Lutto al Bo, è morto Francesco Gentile

Lutto al Bo, è morto Francesco Gentile
Ex preside della facoltà di Giurisprudenza e ordinario di filosofia del diritto, a 73 anni si è spento il figlio del filosofo Marino. In pensione, era malato da tempo
Gentile
PADOVA – Lutto nel mondo accademico patavino. Dopo una lunga malattia, si è spento all’età di 73 anni il professor Francesco Gentile, ex preside della facoltà di Giurisprudenza del Bo (che guidò per due periodi: dal 1989 al 1995 e dal 2001 al 2005).

Figlio del grande filosofo triestino Marino Gentile – il fondatore della scuola filosofica di Padova – il professor Francesco era andato in pensione da appena un mese. Era ordinario di Filosofia del Diritto. Socio dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, accademico honorario extranjero della Real Academia de Jurisprudencia y Legislatión de España, nonché dell’Académie Montesquieu di Bordeaux e della Central European Academy of Science and Art di Timisoara, Gentile ebbe anche una breve esperienza politica: nel 1995 venne scelto dal centrodestra come candidato sindaco contro Flavio Zanonato, che però poi vinse la competizione elettorale.

Francesco Gentile ha sempre considerato la politica come un momento nobile del pensiero, non preda della sola gestione per il potere, proprio per questo egli parlava di intelligenza della politica, seguendo una visione nella quale è proprio la capacità teoretica e morale a guidare l’uomo che si propone di servire per il bene civile. Numerosi i suoi contributi scientifici e la sua capacità didattica che si esprimeva sempre in un tono alto e coinvolgente gli studenti. Legato ad una visione cristiana della vita, ha saputo interpretare anche la prospettiva del mondo moderno, sostenendo che il diritto non è solo figlio del tempo, ma è collegato ad una visione superiore dell’uomo e della vita e che sempre e costantemente non si può costruire un diritto che sia semplicemente quello contro il torto, esso deve essere proposta e contribuire al miglioramento complessivo della vita umana. La politica non era considerata dal filosofo del diritto come il terreno dello contro delle opinioni, delle mode, ma il momento alto, quasi platonicamente il più alto, della vita associata e che vi contribuiva aveva il dovere di impegnarsi a fondo. In questo la sua attività didattica fu eminentemente educativa dei giovani che si preparavano all’attività forense o a quella della magistratura. Scelse di impegnarsi in politica direttamente dando ad essa una visione non di parte o di interessi, ma di idealità e nobiltà, perché fare politica è essere servizio alle persone.

Italo Francesco Baldo

Violenza alle donne è violenza al cristianesimo

“La Giornata internazionale contro la violenza alle donne deve rappresentare un’occasione per riflettere su un fenomeno purtroppo ancora drammaticamente attuale, individuando gli strumenti idonei a combatterlo in quanto coinvolge tutti i paesi e rappresenta una vera emergenza su scala mondiale”. E’ questo uno dei passaggi della nota diffusa dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne.

“La conferenza su questo tema tenuta a Roma in occasione del G8 – ricorda Napolitano – ha fornito dati che valutano in più di 140 milioni le donne vittime di violenze di ogni tipo. Matrimoni forzati che coinvolgono anche bambine, mutilazioni genitali, stupri generalizzati in contesti di guerra non devono apparirci lontani e a noi estranei. Il dolore di quelle donne, di quelle bambine riguarda tutti noi, anche perché la barbarie della violenza contro le donne non è stata estirpata neppure nei paesi economicamente e culturalmente avanzati”. “Molto resta da fare – osserva ancora il presidente della Repubblica – in ogni parte del mondo per sradicare una concezione della donna come oggetto di cui ci si può anche appropriare: è infatti la persistenza di questi aberranti schemi mentali a favorire il riprodursi di insopportabili atti di sopraffazione anche in ambito familiare”.

Alle molto opportune e ben calibrate parole del Presidente della Repubblica è doveroso aggiungere una considerazione.

Siamo in un’epoca di confronto tra le civiltà e di introspezione per capire chi siamo veramente noi occidentali, come dimostra il continuo confronto con il mondo islamico da un lato e con l’ateismo laicista dall’altro. Diventa importante su ogni argomento ribadire cosa siano le “radici cristiane” e quando si parla di donne sembra di ricevere un assist a porta vuota, per usare un gergo calcistico. E’ anche l’occasione per spazzare via secoli di strumentalizzazioni maschiliste, che hanno voluto addirittura piegare la religione all’utilità dell’uomo nei confronti della donna, come avviene nelle altre culture.

Nella cultura cristiana la donna è ugualmente corresponsabile del peccato originale, perciò sono fasulle le colpevolizzazioni fatte solo a Eva che farebbero di Adamo la vittima di un plagio: questa lettura è destituita di ogni fondamento. In realtà, la donna è l’ultimo essere creato e quindi il più vicino qualitativamente a Dio (per quanto si possa comparare il finito con l’infinito) perché è l’ultimo ad essersi allontanato dalla Sua perfezione; essa è per questo motivo la creatura nella quale Dio non ha disdegnato di incarnarsi per farsi uomo, benché nella Sua onnipotenza avesse molti altri modi per compiere tale miracolo; infine, la Beata Vergine scelta per questo compito, e proprio per questo motivo preservata dalla contaminazione del peccato originale, è stata innalzata grazie alla sua umiltà al rango sovrumano di Corredentrice del mondo, Madre della Chiesa e di tutti i popoli (v. il “Magnificat”), “Porta del Cielo” e “Baluardo delle nazioni” (“Turris Davidica”).

