Sarkozy duro contro l’immigrazione clandestina

Sarkozy-show in televisione, un’offensiva mediatica per recuperare il terreno perduto negli ultimi mesi e riconquistare fette di popolarità. Un quarto d’ora classico, al tg delle 20 su Tf1, quello dei massimi ascolti, poi una novità assoluta: per il presidente un faccia a faccia con una «squadra» di cittadini francesi, 11 per la precisione. Per gli strateghi dell’Eliseo, l’operazione dovrebbe servire a raddrizzare la barca dei sondaggi, l’ultimo dei quali concede a Sarkozy il 42% di opinioni favorevoli contro il 55% di pareri negativi. Tutto ciò nell’imminenza delle regionali di marzo che la maggioranza di destra al governo teme possano rappresentare il famoso «voto sanzione» che – a metà mandato presidenziale -è uno degli eventi più temuti da chi governa.

Nel faccia a faccia l’inquilino dell’Eliseo ha parlato di crisi e immigrazione, ma non ha sciolto le riserve sul suo secondo mandato. Sui migranti Sarkozy ha detto che in Francia non si verificherano fenomeni come quelli italiani. «Non lascerò la Francia disarmata di fronte al fenomeno degli sbarchi di clandestini sulle nostre spiagge come è accaduto in Italia» ha scandito il presidente. La Francia è pronta, ha aggiunto il capo dell’Eliseo, a confortare i clandestini ma poi li ricondurrà nei loro Paesi. «Se non facciamo così, le organizzazioni criminali del mondo intero arriveranno alla conclusione che si può fare sbarcare tutta la povera gente sulla spiagge francesi», ha spiegato il presidente a qualche giorno da uno sbarco di 123 clandestini su una spiaggia della Corsica. «Pertanto il messaggio è molto chiaro: i rifugiati politici saranno accolti, gli altri saranno rimpatriati». Sarkozy ha quindi puntato il dito contro «gli schiavisti, gli assassini, i trafficanti che sfruttano la miseria umana».

In Francia i problemi con gli immigrati sono notevoli e in questo periodo è in svolgimento un dibattito lacerante su cosa sia l’identità nazionale. Sarà forse grazie a queste riflessioni che il Presidente della Repubblica ha promesso il pugno duro contro il fenomeno dell’immigrazione clandestina. Contro il fenomeno, sia inteso, non contro le persone sfruttate e raggirate.

In Italia spesso si confonde la volontà della Lega Nord di combattere l’immigrazione clandestina, che è di fatto un’invasione di stranieri non richiesti e una minaccia alla sovranità dei cittadini, con una supposta xenofobia o avversione verso le persone migranti. Per fortuna il tempo è galantuomo e, piano piano, la verità trova la strada per emergere: la lotta alla clandestinità è un dovere di tutela della sicurezza nazionale, fa parte degli irrinunciabili doveri di difesa della patria previsti dalla Costituzione e in questo senso va interpretata e applicata la legge Bossi-Fini. Diverso il discorso sull’emergenza umanitaria che, in Italia come nelle parole di Sarkozy, non deve mai venire sottovalutata e mai deve mancare il rispetto dei livelli essenziali di dignità della persona.

Poi, però, ognuno a casa sua. Se così non fosse, non avrebbero più senso gli Stati, la Storia, il lavoro e il sacrificio dei padri, la cittadinanza, la sovranità popolare, l’economia di mercato, la libertà individuale nello stato di diritto, la stessa civiltà occidentale; perché tutto il mondo meno sviluppato riverserebbe la sua popolazione in quello più sviluppato, depredandone le risorse e rendendolo deserto. Verrebbero vanificati millenni di sforzi e di progresso grazie al quale viene dato aiuto anche al resto del mondo, quando possibile.Sarkozy

Vendola vince e D’Alema tramonta.

La vittoria di Nichi Vendola nelle primarie del PD per la scelta del candidato alla presidenza della regione Puglia ha tre significati fondamentali: la sconfitta pesante di D’Alema a casa sua, la sconfessione della leadership di Bersani da parte di una fetta consistente dell’elettorato, la radicalizzazione a sinistra del partito.

Il successo ha avuto proporzioni straordinarie, con quasi il 75 % dei consensi (73 a 27). Date le posizioni estreme di Vendola, dissimulate apparentemente dal tono gentile e affabile che il governatore uscente e ora rientrante sempre usa, non ci sono possibili doppie interpretazioni. Lo stesso Vendola lo annuncia: “questo risultato evidenzia lo scollamento tra la dirigenza del partito e il suo elettorato: se non verrà riavviata una dialettica a due canali, dove anche i dirigenti ascoltano le istanze della base, il PD non riuscirà mai a battere il centrodestra a livello nazionale”.

A parte il fatto che le posizioni di Vendola sono tali che mai trionferanno in Italia, come dimostra la Storia passata, è comunque chiaro che l’elettorato del PD è ancora prevalentemente comunista e la componente “liberal-chic” ha solo un’egemonia mediatica ma priva di fondamento. Dunque destinata a franare, magari attraverso scissioni e rotture.

Di sicuro è iniziato il tramonto definitivo della stella di D’Alema: questa batosta, dopo tutto l’impegno a sostenere il rivale di Vendola, è un segnale di sconfessione pari a una sfiducia aperta. Oramai anche D’Alema appartiene al passato, a tenerlo in vita rischiandone i colpi di coda possono essere solo le cariatidi del centrodestra abituate ad averlo come referente. Ma adesso D’Alema è rappresentativo solo della sua pur ampi clientela, non è più un leader riconosciuto dal popolo.Vendola

Concilio Vaticano II: frutti e eresie

Il 25 Gennaio di 51 anni fa si apriva la stagione del Concilio Vaticano II, un evento epocale per la Chiesa cattolica e, come tutti quelli precedenti, foriero di cambiamenti positivi ma anche di discussioni e scismi.

A distanza di mezzo secolo e solo grazie alla pia opera dell’attuale grande papa Benedetto XVI, finalmente si comincia a vedere un barlume della verità dei contenuti del Vaticano II: finora infatti la sola cosa evidente a tutti è stata la riforma liturgica, peraltro attuata in maniera scorretta e arbitraria da parte del clero che ha di fatto sconfessato le chiare indicazioni della costituzione conciliare DEI VERBUM. Infatti il Concilio, nell’introdurre la celebrazione della messa in lingua volgare, raccomanda di mantenere sempre la messa in latino per le occasioni solenni e, ovunque possibile, per la messa principale della domenica; i preti invece, assieme ai cambiamenti nella ritualità della liturgia, hanno di fatto cassato il latino rendendo ignorantissima la gente in materia di religione, con grave danno per la solidità della fede (“fides quaerens intellectum” – S.Anselmo d’Aosta).

