La sfida di una riforma finanziaria mondiale

Riforma finanziaria: la parola è sulla bocca di tutti, ma pochi sanno veramente di cosa si tratta e come realizzarla. La necessità di un rinnovamento globale delle regole della finanza è la prima sfida dei Paesi più sviluppati. Se non verrà affrontata adeguatamente, c’è il rischio di un nuovo collasso mondiale.

È questo il punto centrale della lettera indirizzata dal presidente americano, Barack Obama, dal presidente francese, Nicolas Sarkozy, dal premier britannico, Gordon Brown, dal premier canadese, Stephen Harper, e dal presidente sudcoreano, Lee Myung-Bak, a tutti i leader del g20 in vista del prossimo vertice a Toronto. “Senza un’azione coordinata” si richia una nuova crisi. “In quanto presidenze passate, attuali e future del summit dei capi di Stato e di Governo del g20 – proseguono i cinque leader nella missiva – vi scriviamo oggi per sottolineare la necessità di attuare il nostro impegno di coordinare le nostre politiche macroeconomiche e di continuare le riforme in vista di una migliore regolazione e di un rafforzamento del sistema finanziario internazionale”. Per Obama, Brown, Sarkozy, Harper e Lee Myung-Bak gli sforzi del g20 “hanno permesso di stimolare la ripresa dell’economia mondiale e hanno evitato il crollo completo del sistema finanziario”. Ma il nostro lavoro “non è ancora concluso – avvertono i cinque leader – e la ripresa in corso dell’economia mondiale resta fragile; le tensioni attuali illustrano i rischi che persistono per l’economia mondiale e la stabilità finanziaria”. In questo contesto “il nostro obiettivo dev’essere rafforzare il sistema finanziario e costruire un’economia mondiale più solida, fondata su una crescita durevole”.
All’appello si è unita anche l’Unione europea, che si è detta “impegnata nella riuscita nell’agenda del g20 ed è necessario che si raggiunga a livello europeo un accordo su alcuni dossier chiave nel campo dei servizi finanziari, per esempio sui capitali delle banche e su altre questioni di regolamentazione finanziaria”.
Nel frattempo, fonti della Casa Bianca hanno rivelato che il presidente Obama intende varare la riforma del sistema finanziario prima di settembre e cioè prima che scattino i due anni di anniversario del collasso di Wall Street del 2008. Il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, non ritiene irrealistico che il provvedimento arrivi sul tavolo del presidente per la firma entro la fine di maggio. Intanto il consigliere economico della Casa Bianca, Paul Volcker, ha incontrato ieri il segretario al Tesoro, Timothy Geithner, e gli altri consiglieri di Obama per fare il punto sulla riforma finanziaria. Volcker è un sostenitore della linea dura con le banche e ha parlato prima con Geithner al Tesoro e poi con Valerie Jarrett e con Austan Goolsbee alla Casa Bianca.
La situazione, però, non è semplice. Secondo i dati ufficiali, Wall Street è tornata a correre gli stessi rischi del 2007 e del 2008. Nessuno alla Casa Bianca – scrivono gli analisti – ha voluto finora tracciare un bilancio delle cause, le responsabilità della grande crisi e, soprattutto, dei modi in cui uscirne. La “Volcker Rule”, il progetto della riforma finanziaria, ha tre capisaldi. Primo: le banche non possono essere troppo grandi per fallire. Secondo: le banche che raccolgono risparmio e hanno quindi la tutela dello Stato non possono rischiare con operazioni in proprio, oltre una certa misura, sui mercati speculativi. Terzo: i derivati devono essere messi sotto controllo. Questo schema generale ora dev’essere precisato e migliorato. Nei giorni scorsi alcuni senatori democratici hanno introdotto una versione rinforzata della “Volcker Rule” rispetto a quella dell’Esecutivo. L’Office of Comptroller of the Currency (Occ) ha intanto diffuso di recente dati secondo i quali l’esposizione netta al rischio in derivati nel sistema bancario è scesa del 18 per cento nell’ultimo trimestre del 2009 ed è ora di 398 miliardi contro gli 800 del 2008. Il timore è che i libri contabili delle banche siano ancora pieni di derivati.
Secondo gli analisti, la battaglia per l’approvazione della riforma finanziaria al Congresso sarà ancor più dura di quella per la riforma sanitaria. Wall Street e il partito repubblicano, e non pochi amici democratici di Wall Street, promettono battaglia. D’altronde, su questo terreno Obama non può contare nemmeno sul sostegno politico dei Paesi europei, che in passato più volte si sono detti scettici su una riforma delle banche. E con la crisi della Grecia, i pericoli emergenti in Spagna e in Portogallo, è prevedibile che le possibili aperture svaniscano. L’ultimo a intervenire sul tema è stato il ministro dell’Economia tedesco, Wolfang Schaeuble, secondo il quale la nuova tassa sulle banche nazionali per sostenere un fondo speciale anti-crisi avrà “un importo moderato”. soldi