Inoltre Gesù Cristo fu sempre molto dolce e comprensivo verso tutte le donne, anche le peccatrici, trattandole sempre con la stessa dignità degli uomini; apparve nella Resurrezione per primo a una donna, benché la parola delle donne dell’epoca non valesse nemmeno in Tribunale per le testimonianze; amò profondamente la madre; e dalle donne fu ricambiato, se è vero che nel momento drammatico della Passione, lungo la Via Dolorosa, tutti gli apostoli e i discepoli erano fuggiti mentre le donne erano là, ad asciugarne il volto, a condividerne la sofferenza, a versare lacrime fin sotto la croce.

Nella cultura cristiana, se ben intesa, il rispetto per le donne è sacro e santo. Nei secoli, anche la Tradizione ha prodotto straordinarie riflessioni sulla donna rammentando che ogni uomo nasce da una donna, da una donna è svezzato, da una donna è pulito, vestito, nutrito, istruito nei suoi primi anni; da una donna riceve il privilegio di avere una prole; da donne magari sconosciute riceve atti pietosi nei luoghi di sofferenza; e ancora donne compiono atti pietosi verso i defunti.

Compiere violenza contro le donne, alla luce di queste riflessioni, si configura come un abominio disumano e, nella giornata mondiale in cui si dibatte di questo problema, ci sembrava opportuno rammentare quali sono le “radici cristiane d’Europa” anche su questo argomento.
(Davide Lovat)barbie

Atei: adesso bisogna cambiare l’inno di Mameli

Si apre una nuova frontiera dell’imbecillità degli atei. In Russia c’è una frangia parlamentare che vuole cambiare lo storico inno nazionale, in vigore perfino ai tempi del comunismo sovietico.

Perché? Perché nell’inno c’è un riferimento a Dio e, secondo gli atei razionalisti russi, questo offenderebbe i non credenti o i credenti di altre religioni. Praticamente la solita lagna che anche in Italia sentiamo cantare dagli sciocchi dell’UAAR (Unione Atei Agnostici e Razionalisti), gente che magari studia o insegna matematica, fisica, ingegneria o medicina, ma non ha mai capito niente di niente dell’uomo e della sua essenza. Si tratta infatti di persone che confondono il “perché” con il “come” anche da un punto di vista semantico, oltre che concettuale. Gente che alla domanda, che so, “perché viviamo?” ti rispondono con ragionamenti basati su nozioni di biologia senza rendersi conto che così rispondono solo alla domanda “come viviamo?”; alla domanda “perché amiamo?” partono con considerazioni su ormoni, evoluzione della specie, aree del cervello e cose simili, ancora non capendo che quello è il “modo”, non la “causa”. Esempi del genere potremmo farne a migliaia….

Ora non resta che da chiederci una cosa: dopo la battaglia sul crocifisso, che gli si sta pesantemente rivoltando contro, non è che queste menti illuminate si accorgeranno che anche nell’inno nazionale italiano c’è un chiaro riferimento a Dio e al fondamento divino della nazione? (“… dov’è la Vittoria, le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò. …”)
Vuoi star a vedere che l’inno, tanto discusso recentemente, verrà bandito per non offendere gli immigrati di altre religioni? Ci sarebbe davvero da ridere… o forse da piangere, per il livello di questa gente che si è indebitamente appropriata della patente di “laici”, dimentichi del fatto che “laico” è chiunque non sia appartenente al Clero.

Ma forse, in Italia, questo non accadrà. Qui da noi il solo, vero bersaglio di questi individui è la Chiesa Cattolica, intesa nel suo significato più profondo e completo di comunità dei credenti in Gesù Cristo Dio. In effetti, benché il livello di sedicenti intellettuali quali Scalfari, Odifreddi e compagnia cantante sia sotto gli occhi di tutti e non metta al riparo da alcuna deriva, faccio fatica a vedermeli riempire le “pagine culturali” de LA REPUBBLICA con una battaglia contro l’inno di Mameli, difeso fino a ieri l’altro in funzione anti-leghista….
(Davide Lovat)inno mameli

