1° Marzo, sciopero degli immigrati

In Italia e in altri Paesi europei si tiene lo sciopero degli immigrati. Lo scopo dell’iniziativa è quello di dimostrare la capacità di organizzarsi e di diventare un gruppo di pressione, per ottenere ascolto alle proprie pretese in materia di diritti civili. Il tema della manifestazione è la presunta indispensabilità dei lavoratori stranieri che, fermandosi, dimostrerebbero di poter paralizzare il Paese ospitante.

In un momento di grave crisi economica, con la disoccupazione crescente che solo ora comincia a mordere le famiglie, con le prospettive nere di un periodo di ulteriore peggioramento e di un aumento abnorme del numero di coloro che sarebbero disposti a lavorare al posto degli immigrati, anche in quei lavori “sporchi” che in anni di abbondanza non venivano più richiesti, ci chiediamo se una manifestazione del genere non possa avere un risultato opposto a quello auspicato dai protagonisti.

E se ci si accorgesse che, improvvisamente, non c’è più alcun bisogno di manodopera importata? Se tanti posti lasciati vacanti, seppure per un solo giorno, potessero improvvisamente rendersi disponibili in modo duraturo? Vale davvero la pena martoriarsi continuamente con tutti i problemi che, inevitabilmente e fisiologicamente, l’immigrazione di massa comporta, nel momento in cui si comprendesse che non è più necessaria ad altro che a tenere basso il salario offerto dagli imprenditori?

Stiamo a vedere come evolvono i fatti, speriamo che non si verifichino episodi spiacevoli, ma cominciamo anche a interrogarci. Chissà che un giorno senza lavoro degli immigrati non serva a capire che, forse, se non siamo indispensabili noi probabilmente nemmeno loro lo sono, ma con una differenza: qui siamo in Italia e loro non sono italiani. Se non abbiamo niente da fare, noi dobbiamo rimanere qui perché questa è casa nostra; loro, se non avessero niente da fare, dovrebbero tornare a casa loro. Con tanti auguri, con i migliori sentimenti di amicizia e gratitudine, e con tanti saluti.immigrati sciopero

Ecco il “Piano UE” per la crescita

Crescere con le super reti energetiche, un nuovo codice per gli aiuti di Stato, un vero sistema continentale di brevetti, un mercato unico della ricerca, uno dei trasporti ripensato in chiave verde e, infine, Internet per tutti, ad alta velocità e basso prezzo. L’Europa riconosce che ci sono infiniti strumenti per rimettere l’economia continentale sul binario giusto e non nasconde che l’ultima volta che ci ha provato, con la Strategia di Lisbona per il 2000-2010, i risultati sono mancati. Non solo. «La crisi finanziaria ha spazzato via i recenti progressi», dice la Commissione Ue, tanto per spiegare l’esigenza di alzare l’asticella. Per questo serve un modulo diverso che funzioni a dovere, sopratutto perché «la recessione ha reso più difficile garantirci uno sviluppo economico sicuro».

Via al Barroso bis
La risposta, o almeno quello che ci sia augura possa esserlo, si chiama «Europa 20-20». E’ un documento strategico di 30 pagine che la Commissione ha definito in un seminario svoltosi a Bruges e che verrà approvato ufficialmente mercoledì, primo atto della gestione Barroso-bis. Ha la fisionomia di un’agenda di manutenzione congiunturale e potrebbe sembrare un libro dei sogni. Certo, almeno a scorrere l’ultima bozza, è ambizioso nei cinque obiettivi posti per il 2020: spingere l’occupazione dall’attuale 69% della popolazione attiva al 75; investire il 4% del pil in ricerca; tagliare del 20% le emissioni di Co2 rispetto al ’90; portare i laureati al 40% della popolazione adulta; ridurre di un quarto, cioè di 28 milioni, il numero di coloro che vivono sotto la soglia di povertà.

In ballo due punti di pil
In palio ci sono «due punti di pil e 5,6 milioni di posti in dieci anni», tuttavia la partenza non è lanciata. L’analisi della Commissione certifica «un tasso di sviluppo strutturalmente più debole rispetto ai principali partner, dovuto in prevalenza a un divario di produttività in aumento». Questo si sposa a un mercato del lavoro poco affollato rispetto ai rivali americani o giapponesi. Senza contare che la combinazione fra un minor numero di persone impiegate e i pensionati in crescita finirà «per mettere in difficoltà la previdenza e i conti pubblici europei». Succede che «le sfide siano parecchio più grandi di quelle poste dall’esigenza di uscire dalla crisi», che l’interdipendenza fra le economie dell’Ue sia giudicata senza ritorno e il coordinamento indispensabile. «O si affronta il futuro accettando tutti insieme le sfide della ripresa – avverte la Commissione – o si rischia una perdita permanente di crescita che potrebbe portare ad un’alta disoccupazione, a tensioni sociali e al declino sulla scena mondiale». E’ lo scenario peggiore, quello del «decennio perduto». Meglio evitare.

