Giustizia, problema irrisolvibile

Suscita imbarazzo vedere come Parlamento e Magistratura continuino ad accapigliarsi cercando di invadere la rispettiva sfera di competenza. L’Italia da 20 anni vive una sorta di paralisi istituzionale a causa di questo conflitto dapprima sopito e nascosto, poi esploso quando l’azione politica della Magistratura è stata apertamente smascherata, consentendo di rileggere con occhi nuovi anche tutta la vergognosa pagina di Tangentopoli.

A voler essere imparziali, non c’è alcun motivo per fare il tifo. Chi rispetta i fondamenti della democrazia vorrebbe solo una cosa: che il Parlamento facesse le leggi, che il Governo provvedesse a renderle efficaci e che la Magistratura giudicasse sulla corretta applicazione e sulle violazioni. Si chiama “ripartizione dei tre poteri” e fin dai tempi della pubblicazione de “L’ésprit des lois” di Charles Louis de Montesquieu costituisce uno dei cardini della nostra civiltà.

In Italia purtroppo ci sono due gravi vizi che impediscono il corretto funzionamento della democrazia, il primo storico-politico e il secondo culturale. Quello storico-politico deriva dall’occupazione della Magistratura effettuata dai comunisti che stavano completando la rivoluzione secondo il modello di Gramsci: occupare tutti i centri di potere dalla periferia al centro per impadronirsi dello Stato in maniera da non dover spargere sangue. Purtroppo per loro, il comunismo mondiale è fallito proprio quando stavano per completare l’opera prendendo il Parlamento e già comandavano Scuola, Pubblica Amministrazione e Magistratura; per inerzia cercarono lo stesso di effettuare un colpo di stato a suon di arresti, e questa fu di fatto Tangentopoli, ma la discesa in campo di Berlusconi, vero e proprio “ultimo dei Mohicani” (più cani che “Mohi” a dire il vero…), sparigliò le carte e sconquassò i piani. Da allora in Italia non si va più avanti, con la Magistratura che cerca di arrestare Berlusconi e contrastare la sua politica, e con Berlusconi che governa pensando più a difendere se stesso e la sua ricchezza piuttosto che al bene comune. La via d’uscita, che è pura utopia, sarebbe un patto per il bene dell’Italia: Berlusconi si impegna a uscire dalla politica alla fine di questa legislatura in cambio di un salvacondotto di 30 anni per lui e le sue aziende, il Parlamento discute e vara una legge condivisa e rigida contro il conflitto d’interessi da applicare a tutti i simil-Berlusconi che crescono ovunque in Italia, la Magistratura ritorna nei ranghi e lascia il campo della politica ai politici. Ripeto, pura utopia.

Il secondo vizio è culturale: in Italia si è perso il senso della giustizia. Per quante leggi si facciano, l’esperienza insegna che la legge è uguale per tutti ma la sua applicazione varia molto a seconda del censo. I poveri pagano sempre, i ricchi nemmeno quando ammazzano. Sembra una frase qualunquista, ma ripensando ai casi di cronaca nera più eclatanti non è possibile contestare questa affermazione. Se hai i soldi per pagare buoni avvocati e addirittura per sistemare le cose in silenzio e “molto in alto” te la cavi con poco o niente; se sei un “poro can” non sei sicuro nemmeno se sei innocente.

Qui verrebbe da inoltrarsi in una dissertazione dotta sul principio tomista IUS SIVE IUSTUM, e sulla filosofia del diritto che lega verità e giustizia in maniera indissolubile e complementare…. Ma sarebbe tempo perso. Siamo in Italia e i giudici parlano una lingua diversa.

Diversa soprattutto dal Veneto……
(Davide Lovat)
giustizia sconfortata

Papa a Sacra Rota: carità senza giustizia è falsa

“Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è ‘inseparabile dalla carità’, intrinseca ad essa”: lo ha detto oggi il Papa nel discorso rivolto ai componenti del Tribunale della Rota Romana, ricevuti in udienza in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario.

Nella parte introduttiva del discorso Benedetto XVI ha affermato: “Occorre prendere atto della diffusa e radicata tendenza, anche se non sempre manifesta, che porta a contrapporre la giustizia alla carità, quasi che una escluda l’altra. In questa linea, riferendosi più specificamente alla vita della Chiesa, alcuni ritengono che la carità pastorale potrebbe giustificare ogni passo verso la dichiarazione della nullità del vincolo matrimoniale per venire incontro alle persone che si trovano in situazione matrimoniale irregolare. La stessa verità, pur invocata a parole, tenderebbe così ad essere vista in un’ottica strumentale, che l’adatterebbe di volta in volta alle diverse esigenze che si presentano”. Il Papa ha poi notato un altro aspetto problematico: “Il Diritto Canonico, a volte, è sottovalutato, come se esso fosse un mero strumento tecnico al servizio di qualsiasi interesse soggettivo, anche non fondato sulla verità”. Invece, ha poi notato, “nella Chiesa l’attività giuridica ha come fine la salvezza delle anime”.

Benedetto XVI ha poi notato alcuni aspetti dei processi canonici sulla nullità matrimoniale. “Il processo e la sentenza – ha affermato – hanno una grande rilevanza sia per le parti, sia per l’intera compagine ecclesiale e ciò acquista un valore del tutto singolare quando si tratta di pronunciarsi sulla nullità di un matrimonio, il quale riguarda direttamente il bene umano e soprannaturale dei coniugi, nonché il bene pubblico della Chiesa”. Dopo aver invocato “la dovuta tempestività in ogni fase del processo”, il Papa ha richiamato al “rispetto della verità delle prove”, invitando anche a “non dimenticare che si è sempre davanti a persone segnate da problemi e sofferenze”. “In pari tempo – ha poi aggiunto – è importante adoperarsi fattivamente ogni qualvolta si intraveda una speranza di buon esito, per indurre i coniugi a convalidare eventualmente il matrimonio e a ristabilire la convivenza coniugale”. Circa l’attività dei giudici, ha detto che “il giudice (..) deve sempre guardarsi dal rischio di una malintesa compassione che scadrebbe in sentimentalismo, solo apparentemente pastorale”. Ha quindi messo in guardia dal rischio di “soddisfare le richieste soggettive per giungere ad ogni costo alla dichiarazione di nullità”, invitando a “considerare l’autentico bene delle persone”.