Adesso i cinesi copiano anche le città

E se nel bel mezzo del deserto di Taklamakan in Cina scoprissimo una città chiamata Treviso, al centro di una provincia chiamata Marca Gioiosa, disseminata di centri da nomi familiari come Conegliano, Valdobbiadene oppure Oderzo, confinante con un’altra provincia, quella di Vicenza o Padova e poco più in là c’è pure Verona con tanto di Valpolicella e Soave? Neanche una casa, neanche un abitante, nemmeno una strada, un orto, una piazza: solo nomi di città, territori smemorati, privi di storia e di vita, spazzati dal vento. Solo deserto, il più arido di tutta l’Asia, nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. Taklamakan, che già in lingua veneta suona inquietante, in lingua uigura significa più o meno “se ci vai, non ne esci più” : nonostante il nome non esattamente incoraggiante, da qui da questi nomi di città segnati nella sabbia potrebbero partire milioni di tonnellate di radicchio rosso trevigiano, di prosecco di Valdobbiadene o Amarone della Valpolicella, Patate di Rotzo, prosciutto crudo Euganeo-Berico, formaggio Asiago e grana padano.
Non è fantascienza: nella provincia di Ganzu, a sudovest di Pechino, sorgerà Parma, destinata a diventare la capitale della lavorazione di carne suina cinese. Anche questa città esiste solo sulla carta, ma già da tempo piazzisti cinesi stanno cercando di vendere all’estero consistenti partite di prosciutti “made in Parma”. La Cina è il primo produttore mondiale di frumento (86,1 milioni di tonnellate nel 2006), è in testa alla classifica per produzione di riso (167,6 milioni di tonnellate) ed ha anche il primato per le patate (66,8 milioni). Inoltre il Paese possiede oltre 1/3 degli allevamenti mondiali di suini, ed è ai primi posti per la pesca: già in altri settori si è sperimentata la capacità di contraffazione dei cinesi, i cui prodotti agroalimentari, per altro, sono arrivati nei banchi dei nostri supermercati a prezzi stracciati. Prezzi e sapori stracciati, con danni incredibili non solo per i nostri produttori ma anche per i nostri prodotti di qualità.
La notizia di una città clonata per sfruttarne il nome e dunque piazzare scadenti prodotti in giro per il mondo inquieta: ricordate che almeno sei bambini cinesi, per le versioni ufficiali, morirono e altri 300 mila si ammalarono lo scorso anno dopo aver consumato latte in polvere contaminato con la melamina, una sostanza tossica utilizzata per la fabbricazione di resine plastiche, che era stata aggiunta alla polvere di latte per far sembrare il prodotto più proteico? In Cina la vita umana non sembra aver valore: in una esplosione avvenuta sabato in una miniera di carbone del nord est della Cina ci sono stati almeno 92 morti, gli ultimi di una scia tragica visto che le miniere cinesi di carbone sono fra le più pericolose al mondo con almeno 3.200 minatori deceduti l’anno scorso, secondo statistiche i cui dati sono considerati approssimati per difetto.
La Cina è un Paese che sembra tenere in scarso conto la vita umana, che non considera i diritti umani, come narrano le vicende fin troppo presto dimenticate, del Tibet, o come ci rammenta la condanna a duri anni di carcere per Huang Qi, dissidente, condannato dalla Corte del popolo del distretto di Wuhou a Chengdu con l’accusa di «possesso illegale di segreti di stato», ma in realtà colpevole di aver cercato la verità sulla morte di migliaia di bambini, uccisi dal crollo degli edifici scolastici nel terribile terremoto del maggio 2008 nella provincia cinese del Sichuan. Per un paese come questo clonare Parma, anche solo nel nome e inondare il mercato di prosciutti scadenti è un diritto indipendentemente da ogni altra considerazione e in barba alle regole del commercio mondiale. Mentre mezzo mondo è impegnato per tentare di salvare il pianeta dai disastri climatici e dall’inquinamento, la Cina non ha intenzione di adeguarsi alle regole comuni. Le regole le vuole dettare lei. La battaglia per la democrazia e la libertà è già iniziata.

Roberto Ciambetti

Il Papa agli artisti: “non temete di credere”

Nello scenario incomparabile della Cappella Sistina il Pontefice ha incontrato una nutrita delegazione di artisti, ai quali ha rivolto un discorso di grande apertura culturale e profondità spirituale, nel quale li ha esortati a “non aver paura di credere”. Pubblichiamo il discorso nella sua interezza giacché, come al solito, le parole di Benedetto XVI si comprendono meglio se ricevute direttamente.
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Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
illustri Artisti,
Signore e Signori!

Con grande gioia vi accolgo in questo luogo solenne e ricco di arte e di memorie. Rivolgo a tutti e a ciascuno il mio cordiale saluto, e vi ringrazio per aver accolto il mio invito. Con questo incontro desidero esprimere e rinnovare l’amicizia della Chiesa con il mondo dell’arte, un’amicizia consolidata nel tempo, poiché il Cristianesimo, fin dalle sue origini, ha ben compreso il valore delle arti e ne ha utilizzato sapientemente i multiformi linguaggi per comunicare il suo immutabile messaggio di salvezza. Questa amicizia va continuamente promossa e sostenuta, affinché sia autentica e feconda, adeguata ai tempi e tenga conto delle situazioni e dei cambiamenti sociali e culturali. Ecco il motivo di questo nostro appuntamento. Ringrazio di cuore Mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, per averlo promosso e preparato, con i suoi collaboratori, come pure per le parole che mi ha poc’anzi rivolto. Saluto i Signori Cardinali, i Vescovi, i Sacerdoti e le distinte Personalità presenti. Ringrazio anche la Cappella Musicale Pontificia Sistina che accompagna questo significativo momento. Protagonisti di questo incontro siete voi, cari e illustri Artisti, appartenenti a Paesi, culture e religioni diverse, forse anche lontani da esperienze religiose, ma desiderosi di mantenere viva una comunicazione con la Chiesa cattolica e di non restringere gli orizzonti dell’esistenza alla mera materialità, ad una visione riduttiva e banalizzante. Voi rappresentate il variegato mondo delle arti e, proprio per questo, attraverso di voi vorrei far giungere a tutti gli artisti il mio invito all’amicizia, al dialogo, alla collaborazione.