Tre strade per crescere
Non è il momento per chiedere alle capitali di lavorare in coro, sono giorni di tentazioni nazionaliste e europeismo labile. La Commissione pensa che non ci sia scelta e prova a non farsi influenzare. Propone tre moduli di crescita – «intelligente, verde e inclusivo» – da perseguirsi in parte a Bruxelles e in parte a livello dei singoli stati. La prima punta sull’innovazione, per aumentare la spesa per la ricerca, oggi al 2% del pil contro il 3,4 del Giappone. E’ qui che spunta l’auspicio di fare squadra, di far fruttare i brevetti, di lanciare partnership che accelerino i movimenti tecnologici.

Il volano verde promette molto. Conduce all’auto e alla mobilità del futuro su cui sta lavorando la direzione Industria che fa capo all’italiano Tajani, promette nuovi strumenti di finanziamento. C’è l’energia pulita ed efficiente su cui opera il tedesco Oettinger, arbitro delle supergrids, le reti di connessione che dovranno rendere l’Europa autosufficiente. C’è la promozione dei distretti per le piccole e medie imprese. C’è l’agenda della flexisicurity, il lavoro più andato al futuro, mobile ma non indifeso. Ci sono l’universo hi-tech, risorsa straordinaria.

I fondi pubblici
Formule possibili, belle parole a cui i governi devono dare contenuto. E’ l’occasione per sfruttare il mercato unico con un più efficace di finanziamento privati e pubblici. Bruxelles coordinerà il coordinabile, gli stati dovranno fare la loro parte, rimettendo a posti i conti, e facendo attenzione «ad aumentare le tasse senza danneggiare la crescita». Occorrono appalti rapidi e trasparenti, servizi efficaci. Tutto deve girare al meglio, deve girare insieme. Consiglio e Parlamento dovranno pronunciarsi in giugno. Poi si attribuiranno i compiti e la Commissione vigilerà, distribuendo «policy warning» a chi sgarra. Sarebbe stato meglio avere delle sanzioni, la Strategia di Lisbona non le aveva ed è fallita. Ma nemmeno la crisi, questa crisi, ha convinto le capitali Ue a discutere dei vincoli severi.UE sfera

Il “corpo elettorale” è sempre più vecchio

Gli ultimi indicatori demografici dell’Istat ci hanno consegnato la fotografia di un’Italia un po’ più incanutita. Un Paese con un’età media di 43,3 anni, una popolazione di anziani superiore al 20% e una platea di minorenni ridotta al 16%. Dati che hanno risvolti diretti anche sul prossimo voto amministrativo. In particolare per il rischio di vedere sempre più trascurati gli interessi dei giovani a favore invece della difesa delle prerogative delle generazioni più anziane.

Prima ancora che politica, infatti, la questione è sociale, matematica, e bastano poche cifre a descriverla. Se si esclude la popolazione straniera residente – per il 70% al di sotto dei 40 anni, ma al momento priva del diritto di voto – l’età media degli italiani risulta in realtà di 44,2 anni. La conseguenza è che sale in misura ancora maggiore l’età media dell’elettore, che ha ormai quasi raggiunto la soglia dei 50 anni. Le prospettive per il futuro sono di una crescita sempre più accentuata: l’età media supererà i 53 anni entro il 2027 e raggiungerà i 56 anni prima del 2050. Ma già adesso sono impressionanti i dati relativi ad alcune città come Bologna. Secondo uno studio svolto dal Comune, l’elettore felsineo ha un’età media di 54 anni, gli iscritti alle liste elettorali con più di 64 anni sono un terzo e gli ultraottantenni superano l’11%, mentre i giovani dai 18 ai 30 anni rappresentano appena il 10% dei votanti.