Nel complesso, possiamo dire che sono tre gli atteggiamenti riscontrabili nella Chiesa in relazione al Vaticano II. Il primo è quello dell’adesione piena, più o meno consapevole non importa, e le statistiche lo indicano come quello maggioritario sebbene più silenzioso. Il secondo, esiguo nel numero, è quello del rifiuto totale con la nascita di un’eresia specifica definita come “sedevacantismo”, in quanto chi vi aderisce rifiuta il Concilio e non riconosce i Papi da Giovanni XXIII in poi, dichiarando “vacante” la sede pontificia; alcuni di loro si fanno chiamare “tradizionalisti” ma tale definizione è sbagliata (leggi articolo vicino, a firma Italo Francesco Baldo, sul tema). Il terzo, relativamente molto numeroso, è quello di coloro che scambiarono l’epoca del Vaticano II con il Concilio stesso, e viceversa; sono i “cattocomunisti”, oggi “cattoprogressisti”, che aderirono al Sessantotto e alle sue fascinazioni filomarxiste e politicamente rivoluzionarie, scambiando il cristianesimo per una prassi, la Chiesa per un’agenzia sociale di filantropia e solidarietà economica, la fede in Cristo come una forma di esperienza spirituale soggettiva e immediata, la finalità dell’insegnamento cristiano come un programma politico da attuare qui ed ora. Anche in questo terzo caso si può parlare di aperta eresia, codificata e sistematizzata concettualmente con la cosiddetta “Teologia della Liberazione”; il problema di questa eresia consiste nell’ampia adesione (circa il 30 % dei fedeli italiani) e nella pretesa di essere i “veri interpreti del Concilio Vaticano II”, manifestata con l’occupazione gramsciana delle parrocchie e dei consigli pastorali, delle associazioni, delle attività di animazione, con atteggiamento escludente fin quasi alla violenza verbale verso i non allineati.

Oggi questa corrente è disorientata dalla chiarezza con cui Benedetto XVI (che lavorò come consulente teologico al Concilio…) rivela la pienezza dei contenuti del Vaticano II, richiama all’autenticità liturgica e sconfessa l’essenza aleatoria del cattoprogressismo. L’effetto è una palese ostilità verso questo papa, l’elevazione a “antipapa ideale” del gesuita card. Martini e l’esercizio di una fiera opposizione a tutti i livelli contro il magistero di Benedetto XVI.

Questo giornale è emanazione di un’associazione culturale (Cattolici Marciani – Fraternità e Tradizione) che dichiaratamente aderisce in tutto e per tutto al Concilio Vaticano II e che teologicamente è impostata sulla dottrina della Chiesa, da Cristo a Ratzinger, senza deviazioni o obiezioni. L’occasione dell’anniversario ci è propizia dunque per mettere qualche opportuno puntino sulle “i”.

Davide Lovatconcilio vaticano II

I pericoli del Tradizionalismo

Molte volte in diversi ambiti ci si richiama al dovere-valore della tradizione, che costituisce uno degli elementi significativi del Cristianesimo, insieme al Vangelo e al Magistero. La Tradizione, appunto con la “T maiuscola, non va confusa con il significato di consuetudine, di uso e magari di costume del tempo passato; essa, come concetto metastorico e dinamico, indica una forza ordinatrice in funzione di principi trascendenti, la quale agisce lungo le generazioni, attraverso istituzioni, leggi e ordinamenti che possono anche presentare una notevole diversità.

La tradizione nel suo significato pieno e quella vita memoriae dalla quale chi ha vere radici non può prescindere. Essa è sostanza, ossia contenuto preciso che attraverso i secoli continua ad esercitare il suo valore. Questo trova espressione e forma nelle quali il contenuto si sostanzia e viene offerto per la piena comprensione. L’espressione è il modo con cui la tradizione viene comunicata. Nella liturgia della Chiesa Copta si usa il copto, ossia l’unica lingua di discendenza dall’egiziano antico, sostituito in quella regione dalla lingua araba. Nella chiesa Cattolica il latino e in quella Greco ortodossa appunto il greco ecc. Nessuna delle lingue ufficiali chiaramente è la lingua utilizzata da N. S. Gesù Cristo che era l’aramaico. Ricordiamo anche che la lingua più diffusa nella prima predicazione apostolica era il greco antico. Nel corso dei secoli le Chiese hanno assunto una lingua particolare e oggi la Chiesa Cattolica concede che la liturgia sia anche tradotta nelle lingue locali. E’ dunque una tradizione, importante quella dell’uso di una determinata lingua, ma ciò che è veramente Tradizione è il contenuto, che è quello evangelico e quello del Magistero che si è espresso nei pontefici e nei Concili riconosciuti. Vi sono tre elementi da tener presenti nella chiesa e ognuno occupa un suo posto d’onore ed ha una grande importanza. Nessuno dei tre può esistere senza gli altri, dato che si intersecano dando appunto l’unità della fede, della sua professione ( ad esempio il Simbolo della Fede (Il Credo) o i dogmi mariani) e del culto pubblico che alla fede e alla professione viene reso. Il culto pubblico, ossia la liturgia ha assunto nel corso del tempo varie espressioni. Nella Chiesa cattolica vi è la presenza in contemporanea della liturgia romana (ordinaria e straordinaria), di quella ambrosiana ( ordinaria e straordinaria), di quella greco ortodossa, di quella cattolico copta. Tutte convergono nell’onore che il fedele dà a Dio e le espressioni sono consone all’ Evangelo e al Magistero, soprattutto durante il sacrificio eucaristico, che richiede una partecipazione non distratta, ma che converge nella consacrazione. Nella Chiesa non vi sono dunque liturgie privilegiate, ognuna ha la sua ricchezza e il suo valore anche quelle recenti, che non possono venir misconosciute, ché, altrimenti, di esce da quanto il Santo Padre Benedetto XVI e i suoi predecessori hanno stabilito. La forma della liturgia è diversificata, ma non il contenuto della sostanza, ché, altrimenti si dovrebbe anche dire che i pontefici hanno errato.