Alcune significative circostanze arricchiscono questo momento. Ricordiamo il decennale della Lettera agli Artisti del mio venerato predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II. Per la prima volta, alla vigilia del Grande Giubileo dell’Anno 2000, questo Pontefice, anch’egli artista, scrisse direttamente agli artisti con la solennità di un documento papale e il tono amichevole di una conversazione tra “quanti – come recita l’indirizzo –, con appassionata dedizione, cercano nuove «epifanie» della bellezza”. Lo stesso Papa, venticinque anni or sono, aveva proclamato patrono degli artisti il Beato Angelico, indicando in lui un modello di perfetta sintonia tra fede e arte. Il mio pensiero va, poi, al 7 maggio del 1964, quarantacinque anni fa, quando, in questo stesso luogo, si realizzava uno storico evento, fortemente voluto dal Papa Paolo VI per riaffermare l’amicizia tra la Chiesa e le arti. Le parole che ebbe a pronunciare in quella circostanza risuonano ancor oggi sotto la volta di questa Cappella Sistina, toccando il cuore e l’intelletto. “Noi abbiamo bisogno di voi – egli disse -. Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. Perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione… voi siete maestri. E’ il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra arte è quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forme, di accessibilità” (Insegnamenti II, [1964], 313). Tanta era la stima di Paolo VI per gli artisti, da spingerlo a formulare espressioni davvero ardite: “E se Noi mancassimo del vostro ausilio – proseguiva –, il ministero diventerebbe balbettante ed incerto e avrebbe bisogno di fare uno sforzo, diremmo, di diventare esso stesso artistico, anzi di diventare profetico. Per assurgere alla forza di espressione lirica della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere il sacerdozio con l’arte” (Ibid., 314). In quella circostanza, Paolo VI assunse l’ impegno di “ristabilire l’amicizia tra la Chiesa e gli artisti”, e chiese loro di farlo proprio e di condividerlo, analizzando con serietà e obiettività i motivi che avevano turbato tale rapporto e assumendosi ciascuno con coraggio e passione la responsabilità di un rinnovato, approfondito itinerario di conoscenza e di dialogo, in vista di un’autentica “rinascita” dell’arte, nel contesto di un nuovo umanesimo.

Quello storico incontro, come dicevo, avvenne qui, in questo santuario di fede e di creatività umana. Non è dunque casuale il nostro ritrovarci proprio in questo luogo, prezioso per la sua architettura e per le sue simboliche dimensioni, ma ancora di più per gli affreschi che lo rendono inconfondibile, ad iniziare dai capolavori di Perugino e Botticelli, Ghirlandaio e Cosimo Rosselli, Luca Signorelli ed altri, per giungere alle Storie della Genesi e al Giudizio Universale, opere eccelse di Michelangelo Buonarroti, che qui ha lasciato una delle creazioni più straordinarie di tutta la storia dell’arte. Qui è anche risuonato spesso il linguaggio universale della musica, grazie al genio di grandi musicisti, che hanno posto la loro arte al servizio della liturgia, aiutando l’anima ad elevarsi a Dio. Al tempo stesso, la Cappella Sistina è uno scrigno singolare di memorie, giacché costituisce lo scenario, solenne ed austero, di eventi che segnano la storia della Chiesa e dell’umanità. Qui, come sapete, il Collegio dei Cardinali elegge il Papa; qui ho vissuto anch’io, con trepidazione e assoluta fiducia nel Signore, il momento indimenticabile della mia elezione a Successore dell’apostolo Pietro.

Cari amici, lasciamo che questi affreschi ci parlino oggi, attirandoci verso la méta ultima della storia umana. Il Giudizio Universale, che campeggia alle mie spalle, ricorda che la storia dell’umanità è movimento ed ascensione, è inesausta tensione verso la pienezza, verso la felicità ultima, verso un orizzonte che sempre eccede il presente mentre lo attraversa. Nella sua drammaticità, però, questo affresco pone davanti ai nostri occhi anche il pericolo della caduta definitiva dell’uomo, minaccia che incombe sull’umanità quando si lascia sedurre dalle forze del male. L’affresco lancia perciò un forte grido profetico contro il male; contro ogni forma di ingiustizia. Ma per i credenti il Cristo risorto è la Via, la Verità e la Vita. Per chi fedelmente lo segue è la Porta che introduce in quel “faccia a faccia”, in quella visione di Dio da cui scaturisce senza più limitazioni la felicità piena e definitiva. Michelangelo offre così alla nostra visione l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine della storia, e ci invita a percorrere con gioia, coraggio e speranza l’itinerario della vita. La drammatica bellezza della pittura michelangiolesca, con i suoi colori e le sue forme, si fa dunque annuncio di speranza, invito potente ad elevare lo sguardo verso l’orizzonte ultimo. Il legame profondo tra bellezza e speranza costituiva anche il nucleo essenziale del suggestivo Messaggio che Paolo VI indirizzò agli artisti alla chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, l’8 dicembre 1965: “A voi tutti – egli proclamò solennemente – la Chiesa del Concilio dice con la nostra voce: se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici!” (Enchiridion Vaticanum, 1, p. 305). Ed aggiunse: “Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani… Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo” (Ibid.).

Il momento attuale è purtroppo segnato, oltre che da fenomeni negativi a livello sociale ed economico, anche da un affievolirsi della speranza, da una certa sfiducia nelle relazioni umane, per cui crescono i segni di rassegnazione, di aggressività, di disperazione. Il mondo in cui viviamo, poi, rischia di cambiare il suo volto a causa dell’opera non sempre saggia dell’uomo il quale, anziché coltivarne la bellezza, sfrutta senza coscienza le risorse del pianeta a vantaggio di pochi e non di rado ne sfregia le meraviglie naturali. Che cosa può ridare entusiasmo e fiducia, che cosa può incoraggiare l’animo umano a ritrovare il cammino, ad alzare lo sguardo sull’orizzonte, a sognare una vita degna della sua vocazione se non la bellezza? Voi sapete bene, cari artisti, che l’esperienza del bello, del bello autentico, non effimero né superficiale, non è qualcosa di accessorio o di secondario nella ricerca del senso e della felicità, perché tale esperienza non allontana dalla realtà, ma, al contrario, porta ad un confronto serrato con il vissuto quotidiano, per liberarlo dall’oscurità e trasfigurarlo, per renderlo luminoso, bello.