Assai significativa è anche l’età dell’”elettore mediano”, cioè della classe di età maggiormente numerosa. A livello nazionale oggi si colloca poco al di sopra dei 47 anni ed è destinata a toccare i 54 anni nel 2027. La generazione dei “baby boomers”, i nati negli Anni 60, insomma, tiene saldamente nelle proprie mani il potere di rappresentanza. E continuerà a farlo per parecchio tempo, a causa del calo delle nascite intervenuto dagli anni 80 in poi. Se infatti negli anni 90 i giovani tra i 18 e i 35 anni (15 milioni di persone) erano un terzo dell’elettorato, oggi arrivano a malapena a un quarto (12 milioni) ed entro 10 anni saranno ridotti a un quinto (10 milioni). È chiaro che in una tale situazione il peso degli interessi specifici dei giovani rischia di diventare sempre più leggero e aleatorio e, allo stesso tempo, coloro che si candidano saranno portati a impegnarsi su temi in grado di colpire maggiormente l’immaginario politico delle persone di mezza età e, progressimante, a rispondere ai bisogni dei più anziani. Semplificando, l’enfasi cadrà fatalmente più sulle pensioni che sugli aiuti ai precari, sulla sanità che non sulle case per le giovani coppie, sulle politiche per la sicurezza piuttosto che sull’investimento nella scuola. Il nostro voto, infatti, oltre che su alcuni pilastri valoriali, si basa soprattutto sulla proiezione che facciamo di noi stessi nel futuro, le relative aspettative e soprattutto le paure.

Negli anni scorsi, proprio per cercare di riequilibrare il peso elettorale delle generazioni, erano state avanzate alcune proposte come l’abbassamento a 16 anni del limite per l’elettorato attivo o, ipotesi ancora più suggestiva, quella di assegnare ai genitori il diritto di voto anche in rappresentanza dei figli minori. Al di là delle difficoltà di applicazione, però, si tratta di misure utili ma non risolutive proprio per il numero esiguo degli adolescenti italiani.

Tutto è perduto, allora, per le nuove generazioni in questa e nelle prossime tornate elettorali? I loro bisogni e i loro interessi non riusciranno mai a fare massa critica per pesare nella rappresentanza politica? No, perché l’innalzarsi dell’età media dell’elettore almeno un vantaggio lo comporta: quello di riguardare in gran parte padri e madri di ragazzi che stanno affacciandosi all’età adulta, con i problemi di studio, di lavoro, di vita, che oggi questo passaggio d’età implica. Ciò che insomma può in qualche modo salvare i giovani di oggi, e soprattutto di domani, è uno sguardo da genitore, più che da singolo elettore, quando si tratta di depositare la scheda nell’urna. Più famiglia, più solidarietà, più equilibrio sociale. La classe politica farebbe bene a pensarci. vecchi shopping

Iraq: cristiani perseguitati e in fuga

La zona di Mosul (Iraq) vive una vera e propria “emergenza umanitaria”, nella sola giornata di ieri “centinaia di famiglie cristiane” hanno abbandonato la città in cerca di riparo, lasciando alle proprie spalle case, beni, attività commerciali: la situazione “è drammatica”. Mons. Emil Shimoun Nona, arcivescovo caldeo di Mosul, conferma ad AsiaNews l’esodo dei fedeli dalla città. Intanto mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, intende lanciare “una manifestazione di piazza e un digiuno”, per sensibilizzare la comunità internazionale sul “massacro dei cristiani iracheni” e fermare le violenze nel Paese.

L’arcivescovo di Mosul è preoccupato per le tantissime famiglie, “centinaia” nella sola giornata di ieri, che hanno abbandonato la città. Mons. Nona parla di “una Via Crucis che non finisce mai” e denuncia il “cambiamento nei metodi” operato dalle bande armate. “In passato dicevamo ai cristiani di rimanere chiusi in casa – ricorda – ma ora arrivano ad attaccare perfino nelle abitazioni private”. Il riferimento è all’omicidio avvenuto lo scorso 23 febbraio: un commando è entrato nella casa di Aishwa Marosi, cristiano di 59 anni, uccidendo l’uomo e i due figli maschi. Alla scena hanno assistito anche la moglie e la figlia, risparmiate dai criminali.

Mons. Nona conferma il rischio che “Mosul si svuoti completamente dei cristiani”, in fuga verso la piana di Ninive e altri luoghi considerati più sicuri. “Ieri ho visitato alcune famiglie – continua – ho cercato di portare conforto, ma la situazione è drammatica. La gente scappa senza portare nulla con sé”. Per questo l’arcidiocesi locale ha avviato un primo intervento di emergenza, cercando di fornire “generi di prima necessità e soccorso”, ma il pericolo di “una crisi umanitaria è concreto”.

L’arcivescovo di Mosul intende recarsi a Baghdad per incontrare i politici e il governo centrale, chiedendo il loro intervento. Mantenere la presenza cristiana in città è difficile, continua, ed è probabile che alle elezioni generali – in programma il 7 marzo – nessuno andrà a votare. Confinare i cristiani nella piana di Ninive, vittime di un conflitto di potere fra arabi e curdi, pare una realtà sempre più concreta, sebbene i vertici della Chiesa si siano sempre opposti alla loro “ghettizzazione”. Finora le fazioni in lotta hanno usato i mezzi della religione e delle bande armate per trascinare i cristiani nel conflitto. “Per questo – conclude mons. Nona – ora è necessario trovare una ‘risposta politica’ ai conflitti, alla lotta di potere”.

Mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, intende lanciare – per i prossimi giorni – “una manifestazione di piazza e un digiuno”, per sensibilizzare la comunità internazionale sul “massacro dei cristiani irakeni” e fermare le violenze nel Paese. Il progetto politico che intende svuotare Mosul dei cristiani va fermato, avviando un negoziato con il governo centrale e il parlamento locale e rafforzando al contempo “l’idea di unità nazionale” che si è perduta nei conflitti fra le varie etnie, confessioni religiose e influenze straniere che hanno frantumato l’Iraq. Il prelato conferma la volontà della comunità cristiana di “partecipare alla vita politica del Paese”, mentre si fa sempre più concreto il pericolo che vengano considerati “cittadini di serie B”.

Le elezioni generali in programma il 7 marzo potranno causare un’escalation ancora maggiore delle violenze. Le parti in lotta – sunniti, sciiti, curdi – non risparmieranno metodi e forze per conquistare il controllo del territorio. Baghdad, come Mosul e Kirkuk, fa gola a molti per i ricchi giacimenti di petrolio. Le violenze settarie a Mosul, inoltre, non sembrano riconducibili ad al Qaeda, ma confermano piuttosto le infiltrazioni nell’esercito e nella polizia di “poteri forti” che si rifanno ai partiti, alle confessioni religiose, alle tribù. Esse sono il segnale evidente del fallimento del progetto di creare uno stato unitario, quella “Repubblica dell’Iraq” menzionata nella Costituzione e mai nata a causa delle divisioni interne. A queste si aggiungono le pressioni dei Paesi confinanti, fra i quali l’Iran: fonti di AsiaNews a Baghdad confermano che “Teheran è immischiata a piene mani nella politica interna irachena” ed è un’influenza che tocca l’ambito economico, politico e religioso.

Le divisioni settarie sono un dato evidente – sottolinea mons. Sako-. Ai cristiani non interessano i giochi di potere, l’egemonia economica, ma la creazione di uno Stato in cui le diverse etnie possano convivere in modo pacifico”. Un obiettivo che, per essere raggiunto, deve partire prima di tutto “dall’unità della comunità cristiana e dei vertici della Chiesa, che deve fare dell’unità un punto di forza al tavolo delle trattative con il governo centrale e le forze politiche del Paese”.
iraq cristiani

Berlusconi è (politicamente) bollito

Se non fosse vero, ci sarebbe da morir dal ridere per quello che sembra invece un prodigioso sketch comico, da avanspettacolo.
“Scende in campo al mio fianco per difendere la libertà”. Basta questo manifesto, secondo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, per far capire la nuova iniziativa ideata dal Premier insieme a Michela Vittoria Brambilla: la creazione di una corrente interna al PdL, perché di questo alla fine si tratta, chiamata “Promotori della libertà”.

La proposta è semplice: “un esercito contro il male”. Il presidente del Consiglio ha invitato “tutti gli italiani che non si riconoscono nella sinistra” a scendere in campo, a formare “l’esercito del bene contro l’esercito del male e dell’odio”, un nuovo “movimento che nasca dal basso” e difenda la libertà. “A voi lancio un appello e una proposta”, ha premesso il Cavaliere: “L’appello è quello di impegnarvi personalmente e scendere tutti in campo e se avete già preso la tessera, di impegnarvi ad andare oltre”. “La proposta – ha proseguito Berlusconi – è quella di creare dei paladini della libertà, un esercito del bene contro l’esercito del male; di chi ama contro chi odia; una forza popolare, un vero e proprio esercito di difensori e di promotori della libertà, composto da uomini, donne, giovani, da italiani che si schierano e si impegnano per difendere e promuovere, proprio come dei paladini, la libertà”. Tra gli impegni di questo “esercito”, ha spiegato il leader del Pdl, quello “innanzitutto di sostenere l’azione del nostro governo”, spiegando ad amici e conoscenti quello che è stato fatto finora.

Dalle parole emerge la sensazione che Berlusconi, ormai, dopo 17 anni, sia bollito. Le frasi, sempre quelle, sono ritrite e non incantano più; i seguaci sono ormai degli adepti di una setta, non si vede più un contenuto, un disegno, una proposta concreta. Solo l’obbligo, per i “promotori della libertà”, di impegnarsi a essere fedeli a Silvio Berlusconi, impegno dichiarato esplicitamente nello statuto del movimento. Uno dichiara, quindi, di essere promotore della libertà accettando di avere un unico capo e di essergli fedele, come i cavalieri medievali quando facevano l’atto di vassallaggio verso il sovrano mettendo le loro mani giunte nelle sue.