Rivendicate le stragi in Russia dai musulmani. Te pareva…

La si volti come si vuole, ma il terrorismo internazionale del giorno d’oggi è compiuto sempre da persone di religione musulmana. Si potrà discutere sull’uso strumentale della religione, e sarebbe davvero interessante farlo per vedere se gli assassini sbagliano o se sono invece fedeli al Profeta, si potranno fare mille ragionamenti sulle condizioni sociopolitiche, sulla povertà, sull’ignoranza, sull’imperialismo, su quel che si vuole: ma i fatti sono fatti, e sono inoppugnabili.

L’autoproclamato Emiro del Caucaso del Nord, Doku Umarov, leader dei “ribelli” della regione, ha rivendicato il duplice attentato alla metro di Mosca con un video postato nel sito Kakvakcenter, ritenuto vicino alla guerriglia.

Nel suo messaggio Umarov sostiene di aver ordinato personalmente gli attacchi e minaccia che gli attentati continueranno in Russia. Una minaccia che aveva già lanciato il 14 febbraio scorso dallo stesso sito, quando aveva promesso di portare la guerra «nelle case dei russi».

Negli ultimi dieci anni la capitale russa è stata spesso nel mirino terrorismo islamico indipendentista, ispirato dal conflitto ceceno o dall’instabilità delle repubbliche del Caucaso contro il potere di Mosca, ma nell’ultimo periodo la situazione si era calmata. Gli attacchi del 29 marzo sono i primi attentati al metro di Mosca dal 2004, quando un estremista islamico proveniente dal Caucaso aveva causato più di 40 morti.

Il leader del Cremlino Dmitri Medvedev ha detto che gli attentati alla metro di Mosca di tre giorni fa e quelli di oggi in Daghestan sono «anelli della stessa catena».«Sono manifestazioni dell’attività terroristica che negli ultimi tempi si fa sentire nel Caucaso», ha dichiarato il presidente durante una riunione del consiglio per la sicurezza nazionale in corso nella sua residenza a Gorki, alle porte di Mosca. «L’obiettivo dei terroristi – ha proseguito – è quello di destabilizzare la situazione nel paese, distruggere la società civile, seminare la paura e il panico tra la popolazione. Noi non lo permetteremo», ha assicurato, promettendo che «tutti i banditi saranno rintracciati ed eliminati».

Tanto ce ne saranno altri, e altri ancora, e poi ancora… Il problema è radicale e fondamentale, non accidentale o circostanziale. Un problema che l’umanità ha dal VII secolo dopo Cristo.islamici in preghiera

Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.

“Eloì, Eloì, lemà sebactàni!”
(“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”)
- Frase attribuita a Gesù morente in croce dai Vangeli sinottici di Matteo (27,46) e Marco (15,34), ma anche inizio del Salmo 22 (22,2) da leggere completamente per capire il vero significato di quella frase, pronunciata proprio in quel momento da Gesù…

Nella settimana di Pasqua riflettiamo sulla seconda Persona Trinitaria che è il Figlio Eterno, incarnato per noi e per tutti in Gesù Cristo. Per farlo dobbiamo partire dal Dio in cui credono i Cristiani, spiegandolo per quanto è possibile.

