Cosa succede davvero in Turchia?

Fin dalla sua apertura il giornale L’Altra Campana ha cercato di evidenziare come l’informazione italiana sia menzognera su tutto quanto riguarda la Turchia, a causa del fatto che la maggioranza dei partiti politici italiani soggiace alla volontà USA di far entrare lo Stato asiatico nella UE in chiave anti-Russia, per dividere politicamente in modo perpetuo la gente Europea. Ma noi, che sappiamo come la Turchia sia uno Stato con popolazione musulmana storicamente nemico del cristianesimo e che si sta rapidamente re-islamizzando, dopo 80 anni di laicismo imposto dalla rivoluzione di Kemal Ataturk succeduta alla caduta dell’Impero Ottomano nella Prima Guerra Mondiale, non manchiamo di sottoporre una versione dei fatti che accadono diversa da quella distorta proposta dai giornali sia di destra che di sinistra. Cominciamo con questo resoconto, promettendo di tornare sull’argomento….

«Un membro di spicco del Partito di Giustizia e Sviluppo, l’Akp, ha rilasciato la scorsa settimana una dichiarazione a dir poco imbarazzante: “Il nostro fascismo è il fascismo migliore”. Mentre sono evidenti gli sforzi per rappresentare il doloroso consolidamento del potere dell’Akp in Turchia come sostituto dell’oligarchia kemalista con una ‘poli-archia’ o co-abitazione dell’oligarchia kemalista e dell’autocrazia del partito islamico, ci sono esempi lampanti di una crescente voglia di rivincita», scrive Yusuf Kanli sul quotidiano turco Hurriyet in un’analisi molto interessante.

Per l’editorialista il Paese deve fare i conti da un lato con le spinte nazionaliste dei seguaci del padre della patria Ataturk che non vogliono arrendersi al governo guidato da un partito di matrice islamica e difenderanno la matrice laica alla base della Repubblica turca, dall’altro con i seguaci dell’Akp che fanno leva sul desiderio di chi vuole strappare ai laicisti le basi fondanti dello Stato.

«Un esempio – spiega Kanli- è l’amara confessione di un uomo del partito di Giustizia e Sviluppo: ‘La Turchia ha bisogno dell’Akp almeno per altri dieci anni. I membri dell’organizzazione Ergenekon altrimenti si prenderanno una vera rivincita con la gente. Nella loro lista nera ci sono le ragazzine che si coprono il capo, chiunque frequenti le scuole islamiche, chi partecipa al mese di digiuno del Ramadan. Sono tutti nella loro blacklist. Ci hanno schedati per anni, adesso se Dio vuole è arrivato il nostro turno per inserirli nella nostra lista nera. Amici è quello che stiamo cercando di fare. Per grazia di Dio, noi siamo il governo. Qualsiasi cosa da fare, la faremo. Nessuno può decidere nulla se noi non vogliamo».no turchia in europa

«Quaresima tempo di agonismo spirituale»

Mercoledì scorso, con il rito penitenziale delle Ceneri, abbiamo iniziato la Quaresima, tempo di rinnovamento spirituale che prepara alla celebrazione annuale della Pasqua.

Ma che cosa significa entrare nell’itinerario quaresimale? Ce lo illustra il Vangelo di questa prima domenica, con il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto. Narra l’Evangelista san Luca che Gesù, dopo aver ricevuto il battesimo di Giovanni, “pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito Santo nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo” (Lc 4,1-2). È evidente l’insistenza sul fatto che le tentazioni non furono un incidente di percorso, ma la conseguenza della scelta di Gesù di seguire la missione affidatagli dal Padre, di vivere fino in fondo la sua realtà di Figlio amato, che confida totalmente in Lui. Cristo è venuto nel mondo per liberarci dal peccato e dal fascino ambiguo di progettare la nostra vita a prescindere da Dio. Egli l’ha fatto non con proclami altisonanti, ma lottando in prima persona contro il Tentatore, fino alla Croce. Questo esempio vale per tutti: il mondo si migliora incominciando da se stessi, cambiando, con la grazia di Dio, ciò che non va nella propria vita.