Nella parte conclusiva del discorso, Benedetto XVI ha messo in luce “la possibilità di raggiungere la verità sull’essenza del matrimonio”, notando che “senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente. È il fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario”. Ha quindi messo in rilievo che “la considerazione esistenziale, personalistica e relazionale dell’unione coniugale non può mai essere fatta a scapito dell’indissolubilità, essenziale proprietà che nel matrimonio cristiano consegue, con l’unità, una peculiare stabilità in ragione del sacramento”. Il Papa ha quindi affermato che il matrimonio “si deve intendere valido fino a che non sia stato provato il contrario”. Nel suo indirizzo di saluto a Benedetto XVI, il decano della Rota Romana, mons. Antoni Stankiewicz, aveva rilevato che una diffusa “tendenza relativistica non di rado si insinua anche nelle dichiarazioni di nullità del matrimonio, le quali in tal modo subiscono uno sviamento, venendo tramutate ‘in una facile via per la soluzione di matrimoni falliti’”. Nelle parole del decano, “la via irrinunciabile per il risanamento in senso cristiano del matrimonio è di ribadirne l’indissolubilità e di richiamare il Vangelo”.
Benedetto XVI lezione

Iran: Onda Verde non cede alla repressione

QOM (Iran) – Una folla di persone nella città santa (per l’islam sciita) di Qom, in Iran, si è riunita ieri sera per commemorare il quarantesimo giorno della morte dell’ayatollah Hossein Ali Montazeri. I manifestanti hanno sfilato per via Saheli al grido di “Morte al dittatore, morte a Khamenei, Dio benedica Montazeri”, lo slogan che da mesi si sente anche per le strade di Teheran dove vanno avanti le proteste dell’Onda Verde contro il regime. Non ci sono notizie di scontri anche perché la repressione stavolta è stata preventiva.

Per paura che l’appuntamento diventasse occasione di massicce proteste, le forze di sicurezza hanno infatti cercato di limitare gli ingressi a Qom nei giorni precedenti la commemorazione: testimoni raccontano di rigidi controlli sulle strade che portano in città con posti di blocco e agenti che chiedevano i documenti a tutti i pellegrini in circolazione.

Ma le azioni di controllo non si sono limitate all’esterno. Il regime aveva aumentato da giorni la presenza dei suoi uomini a Qom, creando un’atmosfera di terrore e intimidazione. Gli agenti del ministero dell’Intelligence e della Sicurezza hanno cordonato la casa di Montazeri per impedire a chiunque di avvicinarsi. Intensificate le misure di sicurezza anche a Isfahan, dove sono stati dispiegati agenti armati anche sui tetti.

Montazeri (v.foto), morto a 87 anni, era uno dei religiosi iraniani più critici del regime, ex successore designato dell’ayatollah Ruhollah Khomeini alla guida della Repubblica islamica. Dopo le contestate elezioni del giugno scorso, che hanno confermato alla presidenza Mahmoud Ahmadinejad, Montazeri ha preso decisamente posizione al fianco del cosiddetto ‘movimento verde’ di protesta, guidato dall’ex candidato moderato Mir Hossein Moussavi e dal riformista Mehdi Karrubi. Cerimonie di commemorazione si sono svolte, tra giovedì e venerdì, anche nella città natale di Montazeri, Najaf-Abad. Anche qui, sempre sotto rigidi controlli.onda verde iran

Il Sud non permetterà la riforma federalista

Ricolfi: “Attenti, il Gattopardo si farà un boccone del federalismo”
E poi: “Il Sud non ha interesse a cambiare, lo stato di cose gli permette di vivere al di sopra dei suoi mezzi”

“IL SACCO DEL NORD”: così Luca Ricolfi ha battezzato il suo ultimo saggio (Guerini e Associati). E per «sacco» intende proprio quello. Il saccheggio. Dimostrato, confronto dopo confronto. Lui stesso lo dice senza nascondersi dietro eufemismi: basta, davvero basta con «i vittimismi del Sud», con «la retorica del divario». Perché non servono al Mezzogiorno. Perché i nuovi numeri del «sacco» danno ragione al Nord persino più di quanto spesso si pensi: sono almeno 50 i miliardi che «ogni anno se ne vanno ingiustificatamente». Perché non è con un’altra retorica – quella in cui scivola il principio di solidarietà quando «conduce all’ opportunismo e all’ irresponsabilità» – che si esce dalla trappola. E però Ricolfi non sarebbe Ricolfi se non sparigliasse. Lo fa già abbastanza così: lui, il sociologo dichiaratamente di sinistra ma sempre tanto scomodo da ribadire, anche qui, che questa di oggi «ha completamente smarrito la bussola», spinge il suo abito politically uncorrect al punto da sfornare un testo «adottabile» dalla Lega? Sì, se ci si ferma alle statistiche lungo cui si snoda questo Saggio sulla giustizia territoriale, ai numeri e alle formule matematiche che ambiscono a «ricostruire dalle fondamenta la contabilità nazionale» perché «servono lenti nuove per guardare l’ Italia senza le lacune e le zone cieche della contabilità ufficiale». Solo che è proprio a fermarsi lì, che scatta l’altra trappola: quella del federalismo. Uno legge, per dire, le analisi che accompagnano la mappa regione per regione del «tasso di parassitismo» (per la cronaca: Lombardia sotto il 15 per cento, Sicilia al 45 per cento) e la conclusione è automatica: sì, la risposta è il federalismo. Lo è pure per Ricolfi. In teoria, però. Nei fatti, dice, quello che servirebbe è «un federalismo innovativo», uno scenario in cui la politica «si rende conto che l’ unica possibilità che l’ Italia ha di fermare il declino» è riconoscere che «il divario Nord-Sud è solo un divario di produzione, non di consumi e tenore di vita. Brutalmente: il Mezzogiorno non ha alcun interesse immediato a cambiare uno stato di cose che gli ha permesso di vivere largamente al di sopra dei propri mezzi». Musica per la Lega? Di nuovo: in teoria. Nella realtà, è inutile nascondersi: un federalismo «continuista conviene alla maggior parte del ceto politico, di destra e di sinistra, che non ha alcun interesse a razionalizzare la spesa: vorrebbe dire segare il ramo su cui si è seduti». Il che non è solo improbabile: sarebbe comunque complicato, visto che seguire la strada «innovativa», anziché «un federalismo mal fatto, pasticciato o di bandiera che può essere peggio di nessuna riforma» («farebbe solo lievitare la spesa pubblica»), implicherebbe affrontare «resistenze e tensioni fortissime». Ed è ovvio: «Non si può semplicemente chiudere i rubinetti. Avremmo le rivolte nelle piazze, il crollo dell’ occupazione, la recrudescenza della criminalità organizzata». Alibi perfetto perché tutto continui come prima. Strada sicura perché il declino italiano diventi irreversibile. Non, però, unica strada. È chiaro, dice Ricolfi, che se per esempio tagliassimo gli 8 miliardi che lo Stato paga ai falsi invalidi la rivolta non sarebbe indolore: sono sacche parassitarie «e» serbatoi elettorali. Se però facessimo un baratto virtuoso? «Se per ogni cento falsi invalidi scoperti si inaugurasse solennemente un nuovo asilo nido?». Ci sarebbero mamme e papà e datori di lavoro «grati». Solo che «è difficile pensare» che «le aspirazioni dei cittadini» possano prevalere sulle «esigenze di autoconservazione del ceto politico». Per cui, rassegniamoci: «È probabile che il sacco del Nord continui e con esso il lento declino del Paese».Ricolfi Luca

Eurostat: disoccupazione in crescita

Sale il tasso di disoccupazione in Europa: nella zona dell’euro, in dicembre, ha raggiunto il 10% contro il 9,9% di novembre e l’8,2% del dicembre 2008. Come rileva Eurostat, che ha diffuso le cifre, si tratta del dato peggiore dall’agosto 1998. Anche nell’Unione europea a 27 membri i disoccupati sono aumentati e il tasso è arrivato al 9,6% (9,5% in novembre, 7,6% un anno fa). Quanto all’ Italia, i disoccupati sono l’8,5%, in crescita rispetto a novembre (8,3%) e soprattutto rispetto al dicembre 2008 (7%).