Dio è Amore.

L’Amore vero è per sua natura fecondo e deve essere altruista; percui Dio Padre Eterno, prima di tutti i secoli, ha generato (non creato = “genitum, non factum”) il Figlio Eterno in cui si è compiaciuto.
Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato e non creato della stessa sostanza del Padre.
Il Padre, eterno amante, è legato al Figlio, eterno amato, dall’Amore sovrabbondante che è lo Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre e dal Figlio, e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti.
Il Lògos divino, il Verbo Eterno che crea, si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (Vangelo di Giovanni 1,14). Si è cioè spogliato dell’onnipotenza e dell’incommensurabilità per assumere la miseria e la finitezza della Sua creatura prediletta, l’uomo, allo scopo di darle la salvezza (“…per noi e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria…”). Assumendo la natura umana, ha dato all’uomo dignità divina. “Ha assunto la nostra morte per darci la Sua vita” (S. Agostino)

Torniamo a Gesù Cristo: secondo il concilio di Calcedonia (381 d.C.), che fissò definitivamente il dogma per contrastare le crescenti eresie, il Dio cristiano è Trinità, “una unica sostanza in tre persone eterne, Padre-Figlio-Spirito Santo”.
Il Figlio Eterno è diventato carne, cioè “una persona con due nature: divina e umana”.

Qui inizia la nostra riflessione. Gesù era vero Dio, ma nella natura umana era vero uomo. Pienamente uomo, con tutti i limiti e le debolezze degli uomini. La vita è stata anche per Lui una lenta e progressiva maturazione, anche nella consapevolezza della sua identità ed essenza. Non è pensabile che Egli sapesse fin dal principio di “essere Dio”; lo dimostrano mille episodi della sua missione, che indicano una progressiva acquisizione di coscienza da parte del Cristo che arriva a definirsi Figlio dell’Uomo, ad accettare da Pietro il riconoscimento di “Messia” e di “Figlio del Dio Vivente”, quindi a definirsi davanti al Sinedrio “Figlio di Dio” (Luca 22,70).
Ma non avrebbe senso la preghiera piena di sofferenza nell’orto degli Ulivi di Getsèmani, prima dell’arresto, se la Sua consapevolezza fosse stata piena. Ancora il dubbio della natura umana combatteva con la Sua incrollabile fede nel Padre.
La Passione, la Via Crucis al Calvario, la Croce, furono momenti successivi in cui il dubbio insinuato dal fallimento terreno, dalla sofferenza fisica e dal tradimento degli amici combatté con la ragione, che lo rendeva sempre più consapevole di cosa stesse accadendo.
Attanagliato dal dubbio, solo, morente in Croce, torturato, dileggiato e schernito, davanti al pianto della madre disperata, mentre sentiva la vita sfuggirgli, probabilmente solo in quel momento ebbe l’intuizione della piena consapevolezza di “Essere Dio”.
Si badi bene, l’intuizione e non la certezza, poiché fino alla morte fu pienamente “vero uomo”. Ecco perché, da dotto Rabbì quale era, tra i Salmi che conosceva a memoria citò proprio il Salmo 22, che invitiamo tutti a leggere per intero, per finalmente comprendere cosa significassero quelle ultime parole.
Morendo, consegnò lo Spirito al mondo, e si affidò al Padre per la Resurrezione. Morì ancora nella fede, che divenne subito certezza.

Tre persone, cioè tre modi di esprimersi dell’unico Dio.
Due nature, cioè due modi di compiersi dell’unica persona.
Vero Dio, nato dal Padre come essenza d’Amore prima che fosse creato il Tempo.
Vero uomo, nato da donna, cresciuto tra gli uomini, ucciso dagli uomini, morto come qualsiasi uomo.
Risorto ad opera del Padre e tornato al Padre, nel Padre e col Padre, tuttora vivente nella Storia nella persona dello Spirito Santo che guida la Chiesa, la quale è il Corpo Mistico del Cristo vivente. Spirito Santo che è nel Cristo e viene dal Cristo. Che viene dal Padre ed è nel Padre. Che è la Trinità di Dio, Padre-Figlio e Spirito Santo. Amen.

