A 10 anni dall’istituzione per legge del “Giorno della Memoria” riferito alla tragedia della Shoah si avverte con disagio come la comunità ebraica italiana abbia trasformato una commemorazione legittima e doverosa, di un giorno, in un vero e proprio “Festival del Sionismo”, che inizia il giorno successivo all’Epifania e alla fine delle festività legate al Natale cristiano per durare fino ai primi di febbraio: un giorno è diventato un mese e i toni sembrano effettivamente fuori luogo visto il contesto italiano, nel quale la comunità ebraica è perfettamente integrata e dove il sentimento antifascista e antinazista è parte costituente del sentimento generale.
Il disagio nasce dalla sensazione che la comunità ebraica voglia quasi attribuire alla gente di oggi un crimine compiuto dal Reich nazista nel secolo scorso. Sarebbe come se il mondo cristiano continuasse ad attribuire agli ebrei di oggi la colpa per la crocifissione di Gesù Cristo, il loro Messia non riconosciuto e Dio fattosi uomo, nonostante Egli stesso abbia perdonato dalla croce i suoi carnefici di duemila anni fa. Nel caso del nazismo, tra l’altro, tutto il mondo cristiano ha subito duramente le conseguenze di quella follia distruttrice pagando con decine di milioni di morti il prezzo della seconda guerra mondiale e la liberazione dal nazismo è stata una festa per tutto l’Occidente.
Viene allora da chiedersi: perché gli ebrei, vittime del nazismo, danno la sensazione in maniera sempre più palese di volersi vendicare contro qualcuno e, non trovando più i nazisti che sono scomparsi, si accaniscono contro i discendenti delle altre vittime del nazismo, che sono anche molto più numerose? Perché loro, discendenti di chi è stato perdonato per il peggiore dei crimini dell’umanità, non sanno perdonare e rifiutano totalmente anche solo l’idea del perdono? Perché cercano di far sentire in colpa chi non ha nessuna colpa?
Ci accorgiamo di conoscere poco gli ebrei di oggi, molto diversi dagli ebrei della Bibbia e del Vangelo. Lasciamo spazio alla riflessione sottostante, sotto forma di trattato breve di uno studioso della materia, dal titolo significativo “Platone è un amico ma la verità è un’amica ancor più grande”; l’autore chiede l’anonimato per paura di violenze e ritorsioni. A questo livello di intolleranza razzista verso noi cristiani siamo arrivati, quando il Giorno della Memoria era invece stato pensato per eliminare ogni traccia di intolleranza e di razzismo, di incomprensione tra diverse culture e per impedire che potessero tornare i presupposti per la crescita di folli idee antisemite finalizzate allo sterminio di una genìa. La Chiesa, attraverso la NOSTRA AETATE, ha compiuto un passo avanti decisivo e sostanziale; e la comunità ebraica farà mai qualcosa di vero, al di là delle operazioni di facciata?
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AMICUS PLATUS SED MAGIS AMICA VERITAS.
Estratti da articoli israeliani
Voglio iniziare questo mio scritto richiamandomi e spinto dall’imperativo assoluto della ricerca e dell’adesione alla verità, condensato magnificamente nel broccardo latino citato nel titolo; mi sarà indispensabile per forgiare una premessa che risulta fondamentale nei tempi che corrono. Ma di questo, in seguito. Torniamo (mi sia concessa questa digressione) alla locuzione latina summenzionata, la cui provenienza è controversa: pare, infatti, che la forma originaria, cara ai neoplatonici e invalsa fino al rinascimento – Amicus Socrates, sed magis amica veritas – si debba far risalire a quel passo del dialogo platonico Fedone (91c) laddove si afferma: “E se voi mi date retta, [C] vi preoccuperete poco di Socrate e molto più della verità”; in seguito, l’umanista Nicolò Leoniceno sostituì nell’espressione appena richiamata il nome di Platone a quello del suo maestro Socrate. E poiché essa è simile sostanzialmente a un passo dell’Etica Nicomachea di Aristotele (1096 a, nella parte in cui sentenzia: “D’altronde, senza ombra di dubbio, quando si tratta di salvaguardare la verità, sembrerebbe meglio, e anzi doveroso, mettere da parte le questioni personali, soprattutto se si è filosofi; infatti, anche se entrambe le cose ci sono care, è sacrosanto preferire la verità), venne a questi attribuita nella forma oggi utilizzata. Al di là della paternità, la locuzione testimonia l’esigenza di porre la verità al di sopra di qualsiasi cosa, anche dell’amicizia.