L’idiosincrasia di Berlusconi con tutto ciò che è democrazia è nota da tempo, lui è un capo d’azienda e un decisionista che ama le decisioni all’unanimità dopo che lui le ha prese per tutti e ne ha proposto l’approvazione al Consiglio d’Amministrazione; ma ultimamente il fastidio che gli provoca la convivenza con Fini nel PdL lo sta facendo sbottare. Quello che accadrà dopo le regionali di Marzo è tutto da verificare: non sembra possibile che Berlusconi accetti di sottoporsi al dibattito interno di un partito vero, come vuole che sia il PdL la componente proveniente da AN. Perciò Berlusconi ha già attivato la sua milizia personale, i fedelissimi della “sciùra Brambila”, per prepararsi al dopo ed eventualmente ricominciare la guerra del Bene contro il Male, lui che è “unto dal Signore” e che giura sulla testa dei suoi figli “in nome dell’Italia che lavora contro l’Italia che chiacchiera”.

Solo che il repertorio è stantìo, le battute vecchie, pure lui è vecchio e tra dentiera, prostata, trapianto di capelli e lifting rappresenta ormai la maschera patetica di uno yuppismo degli anni Ottanta nella “Milano da bere” che ha connotato un’epoca della storia italiana, ma ormai è archeologia sociale. Politicamente parlando, Berlusconi è entrato in agonia e non ha più molto tempo davanti. Non seriamente almeno, non in modo che possa essere più di alcuna utilità al Paese.Berlusconi allegro

La CEI pensi alle anime, non alla Storia politica

I vescovi italiani, nel documento della CEI dal titolo: “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno” dimostrano quanto diversa sia la competenza in materia teologico-pastorale da quella in materia storico-politica.

Tutti i ragionamenti ivi sviluppati presuppongono la necessità di un legame indiscutibile fra le diverse nazioni imprigionate nello Stato Italiano. Cosa c’entrano la Venetia del Triveneto, oppure la Padania del Nordovest, con le Italie del Nord (dal Po al Lazio/Molise) e del Sud (ex Regno delle Due Sicilie)? Risposta: quasi niente, salvo i 145 anni di convivenza obbligata e dannatissima.

L’universalità connessa con la parola “cattolica” nulla ha a che vedere con l’universalismo politico, con il mondialismo, con il cosmopolitismo. Questo va detto con chiarezza, perché proprio da un punto di vista teologico la pretesa di una realizzazione in Terra della “Civitas Dei” è una eresia bene identificata e definita con il nome di “Teologia della Liberazione”, il cosiddetto cattomarxismo o cattocomunismo, a seconda del commentatore (la prima definizione sarebbe preferibile, la seconda è più in voga).

La Chiesa non deve pensare a un ordine politico ideale, ma all’annuncio universale del Vangelo come unica Verità piena, nel rispetto certamente delle religioni che contengono un riflesso della Verità (Nostra Aetate – Conc. Vat. II) ma con la consapevolezza che solo il Cristo è la Verità, la Via e la Vita.

La Chiesa si deve occupare di pastorale, di etica, di religione, di politica nel senso alto e primigenio del termine (etica della pòlis), di teologia, di carità, di verità, di filosofia, di fede, di speranza, di solidarietà. Tanta roba, insomma, ma basta così.

Ciò che attiene alla Storia dei popoli, alla politica in senso stretto, quanto tratta invece di diritto positivo o legislazione, di organizzazione del territorio, di tassazione e redistribuzione della ricchezza, di ordine, disciplina, sicurezza, urbanistica, trasporti, sanità, esteri, interni, forma di Stato e di Governo, eccetera eccetera… Insomma, la Chiesa faccia la sua parte e lasci ai laici, cristiani o non cristiani, il compito di fare lo Stato.

Sono parole dette da un credente, uno che ha trascorso qualche anno della sua vita a studiare la politica con le sue scienze umane e qualche altro anno a studiare la religione con le sue scienze teologiche. Da qualcuno che ha capito che la separazione tra Chiesa e Stato, sancita già dal Cristo davanti a Pilato e anche davanti ai farisei, fa bene allo Stato ma fa ancora più bene alla stessa Chiesa.