Buona Pasqua di Resurrezione a tutti.
passione di Cristo

Pd: Bersani sotto accusa, ma per ora si salva

Nessuno chiede la testa del segretario. Il congresso si è chiuso da pochi mesi e «non può essere che a ogni elezione si cambia». Ma tira una brutta aria nel Pd. Non è la resa dei conti già vista ai tempi di Walter Veltroni. Non è il redde rationem dell’era Franceschini. Però i predecessori di Pierluigi Bersani arrivano al coordinamento convocato per fare il punto del voto con un quadro chiaro della situazione. Area democratica, ovvero la corrente di opposizione interna che fa capo ai primi due leader piddì, ha già messo sul tavolo l’analisi del risultato, con un esito ben diverso da quello mostrato da Bersani in conferenza stampa.

Nessuna ripresa. Niente ottimismo. Piuttosto una certezza che spaventa i veltroniani, come anche gli ex popolari, i prodiani e una buona fetta del partito che fa capo alla segreteria: la Lega sta erodendo consensi anche al centrosinistra. Il Carroccio di Bossi è il vero interlocutore di quel tessuto sociale, un tempo bacino di voto della sinistra. Le stesse regioni rosse perdono consensi, e dove non sono Di Pietro o Grillo ad accaparrarseli, ecco che arrivano i “lumbard”.

Come si può parlare, dunque, di una inversione di tendenza? Franceschini non ci sta e di prima mattina raccoglie le proteste dei suoi, basiti dalle dichiarazioni uscite dal vertice nella serata di lunedì. Gli ex ppi si aggirano per i Palazzi con l’amara certezza di aver perso le elezioni. C’è un «disagio generale», confermano i mariniani. Il «risultato è problematico». Perché se si analizza l’astensione, la vittoria di Di Pietro, la comparsa di Grillo, il ruolo dell’Udc e il «monolite solitario» Nichi Vendola (come lo definisce il veltroniano Giorgio Tonini), ebbene, non si capisce dove sia il bandolo della matassa. Quello che manca è una strategia. «Cosa pensa di essere il Pd non lo si sa ancora», insiste Tonini.

Ma questo è il pensiero diffuso. «La principale condizione per riprendere il cammino è riconoscere questa grande vittoria di Berlusconi e della destra – spiega anche Arturo Parisi – . La seconda è ammettere che il gioco di rimessa non paga». Ecco, è proprio qui il punto: il Pd che fa capo alle due mozioni anti-Bersani si chiede a quale gioco si voglia giocare. «Sarebbe un errore non fare autocritica – concorda Ignazio Marino –. Nel Pd hanno prevalso le alchimie strategiche del gruppo dirigente, che opera senza ascoltare il Paese». Il fatto però è che il Paese lo ascolta la Lega. E sottovalutarla, accusa il prodiano Giorgio Merlo, è un grave errore: «Non si può dare un’immagine caricaturale e grottesca» di Bossi e dei suoi.

Insomma, l’analisi è complessa e la via d’uscita non è semplice. Resta la convinzione degli ex popolari che si dia «troppo spazio alla piazza, che però premia Di Pietro e non noi». L’alleanza con l’Italia dei valori non paga, ma neanche «lo schema dalemiano» che stava per far perdere anche la Puglia», accusa Area democratica. Perché l’Udc è «un piccolo partito» che non sposta l’ago della bilancia, secondo i veltroniani. E la strategia delle alleanze non è servita a nulla. Meglio andare da soli, secondo la vecchia strategia bipolare di Veltroni, tornano a dire i colonnelli del primo segretario piddì.