Delle tre tentazioni cui Satana sottopone Gesù, la prima prende origine dalla fame, cioè dal bisogno materiale: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane”. Ma Gesù risponde con la Sacra Scrittura: “Non di solo pane vivrà l’uomo” (Lc 4,3-4; cfr Dt 8,3). Poi, il diavolo mostra a Gesù tutti i regni della terra e dice: tutto sarà tuo se, prostrandoti, mi adorerai. È l’inganno del potere, e Gesù smaschera questo tentativo e lo respinge: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto” (cfr Lc 4,5-8; Dt 6,13). Non adorazione del potere, ma solo di Dio, della verità e dell’amore. Infine, il Tentatore propone a Gesù di compiere un miracolo spettacolare: gettarsi dalle alte mura del Tempio e farsi salvare dagli angeli, così che tutti avrebbero creduto in Lui. Ma Gesù risponde che Dio non va mai messo alla prova (cfr Dt 6,16). Non possiamo “fare un esperimento” nel quale Dio deve rispondere e mostrarsi Dio: dobbiamo credere in Lui! Non dobbiamo fare di Dio “materiale” del “nostro esperimento”! Riferendosi sempre alla Sacra Scrittura, Gesù antepone ai criteri umani l’unico criterio autentico: l’obbedienza, la conformità con la volontà di Dio, che è il fondamento del nostro essere. Anche questo è un insegnamento fondamentale per noi: se portiamo nella mente e nel cuore la Parola di Dio, se questa entra nella nostra vita, se abbiamo fiducia in Dio, possiamo respingere ogni genere di inganno del Tentatore. Inoltre, da tutto il racconto emerge chiaramente l’immagine di Cristo come nuovo Adamo, Figlio di Dio umile e obbediente al Padre, a differenza di Adamo ed Eva, che nel giardino dell’Eden avevano ceduto alle seduzioni dello spirito del male di essere immortali, senza Dio.

La Quaresima è come un lungo “ritiro”, durante il quale rientrare in se stessi e ascoltare la voce di Dio, per vincere le tentazioni del Maligno e trovare la verità del nostro essere. Un tempo, possiamo dire”, di “agonismo” spirituale da vivere insieme con Gesù, non con orgoglio e presunzione, ma usando le armi della fede, cioè la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio e la penitenza. In questo modo potremo giungere a celebrare la Pasqua in verità, pronti a rinnovare le promesse del nostro Battesimo. Ci aiuti la Vergine Maria affinché, guidati dallo Spirito Santo, viviamo con gioia e con frutto questo tempo di grazia. Interceda in particolare per me e i miei collaboratori della Curia Romana, che questa sera inizieremo gli Esercizi Spirituali. Benedetto XVI lezione

Ciambetti usa parole sante sul “signor Disavoia”

Chi scrive non ha visto un secondo del Festival di Sanremo, come da abitudine. Ma apprezza le parole del consigliere regionale leghista Roberto Ciambetti che, con un comunicato graffiante, commenta l’esibizione di quel signore che crede di essere un principe e che il bravo Valerio Staffelli, di Striscia la Notizia, giustamente chiama “signor Disavoia”. Spazio al comunicato di Ciambetti che ogni uomo e donna del Veneto dovrebbe sentire come proveniente dal profondo del proprio cuore.
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Ci furono case regnanti che, dopo aver perso il trono, videro i propri esponenti perdere vuoi la testa, vuoi la faccia: tra i primi i Borbone di Francia che affrontarono il pubblico assiepato in quella che oggi è Place de la Concorde a Parigi; tra i secondi i Savoia, che meno stoicamente,da ultimo salgono sul palco dell’Ariston di Sanremo in una esibizione che rimarrà negli annali del kitsch, ma che spiega molto della nostra realtà. Come diceva Milan Kundera “ il Kitsch non può dipendere da una situazione insolita, ma è collegato invece alle immagini fondamentali che le persone hanno inculcate nella memoria”: nella memoria di tanti italiani il solo nome Savoia evoca immagini di lutti, dolori, scarsa coerenza, e anche solo riandando a cronache recenti fatti incresciosi e vergognosi. Paradossalmente mentre una parte dell’intellighenzia italiana tenta di rilanciare il dibattito sui 150 anni dell’Unità d’Italia, basta una canzonetta (il cui testo e musica fan sembrare la Marcia Reale del Gabetti un capolavoro) per fare impallidire ogni eventuale nostalgico sentimento patriottico: se qualcuno si interrogava sul perché dello scarso entusiasmo suscitato dall’anniversario del 1861, ha trovato la risposta nella performance canora del principino sabaudo, il quale non sembra interessato al Risorgimento quanto attratto dal Risarcimento, appunto una novantina di milioni chiesti per un esilio da lui considerato ingiusto.