Una funzione essenziale della vera bellezza, infatti, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto. L’espressione di Dostoevskij che sto per citare è senz’altro ardita e paradossale, ma invita a riflettere: “L’umanità può vivere – egli dice – senza la scienza, può vivere senza pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più nulla da fare al mondo. Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui”. Gli fa eco il pittore Georges Braque: “L’arte è fatta per turbare, mentre la scienza rassicura”. La bellezza colpisce, ma proprio così richiama l’uomo al suo destino ultimo, lo rimette in marcia, lo riempie di nuova speranza, gli dona il coraggio di vivere fino in fondo il dono unico dell’esistenza. La ricerca della bellezza di cui parlo, evidentemente, non consiste in alcuna fuga nell’irrazionale o nel mero estetismo.

Troppo spesso, però, la bellezza che viene propagandata è illusoria e mendace, superficiale e abbagliante fino allo stordimento e, invece di far uscire gli uomini da sé e aprirli ad orizzonti di vera libertà attirandoli verso l’alto, li imprigiona in se stessi e li rende ancor più schiavi, privi di speranza e di gioia. Si tratta di una seducente ma ipocrita bellezza, che ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di sopraffazione sull’altro e che si trasforma, ben presto, nel suo contrario, assumendo i volti dell’oscenità, della trasgressione o della provocazione fine a se stessa. L’autentica bellezza, invece, schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé. Se accettiamo che la bellezza ci tocchi intimamente, ci ferisca, ci apra gli occhi, allora riscopriamo la gioia della visione, della capacità di cogliere il senso profondo del nostro esistere, il Mistero di cui siamo parte e da cui possiamo attingere la pienezza, la felicità, la passione dell’impegno quotidiano. Giovanni Paolo II, nella Lettera agli Artisti, cita, a tale proposito, questo verso di un poeta polacco, Cyprian Norwid: “La bellezza è per entusiasmare al lavoro, / il lavoro è per risorgere” (n. 3). E più avanti aggiunge: “In quanto ricerca del bello, frutto di un’immaginazione che va al di là del quotidiano, l’arte è, per sua natura, una sorta di appello al Mistero. Persino quando scruta le profondità più oscure dell’anima o gli aspetti più sconvolgenti del male, l’artista si fa in qualche modo voce dell’universale attesa di redenzione” (n. 10). E nella conclusione afferma: “La bellezza è cifra del mistero e richiamo al trascendente” (n. 16).

Queste ultime espressioni ci spingono a fare un passo in avanti nella nostra riflessione. La bellezza, da quella che si manifesta nel cosmo e nella natura a quella che si esprime attraverso le creazioni artistiche, proprio per la sua caratteristica di aprire e allargare gli orizzonti della coscienza umana, di rimandarla oltre se stessa, di affacciarla sull’abisso dell’Infinito, può diventare una via verso il Trascendente, verso il Mistero ultimo, verso Dio. L’arte, in tutte le sue espressioni, nel momento in cui si confronta con i grandi interrogativi dell’esistenza, con i temi fondamentali da cui deriva il senso del vivere, può assumere una valenza religiosa e trasformarsi in un percorso di profonda riflessione interiore e di spiritualità. Questa affinità, questa sintonia tra percorso di fede e itinerario artistico, l’attesta un incalcolabile numero di opere d’arte che hanno come protagonisti i personaggi, le storie, i simboli di quell’immenso deposito di “figure” – in senso lato – che è la Bibbia, la Sacra Scrittura. Le grandi narrazioni bibliche, i temi, le immagini, le parabole hanno ispirato innumerevoli capolavori in ogni settore delle arti, come pure hanno parlato al cuore di ogni generazione di credenti mediante le opere dell’artigianato e dell’arte locale, non meno eloquenti e coinvolgenti.

Si parla, in proposito, di una via pulchritudinis, una via della bellezza che costituisce al tempo stesso un percorso artistico, estetico, e un itinerario di fede, di ricerca teologica. Il teologo Hans Urs von Balthasar apre la sua grande opera intitolata Gloria. Un’estetica teologica con queste suggestive espressioni: “La nostra parola iniziale si chiama bellezza. La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto”. Osserva poi: “Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma che ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione”. E conclude: “Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare”. La via della bellezza ci conduce, dunque, a cogliere il Tutto nel frammento, l’Infinito nel finito, Dio nella storia dell’umanità. Simone Weil scriveva a tal proposito: “In tutto quel che suscita in noi il sentimento puro ed autentico del bello, c’è realmente la presenza di Dio. C’è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno. Il bello è la prova sperimentale che l’incarnazione è possibile. Per questo ogni arte di prim’ordine è, per sua essenza, religiosa”. Ancora più icastica l’affermazione di Hermann Hesse: “Arte significa: dentro a ogni cosa mostrare Dio”. Facendo eco alle parole del Papa Paolo VI, il Servo di Dio Giovanni Paolo II ha riaffermato il desiderio della Chiesa di rinnovare il dialogo e la collaborazione con gli artisti: “Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte” (Lettera agli Artisti, n. 12); ma domandava subito dopo: “L’arte ha bisogno della Chiesa?”, sollecitando così gli artisti a ritrovare nella esperienza religiosa, nella rivelazione cristiana e nel “grande codice” che è la Bibbia una sorgente di rinnovata e motivata ispirazione.

Cari Artisti, avviandomi alla conclusione, vorrei rivolgervi anch’io, come già fece il mio Predecessore, un cordiale, amichevole ed appassionato appello. Voi siete custodi della bellezza; voi avete, grazie al vostro talento, la possibilità di parlare al cuore dell’umanità, di toccare la sensibilità individuale e collettiva, di suscitare sogni e speranze, di ampliare gli orizzonti della conoscenza e dell’impegno umano. Siate perciò grati dei doni ricevuti e pienamente consapevoli della grande responsabilità di comunicare la bellezza, di far comunicare nella bellezza e attraverso la bellezza! Siate anche voi, attraverso la vostra arte, annunciatori e testimoni di speranza per l’umanità! E non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare con i credenti, con chi, come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezza infinita! La fede non toglie nulla al vostro genio, alla vostra arte, anzi li esalta e li nutre, li incoraggia a varcare la soglia e a contemplare con occhi affascinati e commossi la méta ultima e definitiva, il sole senza tramonto che illumina e fa bello il presente.