«Non è il risultato che speravamo. Credo che si debba ripartire da qui», dopo «un’analisi onesta e rigorosa», sintetizza allora la vicepresidente Marina Sereni. Bersani ascolta, in parte condivide. Ma va avanti.

(articolo tratto da Avvenire online)Bersani

Cambiare? No Grazie!

Cambiare? No Grazie! Questa è, a mio avviso, la lettura che è possibile compiere dopo le elezioni a proposito della sinistra in genere e del Partito Democratico in particolare. La sinistra ha tenuto là dove è, si dice, storicamente forte, dove esiste un consolidato tradizionalismo di maniera nel voto, là dove sempre e comunque e in ogni settore è stato possibile, è possibile e sarà possibile, operare solo e soltanto con l’avallo di coloro che detengono i gangli del potere amministrativo e regionale e, insieme a questi, quelli del credito e della finanza. Le cosiddette “regioni rosse” hanno confermato e non potevano fare altrimenti. L’ascesa al comitato centrale come segretario di Bersani aveva già tracciato la linea nella quale la sinistra intendeva muoversi, ossia quella della conservazione delle posizioni di potere. La paura di perderle aveva contrassegnato proprio la lotta tra Veltroni e D’Alema. Certo, si sarebbe andati incontro ad una certa delusione, soprattutto nelle frange più desiderose di movimento, di inseguire almeno nella società quello che viene detto il cambiamento, ossia droghe leggere assolutamente libere, eutanasia attiva e passiva, matrimoni di tutte le specie, e per finire sempre e comunque “panem et circenses”. La storia e i voti del popolo sovrano in una democrazia hanno stabilito diversamente da quello che la sinistra sperava. Ed ecco iniziare immediatamente il giochetto, tipico dei fanciulli, di accusare l’avversario di non essere capace, di non essere intelligente, di avere grane al suo interno. Certo seguiranno la lezione di Mao Ze Dong, l’antico Mao Tse Tung, tanto amato nel 1968 e oltre, ossia l’autocritica verrà, come per il dittatore cinese, lasciata agli avversari e mai rivolta a se stessi.

In ogni caso ciò che emerge è proprio il fatto che la sinistra non intende cambiare. In fondo il programma dettato da Marx e Engels nel 1848 resta valido, con qualche condimento alla russa – Lenin e il “faccio finta di non conoscerlo” Stalin – all’italiana – la famosa via al comunismo di gramsciana e berlingueriana memoria – ed infine il residuo della fantasia al potere dei sessantottini.

Nulla di nuovo a sinistra e non stupisce quindi che in molte zone abbia prevalso almeno l’idea che si debba cambiare. Non se ne può più di visioni statalistiche, dall’alto e che considerano il popolo solo per quello che di immagine teoretica si dà.

Da molto tempo in politica urge una riflessione, un ripensare a quanto si è compiuto dal 1968, del modello di Stato italiano, delle riforme sempre desiderate, sempre esibite e mai approvate. Si cambia strada, le analisi economicistiche alla Marx o sociologistiche alla Lenin e alla Marcuse muoiono, come è morto il vecchio liberalismo. Ma il liberalismo fece come la nobiltà francese, solo quando era troppo tardi si chiese: “Forse abbiamo sbagliato?”

Italo Francesco Baldo

Finalmente un Plebiscito valido

ZaiaA xe na vitoria granda! I Elettori ga fato un quarantoto. El Veneto torna a còrar e se vèrze na nova storia.

Ne tocarà, i giorni a vegner, de lesar sui giornai i rajonamenti dei studai sul voto; i discorerà sui “flussi elettorali”, sui “dati scorporati” – e ghe mancaria altro. I fa ben!

Na roba parò a ga da essar ben ciara: el Popolo veneto ga dito che vol a libertà, a sicurànsa e a paronansa a casa soa. A la vizilia del voto ghe go domandà ai Elettori de tegnar de conto al fato che ste elezion regionali podeva essar un plebiscito par el Veneto che i vol. A xe stada na risposta ciara e forte. Ne toca a noaltri, tuti insieme, far in maniera de rincuràr a volontà del popolo: che vègna sùito el federalismo de le tasse, el tajo al dessipamento fato da quei che no i sa da dove che a vien coi schei de a xente che laora! Ghe vol sùito istituzion nove!