Parlando di Meridione d’Italia, si occupi la CEI della versione paganeggiante del culto dei santi e dei riti di pseudo-devozione popolare colà praticati; si preoccupi, la CEI, dell’ipocrisia sottesa al sistema mafioso sedicente cattolico, non tanto in relazione ai criminali, bensì in relazione alla gente normale che considera parassitismo, clientelismo e nepotismo come qualcosa di assolutamente normale; si preoccupi dell’assurdo fenomeno della polverizzazione territoriale delle Diocesi, in un ambito dove c’è un vescovado per ogni territorio grande quanto quello affidato a un arciprete del Nord Italia.

E lascino stare i discorsi sull’unità d’Italia come se fosse l’undicesimo comandamento, iscritto da Dio sulle Tavole della Legge… L’Italia non prese forma politica fino al 1861, il Veneto fu annesso nel 1866 con un plebiscito-farsa, Roma fu presa nel 1870. Prima non fu mai Italia, e in futuro non lo sarà più. La carta uscita da Yalta nel febbraio 1945 è destinata a dissolversi, forse in questo secolo appena iniziato, al massimo nel prossimo quando nessuno di noi leggerà più.

Ma la Chiesa ci sarà ancora, perché per fortuna l’ha promesso Gesù Cristo (NON PRAEVALEBUNT), e non si occuperà più di Italia. Anche se il Papa sarà ancora a Roma e si occuperà ancora della Chiesa cattolica universale, in un mondo che speriamo assai meno universale e globalizzato (termini politici) e molto più cattolico (termine pastorale), per il bene dell’umanità tutta.

E sennò sarà pianto e stridor di denti…. D’altra parte: “Nihil sub sole novi, Ecclesiaste dixit”.

Davide Lovatdavide lovat

Troppi somari al Sud, serve federalismo scolastico

Il nostro sistema di istruzione pubblica crea profonde diseguaglianze, da sempre. La scuola statale così com’è garantisce, forse, pari opportunità di accesso ma certamente dispari opportunità di successo. L’Italia registra un tasso di dispersione doppio rispetto alla media Ue: il 20 per cento dei ragazzi al di sotto dei 24 anni ha rinunciato ad ottenere un diploma. E non sono certamente i provvedimenti varati dall’ultimo ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, ad aver causato l’enorme divario che esiste tra la preparazione degli studenti del Trentino o del Veneto rispetto a quelli della Puglia o della Campania. Il solo fatto di frequentare una scuola al nord offre 68 punti Pisa (i test internazionali che misurano i livelli di apprendimento degli studenti) in più rispetto alla frequenza di una scuola al sud. Il che appare come un’assurdità visto che i criteri di assunzione per gli insegnanti sono gli stessi sia al nord sia al sud. Anche per i programmi le indicazioni sono nazionali. Allora perché abbiamo una scuola a livello della Finlandia in alcune zone del nord e un’altra a livello della Turchia nel meridione? E soprattutto come coprire quel divario? Sono le domande alle quali tenta di rispondere il Rapporto sulla scuola in Italia 2010, il secondo messo a punto dalla Fondazione Giovanni Agnelli a cura di Andrea Gavosto.

«Il federalismo scolastico può essere una risposta possibile per arginare la dispersione e sanare il divario – osserva Gavosto – Un federalismo però che eviti il rischio dell’abbandono di chi è già indietro, individuando come obiettivo primario quello di risanare il divario tra nord e sud, prima di tutto nel settore dell’edilizia scolastica». Anche il federalismo ipotizzato dal ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, ricorda Gavosto, prevede, meccanismi di perequazione. «Sarebbe necessario un patto fra Stato e Regione – propone Gavosto – Si sostiene economicamente chi è più indietro ma poi se la regione non garantisce un livello minimo di apprendimento in tutti gli istituti si procede al commissariamento, come si fa già per la sanità».

Ma quanto costa la scuola in Italia? Anche qui il Rapporto sfata il mito che si spenda meno che in altri paesi. In rapporto al Pil il nostro Paese sta al 3,4 contro una media del 3,5. In assoluto nel 2007 il Rapporto stima una spesa per la scuola pubblica di 43 miliardi e 138 milioni, cui vanno aggiunti i soldi spesi dagli enti locali per un totale di 52 miliardi e 386 milioni di euro. A questi vanno aggiunti i contributi delle famiglie (per mense e spese varie) i fondi Ue e anche un affitto figurativo, ovvero i soldi che lo Stato incasserebbe se affittasse gli edifici che ospitano le scuole. Un totale di 58 miliardi e 746 milioni sui quali gli stipendi degli insegnanti pesano per il 63 per cento. Il dato di spesa per studente però varia molto da regione a regione. In media si spendono 6.600 euro per studente, un po’ di più della media Ocse, circa 6.000 euro. Ma ad esempio in Trentino si sale a 9.900 (ma è un ente autonomo) contro i 5.800 della Puglia. L’esame analitico di tre indici (efficacia per indicare la qualità dell’apprendimento; efficienza per il contenimento dei costi ed equità per l’omogeneità dei risultati in tutti gli istituti) svela come quasi tutte le regioni abbiano almeno una debolezza, anche quelle con i risultati migliori. Il Trentino ad esempio ha ottimi risultati in tutti gli istituti ma spende troppo. Il Veneto spende poco, ha ottimi risultati ma non garantisce lo stesso standard in tutte le scuole.