D’altra parte, il Cristianesimo si abbevera alla fonte della verità: per dirla con Sant’Agostino, infatti, pianamente, “esaminando il Vangelo apprendiamo che il Cristo è verità” (La Città di Dio, XVIII, 36). Di più: “la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv, 1, 17, che ribadisce quanto affermato poc’anzi al versetto 14); inoltre, sempre dal Vangelo di Giovanni apprendiamo come Gesù si rivolse “a quei Giudei che avevano creduto in lui: «se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv, 8,31; di che verità si parla? E’ Gesù stesso che, discutendo con i Giudei, ce lo rivela: “Ora invece cercate di uccidere me, che vi ho detto la verità udita da Dio; questo, Abramo non l’ha fatto” (Gv, 8, 40, ma si veda anche Gv 8, 26)). Infine, ad abundantiam, si deve riportare, sempre dal Vangelo giovanneo, la perentoria affermazione del Cristo che dice: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6).
Quanto puntualizzato serve a ribadire concetti che dovrebbero essere lapalissiani per un cattolico; ciononostante, e visto il contenuto degli articoli giornalistici che si andrà a evocare, è sembrato opportuno a chi scrive richiamarli alla memoria, perché troppo spesso sempre più cattolici di oggi appaiono smodatamente tiepidi (nel linguaggio del politically correct si predica loro l’espressione “cattolici adulti” aut similia), confusi, proni a piegarsi come fuscelli al vento di fronte agli attacchi erosivi (diretti o dissimulati che siano) che quotidianamente arrivano da parte dell’Islam e del Giudaismo talmudico, in nome di una visione edulcorata della propria testimonianza alla verità, vista quasi come accessoria, secondaria, sacrificabile; tutto ciò in forza di una pregiudiziale (e pregiudizievole…) venerazione per il dialogo “senza se e senza ma”, fine a se stesso, scevro troppo spesso da ogni volontà di evangelizzazione, incapace di ribadire e far vieppiù conoscere la verità del Cristo contro l’errore altrui. Mentre, tuttavia, di fronte all’Islam sono ormai non pochi coloro che fanno tintinnare i campanelli d’allarme (certo, si dovrebbe poi esaminare da quale prospettiva si muovono, ma è questo un compito che esula dallo spazio che vuole sondare questo scritto), nel caso del Giudaismo talmudico il silenzio impera e le bocche restano cucite. E’ a questo punto che deve entrare in scena la premessa evocata all’inizio: nell’ora presente pare vigere una sorta di principio in base al quale non si possono (non dico denunciare, ma neanche) riportare e far conoscere alcune posizioni del giudaismo attuale, o riferire determinati comportamenti o azioni dello Stato d’Israele o di alcune lobbies ebraiche, oppure scandagliare con i criteri analitici propri della civiltà europea il sionismo, senza incorrere in un’accusa infamante e indeterminata, vaga e onnicomprensiva, e pertanto buona per tutte le stagioni: quella di essere antisemita. E’ questa imputazione altamente offensiva per un cattolico, perché – a farla breve – semitismo ed antisemitismo concernono a rigore la questione razziale (già qui manifesto la mia personale perplessità circa l’importanza della razza, essendo piuttosto sostenitore della posizione secondo cui ciò che rileva maggiormente è l’etnia e in particolare – e in ultima analisi – la cultura e il linguaggio con cui la si esprime). E nulla ha a che vedere con la questione citata l’analisi e la critica di alcune decisioni o comportamenti di un qualsivoglia Stato, si chiami esso Israele o altro, o di determinati gruppi di pressione che indubitatamente esistono ed operano, o di un movimento quale quello sionista, così decisivo per gli avvenimenti concernenti il Medioriente (ma non solo). E, citando San Paolo (“Non est Judaeus neque Graecus, non est servus neque liber, non est masculus neque femina” (Gal 3,28)), si ribadisce come il razzismo sia davvero cosa antitetica al cattolicesimo, e quindi appare evidentemente strumentale accusare il cattolicesimo medesimo di esserne in qualche modo fomentatore. E a nulla valgono i goffi tentativi di quanti cercano di estendere ad libitum il significato della parola antisemitismo, per farle inglobare anche altri concetti quali quello di antisionismo. Tanto premesso, mi limiterò, tuttavia, onde fugare qualsiasi sospetto, solamente a riportare quanto scritto da alcuni giornali israeliani (Relata refero). Se lo dicono loro…E ciò in ossequio alla verità.