In Italia, il tasso è particolarmente elevato fra i giovani sotto i 25 anni (26,2% didisoccupati) e fra le donne (10%) mentre gli uomini sopra i 25 anni senza lavoro sono il 7,5%. Nell’Unione europea, secondo le stime di Eurostat, a dicembre 23,012 millioni di uomini e di donne, di cui 15,763 milioni nell’eurozona, erano disoccupati. Rispetto a novembre, il numero dei senza lavoro è cresciuto di 163 mila nell’Ue a 27 e di 87 mila nell’area dell’euro.

Più drammatico il confronto anno su anno: rispetto a dicembre 2008, la disoccupazione è aumentata di 4,628 milioni nell’Europa a 27 e di 2,787 milioni nell’eurozona; in un anno, tutti gli Stati europei hanno registrato un aumento dei senza lavoro, raggiungendo il livello record dall’agosto del 1998. Fra gli stati membri, i tassi di disoccupazione più bassi sono stati registrati in Olanda (4% ) e Austria (5,4%), e i più alti in Lettonia (22,8% e Spagna (19,5%). Infine, l’Eurostat ricorda i dati di Stati Uniti e Giappone: in Usa, il tasso di disoccupazione in dicembre è stato pari al 10%, in Giappone del 5,2% in novembre.

Senza una riflessione profonda che metta in discussione i dogmi del capitalismo liberista non se ne uscirà. Lo abbiamo già detto, lo diciamo e lo diremo ancora: la parola tabù è “protezionismo” e finché non potrà essere pronunciata l’Occidente continuerà ad avvitarsi in una spirale di crisi senza via d’uscita. La globalizzazione senza limiti e paletti sta portando il mondo alla rovina.disoccupazione

Vertice economico a Davos senza Cina e USA

Finanza e politica insieme per ritrovare qualcosa di molto più importante del tempo proustiano: la fiducia reciproca. Imprenditori, banchieri, analisti e trenta capi di Stato si riuniscono a Davos, in occasione della quarantesima edizione del World Economic Forum, per un confronto ad ampio raggio sui temi più scottanti dell’attuale panorama economico internazionale. L’agenda è ambiziosa e complessa: dall’attuazione delle “exit strategy” ai bonus dei manager, dalle regole comuni per la finanza alle possibili derive populistiche di certe scelte politiche. Si tratta insomma di capire, a più di un anno dal crollo di Lehman Brothers, il vero simbolo della grande crisi e della fine di un certo modo d’intendere la finanza e il mercato, che cosa si possa fare per ricostruire il sistema su nuove fondamenta.
A fare notizia non sono, paradossalmente, le presenze. Pochi se ne sono accorti, ma due nomi eccellenti mancheranno ai lavori: Pechino e Washington. In effetti, stando almeno al programma del vertice, non ci saranno le rappresentanze dei rispettivi Governi. Nel caso della Cina, è previsto soltanto un video messaggio del vice premier Li Keqiang (giovedì). Nel secondo, invece, un dibattito “sulle prospettive dell’economia americana” alla presenza di Larry Summers, consigliere economico di Obama (venerdì). Non ci sarà il segretario al Tesoro statunitense, Timothy Geithner, alle prese con la spinosa vicenda del salvataggio di Aig, e non ci sarà Ben Bernanke, presidente della Fed, la cui riconferma è ancora in discussione al Congresso nonostante l’ottimismo mostrato dall’élite democratica. Assenze di relatori di peso, dunque. Assenze che contano, soprattutto in un momento così delicato per l’Amministrazione Obama, che, a fronte di un pesante calo dei consensi, si appresta a varare una riforma finanziaria fortemente osteggiata dalle banche e che molti accusano già di populismo.
Malgrado tali assenze, il dibattito a Davos si preannuncia assai denso. Ad aprire le danze sarà oggi il presidente francese, Nicolas Sarkozy. Nei prossimi quattro giorni – il Forum si chiuderà domenica – sono attese 2.500 personalità del mond0 economico, politico e imprenditoriale. Ci saranno, tra gli altri, sessanta ministri di vari Governi e i rappresentanti delle organizzazioni internazionali. Non mancheranno di certo Dominique Strauss-Kahn, direttore dell’Fmi, Pascal Lamy, presidente della Wto (Organizzazione mondiale del commercio) e Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea (Bce). I manager di alto livello saranno complessivamente oltre 1.400, ai quali si aggiungeranno i rappresentanti delle organizzazioni non governative e dei mass media. Sono attesi, inoltre, un messaggio del presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, uno del premier giapponese, Yukio Hatoyama, e uno del presidente della Corea del Sud, Lee Myung-Bak.
Ma le vere celebrità, i nomi che tutti aspettano, sono quelli dei grandi di Wall Street. La loro rappresentanza, a differenza dell’anno scorso, sarà molto nutrita: Robert E. Diamond, presidente di Barclays, Vikram Pandit, amministratore delegato di Citigroup, Brian Moynihan, amministratore delegato di Bank of America, John Mack di Morgan Stanley, e Josef Akerman di Deutsche Bank.
Sul piano dei contenuti, il ritorno della fiducia sarà uno dei grandi temi, insieme a quelli delle soluzioni e dei correttivi, del salvataggio della banche, delle procedure di ritiro delle misure straordinarie anticrisi e della necessità – o l’utilità – dei super bonus. I 1.200 manager di 52 Paesi che hanno risposto al sondaggio della società britannica PricewaterhouseCoopers temono il protrarsi della crisi e un eccesso di regolazione, ma riscoprono la fiducia al punto da pensare di tornare ad assumere: il 40 per cento prevede una crescita dell’organico delle aziende che guida, il 25 teme ancora tagli. In generale l’81 per cento è ottimista sulle prospettive a dodici mesi (lo scorso anno era il 64 per cento) mentre il 18 per cento resta pessimista (nel 2009 era il 35). L’ottimismo è rafforzato anche dalle ultime previsioni dell’Fmi, che ieri ha rivisto al rialzo le stime di crescita mondiale per il biennio 2010-2011 fissandola al più 3,9-4,3 per cento.
A Davos, infine, ci sarà spazio anche per l’agricoltura. Kanayo F. Nwanze, il presidente dell’Ifad, il Fondo delle Nazioni Unite per lo sviluppo agricolo, ha dichiarato ieri che “un’agricoltura sana agisce da moltiplicatore positivo per le economie locali; a Davos intendo mostrare come il legame tra i piccoli agricoltori e il settore privato sia fondamentale per costruire l’economia dei Paesi in via di sviluppo”. Nel programma del vertice, tuttavia, manca una sessione esplicitamente dedicata a temi di questo tipo.world economic forum