Anche se la spesa per studente è nella media i risultati restano scarsi soprattutto al Sud. Gli interventi della Gelmini faranno risparmiare circa 3miliardi e mezzo all’anno per tre anni. Nel Rapporto si calcola che con 7 miliardi di euro si potrebbe risanare la situazione dell’edilizia scolastica al sud e potenziare anche il tempo pieno.pinocchio e lucignolo

La “papessa” dei Luterani ubriaca marcia? Logico!

Guidava ubriaca con l’auto di servizio ed ha bruciato un semaforo. Responsabile delle due gravi infrazioni è il presidente delle Chiese evangeliche tedesche e vescovo di Hannover, Margot Kässmann, 51 anni, divorziata e madre di 4 figli, fermata dagli agenti nel centro della capitale della Bassa Sassonia sabato notte alle 23. Il quotidiano Bild rivela che una pattuglia della polizia ha fermato la «Papessa» dopo averla vista passare con il rosso ad un semaforo, poi mentre stavano procedendo al controllo dei documenti gli agenti hanno avvertito nell’alito della signora un forte odore di alcol. La prova dell’etilometro ha subito rivelato che la «Papessa» aveva 1,54 grammi di alcol nel sangue, ciò che ha provocato l’immediato ritiro della patente ed una denuncia per guida in stato di ebbrezza alcolica.

«GRAVE ERRORE» – Il procuratore di Hannover, Juergen Lendeckel ha spiegato martedì mattina che «il valore di 1,1 grammi di alcol è la soglia a partire dalla quale c’è l’assoluta incapacità di guida e scatta la denuncia penale». Anja Glaeser, della polizia di Hannover, ha confermato l’avvio della denuncia nei confronti della signora Kaessmann, che rischia il ritiro definitivo della patente. Sarà infatti una speciale commissione a decidere se la «Papessa» sarà ammessa ad effettuare un esame medico-psicologico, definito popolarmente in Germania «Idiotentest», necessario per il rilascio del nuovo documento di guida. «Sono sconvolta per quello che ho fatto e so di aver commesso un grave errore», ha affermato la signora Kässmann, aggiungendo di essere «consapevole di quanto sia pericoloso e irresponsabile guidare in stato di ebbrezza alcolica. Sono naturalmente pronta ad assumermi le conseguenze penali dell’accaduto». L’associazione delle Chiese protestanti ha preferito per il momento non commentare il fatto.

E allora lo commentiamo noi… Questo è il caso più eclatante ed emblematico di quanto siano idioti (neanche da sottoporre al sopraccitato “idiotentest”) tutti coloro che vorrebbero modificare il sacerdozio nella Chiesa Cattolica, che è la Chiesa degli Apostoli, la Chiesa fondata da Gesù in capo a Pietro. I polemici anticristiani li lasciamo perdere, quelli vogliono solo dividere essendo nelle mani del “Divisore” (dia-bollein = diavolo); ma coloro che pur si ritengono cristiani e vorrebbero donne-sacerdoti, preti-mariti, gay-vescovi…! Questi devono pentirsi!!! Ci sono già i preti normali che ne combinano abbastanza…
Ma ve lo immaginate un cardinale pescato in auto col suo amante, e le scene di isteria del suo compagno ufficiale? Ve la immaginate una “vescova” col vibratore, mentre fa sesso molto hard dopo aver detto messa? Ve lo immaginate un pontefice ubriaco dopo una lauta cena, a tarda sera? Ma siamo impazziti?!!!
Quel che è successo in Germania è la logica, naturale, ovvia, matematica conseguenza dell’abbandono della unica vera fede, quella in Gesù Cristo Dio, che è Padre, che è Figlio, che è Spirito Santo, e nella sua Chiesa in comunione con tutti i Santi.