La tradizione liturgica romana e ambrosiana, riformata secondo il volere di papa Paolo VI è latina, ma viene concesso di utilizzare la lingua locale, essa non contrasta in nulla e per nulla con la precedente liturgia, che è stata dichiarata da Benedetto XVI “ forma straordinaria” secondo il Motu proprio emanato nel 2007,che stabilisce anche quale Messale Romano si debba utilizzare, ossia quello del 1962 predisposto dal papa Giovanni XXIII e non quello del 1922 promulgato da Benedetto XV, dato che anche il papa Pio XII aveva apportato alcune modiche secondo quanto lo stesso diritto canonico stabilisce: “Il Vescovo della Chiesa di Roma, in cui permane l’ufficio concesso dal Signore singolarmente a Pietro, primo degli Apostoli, e che deve essere trasmesso ai suoi successori, è capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale; egli perciò, in forza del suo ufficio, ha potestà ordinaria suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che può sempre esercitare liberamente.” Quindi ogni pontefice può intervenire liberamente nella definizione del Messale Romano, Negare al papa questa facoltà significa porsi contro l’autorità suprema del papa, cosa che qualcuno tenta pure di fare.

Non ci sarebbe nulla da aggiungere dopo queste brevi indicazioni sul valore della tradizione, ma purtroppo vi è la presenza del tradizionalismo che finisce per ritenere valido solo la tradizione formale liturgica e non quella sostanziale e appunta qualsiasi deviazione, anche minima quasi fosse un errore dottrinale, ossia relativo alla sostanza. Così accade che se in una Messa, dove non sia previsto, si canta il Pater noster, il celebrante entra in odore di eresia formale o se il celebrante ha cantato un alleluia di troppo, è come avesse compiuto un peccato mortale errore, che saccenti, formalisti e soprattutto sedicenti esperti in liturgia, senza averne l’autorità e nemmeno essere stati investiti dall’Autorità, di autorità si permettono di contestare. Il richiamo alla precisione è sempre opportuno, lo svolgimento con carità del sacrificio eucaristico è fondamentale e se l’errare è umano, chi può giudicare? Avviene invece che esiste il tradizionalismo, quello che si lega solo ed unicamente alla forma e quasi mai parla di sostanza e di autentica fede e di dottrina, ma si limita appunto agli aspetti esteriori. Un atteggiamento, un modo di auto presentarsi come unici depositari della forma formale, non della forma sostanziale. Forse per costoro non sarà lecito certamente guarire di domenica, come una setta ebraica sosteneva duemila anni fa!

Così non si aiuta nessuno e soprattutto non si aiuta il Santo Padre nelle sue indicazione a che la liturgia esprima pienamente il valore della fede evangelica nella dottrina e nel culto. Fermarsi ai modi con i quali si deve o non si deve bere dal calice non è nemmeno fariseismo è semplicemente il niente e finisce con il gettare discredito proprio al rito straordinario che invece si vuole potenziare come liturgia importante per la fede.

Italo Francesco Baldo

E se… tornasse la Pace di Lodi (1454)?

Gli scenari politici dell’immediato futuro sono i più vari, ma hanno un denominatore comune: la rottura del Paese. Il successo della Lega, dal Po in giù, provoca pensieri torbidi sull’unità nazionale. E anche dal Po in su qualcuno pensa che la secessione, in fondo, non è archiviata definitivamente.