Manzato: “Il Veneto accelera sui PSR”

IL VICEPRESIDENTE MANZATO: “IL VENETO INVESTE SUI SUOI IMPRENDITORI E ACCELERA LA SPESA DEI FONDI PSR”

“Il Veneto sta dando una accelerata decisa alla spesa agricola del Programma di Sviluppo Rurale. Purtroppo non è così in tutte le Regioni, soprattutto al Sud, dove tra l’altro, in base alle disposizioni comunitarie, sono stati assegnati più finanziamenti che al Nord che rischiano di essere persi”. Il vicepresidente della Giunta regionale Franco Manzato condivide le preoccupazioni del ministro delle politiche agricole Luca Zaia sui rischi di disimpegno di fondi destinati ai PSR. “Alcuni cambiamenti di procedura avevano creato qualche preoccupazione anche da noi – ha aggiunto Manzato – ma abbiamo posto rimedio. Sconcerta invece constatare che molte amministrazioni regionali del Sud non riescano a spendere per la loro agricoltura, con il conseguente rischio di perdere i soldi. E non ci sarà un’altra occasione per recuperarli”.
La materia è piuttosto intricata ma nello stesso tempo semplice: i finanziamenti comunitari devono spesi entro un determinato lasso di tempo, altrimenti vengono “disimpegnati”, cioè tolti a coloro cui erano stati attribuiti inizialmente e riassegnati ai Paesi che sanno spendere meglio. “Per quanto ci riguarda – spiega Manzato – il Veneto ha avuto dei ritardi iniziali perché abbiamo limitato i “trascinamenti” del precedente PSR, destinando la spesa a misure effettivamente nuove. Abbiamo anche avuto qualche problema sul cosiddetto Asse 2(miglioramento dell’ambiente e dello spazio rurale) come effetto delle innovazioni delle norme europee e di alcune limitazioni comunitarie sugli impegni e sull’importo dei premi, oltre che per le modifiche circa i controlli sulle superfici. In ogni caso abbiamo già recuperato rispetto alle altre Regioni e stiamo ulteriormente accelerando: abbiamo approvato un bando da 166 milioni di spesa sugli Asse 1 (miglioramento della competitività del settore agricolo e forestale) e 3 (qualità della vita nelle zone rurali e diversificazione dell’economia); stiamo rinegoziando con la Commissione l’entità dei premi sull’asse 2, per il quale entro un mese uscirà un ulteriore bando che renderà disponibili tutte le risorse previste per il periodo di programmazione 2008 – 2013. L’AVEPA, l’organismo pagatore regionale, dovrebbe inoltre pagare entro giugno sia il residuo 2008, sia il saldo 2009 delle misure a superficie dell’asse 2. Ad Avepa – conclude Manzato – abbiamo pure imposto di migliorare le performance di pagamento, facendoci interpreti delle esigenze dei nostri imprenditori agricoli

Obama al Congresso: “non mollo sulle riforme”

Il presidente Usa Barack Obama ha riportato la lotta alla disoccupazione in testa alla sua agenda e promesso che non abbandonerà il suo impegno sulla riforma sanitaria dopo la battuta d’arresto subita in Massachusetts, dove i democratici hanno perso un seggio cruciale al Senato che ha messo in dubbio la forza della sua leadership. Dopo il calo di popolarità e la sconfitta in Massachusetts, Obama ha detto che è stato un anno difficile e ha riconosciuto alcuni errori.

«Io non mollo», ha esclamato nel suo discorso al Congresso sullo stato dell’Unione ieri. Dinnanzi alle difficoltà della sua ambiziosa agenda su riforma sanitaria e cambiamenti climatici, il presidente Usa ha usato il tradizionale discorso per risintonizzarsi con i problemi dell’americano medio, focalizzati essenzialmente sulla debolezza dell’economia e sulla disoccupazione con tassi ormai a due cifre.
Obama ha cercato di mostrare agli americani che capisce e condivide il loro dolore, prendendo tempo per rinsaldare la sua amministrazione.

«Il lavoro deve essere il nostro primo focus nel 2010», ha detto al Congresso dove molti democratici temono di perdere il seggio nelle elezioni previste a Novembre. Nonostante abbia segnalato un cambiamento di priorità nella sua agenda, portando in testa l’economia, il presidente non ha ammesso la sconfitta dei suoi sforzi per portare avanti la riforma sanitaria e trovare un consenso bipartisan sul fronte del cambiamento climatico.

La sconfitta in Massachusetts è stata letta da alcuni analisti politici come un referendum sulla sua agenda, che ha messo in risalto l’ansia sulla riforma sanitaria e la frustrazione su un tasso di disoccupazione al 10%.

«La gente non ha lavoro. La gente soffre. Ha bisogno del nostro aiuto. E voglio una provvedimento sull’occupazione sulla mia scrivania senza alcun rinvio», ha detto, appellandosi ad un nuovo sforzo bipartisan per affrontare i problemi dell’americano medio.

Il fatto è che un uomo da solo non può fare granché. Su Barak Hussein Obama furono riposte aspettative irrazionali, non motivate da alcun elemento oggettivo. Oggi il Presidente USA è prigioniero del suo personaggio, ma non sta recitando a teatro. Sta svolgendo un ruolo maledettamente serio per il quale la buona ars retorica serve solo davanti ai riflettori della TV, e basta. Quando si creano troppe aspettative su qualcuno, si finisce per rimanere delusi.

Noi dell’ “Altra campana” forse saremo tra i pochi a non soffrire per l’eventuale fallimento di Obama. Non perché tifassimo contro di lui che, anzi, ci sta simpatico e probabilmente è più bravo di quanto ci sembrasse a prima vista; ma perché non avevamo alcuna aspettativa e dunque Obama non potrà mai deluderci. E’ un bel vantaggio, nell’analisi obiettiva del suo operato.obama hussein

FIAT: 30mila in CIG e 2 settimane di stop

Tutto chiuso per due settimane. Dal 22 febbraio al 7 marzo le fabbriche italiane di Fiat – Mirafiori, Melfi, Termini Imerese, Pomigliano, Cassino e Val di Sangro – spegneranno gli impianti e i 30mila operai del gruppo andranno in cassa integrazione. Colpa, spiega l’azienda, di un gennaio terribile: gli ordini sono precipitati «a un livello ancora più basso di quello registrato a gennaio dell’anno scorso, quando il mercato era in grave crisi».