Sta qua xe a vitoria del Veneto, de i so òmeni e de e so fémene. Vojo sperar che metaremo da na banda i mal de pansa che le votassion fa vegner.

Mi sarò el Presidente de tuti; e par tuti me darò da far e tuti scoltarò!

Gavemo un gropo da desbroiar che no xe mia da poco. Penseo che sia un dogo farse dar el federalismo? Fin a un co’ noaltri veneti gavemo tirà a careta anca par chealtri. Ma desso xe ora, e sarìa anca passada, che pensemo na s’cianta anca par i nostri fioi. Ghe vorìa de vedar un fiantin più in là. Securo che el Veneto xe na region maravejosa, ma xe ora che se descante: a politica a serve par cresar. Na man ai altri ghe a daremo, ma prima – come farìa un bon pare de fameja – dovemo pensar a la nostra xente, a spendar i schei fruto del nostro laoro par la nostra tera.

Ghe vol qualchedun che se sacrifich! e a pròvar el federalismo? Semo qua, ghe pensemo noaltri veneti a andar vanti par capir cossa che sconde el futuro. E par scomisiar, ne core suìto un novo Statuto, che a nostra Region a speta da massa temp. Gavemo da risvejarse come popolo, trovar la dignità e l’autonomia che gavemo perduo dai tempi de la Serenissima Republica.

Se meta el cor in paxe quei che ga paura de un rabalton. Col voto del Popolo veneto xe scomisiada na nova stajon. A poitica xe mejo che a cambie passo. E che nessun prove a tirarse indrio. Mi par primo. So che se go l’onor de combatar par a libertà del Veneto el merito xe de a passion e dei sacrifissi de tanti òmeni e fémene che ga fede ne la storia de a nostra Comunità. Ghe rendo grassie a tuti de cuor, uno par uno; e co lori, ringrassio anca i elettori che ne ga dà el so voto.

No lassaremo che a so bona volontà vegna stuada ne le stanze dei palassoni romani o venessiani.

Quel che i vol, i Cittadini veneti lo gà dita ciaro col so voto. A lori, e sol a lori, ghe respondaremo.

Luca Zaia

Zaia Doge!! W San Marco!

La Lega Nord trionfa, sfondando il 36% di consenso elettorale e distanziando di 10 punti il Popolo delle Libertà. La Sinistra viene spazzata via e il consenso al presidente Zaia è del 60%.

Un trionfo che segna una meta, ma anche un punto di partenza verso gli obiettivi veri del popolo Veneto: l’autonomia fiscale, il federalismo politico e, un domani, il ritorno alla sovranità.

Sembrava impossibile in tutti questi anni di impegno, sotto la pioggia e sotto il sole, lungo la Serenissima da Venezia a Pontida, sul Po, sulle piazze più remote della provincia veneta, poter arrivare a tanto, come sembrerebbe impossibile giungere a quel premio che è follia sperare… Ma nulla è impossibile al popolo unito nell’amore di un sogno condiviso di libertà e democrazia. Possiamo farcela, se ce l’abbiamo fatta fin qua.

NUNC EST BIBENDUM – Tosàti, dèsso se beve!

Ma da domani iniziano le responsabilità grosse. Se saremo all’altezza nelle Regioni, al plurale dato che anche Cota ha vinto in Piemonte, come lo siamo stati nei Comuni e nelle Provincie, un giorno governeremo il nostro Stato. Intanto festeggiamo un Veneto venetista che torna al comando a Venezia.