L’economia è quella che è, finché tutti vanno in giro col pensiero unico iperliberale che non è altro che l’altra faccia del pensiero unico marxista. La politica è piena zeppa di ignorantoni senza mestiere e senza studi, che ogni volta ci tocca dibattere dell’”a,b,c”. La paura di perdere le sicurezze è tanta e quindi sarà pure giustificato il senso di delirio sopra e sotto il Po.
Ma se lo scenario futuro, anche dell’immediato futuro, fosse invece molto, molto più pacifico? Se gli italiani, al contrario di queste classi dirigenti oligarchiche avvitate tra loro con il solo obiettivo predatorio delle risorse pubbliche e senza il minimo senso del bene comune, se gli italiani – dicevo – si stessero muovendo verso la loro vera natura politica? Se stessimo andando indietro per andare avanti? Andando, insomma, verso la Pace di Lodi?
9 aprile 1454, Milano e Venezia firmano la pace dopo decenni di lotte intestine. Da lì viene gettato il seme del Rinascimento culturale e politico di quella che diventerà l’anima degli italiani dopo la caduta dell’Impero romano. Gli italiani della Pace di Lodi non sono gli italiani suddivisi negli attuali confini amministrativi delle regioni, ma piuttosto quelli attuali racchiusi nelle rispettive appartenenze politiche.
E qui comincia il nostro ragionamento opinabile e forse anche provocatorio. La Lega Nord è il partito “fenomeno” degli ultimi anni. Il bacino elettorale più forte è quello racchiuso tra la laguna di Venezia e Bergamo. In realtà è la Serenissima della metà del Quattrocento, della Pace di Lodi appunto. Mantova, allora come oggi, è un feudo della sinistra. Allora era dei Gonzaga. Attenzione non stiamo dicendo che i Gonzaga erano di sinistra, ma stiamo dicendo che l’analisi del territorio è prioritaria, più esplicativa, dell’analisi dei flussi elettorali o delle dinamiche dei partiti.
A ovest della Serenissima c’è un pezzo dell’attuale Lombardia e quindi il Piemonte, la Liguria, parte dell’Emilia-Romagna e….. la Repubblica di Lucca, il Ducato di Saluzzo, il Monferrato, Mirandola. Insomma c’è un pezzo di Italia variegato dal quale si enuclea il Ducato di Savoia (anche svizzero e francese) che sarà protagonista dell’unione del Paese. In quest’area la politica di oggi esprime il maggior consenso a partiti prevalentemente laici, ci sono sacche di anticlericalismo, sono forti i partiti di centro-sinistra e i moderati di centro-destra. E’ quell’area che definisco liberale/egualitaria più strutturata del Paese. L’area dove è nato il “triangolo politico” di Depretis poi diventato il “triangolo industriale” che ruotava attorno alla Fiat. Qui la Lega Nord è più debole che nell’ex territorio della Serenissima. Ma se anche qui il partito di Bossi dovesse crescere molto potremmo trovarci nella condizione della Pace di Lodi: le popolazioni di Milano e Venezia che siglano l’egemonia politica nel Nord. La penetrazione, poi, dei partiti di centro-destra in quella parte del centro Italia che fu dello Stato Pontificio, fino al nord delle Marche, escluso il Lazio, isolerebbe il territorio della Repubblica di Firenze e della Repubblica di Siena, diventati Gran Ducato di Toscana, oggi quasi perfettamente corrispondente alla Regione Toscana.
Insomma il Centro-Nord del Paese, con le egemonie politiche estese di Lega Nord e PdL, starebbe collocandosi in una posizione già nota alla storia d’Italia: quella, appunto, realizzata negli anni della Pace di Lodi. Il Mezzogiorno, a quel punto, con l’eventuale nascita del Partito del Sud si fisserebbe in quello che allora fu il Regno di Napoli. Se da questo, nel Quattrocento, avemmo un nuovo Rinascimento perché ipotizzare per il futuro soltanto scenari turbolenti e distruttivi?
Facciamo un’altra verifica. Se così dovesse essere bisognerà calcolare la quantità di popolazione al voto e gli andamenti delle ultime elezioni per capire – stando i partiti attuali – quali tipi di governi si potranno ottenere.
Un calcolo, abbastanza ragionevole, ci impone di guardare al Paese non più con le suddivisioni Nord-Sud-Centro, ma con suddivisioni più articolate. Abbiamo un Nordest esteso anche alla province lombarde di Bergamo e Brescia. La provincia di Parma più lombarda che emiliana e la provincia di Mantova più emiliana che lombarda. La regione Marche meno egemonizzata dalla sinistra e il Mezzogiorno, invece, molto più omogeneo con la sola énclave della Basilicata strutturata, oggi, in uno stabile centro-sinistra così come il Trentino nel territorio che fu della Serenissima. Se questo quadro storico del Quattrocento si riverberasse, realmente, nel quadro politico di oggi avremmo come risultato immediato la rottura della roccaforte della sinistra nel Centro Italia. Quella che qualche anno fa ho definito la “questione centrale” in un mio libro si avvierebbe a soluzione. La roccaforte dell’area di Siena e regione Umbria sarebbe fortemente minoritaria e in parte di posizionerebbe sulla direttrice: Toscana, Liguria, Piemonte meridionale. Si tratta di un’area di popolazione intorno ai 5-6 milioni di abitanti con un indice di vecchiaia tra i più alti d’Italia e una collocazione liberale/egualitaria molto rigida e strutturata. Una roccaforte di centro-sinistra (più centro che sinistra) che potrebbe somigliare molto più ai partiti della Prima Repubblica come il Repubblicano o il Psdi e l’ultimo Psi. Un blocco politico non in grado si superare, a livello nazionale, il 10% se comprendiamo anche il Lazio di oggi. Dall’altra parte avremo una popolazione al voto e un conseguente peso politico molto più forte se agglomeriamo il territorio della Serenissima e il Ducato di Milano compreso parte dello Stato Pontificio sul litorale Adriatico fino ad Ancona. Qui il peso politico della Lega e dei partiti di centro-destra potrebbe, a livello nazionale, raggiungere anche il 40%, quindi diventare forte maggioranza relativa. Infine il Mezzogiorno, Sud e Isole, che ad una forte crescita della Lega Nord, stante le agende politiche attuali, potrebbe reagire con un Partito del Sud o dell’evoluzione del PdL, di fatto, in Partito del Sud. Partito che, ipotizzato in una collocazione moderata, potrebbe certamente superare il 50% dei consensi. A questo punto l’assetto di un possibile governo del Paese si presenterebbe su tre grandi aree: quella di Nordovest fino all’alto Lazio che coprirebbe tutta la fascia del nord del Tirreno e tendente al centro-sinistra. Dall’altra parte l’area dal bellunese all’anconetano, lungo tutto l’alto Adriatico, tendente al centro-destra. E infine il Mezzogiorno, isole comprese. Mezzogiorno che, a differenza delle altre area politicamente strutturate del Paese, in questi ultimi decenni ha mostrato di essere politicamente più mobile e quindi in grado di assicurare l’alternanza di governo. L’aggancio dell’area politica di Centro-Nordovest al Centro-Nordest appare più complessa di quella di una delle due settentrionale all’area meridionale. Pertanto sarà il Mezzogiorno a decidere i prossimi governi del Paese, siano essi di centro-sinistra che di centro-destra. L’eventuale aggancio dell’area del Centro-Nordovest con quella di Centro-Nordest porterebbe alla reale spaccatura del Paese in Nord-Sud, ma questo scenario appare scongiurato da una variabile che nessun politico può manipolare: la popolazione al voto. Il Mezzogiorno ha più popolazione al voto delle altre aree politiche e, soprattutto, ha un forte assenteismo che, in ogni caso, potrà essere recuperato.
In sostanza il superamento della “questione centrale”, ovvero la rottura dell’énclave di sinistra nel Centro Italia, la crescita della Lega Nord e l’eventuale formazione di una Partito del Sud potrebbero portate ad un equilibrio politico nazionale meglio sostenibile. Il problema che nascerà non sarà, però, di poco conto: chi garantirà l’unità nazionale (sia che lo stato si organizzi in modo federale o decentrato) del Paese con tutti i partiti territorializzati? Occorrerebbe mettere mano alla costituzione e avere un Presidente della Repubblica, capo del Governo eletto direttamente dagli italiani. E’ chiaro, quindi, che non usciremo mai dalla Seconda Repubblica senza una riforma della Costituzione. E qui finisce la Pace… di Lodi.

(Antonio Gesualdi)pace di lodi

Il Tempo appartiene a Cristo

Quel 3 gennaio del 1946 a Frisinga, noi che non c’eravamo stentiamo a immaginarlo. Il seminario della città riapriva le porte agli studenti. Fuori, la guerra era finita, il nazismo sconfitto, il quartier generale di Hitler a Berlino un ammasso di macerie. I soldati, quelli vivi, erano tornati dai fronti, o rimpatriavano dalla prigionia. I pochi superstiti dei lager testimoniavano a un mondo attonito cosa era accaduto davvero, laggiù; e solo ora si misurava appieno in quale abisso era caduto l’Occidente – uscendone tuttavia infine, stremato ma libero. Come doveva essere, pure nelle macerie, nei lutti e nella fame, quel principio dell’anno 1946 in Europa, per milioni di uomini: sprofondato l’inferno, l’alba di un nuovo inizio.

E al seminario di Frisinga, erano tornati i seminaristi. Nei dormitori freddi, nelle stanze disadorne, «felici, perché eravamo liberi», ha detto il Papa nella udienza alle autorità della città, sabato: parlando in tedesco, a braccio. O col cuore: gli è proprio venuto dal cuore, vedendosi davanti le facce della sua gente, il ricordo di quel 3 gennaio 1946, e poi della ordinazione. Come il racconto di un uomo anziano a dei nipoti – che non c’erano, e non sanno. Ma c’è un passo, in questo slancio affettuoso della memoria, che è di una flagrante attualità. Perché Joseph Ratzinger e i suoi compagni, in una Germania incenerita e sconfitta, sapevano, ha detto il Papa, «che a Cristo appartengono il tempo e il futuro. E sapevamo che Egli ci aveva chiamati e che aveva bisogno di noi, che c’era bisogno di noi». C’erano poi, a insegnare a Frisinga, studiosi autorevoli, sì, «ma anche maestri», ha detto Benedetto XVI: uomini che davano agli studenti «l’essenziale, il pane sano di cui avevano bisogno per ricevere la fede da dentro».