Sarà l’effetto incentivi al contrario: con la fine delle agevolazioni gli italiani hanno smesso di comprare, e chi vuole procurarsi una macchina adesso aspetta i nuovi aiuti pubblici a cui sta lavorando il governo. L’Unrae, che associa le case automobilistiche straniere, calcola una diminuzione degli ordini del 7%. I sindacati sono sorpresi e arrabbiati. «Non ce lo aspettavamo» ammette Eros Panicali della Uilm, «è un segnale molto grave» sullo stato di salute dell’industria dell’auto, aggiunge Roberto Di Maulo della Fismic chiedendo che il governo si sbrighi con gli incentivi, «è una decisione politica» sbotta un infuriato Giorgio Airaudo della Fiom. Anche il governo è rimasto spiazzato. «È una decisione a freddo che interrompe in qualche modo il filo del dialogo sociale» ha commentato il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. La Borsa si è fatta l’immagine di un’azienda in difficoltà: sono andate avanti le vendite iniziate lunedì dopo la presentazione dei conti, il titolo ha perso un altro 0,79% scendendo a 9,46 euro.

Nelle fabbriche Fiat del Sud intanto la protesta sta degenerando. A Termini Imerese ma anche a Pomigliano D’Arco. Nello stabilimento napoletano 38 ex lavoratori della Fiat a cui non è stato rinnovato il contratto a fine anno stanno occupando la sala consiliare del Municipio da due mesi. Ieri sono saliti sul tetto del palazzo, lì hanno acceso un fuoco e minacciato di buttarvisi dentro. Poi sono scesi, e sono andati ad occupare l’ufficio del sindaco Antonio Della Ratta, che ha promesso loro un incontro con il prefetto. Dopodiché sono andati a manifestare per le strade della città campana. Considerato che a marzo scadranno altri 55 contratti, la protesta della fabbrica napoletana – dove l’azienda ha promesso che sposterà la produzione della Panda (oggi in Polonia) dal 2011 – è destinata ad allargarsi ulteriormente.

Nel frattempo a Termini Imerese gli operai della Delivery Mail – azienda dell’indotto che si occupava della pulizia dei cassoni –, quelli che da una settimana protestano dal tetto della fabbrica palermitana di Fiat, chiedendo il rinnovo del contratto scaduto, hanno chiamato i parenti che hanno bloccato i cancelli dello stabilimento. Risultato: i Tir che portavano i pezzi per costruire le macchine non sono potuti entrare, la produzione si è fermata.

La chiusura delle fabbriche annunciata ieri non può che inasprire gli animi. Soprattutto perché lunedì, presentando i conti (nel 2009 l’azienda ha perso 800 milioni di euro) l’amministratore delegato Sergio Marchionne ha annunciato che l’azienda pagherà il dividendo agli azionisti. Staccare la cedola, una decisione che rende ovviamente «lieto» Gianluigi Gabetti, il presidente onorario di Exor, la finanziaria degli Agnelli destinata a incassare 67 milioni di euro, ma sembra «uno schiaffo ai lavoratori» agli occhi della Fiom. Si chiarirà anche questo, probabilmente, venerdì, il giorno in cui l’ad Sergio Marchionne e i sindacati torneranno al ministero dello Sviluppo economico per discutere col ministro Claudio Scajola di quello che sta succedendo attorno alla più grande impresa industriale del Paese.Fiat fabbrica

Giorno della Memoria: ma chi sono oggi gli Ebrei?

A 10 anni dall’istituzione per legge del “Giorno della Memoria” riferito alla tragedia della Shoah si avverte con disagio come la comunità ebraica italiana abbia trasformato una commemorazione legittima e doverosa, di un giorno, in un vero e proprio “Festival del Sionismo”, che inizia il giorno successivo all’Epifania e alla fine delle festività legate al Natale cristiano per durare fino ai primi di febbraio: un giorno è diventato un mese e i toni sembrano effettivamente fuori luogo visto il contesto italiano, nel quale la comunità ebraica è perfettamente integrata e dove il sentimento antifascista e antinazista è parte costituente del sentimento generale.

Il disagio nasce dalla sensazione che la comunità ebraica voglia quasi attribuire alla gente di oggi un crimine compiuto dal Reich nazista nel secolo scorso. Sarebbe come se il mondo cristiano continuasse ad attribuire agli ebrei di oggi la colpa per la crocifissione di Gesù Cristo, il loro Messia non riconosciuto e Dio fattosi uomo, nonostante Egli stesso abbia perdonato dalla croce i suoi carnefici di duemila anni fa. Nel caso del nazismo, tra l’altro, tutto il mondo cristiano ha subito duramente le conseguenze di quella follia distruttrice pagando con decine di milioni di morti il prezzo della seconda guerra mondiale e la liberazione dal nazismo è stata una festa per tutto l’Occidente.

Viene allora da chiedersi: perché gli ebrei, vittime del nazismo, danno la sensazione in maniera sempre più palese di volersi vendicare contro qualcuno e, non trovando più i nazisti che sono scomparsi, si accaniscono contro i discendenti delle altre vittime del nazismo, che sono anche molto più numerose? Perché loro, discendenti di chi è stato perdonato per il peggiore dei crimini dell’umanità, non sanno perdonare e rifiutano totalmente anche solo l’idea del perdono? Perché cercano di far sentire in colpa chi non ha nessuna colpa?

Ci accorgiamo di conoscere poco gli ebrei di oggi, molto diversi dagli ebrei della Bibbia e del Vangelo. Lasciamo spazio alla riflessione sottostante, sotto forma di trattato breve di uno studioso della materia, dal titolo significativo “Platone è un amico ma la verità è un’amica ancor più grande”; l’autore chiede l’anonimato per paura di violenze e ritorsioni. A questo livello di intolleranza razzista verso noi cristiani siamo arrivati, quando il Giorno della Memoria era invece stato pensato per eliminare ogni traccia di intolleranza e di razzismo, di incomprensione tra diverse culture e per impedire che potessero tornare i presupposti per la crescita di folli idee antisemite finalizzate allo sterminio di una genìa. La Chiesa, attraverso la NOSTRA AETATE, ha compiuto un passo avanti decisivo e sostanziale; e la comunità ebraica farà mai qualcosa di vero, al di là delle operazioni di facciata?
===================================================