Forse potremo ammainare la bandiera bianca dal ponte….palazzo-ducale-venezia

Bossi:”la Sinistra è sparita”

Umberto Bossi. «La sinistra è ko, ha perso tutti i voti, è sparita al Nord. Ci sarà pure un motivo». Lo ha detto il leader della Lega, Umberto Bossi, in sala stampa in via Bellerio, commentando l’esito del voto. «Berlusconi i voti se li è presi, non solo al Nord – ha detto – ma anche al Sud. Io mi domanderei perché la sinistra ha perso tutti i voti».«Ora facciamo le riforme» e «subito» realizziamo il federalismo. Lo ha detto Umberto Bossi commentando i risultati delle elezioni regionali. «La gente ci ha votato – ha spiegato Bossi – perchè la Lega vuole cambiare il Paese. Abbiamo vinto in Veneto, in Piemonte e abbiamo un grande risultato anche in Lombardia. I lombardi sono svegli e hanno capito prima di tutti che si deve cambiare». «Chi ha perso – ha aggiunto Bossi – è la sinistra. La gente non la vota perchè non si può votare chi dice sempre di no. La sinistra al Nord è sparita. Devono interrogarsi sul perché. Gli operai adesso non votano più per la sinistra». Parlando poi del federalismo, Bossi ha spiegato che «nella maggioranza siamo impegnati per la difesa del federalismo. La gente vuole il federalismo a qualsiasi costo. Una volta dicevano che la Lega voleva il federalismo per distruggere lo Stato. Non è così, la gente vuole il federalismo e noi lo faremo subito». «Per ora metto il mio nome poi deciderà il Consiglio federale della Lega». Così Umberto Bossi, sulla ipotesi di una candidatura leghista a sindaco di Milano. Nei giorni scorsi, il leader del Carroccio aveva annunciato che, nel caso di un buon risultato elettorale del suo partito alle Regionali, avrebbe chiesto di avere un suo candidato alla poltrona di primo cittadino milanese l’anno prossimo.

Roberto Formigoni. «Se anche la Lega vince così come vinciamo noi per noi la vittoria vale il doppio». Questo uno dei primi commenti a caldo del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, dopo i primi risultati elettorali. Per quanto riguarda l’affermazione della Lega «sono in Giunta con noi da dieci anni e abbiamo sempre governato d’amore e d’accordo. È la sinistra che è scomparsa e per questo si è inventata il duello tra i due partiti del centrodestra». Per quanto riguarda la sua affermazione personale «ho guadagnato più voti rispetto al 2005 – ha osservato Formigoni – raddoppiando il vantaggio sul mio diretto competitor nonostante abbiano cercato di sgambettarci illegalmente quando andavano in giro raccontando che non eravano neanche capaci di raccogliere le firme. Per quanto riguarda il futuro continueremo a governare all’insegna delle riforme – ha concluso Formigoni – che i nostri cittadini hanno dimostrato di apprezzare».

Luca Zaia. «Questa elezione, con i risultati che abbiamo visto anche in altre regioni, è il significato di un Governo che viene premiato. Questa elezione, comunque, mi lascia intatto il senso della realtà: fuori ci sono 4 milioni e 882mila veneti che aspettano risposte: serve il federalismo». Cosi Luca Zaia, nel suo primo intervento nella giornata dello spoglio elettorale. «Va sdoganato il federalismo e questo governo regionale vorrà gestire una nuova politica e avviare la stagione delle riforme: so cosa abbiamo fatto a livello nazionale e cosa si potra quindi dare ai veneti con questa nuova stagione», ha concluso Zaia.Bossi

Bomba in Metro a Mosca, almeno 40 vittime

Risveglio nel terrore per Mosca. Due donne-kamikaze hanno causato altrettanti attentati nella rete metropolitana della capitale russa. Almeno 40 vittime e decine di feriti, ma il bilancio ancora non è chiaro. Ancora non c’è stata alcuna rivendicazione, ma la Procura ha aperto un’inchiesta per terrorismo e gli occhi sono puntati sulla matrice dell’indipendentismo islamico caucasico. Le esplosioni sono avvenute a pochissimi minuti l’una dall’altra, quando la città era nel pieno del traffico mattutino: la prima alle 07.56 ora locale, l’altra alle 08.38.