E chi legge, e in quel giorno di 64 anni fa non c’era, si ferma con un sussulto. Per la certezza che traspare dal ricordo del Papa: limpida, ferma. Nei lutti e nella vergogna della Germania sconfitta, tra le rovine del Reich che doveva durare mille anni, quei ragazzi a Frisinga avevano salvato forse due sole cose, ma quelle essenziali. Sapevano che «a Cristo appartengono il tempo e il futuro»; e che però quello stesso Dio sovrano delle loro mani aveva bisogno. E avevano dei maestri, maestri veri, che dividono il pane che nutre l’anima con gli allievi. Non rimaneva forse più nulla, agli eredi adolescenti di una follia precipitata nel nulla, se non i due cardini necessari per crescere da cristiani: la fede certa in un Dio cui il destino degli uomini interessa, e dei maestri, a condurli per mano. Ciò che molti dei nostri figli oggi non hanno; ciò che, pur avendo dato materialmente ‘tutto’, spesso non abbiamo dato loro. «Sapevamo che c’era bisogno di noi», dice il Papa. Quanti a vent’anni oggi hanno questa consapevolezza? Quanti, magari avviliti da disoccupazione o lavori precari, o da modesti ideali, si sentono inutili, non costruiscono, o sperano in cose da poco? No, non è invidia del lontano presente di quel gennaio del 1946, il sussulto alle parole del Papa.

Non si può invidiare chi è stato ragazzo nel baratro più fondo della nostra storia, e non ha visto tornare a casa i suoi fratelli e i suoi amici. È, invece, nostalgia di quell’alba di primo dopoguerra: solo per la speranza, immensa, che se ne indovina dai ricordi di un antico ragazzo. Come quando, dopo un terribile temporale, le nuvole di tempesta si allontanano, vinte, e il cielo si allarga di nuovo, chiaro e in pace. Ecco, quel 3 gennaio al seminario di Frisinga deve essere stato così. L’inferno alle spalle, e nei corridoi freddi le voci giovani di ragazzi innocenti, ansiosi di cominciare una storia nuova e diversa. Audaci in una unica certezza: il tempo e il futuro, appartengono a Cristo.
Marina Corradi

FMI: per Haiti un piano come il “Marshall”

La comunità internazionale cerca di coordinare l’intervento ad Haiti, mentre non vengono meno le polemiche sulla gestione dell’emergenza, e intanto guarda alla ricostruzione del Paese devastato dal terremoto. Secondo il direttore generale del Fondo monetario internazionale (Fmi), Dominique Strauss-Khan, per Haiti servirebbe un’iniziativa del tipo del piano Marshall, l’impegno statunitense che permise la rapida ricostruzione dell’Europa distrutta dalla seconda guerra mondiale.

“Haiti è stata colpita dalla crisi dei prezzi alimentari e dei carburanti, poi dall’uragano e poi dal terremoto, e quindi ha bisogno di qualcosa di grande come un piano Marshall”, ha scritto Strauss-Khan nel sito del Fondo. Le prime stime ipotizzano una necessità di due milioni di dollari l’anno per cinque anni. L’Unione europea, oltre ai fondi stanziati per fronteggiare l’emergenza, ha già messo a disposizione per la ricostruzione duecento milioni di euro, al di là degli impegni dei singoli stati membri.
Una prima specifica riunione internazionale incentrata sulle necessità della ricostruzione si terrà lunedì prossimo a Montreal, in Canada. Il ministro degli esteri canadese, Lawrence Cannon, ha detto che la conferenza del 25 gennaio servirà a pianificare la ricostruzione di Haiti, e ad assicurare che “le Nazioni Unite riescano a coordinare l’aiuto internazionale in modo che la popolazione haitiana ne benefici al meglio”.
In marzo è poi prevista una conferenza dei donatori dove dovranno essere raccolti gli impegni di lungo periodo. In vista di questo secondo appuntamento, il Governo francese ha annunciato che insieme con quelli di Stati Uniti, Brasile, Canada e altri Paesi direttamente coinvolti “è stato deciso di lavorare insieme, senza ritardi, alla preparazione di una conferenza per la ricostruzione”.
La tragedia del terremoto di Haiti entrerà anche nell’agenda del World Economic Forum di Davos, in Svizzera, che terrà dal 27 al 31 gennaio il suo consueto appuntamento annuale, riunendo duemilacinquecento rappresentanti di Governi, imprenditoria, cultura e società civile di oltre novanta Paesi. Gli organizzatori del forum – che quest’anno ha come tema “Ripensare, ridisegnare e ricostruire” lo stato del mondo dopo la crisi economica e finanziaria – , hanno inserito una sessione speciale con ospite l’inviato dell’Onu per Haiti, l’ex presidente statunitense Bill Clinton. “Haiti sarà la priorità di tutte le discussioni”, ha spiegato in una conferenza stampa ieri a Ginevra il fondatore del forum di Davos, lo svizzero Klaus Schwab, spiegando che con Clinton verrà lanciata “una grande iniziativa che coinvolgerà nella ricostruzione del Paese tutti gli uomini d’affari presenti a Davos”.
Nel frattempo, l’Onu ha ammesso che forse non sarà mai in grado di determinare il bilancio finale del terremoto di Haiti. Ieri, le autorità haitiane avevano confermato che finora sono state sepolte oltre settantamila salme e avevano aggiunto di ritenere che ci siano stati tra i centomila e i centocinquantamila morti. Le Nazioni Unite, ritengono però tali cifre semplicemente delle ipotesi. Il triste conteggio è reso complicato dal totale collasso delle istituzioni di governo, ma anche di ospedali e obitori, e dal fatto che molte persone sono ancora sotto gli edifici crollati. Secondo le ultime stime, i feriti sono approssimativamente duecentomila e gli sfollati circa un milione, mentre metà degli edifici della capitale Port-au-Prince sono distrutti.
Non è chiaro neanche il bilancio delle vittime della Minustah, la missione dell’Onu ad Haiti, la cui sede a Port-au-Prince è crollata. Nel timore di errori e volendo prima avvisare le famiglie, per giorni le Nazioni Unite sono state estremamente caute nel fornire i dati e hanno lasciato il colpito ai Governi nazionali. Domenica scorsa, l’Onu aveva parlato di quasi 650 dispersi tra il personale civile, conteggio che è sceso a 296 ieri. Il portavoce del dipartimento di peacekeeping dell’Onu, Nick Birnback, ne ha spiegato la ragione con il fatto che la gran parte dei dispersi erano haitiani, i quali dopo il terremoto hanno lasciato gli edifici e sono tornati a casa, senza più riuscire a contattare l’organizzazione.
Al momento invece, le Nazioni Unite hanno confermato il decesso di 46 dipendenti, tra cui almeno 35 caschi blu e funzionari stranieri, ma questo numero sembra purtroppo destinato a crescere almeno fino a settanta. Si tratta del bilancio più tragico nella storia delle Nazioni Unite. Messaggi specifici di cordoglio, tra i quali uno del presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, sono giunti da tutto il mondo al Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon.haiti bimbi