AMICUS PLATUS SED MAGIS AMICA VERITAS.
Estratti da articoli israeliani

Voglio iniziare questo mio scritto richiamandomi e spinto dall’imperativo assoluto della ricerca e dell’adesione alla verità, condensato magnificamente nel broccardo latino citato nel titolo; mi sarà indispensabile per forgiare una premessa che risulta fondamentale nei tempi che corrono. Ma di questo, in seguito. Torniamo (mi sia concessa questa digressione) alla locuzione latina summenzionata, la cui provenienza è controversa: pare, infatti, che la forma originaria, cara ai neoplatonici e invalsa fino al rinascimento – Amicus Socrates, sed magis amica veritas – si debba far risalire a quel passo del dialogo platonico Fedone (91c) laddove si afferma: “E se voi mi date retta, [C] vi preoccuperete poco di Socrate e molto più della verità”; in seguito, l’umanista Nicolò Leoniceno sostituì nell’espressione appena richiamata il nome di Platone a quello del suo maestro Socrate. E poiché essa è simile sostanzialmente a un passo dell’Etica Nicomachea di Aristotele (1096 a, nella parte in cui sentenzia: “D’altronde, senza ombra di dubbio, quando si tratta di salvaguardare la verità, sembrerebbe meglio, e anzi doveroso, mettere da parte le questioni personali, soprattutto se si è filosofi; infatti, anche se entrambe le cose ci sono care, è sacrosanto preferire la verità), venne a questi attribuita nella forma oggi utilizzata. Al di là della paternità, la locuzione testimonia l’esigenza di porre la verità al di sopra di qualsiasi cosa, anche dell’amicizia.
D’altra parte, il Cristianesimo si abbevera alla fonte della verità: per dirla con Sant’Agostino, infatti, pianamente, “esaminando il Vangelo apprendiamo che il Cristo è verità” (La Città di Dio, XVIII, 36). Di più: “la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv, 1, 17, che ribadisce quanto affermato poc’anzi al versetto 14); inoltre, sempre dal Vangelo di Giovanni apprendiamo come Gesù si rivolse “a quei Giudei che avevano creduto in lui: «se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv, 8,31; di che verità si parla? E’ Gesù stesso che, discutendo con i Giudei, ce lo rivela: “Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l’ha fatto” (Gv, 8, 40, ma si veda anche Gv 8, 26)). Infine, ad abundantiam, si deve riportare, sempre dal Vangelo giovanneo, la perentoria affermazione del Cristo che dice: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6).
Quanto puntualizzato serve a ribadire concetti che dovrebbero essere lapalissiani per un cattolico; ciononostante, e visto il contenuto degli articoli giornalistici che si andrà a evocare, è sembrato opportuno a chi scrive richiamarli alla memoria, perché troppo spesso sempre più cattolici di oggi appaiono smodatamente tiepidi (nel linguaggio del politically correct si predica loro l’espressione “cattolici adulti” aut similia), confusi, proni a piegarsi come fuscelli al vento di fronte agli attacchi erosivi (diretti o dissimulati che siano) che quotidianamente arrivano da parte dell’Islam e del Giudaismo talmudico, in nome di una visione edulcorata della propria testimonianza alla verità, vista quasi come accessoria, secondaria, sacrificabile; tutto ciò in forza di una pregiudiziale (e pregiudizievole…) venerazione per il dialogo “senza se e senza ma”, fine a se stesso, scevro troppo spesso da ogni volontà di evangelizzazione, incapace di ribadire e far vieppiù conoscere la verità del Cristo contro l’errore altrui. Mentre, tuttavia, di fronte all’Islam sono ormai non pochi coloro che fanno tintinnare i campanelli d’allarme (certo, si dovrebbe poi esaminare da quale prospettiva si muovono, ma è questo un compito che esula dallo spazio che vuole sondare questo scritto), nel caso del Giudaismo talmudico il silenzio impera e le bocche restano cucite. E’ a questo punto che deve entrare in scena la premessa evocata all’inizio: nell’ora presente pare vigere una sorta di principio in base al quale non si possono (non dico denunciare, ma neanche) riportare e far conoscere alcune posizioni del giudaismo attuale, o riferire determinati comportamenti o azioni dello Stato d’Israele o di alcune lobbies ebraiche, oppure scandagliare con i criteri analitici propri della civiltà europea il sionismo, senza incorrere in un’accusa infamante e indeterminata, vaga e onnicomprensiva, e pertanto buona per tutte le stagioni: quella di essere antisemita. E’ questa imputazione altamente offensiva per un cattolico, perché – a farla breve – semitismo ed antisemitismo concernono a rigore la questione razziale (già qui manifesto la mia personale perplessità circa l’importanza della razza, essendo piuttosto sostenitore della posizione secondo cui ciò che rileva maggiormente è l’etnia e in particolare – e in ultima analisi – la cultura e il linguaggio con cui la si esprime). E nulla ha a che vedere con la questione citata l’analisi e la critica di alcune decisioni o comportamenti di un qualsivoglia Stato, si chiami esso Israele o altro, o di determinati gruppi di pressione che indubitatamente esistono ed operano, o di un movimento quale quello sionista, così decisivo per gli avvenimenti concernenti il Medioriente (ma non solo). E, citando San Paolo (“Non est Judaeus neque Graecus, non est servus neque liber, non est masculus neque femina” (Gal 3,28)), si ribadisce come il razzismo sia davvero cosa antitetica al cattolicesimo, e quindi appare evidentemente strumentale accusare il cattolicesimo medesimo di esserne in qualche modo fomentatore. E a nulla valgono i goffi tentativi di quanti cercano di estendere ad libitum il significato della parola antisemitismo, per farle inglobare anche altri concetti quali quello di antisionismo. Tanto premesso, mi limiterò, tuttavia, onde fugare qualsiasi sospetto, solamente a riportare quanto scritto da alcuni giornali israeliani (Relata refero). Se lo dicono loro…E ciò in ossequio alla verità.
Iniziamo, in primo luogo, con quanto annotato da Akiva Eldar nel novembre dello scorso anno dal noto giornale israeliano HAARETZ (si veda http://www.haaretz.com/hasen/spages/1126286.html), quando ha richiamato un rapporto del Dipartimento di Stato americano, laddove afferma che lo Stato di Israele è intollerante. Fermi; pausa di rilettura e di riflessione…Ora proseguiamo. Dunque, nell’articolo di Haaretz si può leggere che, secondo il rapporto menzionato, “Ad Israele mancano i più basilari requisiti per potersi considerare una società pluralistica e tollerante” (ci si può conseguentemente chiedere, en passant, se tale Stato sia davvero una democrazia, non tanto in senso formale, quanto sostanziale. La risposta che si dà a questo quesito è tanto più importante se si tiene a mente il dogma di “Israele quale unica democrazia del Medioriente”). Prosegue Haaretz: “Nonostante si vanti di favorire la libertà religiosa e la protezione di tutti i siti sacri, Israele in realtà si dimostra molto carente riguardo la tolleranza verso le minoranze, la parità di trattamento dei gruppi etnici, l’apertura nei confronti delle diverse correnti presenti nella società, il rispetto dei luoghi sacri e non. L’esauriente rapporto, redatto dall’Ufficio