Il resto è eresia, quando non è pazzia pura…papessa Kaessman

Non può pagare i dipendenti: imprenditore si suicida

Giovedì scorso aveva incontrato i suoi dipendenti che manifestavano davanti alla caserma Ederle per i ritardi nei pagamenti degli stipendi. Oggi non ce l’ha fatta a reggere la tensione e si è ucciso. L’imprenditore si chiamava Paolo Trivellin, 46 anni, titolare della Tri-intonaci di Noventa Vicentina che aveva lavorato in subappalto per la realizzazione del nuovo ospedale. Ai suoi collaboratori Trivellin aveva spiegato che gli appaltanti, Pizzarotti e Bilfinger Berger, avevano contestato i lavori lamentando un ritardo nella consegna delle opere, arrivando a pretendere una penale di 65 mila euro, a suo dire esagerata.

Cordoglio e preoccupazione sono stati espressi dalla Fillea Cgil. «Il prezzo della crisi – ha sottolineato il segretario Toni Toniolo – lo pagano sia i lavoratori che i piccoli imprenditori, cioè sempre gli anelli più deboli di una catena sempre più tesa». Oggi il sindacato ha ribadito la richiesta al consorzio appaltante, affinché anticipi almeno una parte delle retribuzioni ai lavoratori prima di dover ricorrere al giudice.

Come avevamo anticipato molto tempo addietro, una delle conseguenze tipiche dei periodi di crisi economica è l’aumento esponenziale dei casi di suicidio. Tale verità è supportata da evidenze statistiche riguardanti analoghe fasi di depressione economica a cui si accompagna la depressione psichica degli individui. Lasciarsi trascinare in un discorso sul valore da dare alle cose sarebbe facile, ma produrrebbe solo frasi stucchevoli che nulla possono cambiare della realtà e soprattutto che non possono incidere sulla statistica delle tragedie.

La sola cosa che non è possibile tacere è il fastidio per chi, in questo periodo, continua a scialacquare con tracotanza fiumi di denaro la cui provenienza è perlomeno discutibile, quando non addirittura dubbia. Le sperequazioni nella distribuzione della ricchezza sono tanto più fastidiose quanto più patiscono le troppe persone che stanno dalla parte sbagliata della spartizione, soprattutto quando si percepisce chiaramente che i criteri di spartizione sono ingiusti e oltretutto vengono violati da chi già è in posizione di priviegio.

Con immensa pietà per chi commette gesti insani e sbagliati, non resta che sperare in tempi migliori per non dover assistere alla fase successiva, anche questa storicamente dimostrata e ovvia: quella in cui le vittime smettono di autoflagellarsi e diventano improvvisamente carnefici. Se le cose non miglioreranno, l’evoluzione degli eventi è scontata: lo insegna la Storia, senza eccezioni.suicidio

Inflazione, a gennaio in rialzo: +0,1% sul mese, +1,3% annua

L’inflazione a gennaio accelera all’1,3% su base annua rispetto all’1% di dicembre. Lo comunica l’Istat confermando la stima preliminare. I prezzi su base mensile sono cresciuti dello 0,1%.

L’accelerazione dell’inflazione a gennaio, afferma l’Istat – risente delle tensioni sui prezzi dei beni e, in particolare, dei rialzi dei prezzi dei beni energetici. In aumento su base congiunturale sono risultati
anche i prezzi dei servizi. Al netto della componente energetica e degli alimentari freschi, il tasso tendenziale di crescita dei prezzi al consumo è pari all’1,4 per cento, un decimo di punto percentuale superiore al dato di dicembre. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo, calcolato tendendo conto delle riduzioni temporanee di prezzo, a gennaio ha evidenziato una flessione dell’1,5 per cento rispetto al mese precedente e una crescita dell’1,3 per cento rispetto al gennaio 2009.

Con riferimento ai capitoli di spesa, gli incrementi congiunturali più rilevanti hanno interessato i prezzi dei trasporti e dei servizi sanitari e spese per la salute (cresciuti entrambi dello 0,5 per cento) e degli altri beni e servizi (più 0,4 per cento). Diminuzioni su base mensile si sono registrate per i prezzi delle comunicazioni (meno 0,7 per cento) e della ricreazione spettacoli e cultura (meno 0,4 per cento).

Sul piano tendenziale, i maggiori tassi di crescita si sono registrati per il capitolo delle bevande alcoliche e tabacchi (più 4,5 per cento), dei trasporti (più 3,7 per cento) e degli altri beni e servizi (più 3,2 per cento). Variazioni negative si sono avute, invece, per il capitolo dell’abitazione, acqua, elettricità e combustibili (meno 1,6 per cento).

La scomposizione del tasso tendenziale di crescita dell’indice generale nei contributi imputabili ai diversi capitoli evidenzia che, nell’ultimo mese, l’effetto di contenimento dell’inflazione si deve interamente all’andamento dei prezzi dell’abitazione, mentre il maggiore sostegno alla dinamica tendenziale dell’indice aggregato è attribuibile al capitolo dei trasporti. soldi in tavola