Sant’Agostino, cantore innamorato della bellezza, riflettendo sul destino ultimo dell’uomo e quasi commentando ante litteram la scena del Giudizio che avete oggi davanti ai vostri occhi, così scriveva: “Godremo, dunque di una visione, o fratelli, mai contemplata dagli occhi, mai udita dalle orecchie, mai immaginata dalla fantasia: una visione che supera tutte le bellezze terrene, quella dell’oro, dell’argento, dei boschi e dei campi, del mare e del cielo, del sole e della luna, delle stelle e degli angeli; la ragione è questa: che essa è la fonte di ogni altra bellezza” (In Ep. Jo. Tr. 4,5: PL 35, 2008). Auguro a tutti voi, cari Artisti, di portare nei vostri occhi, nelle vostre mani, nel vostro cuore questa visione, perché vi dia gioia e ispiri sempre le vostre opere belle. Mentre di cuore vi benedico, vi saluto, come già fece Paolo VI, con una sola parola: arrivederci!cappella sistina

La Spagna si sta sottomettendo, ma noi no!

BARCELLONA – Dopo la creazione del primo partito politico maomettano, la Spagna vede cadere un altro tabù: la supremazia della religione cristiana sulle altre confessioni. Il parlamento catalano ha infatti approvato il progetto di legge «sui centri di culto o di riunione con scopi religiosi». Il testo, senza precedenti nei paesi dell’Unione Europea, stabilisce nuove norme per la concessione di licenze municipali a nuovi centri di culto, senza fare alcuna distinzione tra la diverse confessioni religiose: si equipara formalmente una chiesa a una moschea.

La creazione di nuovi centri religiosi o la conversione di locali esistenti in centri di culto saranno però subordinate alle norme di sicurezza, di salute e di inquinamento acustico previste dal governo catalano. Nessun rischio, ma solo per ora, di sentir tuonare un muezzin all’alba. Ma in molti hanno storto il naso ugualmente, paventando la nascita di cellule terroristiche o la scomparsa dei valori cristiani. Il dibattito è aperto: il testo dovrà ora essere convertito in legge. L’unica certezza è che la Spagna, già sede della più grande moschea europea, si prepara a essere il paese più “islamizzato” del Vecchio Continente.

Già nel Medioevo la Spagna fu conquistata dai musulmani per metà del suo territorio e solo con la “Reconquista” del 1492 d.C. a opera di Ferdinando d’Aragona – detto per questo “il Cattolico” – i musulmani furono espulsi dal suolo iberico; quindi non è cosa nuova il cedimento della Spagna. D’altra parte, la prima invasione dell’Europa da parte dei musulmani avvenne proprio in Spagna e fu fermata nel 732 d.C. a Poitiers, nei Pirenei dell’attuale Francia, da Carlo Martello re dei Franchi e nonno dell’Imperatore Carlo Magno. L’Islam esisteva da solo un secolo e già attaccava il mondo cristiano, come poi ha continuato a fare nei secoli fino ai giorni nostri.

In Italia è il momento di non rimandare le decisioni storiche. L’Italia è stata scelta dalla Provvidenza per ospitare la Sede di Pietro e sulla Provvidenza può contare per difendersi e difenderla, ma i cristiani non possono rimanere più assopiti. Noi Veneti, discendenti di Venezia e degli eroi di Lepanto, che dalla Provvidenza siamo stati associati al destino dell’Italia, abbiamo il dovere di agire a tutti i livelli politici e sociali per diffondere l’allarme circa il grave pericolo che l’Islam (e solo l’Islam tra le altre religioni) costituisce per tutta la nostra civiltà e per tutti i cittadini, religiosi e laici, credenti o non credenti.

Il prezzo della vigliaccheria, o anche solo dell’accidioso disimpegno, è la fine della libertà tanto duramente conquistata dai nostri antenati. Un prezzo che nessuno ha il diritto di far pagare agli altri.
moschea grenada

U.S.A.: pubblico richiamo alla coscienza cristiana

WASHINGTON – Citando Martin Luther King e la sua rivendicazione alla disobbedienza civile, un gruppo di personalità religiose americane, fra le quali vescovi cattolici ed esponenti delle chiese evangeliche, cristiane e ortodosse, ha lanciato venerdì “un pubblico richiamo alla coscienza cristiana”, per invitare i fedeli a non seguire le proposte dell’attuale amministrazione americana in tema di aborto, matrimoni omosessuali, ricerca sulle cellule staminali.

Nella dichiarazione, i firmatari precisano di parlare “come singoli individui, non in nome delle nostre organizzazioni, ma per conto delle nostre comunità”. E chiedono ai loro fedeli che su temi come “vita umana, matrimonio, libertà religiosa venga seguita la parola di Dio e non quella di Cesare”.
“Anche in un regime democratico – si legge nella dichiarazione – possono esserci leggi ingiuste. La nostra fede ci insegna che di fronte a leggi gravemente ingiuste o che ci conducono a comportamenti immorali, è necessaria la disobbedienza civile”.
Per questo motivo i firmatari hanno messo nero su bianco sottolineando che “non obbediranno a leggi che possano condurre a facilitare gli aborti, la ricerca che distrugge gli embrioni, l’eutanasia, il suicidio assistito, o qualsiasi altro atto che vìoli la dignità dell’uomo”, né si sentiranno vincolati a norme che consentano i matrimoni tra coppie dello stesso sesso.