per la Democrazia, Diritti Umani e Lavoro del Dipartimento di Stato, sostiene che Israele discrimini gruppi di persone quali Musulmani, Testimoni di Geova, Ebrei Riformati, Cristiani, donne e beduini”. Fermiamoci un attimo a riflettere su un passaggio, prima di proseguire: c’è scritto, infatti, che lo Stato di Israele discrimina i Cristiani. E lo asseriscono gli USA. E lo riferisce un giornale israeliano. Ipsi dixerunt. Ne consegue che non si può essere accusati di essere antisemiti se si afferma che lo stato di Israele discrimina i cristiani. Ma come avviene ciò? L’articolo richiamato afferma che “Il rapporto sostiene che la legge del 1967 sulla protezione dei luoghi sacri si riferisce a tutti i gruppi religiosi presenti nel Paese, Gerusalemme inclusa, ma in realtà «il governo istituisce norme a tutela esclusivamente dei siti ebraici. I siti non-ebraici non godono di tutela legale perché il governo non li riconosce come luoghi sacri». A fine 2008, ad esempio, tutti i 137 siti ufficialmente riconosciuti come “sacri” da Israele erano ebraici”. Sottolineo: i luoghi sacri non ebraici non godono di tutela legale. Ciò comporta allora che “molti luoghi cristiani e musulmani vengono considerati trascurati, inaccessibili o a rischio di sfruttamento da parte di imprenditori edili e delle autorità locali”. E Hareetz chiude rifacendosi al fatto che “il rapporto chiede esplicitamente che questa pratica, divenuta routine in Israele e considerata inaccettabile nei paesi civili, venga corretta al più presto”. L’esistenza di questa condotta (apostrofata dal dipartimento di Stato americano come “inaccettabile nei paesi civili”!) dello stato israeliano sarà sconosciuta ai più. E però una verità non conosciuta non comporta la sua inesistenza. E la massima amicus Plato sed magis amica veritas deve trovare qui applicazione.
C’è da chiedersi cosa accadrebbe se la Repubblica italiana, ad esempio, adottasse un comportamento simile a favore dei soli luoghi di culto cattolici. Non giudico in questa sede se sarebbe giusto o meno; mi chiedo piuttosto quali sarebbero le reazioni dei non cattolici (e/o dei “cattolici adulti”). Lascio a chi legge abbozzare una risposta a questo interrogativo, auspicando solo l’utilizzo del principio di non contraddizione immanente alla civiltà europea.
Il secondo articolo che mi pare opportuno citare è stato pubblicato lo scorso novembre da Ma’ariv (http://didiremez.wordpress.com/2009/11/09/settler-rabbi-publishes-the-complete-guide-to-killing-non-jews/), secondo giornale nazionale di Israele. L’autore è Roy Sharon. Si tratta sostanzialmente di una recensione del libro Torat-ha Melekh, giudicato da Ma’ariv come un “tipo di guida per tutti quelli che si chiedono se e e in quali casi è possibile togliere la vita a un non-ebreo”. Tutto ruota attorno all’interrogativo seguente: “Quando è permesso uccidere non-ebrei?”. Nientepopodimeno!!! E pensare che qui nei paesi europei pensavamo di aver raggiunto elevate vette gnoseologiche ogniqualvolta ci impegnamo in accesi dibattiti sugli schemi di gioco delle squadre di calcio e a ipotizzare di quanto lieviti il conto corrente degli arbitri quando favorisce “arbitrariamente” l’avversario della nostra squadra del cuore…Invece, nell’articolo che riportiamo si proclama che “Il libro Torat-ha Melekh (L’insegnamento del Re), pubblicato di recente, è stato scritto dal rabbino Ytzahk Shapira, il rettore della yashivà – centro di studi dei testi sacri ebraici – Od Yosef Hai nella comunità di Ytzahr vicino Nablus, insieme ad un altro rabbino della yashivà, Yossi Elitzur”. Gente importante, insomma; e con appoggi importanti, come si vedrà.
“Il libro contiene non meno di 230 pagine sulle leggi riguardo l’uccisione dei non-ebrei, per tutti coloro che si chiedono se e in quali casi è possibile togliere la vita a un non-ebreo”. Per chi ha letto senza attenzione, repetita iuvant: due famosi rabbini ultra-ortodossi, rabbi Yitzakh Shapira e Yossi Elitzur, che vivono vicino a Nablus, hanno pubblicato un libro che il secondo quotidiano di Israele ha descritto come una sorta di guida completa all’uccisione dei non ebrei: 230 pagine di casistiche che delineano le regole halachiche che consentono l’omicidio dei goym!
Ci saranno estremisti anche nell’unica democrazia mediorientale, dirà qualcuno; senz’altro verranno condannati e ghettizzati (metaforicamente, per carità), aggiungerà qualcun altro. Se da un lato, infatti, “le principali case editrici hanno deciso di non pubblicarlo”, dall’altro lato, invece, “il libro è stato già caldamente raccomandato da alcuni esponenti di destra nonché da diversi rabbini quali Yitzhak Ginsburg, Dov Lior” (tenetevi a mente questo nome) “e Yaakov Yosef, raccomandazioni inserite all’inizio del libro stesso. Inoltre, viene distribuito via Internet e attraverso la yeshivà”. Lungi dall’essere messo all’indice, quindi, il libro viene consigliato da vari rabbini. Mi chiedo se durante la recente visita alla sinagoga romana qualcuno dei nostri (i cattolici, intendo) avrà, dopo aver subito le invettive anti-Pio XII, chiesto spiegazione del libro ai nostri “fratelli maggiori”, reclamato le scuse, preteso una riparazione per poter proseguire il dialogo tra fratelli, togliendo i macigni che ne bloccano il percorso.
Torniamo all’articolo di Ma’ariv, e riportiamo alcuni ulteriori passi considerevoli:
“Il libro include centinaia di fonti riprese dalla Bibbia e dalla legge religiosa e contiene numerose citazioni del rabbino I Abraham Isaac Kook, uno dei padri del sionismo religioso, e del rabbino Shaul Yisraeli, uno dei rettori della yeshivà Mercaz Harav, roccaforte del sionismo religioso nazionale, situata a Gerusalemme”. Fonti autorevoli, pertanto. Ma proseguiamo: “Il libro si apre con un divieto ad uccidere non-ebrei per prevenire, fra le altre cose, le ostilità e una qualsiasi dissacrazione del nome di Dio. Ma molto velocemente gli autori si spostano dal sostenere una posizione di vero e proprio divieto ad una di permesso, fino ad arrivare ad una serie di indulgenze per chi colpisce non-ebrei”. Dunque, divieto di colpire i non ebrei come principio, salvo alcune eccezioni. Vediamo se queste ultime sono anche eccezionali, e citiamo alcuni passi. Non li commenterò; ognuno saprà farlo da sé in maniera acconcia. Mi sento tuttavia di avanzare questo suggerimento: provi il lettore a formare il proprio giudizio sulla base dei valori della nostra civiltà; così facendo potrà capire se questa è propria – o meno – anche di chi esprime le considerazioni citate in questo paragrafo.
“«In ogni situazione in cui la presenza di un non-ebreo mette in pericolo un ebreo, il non- ebreo può essere ucciso anche se è un buon Gentile (non-ebreo) niente affatto colpevole per la situazione che si è creata», affermano gli autori”; perciò “un non-ebreo può essere ucciso anche se non è un nemico dichiarato degli ebrei”!
Inoltre, “«Quando un non-ebreo assiste all’omicidio di un ebreo o ne causa la morte, egli può essere ucciso, e in ogni caso quando la presenza di un non-ebreo mette in pericolo gli ebrei, il non-ebreo può essere ucciso»”!