Oggi, la stessa persona, canta il suo amore viscerale per l’Italia… C’è chi davanti a tanta arroganza e sfrontatezza ha provato vergogna; personalmente mi sono sentito, invece, fiero, fiero d’essere Veneto, di quella terra che fu annessa dai Savoia attraverso un referendum farsa: oggi il referendum si fa con gli sms e un plebiscito sulla cui correttezza, al pari di quanto accadde nel 1866 in Veneto, in ben pochi credono ha salvato il principino rilanciandolo: siamo di nuovo alla comica visto che, al di là della scarsa qualità del trio trash, il ripescaggio sanremese puzza di strategia di marketing. In realtà, se la conta dei voti avviene secondo le regole, il principino finisce trombato, come accadde alle Europee dello scorso anno quando il Savoia trovò ostello nell’Udc di Casini ma non ottenne i voti (veri non sms) necessari per essere eletto.

Ciò non di meno un personaggio che altrove sarebbe finito nella spazzatura della storia oggi furoreggia, ammiccando a quell’Italietta tutta mafia, spaghetti,mandolini, corruzione e inefficienza, che, non a caso, nacque e si sviluppò attorno alla casa reale sabauda: è quella l’Italia, in cui è difficile riconoscersi, ma così amata da Emanuele Umberto Reza Cirò René Maria Filiberto di Savoia detto l’Ultimo. Ultimo in tutti i sensi, s’intende.

Roberto Ciambetticiambetti

Aborti, 8 su 10 per mancanza di soldi

Un aiuto economico di 4mila euro basta spesso a salvare un bambino dall’aborto. Ma il Centro di aiuto alla vita (Cav) presso la Mangiagalli di Milano a partire da aprile teme di non poterlo più promettere. È questo uno dei crucci maggiori di Paola Bonzi, fondatrice e direttrice dello storico Cav che ha sede presso la maggiore clinica ostetrica della Lombardia, dove ogni anno vengono al mondo circa 7mila bambini, ma dove si effettuano circa 1600 aborti. «Ma molti potrebbero essere evitati – sottolinea Paola Bonzi –. Basta pensare che su dieci donne a rischio d’aborto che si rivolgono a noi, otto o nove rinuncerebbero all’interruzione di gravidanza se aiutate economicamente». Di qui l’appello alle istituzioni (Regione, Provincia e Comune) a mettere in campo un po’ di buona volontà per sostenere economicamente un Centro che, nel solo 2009 ha incontrato e aiutato circa 2200 donne. «Del resto – puntualizza Paola Bonzi – la stessa legge 194, che si intitola “per la tutela sociale della maternità” all’articolo 5 parla del compito degli enti pubblici di mettere in campo risorse per sostenere la donna. Ma in realtà la 194 è l’unica legge non finanziata».