Iniziamo, in primo luogo, con quanto annotato da Akiva Eldar nel novembre dello scorso anno dal noto giornale israeliano HAARETZ (si veda http://www.haaretz.com/hasen/spages/1126286.html), quando ha richiamato un rapporto del Dipartimento di Stato americano, laddove afferma che lo Stato di Israele è intollerante. Fermi; pausa di rilettura e di riflessione…Ora proseguiamo. Dunque, nell’articolo di Haaretz si può leggere che, secondo il rapporto menzionato, “Ad Israele mancano i più basilari requisiti per potersi considerare una società pluralistica e tollerante” (ci si può conseguentemente chiedere, en passant, se tale Stato sia davvero una democrazia, non tanto in senso formale, quanto sostanziale. La risposta che si dà a questo quesito è tanto più importante se si tiene a mente il dogma di “Israele quale unica democrazia del Medioriente”). Prosegue Haaretz: “Nonostante si vanti di favorire la libertà religiosa e la protezione di tutti i siti sacri, Israele in realtà si dimostra molto carente riguardo la tolleranza verso le minoranze, la parità di trattamento dei gruppi etnici, l’apertura nei confronti delle diverse correnti presenti nella società, il rispetto dei luoghi sacri e non. L’esauriente rapporto, redatto dall’Ufficio per la Democrazia, Diritti Umani e Lavoro del Dipartimento di Stato, sostiene che Israele discrimini gruppi di persone quali Musulmani, Testimoni di Geova, Ebrei Riformati, Cristiani, donne e beduini”. Fermiamoci un attimo a riflettere su un passaggio, prima di proseguire: c’è scritto, infatti, che lo Stato di Israele discrimina i Cristiani. E lo asseriscono gli USA. E lo riferisce un giornale israeliano. Ipsi dixerunt. Ne consegue che non si può essere accusati di essere antisemiti se si afferma che lo stato di Israele discrimina i cristiani. Ma come avviene ciò? L’articolo richiamato afferma che “Il rapporto sostiene che la legge del 1967 sulla protezione dei luoghi sacri si riferisce a tutti i gruppi religiosi presenti nel Paese, Gerusalemme inclusa, ma in realtà «il governo istituisce norme a tutela esclusivamente dei siti ebraici. I siti non-ebraici non godono di tutela legale perché il governo non li riconosce come luoghi sacri». A fine 2008, ad esempio, tutti i 137 siti ufficialmente riconosciuti come “sacri” da Israele erano ebraici”. Sottolineo: i luoghi sacri non ebraici non godono di tutela legale. Ciò comporta allora che “molti luoghi cristiani e musulmani vengono considerati trascurati, inaccessibili o a rischio di sfruttamento da parte di imprenditori edili e delle autorità locali”. E Hareetz chiude rifacendosi al fatto che “il rapporto chiede esplicitamente che questa pratica, divenuta routine in Israele e considerata inaccettabile nei paesi civili, venga corretta al più presto”. L’esistenza di questa condotta (apostrofata dal dipartimento di Stato americano come “inaccettabile nei paesi civili”!) dello stato israeliano sarà sconosciuta ai più. E però una verità non conosciuta non comporta la sua inesistenza. E la massima amicus Plato sed magis amica veritas deve trovare qui applicazione.
C’è da chiedersi cosa accadrebbe se la Repubblica italiana, ad esempio, adottasse un comportamento simile a favore dei soli luoghi di culto cattolici. Non giudico in questa sede se sarebbe giusto o meno; mi chiedo piuttosto quali sarebbero le reazioni dei non cattolici (e/o dei “cattolici adulti”). Lascio a chi legge abbozzare una risposta a questo interrogativo, auspicando solo l’utilizzo del principio di non contraddizione immanente alla civiltà europea.