Altra chicca: “«Un civile che appoggia la guerra dà al re e ai soldati la forza di continuarla. Perciò, ogni cittadino dello Stato che si oppone a noi e incoraggia i soldati o esprime soddisfazione riguardo le loro azioni […] può essere ucciso»”. Stesso trattamento per “«chiunque indebolisca il nostro stato con le parole o con azioni di qualsiasi tipo»”.
Leggete attentamente quanto segue, e quando lo avrete fatto chiudete gli occhi e pensate ai vostri figli – se ne avete – oppure ai figli dei vostri parenti, amici o conoscenti. Infatti “i rabbini Shapira e Elitzur stabiliscono che anche i bambini possono essere colpiti perché sono “d’intralcio”. I rabbini scrivono quanto segue: «Intralci- e i bambini si trovano spesso in questa condizione. Bloccano la strada per la salvezza con la loro presenza e lo fanno assolutamente al di là della loro volontà. Ciononostante, possono essere uccisi perché la loro presenza agevola gli omicidi. C’è piena giustificazione per uccidere bambini quando è chiaro che essi cresceranno per farci del male, e questa è una condizione tale da richiedere che essi siano uccisi deliberatamente, anche al di fuori di scontri tra adulti»”. Uccidere bambini se ritenuti essere pericolosi quando saranno adulti! Gesù invece insegna: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli (Mt 18, 10); e ancora: “E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato»” (Mc 9, 36).
Sempre sui bambini l’articolo di Ma’ariv prosegue ricordando l’insegnamento dei due rabbini autori del libro in commento, secondo cui “i figli di un capo possono essere uccisi per mettergli pressione. Se colpire i figli di un componente dell’esercito dei malvagi può servire a non farlo agire più malvagiamente, allora essi possono essere uccisi”. Da noi, invece, nella civiltà europea, vige una cosuccia che suona più o meno così: la colpa è solo personale, e non discende dai padri ai figli.
In un altro passaggio del libro si statuisce che «coloro che appartengono a una nazione nemica sono da considerarsi nemici perché giustificano omicidi». E chi può uccidere i non ebrei, secondo la casistica stilata da questi nostri fratelli maggiori? Ecco come ne parla l’articolo di Ma’ariv: “In una delle note a piè pagina gli autori sembrano affermare che i singoli individui possono agire di loro spontanea volontà, senza la legittimazione né dello stato né dell’esercito. «Una decisione da parte della nazione non è necessaria per giustificare lo spargimento di sangue dei sostenitori del regno del male”, scrivono i rabbini, “persino i singoli individui della nazione che viene attaccata possono far loro del male»”.
Inoltre “«Dalla legge religiosa abbiamo appreso che i non-ebrei sono generalmente sospettati di spargere il sangue degli ebrei, e in guerra questo sospetto si rafforza ulteriormente. Si deve considerare la possibilità di uccidere i bambini […] in nome del pericolo futuro che essi potrebbero costituire se li si lascia liberi di crescere malvagi come i loro genitori»”. Ecco pertanto che i due pii rabbini chiosano teorizzando estesamente il concetto di assassinio preventivo: siccome i non ebrei sono considerati aprioristicamente ostili, allora si possono ucciderli tranquillamente, in quanto vi è in loro una sorta di presunzione di volontà di uccidere gli ebrei. Questa è la casistica del libro richiamato. Vale la pena riportare la chiusura dell’articolo di Ma’ariv: “Uno degli studenti della yeshivà Od Yosef Hai ha spiegato, secondo il proprio punto di vista, da dove i rabbini Shapira e Elitzur hanno preso il coraggio di parlare così liberamente su un argomento come l’uccisione di non-ebrei: «I rabbini non temono persecuzioni perché in tal caso, Maimonides [Rabbi Moses ben Maimon, 1135–1204] e Nahmanides [Rabbi Moses ben Nahman, 1194–1270], dovrebbero essere processati essi stessi, e in ogni caso si tratta di ricerca sulla legge sacra», afferma lo studente, «e in uno stato ebraico nessuno viene processato perché studia la Torah»”. Amen
Da ultimo, e brevemente, mi rifaccio a uno scritto di Gil Ronen, intitolato “Rabbis to US Ambassador: Time to ‘Go Biblical’ with Arabs” (I rabbini all’ambasciatore: è tempo di trattare gli arabi in modo biblico) e riportato nel sito http://www.israelnationalnews.com/.
In questo pezzo si fa il resoconto dell’incontro avvenuto qualche mese fa tra una delegazione di rabbini del Congresso rabbinico per la pace (sic!) e l’ambasciatore americano in Israele, James Cunningham. Durante il tete-a-tete gli studiosi religiosi hanno pontificato apertis verbis che è giunto il tempo di utilizzare l’approccio biblico alla controversia sulla terra d’Israele; infatti, secondo loro, la formula “pace in cambio di terra” cozza contro la volontà divina, è pericolosa e porta sangue ed instabilità nella regione e danneggia gli interessi degli U.S.A. (il capo delegazione, Rabbi Joseph Gerlitzky, ha presentato all’ambasciatore americano un documento sottoscritto da 350 illustri rabbini di Israele, secondo i quali è vietato, in base alla legge religiosa ebraica, cedere ogni zolla di territorio controllato da Israele; inoltre, e “in nome della schiacciante maggioranza dei rabbini in Israele”, ha intimato all’ambasciatore di rendere edotto Obama del documento e di chiedergli di cambiare la politica americana nella regione, sulla base del fatto che la formula “land for peace” non funziona). Di più, “Non esiste nessun processo di pace, è solo un gioco di parole”, ha sentenziato Rabbi Sholom Gold, tra i principali rabbini di Gerusalemme. In modo tracotante, inoltre, il rabbino Dov Lior (chi è? Leggete sopra: è uno di quelli che appoggiano il libro-guida sull’uccisione dei non ebrei trattato sopra) ha ricordato all’ambasciatore che Dio ha concesso agli USA il potere e l’influenza per dominare il mondo; ma ha aggiunto anche che la chiave del successo americano sta nel sostegno fornito a Israele! Cunningan si è invece sollecitato a ribadire che solo coinvolgendo i Palestinesi e tenendo in considerazione anche le loro esigenze si potrà risolvere il problema nella Terrasanta (si noti che questo è quanto continuano a ripetere anche gli Stati europei e i loro vari rappresentanti istituzionali in ogni sede: è, quindi, la posizione dell’Europa, ma anche degli USA e dell’ONU). In modo solerte Rabbi Gold ha voluto ribattere che “da quando abbiamo iniziato a prendere in considerazione i Palestinesi la situazione è solo peggiorata”. A questo punto il povero Cunningan non ha potuto sottrarsi dal chiedere lumi ai devoti rabbini, questuando loro la soluzione per risolvere la questione mediorientale. Oracolo del rabbino Gerlitzky: “Bisogna cambiare l’intero approccio. Noi tutti crediamo nella Sacra Bibbia ma finora abbiamo provato qualsiasi formula eccetto quella ivi delineata”. Frase sibillina. Interpretazione da paura, anche in considerazione di quanto sopra riportato. Cos’è il trattamento biblico (attenzione: in uno scenario interpretativa della Bibbia che esula dalla venuta di Cristo, come quello del giudaismo talmudico) preconizzato dai rabbini in visita all’ambasciatore? Speriamo non si basi sull’equazione palestinesi = cananei (si veda il libro dei Numeri, capitolo 21, versetto 3).