Teatro di entrambe due centralissime stazioni della metropolitana. Prima la stazione di Lubyanka, che si trova proprio sotto il quartier generale dei Servizi di Sicurezza Federale, la struttura nata dalle ceneri dei servizi segreti d’epoca sovietica, il Kgb. L’esplosione ha fatto saltare la seconda vettura del convoglio, appena entrata in stazione, e ci sono state vittime tanto nella vettura che sulla pensilina.

Almeno 23 vittime. Poi, l’esplosione a Park Kultury, che ha ucciso 14 persone. Secondo i media russi, una terza bomba sarebbe rimasta inesplosa. Un portavoce della commissione inquirente ha annunciato l’apertura formale di un’inchiesta per “terrorismo”, mentre una fonte dei servizi di segreti ha confermato la notizia data dal sindaco di Mosca, che hanno agito donne-kamikaze, che erano sui convogli.

Il direttore dei Servizi di sicurezza federale, Alexandr Bortnikov, ha informato il presidente Dmitry Medvedev dell’accaduto e delle misure adottate per aiutare i feriti. Il premier russo, Vladimir Putin, in viaggio in Siberia, è anche lui tenuto costantemente aggiornato. Le linee del metro teatro dei sanguinosi attentati sono state immediatamente chiuse. Il che ha creato non pochi problemi (la rete della capitale russa è tra le maggiori al mondo per volume di traffico, con oltre nove milioni di utenti giornalieri).

Negli ultimi dieci anni la capitale russa è stata spesso nel mirino del terrorismo islamico indipendentista, ispirato dal conflitto ceceno o dall’instabilità delle repubbliche del Caucaso contro il potere di Mosca, ma negli ultimi anni la situazione si era calmata. Ma quelli odierni sono i primi
attentati al metro di Mosca dal febbraio 2004, quando un estremista islamico proveniente dal Caucaso aveva causato quasi 40 morti.

La Farnesina, intanto, tramite la rappresentanza diplomatica italiana a Mosca, ha attivato tutti i canali con le autorità russe per poter escludere che connazionali possano esser rimasti coinvolti nei due attentati al metro della capitale. Lo riferiscono fonti al ministero degli Esteri. metro mosca

Veneti, “All’urne!” “All’urne” “All’urne siam leghisti!”

Si vota per le elezioni regionali, finalmente. Il momento per i Veneti è importante, perché dopo 30 anni di attività politica finalmente si presenta l’occasione di eleggere al vertice della Regione un rappresentante di un partito territoriale, quella Liga Veneta confluita nella Lega Nord – senza sciogliersi, sia chiaro – che fu l’origine del leghismo italiano e del comunitarismo organizzato europeo.

Luca Zaia impersona nel suo ruolo l’insieme dei sogni, dei turbamenti, delle speranze, delle fatiche, dei viaggi, dell’attività nei gazebi, sotto il sole o sotto la pioggia, con la neve e il vin brulé o con la nebbia, nell’afa o nella calura, che centinaia di migliaia di persone terranno nel cuore quando si recheranno nell’urna a votare.

Se il risultato sarà positivo non dovrà essere considerato come una meta, ma come la conquista del primo gradino verso la piena autonomia della gente veneta dai poteri degli Stati che la comandano e la dividono. Zaia, e chi lo accompagnerà, dovrà ricordare che lui è il prescelto da questa gente, non dovrà dimenticarsi di chi ha messo la faccia in piazza per lui, di chi è discriminato sul lavoro perché è leghista, di chi viene offeso, deriso, vilipeso, quasi sempre in cambio di nulla, per aiutarlo a diventare “Governadòr” e cominciare a coronare quel sogno nato tanti anni fa.

Da domani comincerà una fase nuova. I Veneti sono chiamati a raccolta, mai più dovranno dividersi. Se ritroveremo la consapevolezza e la dignità di popolo, nonostante due secoli di dominio straniero, il futro arriderà alla nostra vittoria pacifica e democratica.Veneto Libero