A questo proposito è doveroso ricordare, a tutti coloro che si dicono cristiani, uno dei principi cardinali della filosofia del diritto cristiana sancito da San Tommaso d’Aquino: INIUSTA LEX NON EST LEX, SED CORRUPTIO LEGIS (La legge ingiusta non è legge, ma corruzione della legge). Dunque, il cristiano non è tenuto ad obbedire a leggi contrarie alla giustizia e, anzi, ha il dovere di resistere al tiranno; si tratti di un dittatore, di un monarca, oppure di un qualsiasi governo democraticamente eletto. In questo principio c’è tutta l’irriducibilità del cristianesimo a mera prassi politica e anche il motivo dell’odio profondo nutrito dalla cultura illuminista verso la Chiesa, portatrice di una Verità assoluta e quindi immodificabile dalle norme prodotte dall’uomo col metodo della maggioranza.

La dichiarazione di cui sopra, illustrata nella capitale statunitense alla vigilia dell’apertura in Senato del dibattito sulla riforma sanitaria voluta dal presidente Barack Obama, è stata firmata, tra gli altri, dal cardinale Justin Francis Rigali, arcivescovo di Philadelphia e presidente della Commissione episcopale per le Attività Pro Vita, dall’arcivescovo di Washington, monsignor Donald William Wuerl, dal vescovo della Chiesa cristiana di Washington, Harry Jackson, dal primate della Chiesa Ortodossa d’America, metropolita Jonah Paffhausen, e da Chuck Colson, ex consigliere del presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon.
“Noi tutti intendiamo rendere a Cesare ciò che è di Cesare – concludono i firmatari della dichiarazione – ma in nessun modo renderemo a Cesare ciò che è di Dio”. washington

Acqua privata o pubblica? Contenuto del “decreto Ronchi”

Per mantenere informati i lettori sulla questione della “privatizzazione dell’acqua”, come semplicisticamente l’hanno definita i media, pubblichiamo un riassunto dei contenuti del decreto-Ronchi e di alcuni risvolti che ne hanno determinato l’approvazione, in modo che ciascuno aggiunga elementi alla propria conoscenza per farsi da solo un’idea sulla questione.

Entro il 2015 la distribuzione dell’acqua pubblica sarà gestita dai privati. Lo prevede la riforma dei servizi pubblici locali approvata questa settimana. Tutti i servizi affidati dai Comuni a proprie aziende («in house») dovranno essere affidati con gara pubblica per rispettare la normativa europea: potranno mantere le attuali concessioni le società che cederanno almeno il 40% ai privati; se quotate in Borsa, il pubblico dovrà scendere sotto il 30% entro la fine del 2015. Un emendamento ha previsto che l’acqua resti comunque un bene «pubblico»: si sta progettando un’authority che lo garantisca. Una rivoluzione imposta dalla maggioranza con un voto di fiducia ma sostenuta discretamente da ampi settori dell’opposizione, come quelli che, attraverso le amministrazioni locali, controllano i colossi delle utilities. Iride (Torino e Genova), Hera (Bologna e mezza Emilia Romagna), Enia (l’altra metà, cioè Parma, Piacenza e Reggio Emilia) e Acqua Veritas (Venezia) si preparano ad aprire ai privati le società che gestiscono il servizio idrico integrato. Una privatizzazione che sarà pure forzata ma porterà milioni nelle casse comunali; le grandi manovre di Borsa sono già iniziate. Non manca chi parte in pole position: il gruppo Caltagirone e la francese Suez sono già nel capitale di Acea (Roma). Veolia, altro brand transalpino, è ben piazzato nel Sud, dove gestisce la rete di adduzione ma non la distribuzione. La Corte costituzionale, del resto, ha sentenziato che l’erogazione del servizio e la gestione delle reti non può essere gestita separatamente, come voleva la Regione Lombardia. La sentenza, curiosamente, è arrivata il giorno dopo l’approvazione del decreto Ronchi. acqua privatizzata

La cittadinanza e i somari

somaroLa questione del ruolo degli immigrati in Italia crea ancora tensione nella maggioranza. Dopo le dichiarazioni di sabato del presidente della Camera Gianfranco Fini in una scuola romana, non sono mancate le reazioni all’interno della maggioranza.

«È chiaro che sono rimasto colpito da Fini: proprio lui che qualche giorno fa , ci spiegava che l’immigrazione non si liquida con una battuta, adesso si mette a dire parolacce…». Roberto Cota, capogruppo della Lega alla Camera commenta, in un’intervista al quotidiano La Repubblica, l’uscita del presidente della Camera. «Al di là delle espressioni colorite – prosegue Cota – la questione vera è quale politica per l’immigrazione fare. A dividerci da Fini è l’idea della cittadinanza facile e il diritto di voto agli immigrati».

Ormai è evidente che una riflessione sulla cittadinanza si impone, nel dibattito politico. Bisogna definirne in maniera chiara contenuti e confini, titolari del diritto e non titolari del diritto e differenze tra i primi e i secondi. Fin tanto che esistono gli Stati e, di conseguenza, i popoli; fin tanto che non esiste un solo “Stato-pianeta” con un solo “popolo-umanità”; fin tanto che non esiste una sola forma di governo, una sola legge, un solo modo di vedere il mondo, un solo modo di produrre, un solo modo di distribuire la ricchezza, una sola visione della religione… e così via… Fino a quel momento bisognerà regolarsi sul concetto di cittadinanza e definirlo in maniera chiara.