In UE ben 23 milioni di poveri

A Madrid la Commissione europea dà il via all’Anno per la lotta contro la povertà e l’e­sclusione sociale, mentre la Caritas europea lancia la sua campagna Zero poverty, act now, povertà zero, agisci ora. Segnali evidenti dell’esistenza di un problema e della volontà di affrontarlo: la povertà esiste anche nei continenti ricchi, ma non è un destino ineludibile.

Lavoro, alloggi, minori, famiglie, welfare sono le leve su cui agire. L’esempio lo darà il Vescovo di Roma: papa Benedetto XVI il 14 febbraio – festa dei patroni d’Euro­pa Cirillo e Metodio – visiterà l’O­stello Caritas ‘Don Luigi Di Liegro’ alla Stazione Termini. A dieci anni dalla Strategia di Li­sbona del 2000, dunque, l’anno eu­ropeo di lotta alla povertà intende riprogettare le azioni di integrazio­ne sociale, mentre dai dati statistici emerge che sono 2 mi­lioni 737 mila le famiglie italiane in condi­zioni di povertà relativa, l’11,3% del totale, pari a 8 milioni e 78 mila po­veri, il 13,6% della popolazione.

Fa­miglie con tre o più figli, anziani, basso livello di istruzione, problemi occupazionali i principali fattori as­sociati alla povertà. A Roma, per fare un esempio che si può applicare in proporzione a tutte le città italiane, gli affitti sono cre­sciuti in 10 anni del 145% e ne­gli ultimi due anni alle Caritas parrocchiali si sono rivolti il 52% di stra­nieri in più e ben il 117% di italiani. Lo scandalo della povertà dunque allunga le sue radici nelle società ricche. Caritas Europa ha prepara­to per la campagna un Poverty Pa­per, un quaderno sulla povertà in­titolato, nella versione italiana, “In mezzo a noi” per analizzarne le cau­se nel Vecchio Continente: « Po­vertà ed esclusione sociale – vi si legge – sono conseguenza di una disfunzione delle tre fonti di welfa­re sociale: mercato del lavoro, fa­miglia e stato socio-assistenziale». Precarizzazione dell’occupazione, allentamento dei vincoli di solida­rietà familiare, riduzione degli in­terventi sociali visti più come im­pedimento che come incentivo al­l’emancipazione sono i fenomeni che hanno quindi indebolito i tre pilastri del benessere sociale.

Oltre agli interventi correttivi su questi tre settori, Caritas Europa nel documento espri­me preoccupazione per l’ampia percen­tuale di bambini a rischio povertà: chi da piccolo va male a scuola e ha proble­mi di salute non a­vrà molte possibilità di trovare un buon lavoro e con ogni probabilità andrà a ingrossare le fila dei poveri. «La preven­zione della povertà nelle fasi inizia­li della vita – si legge nel Poverty Pa­per – è addirittura più importante della stessa lotta alla povertà». Sono il 10 per cento le famiglie in Europa in cui uno o più componenti sono disoccupati, il 16 per cento dei cittadini europei sono invece a rischio povertà. Quasi 19 milioni i bambini che rientrano in questa situazione. Infine un dato che ci ha impressionato, forse per la sua semplicità: 23 milioni di persone con la cittadinanza UE vivono con meno di 10 Euro al giorno.

Forse sarebbe il caso di ricominciare a studiare i sistemi di produzione e di distribuzione della ricchezza, giacché pare evidente che al fallimento del mondo socialista sta aggiungendosi il fallimento del sistema liberista. Più che mai, una rivoluzione di tipo comunitarista sia a livello politico che a livello economico chiede di essere dapprima teorizzata in modo sistematico, poi resa applicabile dall’azione dei suoi alfieri. E’ in gioco il futuro prospero della nostra civiltà, perfino la sua continuazione.mani povere

Imperialismo culturale e lingua Veneta

Quelo che xe capità a Noventa Padovana, indove na maestra la xe stà atacà pa aver invità i aluni a tradur on testo in lengoa veneta, no xe mia solo che ón dei tanti modi finalixà a screditàr la cultura locale e la lengoa che proprio de chela cultura la xe na testimoniansa viva.

Xe preocupante védar come che vegna praticamente ridicolixà la asión de la insegnante che la laora invése drio quela che la xe la leje, quaxi come che le leji no le gabia valor e se ghe pòsa sensa problemi pasarghe de sora. Parfìn i latini de la antichità i gavarìa catà de sicuro calcosa da ridire sol fato che no vien rispetà na leje: “dura lex, sed lex”. Quei che xe contrari a métar in pratica la norma, che invita i docenti a aprofondire cultura e lengoa locale, parerìa che i catàse na justificasión drio on inperialismo culturale che invése nega dignità a le culture “subalterne” o locali e a la lengoa che xe espresión de chele culture; quei che no i sotostà a la cultura e lengoa dominante no i xe degni de èsar considerà xente rispetabile o afidabile e i xe considerà in sostansa dei inferiori.

No xe mia on caxo difati che suceda ste robe e che insieme ghe sia afermasion continue de esponenti politisi veneti de drita e de sanca (destra e sinistra), che i considera come minimo la Lega e le Asociasion venetiste come espresión de on provincialismo sligà dal contesto stòrico, sensa nisun realismo o prospetiva futura davanti. Pa sta xente solo che la lengoa italiana la pol dar la sicurésa a la comunità locale de aver on futuro rispetabile e dignitoxo e, de conseguensa, solo le fòrse politiche italiane le gà el dirito de governar sora st’altri. No inporta se sta roba porta del ben e a chi: la mejo sorte e el progreso, par lori, i riva solo che co l’italian. El sitadin veneto pa darse on serto lustro el gà da parlar italian e adeguarse a i modeli de vita che vien dà dai “grandi fratelli” o da i indìjeni de le “isole dei famosi”, indove tante e tante volte la ètica, la morale, ma anca la gramàdega italiana, le làsa tanto a dexiderare… Quei che i vol dar contro le lengoe rejonali no i gà a core la lengoa italiana, ma i vol invése salvar i intarèsi de na clàse dominante e de i só bexogni.

