati, se lavorano. Certo che se un immigrato appena arrivato pretende di avere le case popolari e il posto di lavoro subito, diciamo no. E poi c’è l’aspetto strategico: la Lega avrà un bel risultato nazionale. Siamo passati dal 3.9% del 2006, all’11% abbondante che avremo dopo queste elezioni. Neanche nel ’96 abbiamo avuto tanti voti. Questo determinerà un’accelerazione sulle riforme. Il Veneto partirà negoziando forme di autonomia. Il federalismo a geometria variabile non è un’utopia. Presenterò una piattaforma negoziale al governo italiano: in maniera legale. È scontato che andremo a chiedere concorrenze esclusive».
Per esempio in che campo?
«La scuola è una delle partite. Ma prendiamo il catasto: perché il catasto non passa per i Comuni? Questo vuol dire andare verso i cittadini. Diminuire le catene amministrative. Ma nno è un processo di qualche ora».
Il Veneto si pone come laboratorio?
«Premesso che non ci fidiamo più, allora ci poniamo che non come ci fate laboratorio. fare nemmeno Ma visto il che laboratorio, c’è il rischio noi veneti vi presentiamo anche le carte…».
Avrà la forza di Bossi e della Lega, oltre che quella dei voti.
«La forza più grande dovrà essere quella del popolo. Ci vuole una condivisione culturale su una storia del genere».
Come si pone nei confronti dei due candidati venetisti che ritengono la Lega un partito nazionale?
«Noi sappiamo che la maggioranza dei veneti è per l’autonomia e per il federalismo. Il problema è convogliare le idee in un progetto politico. Bossi dice sempre: “quando incontrai i veneti loro erano molto più identitari di me però gli mancava tutto il background economico, erano ancora alla fase propedeutica dell’idea”. Ora siamo il giusto mix».
Qual è la vostra politica per l’integrazione?
«Quella che ha portato la provincia di Treviso a essere quella dove c’è maggiore integrazione in Italia».
Quelli sono dati più economici però…
«La Lega vive e ha vissuto di leggende metropolitane: io non ho mai trovato posizioni di razzismo da noi. Ho trovato le posizioni più fondamentaliste di chi dice: “basta immigrati perché ne abbiamo troppi”, e la maggioranza dei leghisti che dicono: “se venite qua dovete rigare dritti, rispettare le nostre leggi e integrarvi”».
Le case popolari si danno agli immigrati? «Non possiamo darle a tutti. La coperta è corta. Daremo a chi ha iniziato un percorso d’integrazione. Ma il Veneto non può più essere il porto d’arrivo di gente nuova».
Le regole per avere la cittadinanza?
«Qualcuno vorrebbe portare il limite a cinque anni. Io sono per mantenerlo a dieci anni.
Quindi? «Per avere la cittadinanza uno deve dimostrare di conoscere un minimo la comunità che ti darà i “natali”. Non dev’essere un fatto amministrativo. La conoscenza dell’italiano è fondamentale. Poi deve conoscere l’educazione civica e la storia di questo Paese».
Biennale, Fenice, Arena. La Regione finanzia e partecipa alla vita culturale di istituzioni note in tutto il mondo. Ma il Veneto dei grandi artisti— Zanzotto, Paolini— non ama la Lega.
«Metterò in pratica l’insegnamento dei gesuiti: cercherò di evangelizzare gli “infedeli”. Sulla cultura mi sento di difendere Galan: non è un contesto facile e tutti hanno la loro idea. Bisogna sicuramente garantire che la lirica funzioni, che la Biennale possa fare le sue manifestazioni che hanno risonanza internazionale ma devono essere anche momenti di educazione per i ragazzi veneti. Poi penso si debba tutelare il nostro teatro di tradizione. Non ci appiattiremo sulla cultura veneta, ma se si valorizza la cultura identitaria veneta non significa che siamo dei poco di buono. Penso alle poesie di Zanzotto: se io avessi conosciuto le sue poesie prima e le avessi valorizzate sarei stato un rozzo localista. Siccome non l’ho fatto io è un genio. Ha avuto la fortuna di essere nato prima dei leghisti…».
A proposito di identità: il dialetto veneto a scuola è un progetto che porterete avanti e come?
«Io ho sempre sostenuto questo: penso che nell’autonomia scolastica, in quel 20% cento di ore che le scuole possono gestire, anziché del pongo ci si possa occupare della storia e delle tradizioni locali. A me non sembra un’eresia».
Quindi non il dialetto ma la cultura veneta?
«La cultura del territorio. Poi la questione della lingua è importante: ricordiamoci che in Veneto 7 persone su 10 parlano in dialetto e, probabilmente, pensano anche in dialetto. Io non trovo nulla di scandaloso nel fatto che i nostri giovani imparino qualcosa di identitario, legato alle nostre radici. Premesso che i ragazzi devono sapere bene l’italiano, la storia, la matematica, l’inglese, se resta spazio nell’ambito dell’autonomia scolastica penso che si possa insegnare loro anche un po’ di veneto, che almeno sappiano dove vivono e come si parla».
Il Veneto e l’economia: c’è una crisi conclamata, ci sono stati molti suicidi tra i piccoli imprenditori, il modello produttivo scricchiola. Cosa può fare la Regione, oltre a mettere risorse per gli ammortizzatori sociali?
«Il modello veneto sconta due grandi fenomeni: la delocalizzazione e la crisi internazionale. Però abbiamo anche un punto di forza: il nostro sistema non è fordista, abbiamo tante piccole aziende ognuna delle quali fa un pezzetto di prodotto. Questo è garanzia di maggiore flessibilità e capacità di adattamento alla crisi di mercato, rispetto ai pachidermi della grande industria. Gli imprenditori che si suicidano lo fanno perché hanno un legame con il territorio e con i lavoratori che non è quello delle multinazionali: qui da noi, quando non hanno più il coraggio di guardare negli occhi i loro dipendenti, si sparano. E questo, nella tragedia, dimostra un grande valore: si sente l’effetto comunità, qui fallire non è una cosa normale. L’altra grande questione è l’accesso al credito, gli imprenditori hanno bisogno di essere sostenuti dal sistema bancario, e la Regione su questo può e deve fare una forte azioni di lobby».
Lei è stato accusato dai suoi avversari di avere condotto una campagna elettorale dopata, per la commistione tra il ruolo di ministro e quello di candidato. Come si difende?
«Non ho utilizzato nessun mezzo del ministero e invito chiunque a denunciare il contrario, se ne ha le prove. La vicenda dei miei filmati su You Tube? È un’accusa allucinante, sono stati solamente caricati dei video in Rete, non c’è peculato né altro. La rivista Il Welfare? Sono rispettoso dell’inchiesta del pm Mastelloni, ho fiducia nella magistratura, alla quale abbiamo fatto avere tutte le carte del caso. Il ministero non ha speso un centesimo, è stato un errore deplorevole commesso in buona fede». 