Proprio ieri all’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano sono stati inaugurati tre reparti completamente rinnovati dopo la ristrutturazione: si tratta degli ambulatori della Clinica Mangiagalli, del nido Santa Caterina e del reparto degenze della chirurgia pediatrica. «Siamo contenti di queste realizzazioni – osserva Paola Bonzi – ma vorrei sottolineare che prima bisogna far nascere i bambini: poi potremo curarli, educarli, aiutarli a crescere». «Sappiamo che sei donne su dieci in fila per abortire – aggiunge – piangono in attesa della visita. Sono straniere al 70%, ma le italiane sono in aumento: spesso donne con contratti a termine che vedono il lavoro messo a rischio dalla gravidanza». È evidente che occorre poter offrire risorse concrete: «Il nostro Cav è una onlus e abbiamo un bilancio trasparente – puntualizza Bonzi –. Di un milione e 800mila euro di uscite nel 2009, la voce sussidi pesa per 800mila euro. Il consultorio familiare è accreditato e le prestazioni professionali (psicologo, ginecologo, ecc) sono rimborsate dalle Asl, ma l’aiuto alle donne dobbiamo trovarlo noi. Infatti forniamo non solo sussidi economici diretti (200-250 euro al mese per 18 mesi), ma anche latte e attrezzature di tutti i tipi e pannolini fino all’anno di età del bambino: assicurarli a 600-700 bambini l’anno comporta cifre considerevoli».

Nel 2009 sono state 2200 le donne che si sono rivolte al Cav per un aiuto: di queste circa 600 incinte nel primo trimestre e a rischio di aborto: «Per almeno 400 di loro serviva un aiuto economico: i conti sono presto fatti. E quando incontriamo una donna in difficoltà, non abbiamo tempo: quando esce dal Cav deve avere in mano un progetto che le offra la tranquillità per 18 mesi». E ora le casse sono quasi vuote: «Abbiamo risorse solo fino ad aprile, perché dobbiamo mantenere le promesse alle donne cui le abbiamo fatte. E quindi potremmo non poter accettare nuove persone in carico. Mi preoccupa molto – sottolinea Paola Bonzi – di essere posta in un dilemma tra l’angustia perché le donne che vengono in Mangiagalli per abortire non conoscono l’esistenza del nostro Cav e dall’altra parte non sapere come fare ad aiutarle se si rivolgessero a noi».

Quello che serve quindi è uno slancio straordinario da parte delle istituzioni: «Come tre anni fa, quando ottenemmo 500mila euro dalla Regione e 200mila dal Comune. Abbiamo idea di quanto costano alla sanità le cure delle donne alle prese con le conseguenze dell’aborto, che rischiano depressione, tentativi di suicidio, abuso di sostanze? Non è meglio impiegare i soldi prima, per far nascere i bambini?»incinta

Crocifisso, monito dei governi Ue: «La Corte rispetti le tradizioni»

La sentenza con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata in novembre contro la presenza del crocifisso nelle scuole si è nuovamente imposta sul tavolo del Consiglio d’Europa nella conferenza che si è conclusa ieri a Interlaken, in Svizzera.

La riunione dei rappresentanti dei 47 Paesi del Consiglio è stata convocata per discutere le disfunzioni e una futura riforma della Corte, e la questione del crocifisso nelle aule è sorta a proposito di un paragrafo della dichiarazione finale che poi – grazie all’iniziativa italiana sostenuta anche da Paesi dell’est europeo e dalla Russia – è stato approvato con una formula che «invita» la Corte ad «applicare in modo uniforme e rigoroso i criteri che riguardano l’ammissibilità (dei ricorsi, ndr) e la sua competenza e a tener pienamente conto del proprio ruolo sussidiario nell’interpretazione e nell’applicazione della Convenzione» internazionale dei diritti dell’uomo, a cui aderisce anche l’Ue come a norma del Trattato di Lisbona. L’espressione «ruolo sussidiario» rinvia al criterio di sussidiarietà (incorporato tra l’altro nelle istituzioni dell’Ue) in base al quale ciò che può essere ben realizzato ai livelli periferici non va avocato ai livelli centrali, in questo caso alla Corte di Strasburgo.