Il secondo articolo che mi pare opportuno citare è stato pubblicato lo scorso novembre da Ma’ariv (http://didiremez.wordpress.com/2009/11/09/settler-rabbi-publishes-the-complete-guide-to-killing-non-jews/), secondo giornale nazionale di Israele. L’autore è Roy Sharon. Si tratta sostanzialmente di una recensione del libro Torat-ha Melekh, giudicato da Ma’ariv come un “tipo di guida per tutti quelli che si chiedono se e e in quali casi è possibile togliere la vita a un non-ebreo”. Tutto ruota attorno all’interrogativo seguente: “Quando è permesso uccidere non-ebrei?”. Nientepopodimeno!!! E pensare che qui nei paesi europei pensavamo di aver raggiunto elevate vette gnoseologiche ogniqualvolta ci impegnamo in accesi dibattiti sugli schemi di gioco delle squadre di calcio e a ipotizzare di quanto lieviti il conto corrente degli arbitri quando favorisce “arbitrariamente” l’avversario della nostra squadra del cuore…Invece, nell’articolo che riportiamo si proclama che “Il libro Torat-ha Melekh (L’insegnamento del Re), pubblicato di recente, è stato scritto dal rabbino Ytzahk Shapira, il rettore della yashivà – centro di studi dei testi sacri ebraici – Od Yosef Hai nella comunità di Ytzahr vicino Nablus, insieme ad un altro rabbino della yashivà, Yossi Elitzur”. Gente importante, insomma; e con appoggi importanti, come si vedrà.
“Il libro contiene non meno di 230 pagine sulle leggi riguardo l’uccisione dei non-ebrei, per tutti coloro che si chiedono se e in quali casi è possibile togliere la vita a un non-ebreo”. Per chi ha letto senza attenzione, repetita iuvant: due famosi rabbini ultra-ortodossi, rabbi Yitzakh Shapira e Yossi Elitzur, che vivono vicino a Nablus, hanno pubblicato un libro che il secondo quotidiano di Israele ha descritto come una sorta di guida completa all’uccisione dei non ebrei: 230 pagine di casistiche che delineano le regole halachiche che consentono l’omicidio dei goym!
Ci saranno estremisti anche nell’unica democrazia mediorientale, dirà qualcuno; senz’altro verranno condannati e ghettizzati (metaforicamente, per carità), aggiungerà qualcun altro. Se da un lato, infatti, “le principali case editrici hanno deciso di non pubblicarlo”, dall’altro lato, invece, “il libro è stato già caldamente raccomandato da alcuni esponenti di destra nonché da diversi rabbini quali Yitzhak Ginsburg, Dov Lior” (tenetevi a mente questo nome) “e Yaakov Yosef, raccomandazioni inserite all’inizio del libro stesso. Inoltre, viene distribuito via Internet e attraverso la yeshivà”. Lungi dall’essere messo all’indice, quindi, il libro viene consigliato da vari rabbini. Mi chiedo se durante la recente visita alla sinagoga romana qualcuno dei nostri (i cattolici, intendo) avrà, dopo aver subito le invettive anti-Pio XII, chiesto spiegazione del libro ai nostri “fratelli maggiori”, reclamato le scuse, preteso una riparazione per poter proseguire il dialogo tra fratelli, togliendo i macigni che ne bloccano il percorso.
Torniamo all’articolo di Ma’ariv, e riportiamo alcuni ulteriori passi considerevoli:
“Il libro include centinaia di fonti riprese dalla Bibbia e dalla legge religiosa e contiene numerose citazioni del rabbino I Abraham Isaac Kook, uno dei padri del sionismo religioso, e del rabbino Shaul Yisraeli, uno dei rettori della yeshivà Mercaz Harav, roccaforte del sionismo religioso nazionale, situata a Gerusalemme”. Fonti autorevoli, pertanto. Ma proseguiamo: “Il libro si apre con un divieto ad uccidere non-ebrei per prevenire, fra le altre cose, le ostilità e una qualsiasi dissacrazione del nome di Dio. Ma molto velocemente gli autori si spostano dal sostenere una posizione di vero e proprio divieto ad una di permesso, fino ad arrivare ad una serie di indulgenze per chi colpisce non-ebrei”. Dunque, divieto di colpire i non ebrei come principio, salvo alcune eccezioni. Vediamo se queste ultime sono anche eccezionali, e citiamo alcuni passi. Non li commenterò; ognuno saprà farlo da sé in maniera acconcia. Mi sento tuttavia di avanzare questo suggerimento: provi il lettore a formare il proprio giudizio sulla base dei valori della nostra civiltà; così facendo potrà capire se questa è propria – o meno – anche di chi esprime le considerazioni citate in questo paragrafo.