Quanche àno indrio, el sociolengoìsta Calvet el dixeva che xe inte la liberasión lengoìstega che se trova la condisión baxe e necesaria pa la vera decolonixasión, e no solo, de le tère de l’Africa, e sta roba la vale anca pa le minoranse lengoìsteghe de la Europa.

La esperiensa de quelo che xe drio far la Catalogna la demostra che xe posìbile sensa problemi dar valore a na lengoa rejonale e darghe cusìta dignità a la cultura locale: l’autonomismo catalàn el gà dà dei rixultati on mucio inportanti e nisuni se sognarìa mai de dir che Barselona no la sia na gran capital culturale europea, che la xe riusìa in poche dexine de àni a recuperar la lengoa locale faxendola deventar la pì insegnà inte le scole, da le elementari a le Università. Nesuni se scandalixa.
Nesuni pensa e dixe che el catalan (che fra l’altro el someja al veneto) el sia na lengoa provinciale, sensa inportansa, rispeto al castijàn parlà senpre de pì anca inte la America del Nord.
Fra l’altro, nesun jornale in Spagna, in Gran Bretagna, in Jermania o in qualsiasi parte de la Europa moderna se scandalìxerìa o el montarìa on caxo se on insegnante el aplicàse na leje: fàsile che i se scandalixerìa se no lo faxése. Ma se sà, in Italia “fatta la legge, trovato l’inganno”. In Italia. Pa fortuna, Noventa Padovana la xe in Veneto, indove se parla Veneto e se se sente in Europa.

Roberto Ciambetti
Capogruppo Regionale
Liga Veneta-Lega Nord

TRADUZIONE PER GLI ITALIANI

La vicenda di Noventa Padovana, in cui una docente viene stigmatizzata per aver invitato gli alunni a tradurre un testo in lingua veneta, non può essere ricondotta e lasciata nell’alveo dei tanti tentativi tesi a screditare la cultura locale e la lingua che di quella cultura è testimonianza viva.

Preoccupa vedere come sia quasi ridicolizzata l’azione dell’ insegnante che opera assecondando una legge vigente, quasi che le leggi non abbiano valore e possano essere tranquillamente disattese. Persino gli antichi latini avrebbero trovato qualcosa da ridire sul mancato rispetto delle leggi: “dura lex, sed lex”. La mancata applicazione della norma che invita i docenti ad approfondire la cultura e lingua locale, troverebbe giustificazione, nei suoi detrattori, in un presupposto dell’imperialismo culturale che nega dignità alle culture subalterne o locali e alla lingua che di quelle culture è espressione: coloro che non si mettono à la page con la lingua e cultura dominante non sono degni di essere considerati soggetti rispettabili o affidabili e sono sostanzialmente delle entità inferiori.

Non è casuale la coincidenza di questa tesi con reiterate affermazioni di esponenti politici veneti, che, da destra come da sinistra, bollano la Lega e le associazione venetiste nella migliore delle ipotesi come espressioni di un provincialismo sradicato dal contesto storico, prive di ogni realismo e di un domani davanti a sé. Per costoro, solo la lingua italiana può assicurare alla comunità locale un futuro rispettabile e dignitoso e, conseguentemente, solo le forze politiche italiane, hanno il diritto di governare a pieno titolo. Non importa per il bene di chi, né per l’interesse di chi: le meravigliosi sorti e progressive si declinano solo in italiano. Il cittadino veneto per mettersi à la page deve parlare l’italiano e adeguarsi ai modelli di vita impersonificati dai grandi fratelli o dagli indigeni delle isole dei famosi in cui spesso etica, morale, ma anche la grammatica italiana, lasciano a desiderare. I detrattori delle lingue regionali non hanno a cuore la lingua italiana, quanto mirano a salvaguardare gli interessi di una classe dominante e dei suoi bisogni.

Anni or sono il sociolinguista tunisino Calvet indicava nella liberazione linguistica la condizione preliminare e necessaria per la autentica decolonizzazione non solo nelle terre d’Africa ma anche per le minoranze etniche e linguistiche europee.

L’esperienza catalana dimostra che è possibile affrancare una lingua e dare così dignità alla cultura locale: l’autonomismo catalano ha dato frutti meravigliosi e nessuno si sognerebbe di dire che Barcellona non sia una grande capitale culturale europea che è riuscita, nel volgere di pochi decenni, a recuperare la lingua locale facendola diventare maggioritaria nell’insegnamento dalle materne all’Università. Nessuno si scandalizza. Nessuno pensa che il catalano ( che fra l’altro assomiglia al veneto) sia un idioma provinciale, inutile, rispetto al castigliano parlato con sempre maggior peso anche nell’America del Nord. Del resto, nessun giornale né in Spagna, né in Gran Bretagna come in Germania e in tutta l’Europa avanzata si scandalizzerebbe o monterebbe un caso se un insegnante applica una norma di legge: con probabilità si scandalizzerebbero se non lo facesse. In Europa. Ma si sa, in Italia, “fatta la legge, trovato l’inganno”. In Italia. Fortunatamente, Noventa Padovana è in Veneto, dove si parla Veneto e ci si sente in Europa. lengoa veneta manifestasion

Massoneria incompatibile col cattolicesimo

Dan Brown nel Simbolo perdu­to allude spesso ai nemici del­la massoneria come perso­naggi patologici, fondamentalisti cri­stiani vittime di assurde «teorie del complotto». Si potrebbe osservare che la predica viene da uno strano pulpito, dal momento che alcune delle più bizzarre teorie del com­plotto sono state divulgate con gran­de entusiasmo proprio da Brown in Angeli e Demoni e nel Codice da Vin­ci . Ma in verità l’anti-massonismo na­sce molto prima del fondamentali­smo protestante o della destra reli­giosa statunitense così poco simpa­tica a Brown.