Di conseguenza, quando le autorità statali dispongono di tutti gli strumenti necessari ad applicare la Convenzione internazionale – nel rispetto dei diritti dell’uomo e in particolare senza violentare le tradizioni e la cultura del Paese – la questione si risolve a livello nazionale senza che la Corte abbia a pronunciarsi. In questo senso il sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica, rappresentante dell’Italia alla conferenza, ha sottolineato che quel passaggio della dichiarazione conferma che «le questioni che toccano da vicino i sentimenti e le tradizioni nazionali devono essere regolamentate a livello nazionale». Mantica ha scelto di non fare riferimenti espliciti alla sentenza sul crocifisso ma altri lo hanno fatto. Per il ministro della Giustizia maltese Carmelo Mifsud Bonnici la Corte «non è abbastanza sensibile» alle «caratteristiche culturali» delle identità nazionali e lo mostra la sentenza «contro l’Italia». Il ministro degli Esteri lituano Maris Riekstins ha dichiarato che la sentenza sulla «presenza obbligatoria del crocifisso nelle scuole» ha mancato di requisiti essenziali di precisione e comprensibilità. Il ricorso contro quella sentenza del 3 novembre si trova ora all’esame di un gruppo di cinque giudici della Corte che dovrebbero pronunciarsi entro il mese prossimo.

Se i cinque constateranno che è in causa l’applicazione della Convenzione internazionale, allora il ricorso passerà all’esame della “Grande Chambre” della Corte per la decisione finale. Il passaggio alla Grande Chambre è stato auspicato ieri da Mantica perché si tratta di decisioni «sui grandi valori dell’Europa» e che quindi «non possono essere demandate a un gruppo ristretto di funzionari». A parte il punto che riguarda la questione del crocifisso, la “Dichiarazione di Interlaken” annuncia l’avvio di una riforma della Corte (sopraffatta dai ricorsi, con circa 120.000 casi in attesa di essere discussi) e auspica che per ridurne l’intasamento i 47 Stati del Consiglio d’Europa rispettino meglio la Convenzione suscitando meno ricorsi. CROCIFISSO

Italia, oltre 60 milioni di residenti

Continua purtroppo a crescere la popolazione italiana, per colpa dell’immigrazione. Nel corso del 2009 la popolazione ha raggiunto quota 60 milioni 387 mila residenti al primo gennaio 2010, con un tasso di incremento del 5,7 per mille.

La popolazione in età attiva mostra un incremento, per lo più frutto delle migrazioni dall’estero, di circa 176 mila unità, giungendo a rappresentare il 65,8% del totale. Sono le stime fornite dall’Istat sugli indicatori demografici 2009. I giovani fino a 14 anni di età aumentano di circa 53 mila unità e rappresentano il 14% del totale, mentre le persone di 65 anni e più risultano in aumento di 113 mila unità e sono giunte a rappresentare il 20,2% della popolazione: più di un italiano su cinque, in sostanza, è in età da pensione. I cittadini stranieri sono in costante aumento e costituiscono il 7,1% del totale: la dinamica migratoria è ancora una volta determinante ai fini della crescita demografica. Gli stranieri residenti in Italia ammontano a circa 4 milioni 279 mila al primo gennaio 2010, facendo così registrare un incremento di 388 mila unità (per un saldo totale del 10%) rispetto al primo gennaio 2009. L’Italia si conferma un paese dove si fanno figli col contagocce: è stabile, e ben sotto la soglia considerata ottimale per la crescita demografica, il numero medio di figli per donna nel nostro paese: 1,41 contro 1,42 figli del 2008, mentre la media ottimale viene fissata in 2,1 figli per donna. E si partorisce tardi: nel 2009 l’età media al parto è stimata in 31,2 anni, leggermente più elevata di quella del 2008 (31,1) e ben 1,4 anni maggiore del livello raggiunto nel 1995 (29,8). Nel 2009, inoltre, secondo il rapporto Istat si registra il record dei decessi nel nostro paese dal dopoguerra.

Un tasso di mortalità del 9,8 per mille (pari a 588.000 decessi) dovuto al processo di invecchiamento della popolazione, per cui aumentano gli individui cui, anno dopo anno, è permesso il raggiungimento delle fasi estreme dell’esistenza. Sale, infatti, la speranza di vita alla nascita: 78,9 anni per gli uomini e a 84,2 anni per le donne.folla