“«In ogni situazione in cui la presenza di un non-ebreo mette in pericolo un ebreo, il non- ebreo può essere ucciso anche se è un buon Gentile (non-ebreo) niente affatto colpevole per la situazione che si è creata», affermano gli autori”; perciò “un non-ebreo può essere ucciso anche se non è un nemico dichiarato degli ebrei”!
Inoltre, “«Quando un non-ebreo assiste all’omicidio di un ebreo o ne causa la morte, egli può essere ucciso, e in ogni caso quando la presenza di un non-ebreo mette in pericolo gli ebrei, il non-ebreo può essere ucciso»”!
Altra chicca: “«Un civile che appoggia la guerra dà al re e ai soldati la forza di continuarla. Perciò, ogni cittadino dello Stato che si oppone a noi e incoraggia i soldati o esprime soddisfazione riguardo le loro azioni […] può essere ucciso»”. Stesso trattamento per “«chiunque indebolisca il nostro stato con le parole o con azioni di qualsiasi tipo»”.
Leggete attentamente quanto segue, e quando lo avrete fatto chiudete gli occhi e pensate ai vostri figli – se ne avete – oppure ai figli dei vostri parenti, amici o conoscenti. Infatti “i rabbini Shapira e Elitzur stabiliscono che anche i bambini possono essere colpiti perché sono “d’intralcio”. I rabbini scrivono quanto segue: «Intralci- e i bambini si trovano spesso in questa condizione. Bloccano la strada per la salvezza con la loro presenza e lo fanno assolutamente al di là della loro volontà. Ciononostante, possono essere uccisi perché la loro presenza agevola gli omicidi. C’è piena giustificazione per uccidere bambini quando è chiaro che essi cresceranno per farci del male, e questa è una condizione tale da richiedere che essi siano uccisi deliberatamente, anche al di fuori di scontri tra adulti»”. Uccidere bambini se ritenuti essere pericolosi quando saranno adulti! Gesù invece insegna: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli (Mt 18, 10); e ancora: “E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato»” (Mc 9, 36).
Sempre sui bambini l’articolo di Ma’ariv prosegue ricordando l’insegnamento dei due rabbini autori del libro in commento, secondo cui “i figli di un capo possono essere uccisi per mettergli pressione. Se colpire i figli di un componente dell’esercito dei malvagi può servire a non farlo agire più malvagiamente, allora essi possono essere uccisi”. Da noi, invece, nella civiltà europea, vige una cosuccia che suona più o meno così: la colpa è solo personale, e non discende dai padri ai figli.
In un altro passaggio del libro si statuisce che «coloro che appartengono a una nazione nemica sono da considerarsi nemici perché giustificano omicidi». E chi può uccidere i non ebrei, secondo la casistica stilata da questi nostri fratelli maggiori? Ecco come ne parla l’articolo di Ma’ariv: “In una delle note a piè pagina gli autori sembrano affermare che i singoli individui possono agire di loro spontanea volontà, senza la legittimazione né dello stato né dell’esercito. «Una decisione da parte della nazione non è necessaria per giustificare lo spargimento di sangue dei sostenitori del regno del male”, scrivono i rabbini, “persino i singoli individui della nazione che viene attaccata possono far loro del male»”.