Prima ancora che la massoneria moderna sia fondata, nel 1717, si manifestano già reazioni an­ti- massoniche. Nel 1698, per esem­pio, un certo M. Winter (di cui non ho reperito ulteriori dati biografici) fa diffondere un volantino indirizzato «A tutte le persone timorate di Dio nella città di Londra» in cui si mette in guardia dal «male perpetrato di fronte a Dio dai cosiddetti Massoni»: «Essi sono l’Anticristo che viene ad al­lontanare gli uomini dal timore di Dio. Perché mai certi uomini do­vrebbero incontrarsi in luoghi segre­ti e con segni segreti, stando attenti che nessuno li veda, se fosse per com­piere l’opera di Dio? Non sono que­sti i modi degli operatori d’iniquità?. Non mescolatevi con questa gente corrotta – consiglia il volantino – per non trovarvi con loro quando verrà la consumazione del mondo». Come si vede, l’anti-massonismo è almeno antico quanto la massone­ria. Tuttavia, come è più opportuno parlare di massonerie, al plurale, co­sì esistono diversi tipi di anti-masso­nismo. Si deve almeno distinguere fra un anti-massonismo «politico», che spesso reclama leggi anti-mas­soniche e interdizioni civili per i mas­soni, e un anti-massonismo di tipo «dottrinale» che critica la massone­ria sul piano filosofico e culturale.

L’anti-massonismo «politico» trae i suoi argomenti da specifici risultati del metodo massonico in questo o quel Paese, in questa o quell’epoca storica, sostenendo che essi sono no­civi o pericolosi per la società. L’anti-massonismo «dottrinale» con­centra invece la sua critica sul meto­do massonico come costante nella storia delle massonerie, a prescinde­re dagli specifici risultati che dal me­todo sono di volta in volta derivati. Naturalmente, l’anti-massonismo «politico» e l’antimassonismo «dot­trinale » sono, per usare un termine sociologico, «idealtipi» o «tipi idea­li », che l’interprete può ricostruire ma che raramente s’incontrano allo stato puro. Spesso ci si trova di fron­te a forme ibride di anti-massonismo, che presentano elementi dell’uno e dell’altro tipo ideale. Tuttavia è im­portante sottolineare due aspetti im­portanti della storia degli anti-mas­sonismi. Anzitutto, l’anti-massonismo «poli­tico » non presuppone necessaria­mente l’anti-massonismo «dottrina­le ». Per esempio, forze d’ispirazione marxista potranno reclamare prov­vedimenti legali contro la massone­ria ritenendo che sia, in una deter­minata situazione storica, global­mente nociva e nello stesso tempo esprimere apprezzamento per il me­todo massonico e per il ruolo «progres­sista » che, in altre e­poche, ha avuto. In secondo luogo, l’anti-massonismo «dottrinale» potrà mantenere ferma la sua critica della massoneria a pre­scindere dalle posi­zioni concrete che le singole obbedienze massoniche a­dottano su questo o quel problema. Nel mondo cattolico il magistero e­sclude, si può dire da sempre, la «doppia appartenenza » dei fedeli in­sieme alla Chiesa Cattolica e alla massoneria: e lo fa sulla base di una rigorosa critica dottrinale del meto­do massonico, che rimane sempre incompatibile con la fede cattolica quali siano i risultati cui l’applica­zione del metodo di volta in volta porta.

La posizione attuale e vigente della Chiesa Cattolica è espressa dalla Di­chiarazione sulla massoneria della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 1983, firmata dal suo pre­fetto di allora cardinale Joseph Rat­zinger ma sottoscritta anche dal pa­pa Giovanni Paolo II, così che dev’es­sere considerata magistero vinco­lante per tutti i fedeli. Secondo que­sto documento, benché il nuovo Co­dice di diritto canonico del 1983 non parli più di «scomunica» per i mas­soni, in realtà «rimane [...] immuta­to il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni mas­soniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconcilia­bili con la dottrina della Chiesa e per­ciò l’iscrizione a esse rimane proibi­ta. I fedeli che appartengono alle as­sociazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono ac­cedere alla Santa Comunione». Quando qualche massone argo­menta che dal fatto che nel nuovo Codice non si usi più la parola sco­munica si può evincere che i cattoli­ci oggi potrebbero diventare tran­quillamente massoni esprime dun­que la posizione della massoneria, non quella della Chiesa cattolica. E quale comportamento debbano te­nere i cattolici lo determina ovvia­mente in modo vincolante la Chiesa, non la massoneria. La massoneria è libera di pensare che i massoni pos­sono essere cattolici.

Ma la Chiesa in­segna con assoluta chiarezza che i cattolici non possono essere masso­ni. Se pure manca la parola «scomu­nica » rimane la sostanza: i cattolici che sono massoni «non possono ac­cedere alla Santa Comunione». E il documento precisa pure che singoli vescovi non possono modificare una decisione che è stata pre­sa in modo formale e de­finitivo dalla Santa Sede. Importante, nella stessa prospettiva, è un testo pubblicato da L’Osserva­tore Romano il 23 feb­braio 1985, non firmato ma di cui è comunemente conside­rato autore l’allora cardinale Ratzin­ger. Il testo costituisce per così dire la «motivazione» della «sentenza» del 1983. Secondo questo testo, anche nel caso – da esaminare obbedienza per obbedienza, caso per caso, Pae­se per Paese – in cui non vi siano spe­cifici risultati ostili alla Chiesa, «l’in­conciliabilità dei princìpi» rimane ferma, in quanto – qualunque siano i suoi risultati – è sempre il metodo massonico a essere incompatibile con la fede cattoli­ca. Qualcuno, osserva la nota del 1985, po­trebbe obiettare che è improprio parlare di «inconciliabilità dei princìpi» perché «essenziale della massoneria sarebbe proprio il fatto di non imporre alcun “principio”».

Ma proprio questo a­spetto «essenziale» è incompatibile con la fede cristiana sul piano meto­dologico: «Anche se si afferma che il relativismo non viene assunto come dogma» – proprio perché non ci so­no né dottrine né dogmi – «tuttavia si propone di fatto una concezione simbolica relativistica, e pertanto il valore relativizzante di una tale co­munità morale-rituale, lungi dal po­ter essere eliminato, risulta al con­trario determinante. In tale contesto, le diverse comunità religiose, cui ap­partengono i singoli membri delle logge, non possono essere conside­rate se non come semplici istituzio­nalizzazioni di una verità più ampia e inafferrabile». Così, «anche quando [...] non vi fos­se un’obbligazione esplicita di pro­fessare il relativismo come dottrina, tuttavia la forza relativizzante di una tale fraternità, per la sua stessa logi­ca intrinseca, ha in sé la capacità di trasformare la struttura dell’atto di fede in modo così radicale da non es­sere accettabile da parte di un cri­stiano “al quale è cara la sua fede”». Il rito di iniziazione degli affiliati a una loggia massonica secondo un’incisione del XVIII secolo
Massimo Introvigne Simboli della massoneria