ARRESTOPOLI: SE SI SVEGLIA IL SUD

Oggi tocca alla Procura di Firenze, ma se dovessero entrare in gioco (politico) anche le procure meridionali o del Nordovest, quello sarà il segnale che il Paese va verso la divisione istituzionale…
arrestopoli
Nella bufera che da Firenze si è abbattuta sulla Protezione civile e di conseguenza su Bertolaso e il Governo Berlusconi c’è un fatto che non va trascurato. Secondo la lettura geopolitica i luoghi non sono indifferenti. Tangentopoli è venuta da Milano e aveva come obiettivo quel porto delle nebbie e del malaffare identificato con “Roma ladrona”. I ladri erano a Roma e il risultato, politico, è stato quello di dare alla Lega Nord – partito territoriale del Nord – il volano per solidificarsi ed entrare nel cuore di molti italiani, appunto, del Nord. La Procura che ha condotto Tangentopoli era quella di Milano. Il risultato politico (non dimenticate il cappio in Parlamento, gli slogan antipolitici, l’appoggio ai magistrati da parte della Lega, ma anche della destra e della sinistra) è stato lo scardinamento dei partiti nazionali. A diciotto anni dall’inizio di Tangentopoli credo che non sia discutibile il risultato storico e politico: la Lega Nord si è affermata, i vecchi partiti sono spariti, il quadro politico è diverso anche se le virtù e i vizi sono gli stessi. Del resto capita anche ai singoli di crescere negli anni, ma sostanzialmente restare gli stessi.
Oggi l’epicentro del sisma giudiziario-politico è Firenze. Ora tutti sappiamo che Firenze è con Bologna la capitale delle regioni rosse. Firenze e Bologna sono le città che più di altre possiamo definire “rosse” perché amministrate da giunte di sinistra e perché capoluoghi di regioni che dalla suddivisione regionalista del Paese sono state (quasi) ininterrottamente governate da giunte “rosse”. Ebbene da lì arriva la messa sotto accusa del Governo Bossi-Berlusconi. Se la teoria politica delle subculture e la storia ci insegnano qualcosa, in questo caso ce lo insegnano in modo chiarissimo. Il nostro Paese, di fatto, è già diviso. Sotto la pressione anche della Lega Nord la sinistra è costretta a “chiudersi” nella propria roccaforte elettorale e, guarda caso, proprio da quella roccaforte arriva una bordata colossale al cuore del Governo Bossi-Berlusconi. Governo che, comunque, per quanto siano pilotate le spifferate dalla Procura dimostra di non aver superato Tangentopoli. E se anche il Governo l’avesse superato non l’hanno certo digerito certi “servitori dello Stato” che, evidentemente, hanno una strana opinione di servitori pubblici. Soldi e tangenti per mogli, cognati, figli da mandare in tv: sembra la brutta copia di Beautiful.
Non solo ma abbiamo anche uno schieramento degli organi di informazione operao secondo le proprietà e le logiche partitiche. Su Libero e il Giornale sono presi di mira soprattutto i politici di centrosinistra. Su Repubblica e l’Unità si fa l’esatto contrario. La Rai va per canali. L’informazione locale per zone. Resta a noi decidere se è meglio seguire tutti, oppure meglio non badare più a nessuno e risparmiare pure i soldi dei giornali.
Dunque è già tutto scritto e schierato. Al Centro Italia c’è l’énclave politica italiana di sinistra e da lì, oggi, arriva il tentativo di smascherare i ladri-servitori. Ladri che, naturalmente, sono a Roma, a L’Aquila, a Napoli, forse anche a Bari e qualcuno, certamente, anche a Milano. Insomma ognuno vede la pagliuzza nell’occhio dell’avversario. Questa volta a scoprire le pagliuzze sono i magistrati di una Procura che è immersa nella zona rossa.
La riprova di tutto ciò: è che bisogna attendere le mosse delle procure meridionali o del Nordovest. Se da Napoli o da Palermo o da Bari, o anche da Torino, dovessero arrivare bordate ai forzaleghisti “romani” o giù di lì (la Lega controlla la Consip, ha leghisti in banche, autostrade, ospedali, Rai, Expo, Finmeccanica e perfino nel cda di Cinecittà ha piazzato uno psicologo-psicoterapeuta di Bergamo – vedi Calderoli – e all’Agea il ministro Zaia ha piazzato Dario Fruscio, nato a Longobardi, ma in provincia di Cosenza) questa sarà la conferma che il Paese è tornato metaforicamente, ovvero politicamente, alla guerra civile. Significherà che siamo nuovamente, come del resto lo siamo stati per tanti secoli, l’uno contro l’altro armato.
A quel punto sarà da capire se è più opportuno istituzionalizzare la divisione in modo da cercare un equilibrio nuovo come nazione oppure se salutarsi e andare ognuno per la propria strada. Probabilmente arriveremo a questa scelta politica e a questo cambio di mentalità durante i prossimi vent’anni. Nel frattempo la vita passa per tutti.