Inoltre “«Dalla legge religiosa abbiamo appreso che i non-ebrei sono generalmente sospettati di spargere il sangue degli ebrei, e in guerra questo sospetto si rafforza ulteriormente. Si deve considerare la possibilità di uccidere i bambini […] in nome del pericolo futuro che essi potrebbero costituire se li si lascia liberi di crescere malvagi come i loro genitori»”. Ecco pertanto che i due pii rabbini chiosano teorizzando estesamente il concetto di assassinio preventivo: siccome i non ebrei sono considerati aprioristicamente ostili, allora si possono ucciderli tranquillamente, in quanto vi è in loro una sorta di presunzione di volontà di uccidere gli ebrei. Questa è la casistica del libro richiamato. Vale la pena riportare la chiusura dell’articolo di Ma’ariv: “Uno degli studenti della yeshivà Od Yosef Hai ha spiegato, secondo il proprio punto di vista, da dove i rabbini Shapira e Elitzur hanno preso il coraggio di parlare così liberamente su un argomento come l’uccisione di non-ebrei: «I rabbini non temono persecuzioni perché in tal caso, Maimonides [Rabbi Moses ben Maimon, 1135–1204] e Nahmanides [Rabbi Moses ben Nahman, 1194–1270], dovrebbero essere processati essi stessi, e in ogni caso si tratta di ricerca sulla legge sacra», afferma lo studente, «e in uno stato ebraico nessuno viene processato perché studia la Torah»”. Amen
Da ultimo, e brevemente, mi rifaccio a uno scritto di Gil Ronen, intitolato “Rabbis to US Ambassador: Time to ‘Go Biblical’ with Arabs” (I rabbini all’ambasciatore: è tempo di trattare gli arabi in modo biblico) e riportato nel sito http://www.israelnationalnews.com/.
In questo pezzo si fa il resoconto dell’incontro avvenuto qualche mese fa tra una delegazione di rabbini del Congresso rabbinico per la pace (sic!) e l’ambasciatore americano in Israele, James Cunningham. Durante il tete-a-tete gli studiosi religiosi hanno pontificato apertis verbis che è giunto il tempo di utilizzare l’approccio biblico alla controversia sulla terra d’Israele; infatti, secondo loro, la formula “pace in cambio di terra” cozza contro la volontà divina, è pericolosa e porta sangue ed instabilità nella regione e danneggia gli interessi degli U.S.A. (il capo delegazione, Rabbi Joseph Gerlitzky, ha presentato all’ambasciatore americano un documento sottoscritto da 350 illustri rabbini di Israele, secondo i quali è vietato, in base alla legge religiosa ebraica, cedere ogni zolla di territorio controllato da Israele; inoltre, e “in nome della schiacciante maggioranza dei rabbini in Israele”, ha intimato all’ambasciatore di rendere edotto Obama del documento e di chiedergli di cambiare la politica americana nella regione, sulla base del fatto che la formula “land for peace” non funziona). Di più, “Non esiste nessun processo di pace, è solo un gioco di parole”, ha sentenziato Rabbi Sholom Gold, tra i principali rabbini di Gerusalemme. In modo tracotante, inoltre, il rabbino Dov Lior (chi è? Leggete sopra: è uno di quelli che appoggiano il libro-guida sull’uccisione dei non ebrei trattato sopra) ha ricordato all’ambasciatore che Dio ha concesso agli USA il potere e l’influenza per dominare il mondo; ma ha aggiunto anche che la chiave del successo americano sta nel sostegno fornito a Israele! Cunningan si è invece sollecitato a ribadire che solo coinvolgendo i Palestinesi e tenendo in considerazione anche le loro esigenze si potrà risolvere il problema nella Terrasanta (si noti che questo è quanto continuano a ripetere anche gli Stati europei e i loro vari rappresentanti istituzionali in ogni sede: è, quindi, la posizione dell’Europa, ma anche degli USA e dell’ONU). In modo solerte Rabbi Gold ha voluto ribattere che “da quando abbiamo iniziato a prendere in considerazione i Palestinesi la situazione è solo peggiorata”. A questo punto il povero Cunningan non ha potuto sottrarsi dal chiedere lumi ai devoti rabbini, questuando loro la soluzione per risolvere la questione mediorientale. Oracolo del rabbino Gerlitzky: “Bisogna cambiare l’intero approccio. Noi tutti crediamo nella Sacra Bibbia ma finora abbiamo provato qualsiasi formula eccetto quella ivi delineata”. Frase sibillina. Interpretazione da paura, anche in considerazione di quanto sopra riportato. Cos’è il trattamento biblico (attenzione: in uno scenario interpretativa della Bibbia che esula dalla venuta di Cristo, come quello del giudaismo talmudico) preconizzato dai rabbini in visita all’ambasciatore? Speriamo non si basi sull’equazione palestinesi = cananei (si veda il libro dei Numeri, capitolo 21, versetto 3).