Berlusconi: “Fuori dalla politica i disonesti”

Un Berlusconi visibilmente indispettito per la vicenda delle ultime intercettazioni telefoniche pubblicate dai giornali ha apertamente manifestato l’intenzione di dare una stretta sul fenomeno della corruzione della classe politica.

Lo scontro sull’ennesima intercettazione è solo una parentesi. Oggi la strategia di Berlusconi è anche la strategia di Fini. E si muove lungo tre direttrici: norme più dure contro la corruzione; giro di vite sulle intercettazioni; massima attenzione alle candidature perché chi ha commesso reati non può restare in un movimento politico. La strategia è definita. Le risposte decise e preparate in tempo record. Ma questo – spiega il premier – non significa che siamo davanti a una nuova Tangentopoli. «Perchè i partiti, tutti i partiti, hanno il finanziamento pubblico che non c’era nel ’92-’93…». Berlusconi davanti ai taccuini dei cronisti prova a minimizzare. Prova a parlare di episodi isolati. E per confermare quell’analisi si affida alle statistiche. «Su cento persone, si sa che non ci sono cento santi perché si sa che ci sono uno, due, tre, quattro o cinque persone che possono essere dei birbantelli o dei birbanti che approfittano delle loro posizioni per interesse personale.

Un discorso che vale per i partiti, per le imprese private, e io lo so bene perché li ho avuti nelle mie, ma vale anche per i sindacati, per la magistratura e persino per i carabinieri… Un’arma straordinaria la cui solidità morale è riconosciuta da tutti, ma che, anche lei, ha vissuto casi di singoli che non si sono comportati come si dovevano comportare…». Si vuole capire. Si vuole andare oltre. E Berlusconi non delude. «Chi sbaglia e commette dei reati non può pretendere di restare in nessun movimento politico», avverte. Ma per deciderlo si deve attendere che le sentenze passino in giudicato o si deve agire subito? «Dipende da caso a caso: noi abbiamo deciso che le persone che sono sottoposte a indagini o processi in via di principio non debbano essere candidati». C’è voglia di intervenire con mano ferma. Berlusconi avverte: «I coordinatori regionali vaglieranno ogni candidatura. Non voglio nessuno in lista che sia compromesso… Non è possibile che per colpa di pochi dobbiamo perdere voti».

Tuttavia a noi resta il sospetto che un Paese come l’Italia sia ontologicamente marchiato dall’infamia della corruzione, del clientelismo, del familismo anarchico, del potentato locale, di tutto ciò che si riassume con una sola parola: Mafia. La quale Mafia non è un’organizzazione criminale sul modello della Spectra dei film di James Bond, come l’hanno dipinta troppo semplicisticamente al cinema o in TV; si tratta in realtà di un modo di essere, di vivere, di pensare, di parlare e di agire, perfino di respirare. Pertanto ogni provvedimento sarebbe destinato a non servire, in nessuna maniera.Berlusconi

DA SAN MARCO A SAN MARCO

Zòbia, 18 Marso 2010 verso un bòto (ore 13,00) ghe sarà a Quinto un inportante fàto che tuti ga da conòsare : el pasàjo de la stafeta che portarà el gonfalon de San Marco dal Garda fin a Venexia.

El titolo de la manifestasiòn xe “ DA SAN MARCO A SAN MARCO” e no’l ga altra razon che coea de esaltar el valor sinbòlico de sto inportante avenimento che po’ el sarìa coeo de ricordare a tuti i Veneti (noaltri) le Origini, la Storia Gloriosa, el forte atacamento a le nostre Tradisiòn e Usanse e el Amore ca ghemo da vère par la nostra nathiòn e la nostra Tèra.
· Serchemo de èsare orgojosi de le nostre origini!
· Basta col fàto de sentirse de manco de che altri!
· Xe ora de indrisare la schèna e alsare ‘a testa rendèndose conto ca semo a casa nostra e coà vorissimo parlare, vivare e mantegnere usanse e costumi nostri da senpre!
I Veneti, senpre visti come polentoni, deboloti de caràrete, sotomesi ai altri e on fià stupidoti, ga invesse fato vedare al mondo ‘a so bravura e ‘l so spirito de inisiativa. El pasajo de ‘a Stafeta de San Marco ga da ricordare tute ste robe e ga da far capire che parlare ne ‘a nostra lengua veneta (pur ne le diverse parlate) no’l xe come fare un salto indrìo, ma invese xe on patrimonio ca ormai xe restà vivo solo coà e speta a noaltri tegnerghene da conto.

Carlo Alberto Bertolini
San Marco bandiera

SANREMO 2010: dall’unità alla distruzione.

Come ogni anno, da 60 anni a questa parte, ritorna l’appuntamento sanremese. Per una settimana la cittadina ligure diventa l’ombelico dell’italica penisola. Dal 1861 forse è questa la più grande manovra politica che ha reso più concreta la volontà di “fare gli italiani”, uniti (?) dalla musica e dal bel (?) canto.

Mai come quest’anno la kermesse appare più che mai improntata ai non- messaggi, al non- linguaggio, al non- attualizzare. Sì, perché, diciamocelo chiaramente, se la scenografia è un’astronave, e pure il pianoforte viene ricoperto di lustrini, la voglia di affrontare la realtà manca veramente del tutto. Se poi a dispensare aforismi di vita troviamo sul palco un certo Antonio Cassano allora siamo a posto. Infatti dice di aver fatto 17 anni da disgraziato e 10 da agiato perché “negli ultimi 10 anni ha vissuto da miliardario”. E la Clerici si complimenta pure! Mah. Per non parlare del caso Morgan: perché far scoppiare il finimondo e poi non dire nulla, se non le solite tiritere, sulla droga e sui giovani? Occasione persa od occasione sfruttata al meglio per aumentare ascolti, curiosità morbosa e pubblicità?
Passando a parlare delle canzoni, la volontà di essere tutti da un’altra parte è davvero palese… Arisa porta le “sorelle” (travestiti) Marinetti sul palco per perorare la leggerezza anni ’30 della sua musica, Irene Grandi si rifugia sulla cometa di Halley (in tema con la scenografia), Toto Cutugno vola via con i suoi “Aeroplani” e Cristicchi ci ricorda che tutto va male, ma “meno male che c’è Carla Bruni”. E da qui in poi registriamo la tendenza verso lo smantellamento d’immagine dell’italico pensiero. Prima del festival si è discusso a lungo sull’ammissione di testi in “dialetto”. La prima botta arriva dallo stesso Cassano (che ammette candidamente che sono di più i libri che ha scritto rispetto a quelli che ha letto…). Dopo aver affermato che il dialetto barese è bello, ma incomprensibile, passa subito ad introdurre Nino d’Angelo e la sua “Jammo jà” cantata con Maria Nazionale (!), l’unica canzone non scritta nel dialetto di Dante ammessa in gara dal buon Mazzi, direttore artistico veronese. Ma è con l’entrata in scena dell’ultimo savoiardo, Emanuele Filiberto Principe di Venezia, che Sanremo inizia a segare a pezzi lo stivale. Prima i fischi, poi l’esibizione stonata con buon Pupo su un testo stucchevole riempito di nauseante retorica, ed infine l’inutile sventolio del tricolore reggiano in sala. L’indomani dell’elezione al soglio pontificio del Card. Ratzinger, nel salotto di Bruno Vespa, Giulio Andreotti disse: “sono nato con Benedetto XV, ora so che morirò con Benedetto XVI”.
Ecco, lo stato italiano è nato sotto i savoia e cresciuto con Sanremo.
Sarà un savoia a Sanremo ad iniziare la sua distruzione?

Roberto Grande
sanremo 2010