Fino a quel momento esisterà la libertà nel mondo, tra l’altro. Perché chi contesta la pluralità degli Stati, le differenze tra i popoli e tra le diverse visioni dell’esistenza, pretendendo di omogeneizzare l’umanità ponendola sotto una visione totalitaria e categorica, con un solo punto di vista, è un potenziale dittatore criminale.

L’on. Fini sembra aver abbracciato l’ideologia del mondialismo, tanto cara agli ambienti massonici di cultura post-illuminista. Per intendersi, quell’ambiente culturale che ha prodotto le sanguinose rivoluzioni, che ha causato le guerre mondiali, che ha partorito l’abominio nazionalsocialista tedesco, il comunismo (sovietico, cinese, cambogiano, albanese, cubano, nordcoreano, vietnamita, rumeno, bulgaro, eccetera), il fascismo (italiano e iberico), il Sessantotto, e che adesso attacca i valori fondanti della civiltà europea e occidentale dal punto di vista religioso, etico, demografico e perfino economico.

Finché lo fanno i politici della Sinistra italiana niente di strano, ma Fini è stato eletto da un’altra parte del corpo elettorale e non ha diritto di combattere questa sua battaglia rimanendo all’interno della parte politica che avversa da sempre le idee che sta propagandando.

La sola cosa consolante è la constatazione che le idee sono finite, come dimostra il ricorso al turpiloquio che è un chiaro sintomo di povertà mentale e di abdicazione dell’intelligenza. Ma oggi più che mai si fa doverosa una severa azione di censura e di ostracismo da parte dei suoi colleghi di partito. Fini vada pure a proseguire la sua carriera nel PD, che ideologicamente gli è totalmente affine dopo la sua svolta culturale dell’ultimo anno: lì potrà esprimersi sullo spartito che più gli è consono senza dare l’impressione di essere gravemente stonato.

Per usare una similitudine si può dire che il raglio di un asino risalta distinto se la bestia è da sola, mentre in mezzo a mille somari come lui diventa parte di un coro. Col Natale che si avvicina i somari acquistano dignità, almeno fin quando Fini non chiederà anche l’eliminazione del presepio…

La roccia e il leone: S.Pietro e S.Marco nelle icone

Il 13 novembre scorso il direttore dei Musei Vaticani ha presentato, nell’Aula del Sinodo in Vaticano, il volume San Pietro e San Marco. Arte e iconografia in area adriatica curato da Letizia Caselli (Roma, Gangemi, 2009, pagine 239). Pubblichiamo il suo intervento.

di Antonio Paolucci

San Marco e san Pietro insieme, perché insieme sono effettivamente stati nella agiografia e nella iconografia, nella leggenda e nella storia, sull’una e sull’altra sponda dell’Adriatico. Addirittura si può dire che UBI MARCUS IBI PETRUS.
Diremo dopo delle ragioni di questa singolare contiguità. Occorre precisare però che Pietro e Marco hanno avuto, nella storia, destini ben diversi. Totalmente religioso il primo, quasi esclusivamente politico il secondo. San Pietro è per tutti il “caput Ecclesiae”, il primo Papa; colui che legittima, nell’ecumene cattolico, la successione apostolica. San Marco, al contrario, è diventato fin da subito l’emblema di uno Stato. Per i dieci secoli della sua storia la Repubblica oligarchica Veneziana si è identificata con il nome dell’evangelista. Dire san Marco voleva dire Venezia. Il leone alato con il libro e la spada stava al centro della piazza principale in ogni città del Dominio di Terra o da mar; da Spalato a Verona, da Corfù a Crema. Il leone issato sulle galere da combattimento terrorizzava, al suo solo apparire, i pirati uscocchi e i corsari magrebini; e sbaragliò il Turco, a Lepanto, nel 1571.
San Marco stava in cima agli atti della Cancelleria Ducale e appariva sullo zecchino e sul ducato d’oro, monete di riferimento in tutti i porti del Mediterraneo, da Costantinopoli a Barcellona, da Palermo a Tunisi.
Come e perché il leone, nella visione che Giovanni ebbe in Patmos, sia diventato l’emblema della Repubblica Veneziana e come, codificato in quali iconografie, motivato da quali ragioni, sia avvenuto il suo collegamento, insieme religioso e politico, con san Pietro, il santo egemone sull’altra sponda dell’Adriatico dalla Dalmazia alla Bosnia, questo è l’argomento del libro che vede all’opera, per il coordinamento di Letizia Caselli, molti autorevoli specialisti.
Sono iconografi come Giorgio Fedalto e Fabrizio Crivello, storici della Chiesa come Antonio Niero, storici dell’arte, archeologi, studiosi di miniatura e di arti applicate come Sergio Tavano, Nikola Jaksiæ, Ennio Concina, Francesca Flores d’Arcais, Ettore Merkel e altri ancora. Obiettivo comune di tutti è quello di contribuire, utilizzando ognuno i propri specialismi, a dipanare l’intricata matassa della historia marciana.
Fra la fine del primo e l’inizio del secondo millennio l’agiografia e l’iconografia dell’evangelista sono ormai definite e consolidate, almeno in area adriatica. L’una e l’altra sono il risultato della contaminazione di due tradizioni più o meno leggendarie che contengono però al loro interno frammenti di storia.
Ci sono la linea narrativa greco-orientale e quella latino-occidentale. Per la prima Marco fonda la Chiesa di Alessandria, ne diventa vescovo, viene martirizzato sotto Nerone nell’anno di Cristo 68 e sepolto nella località egiziana di Boucoli. Per il leggendario latino invece, Marco ha un destino prevalentemente romano e veneto. Arriva a Roma con Pietro nel 42, viene incaricato di evangelizzare Aquileia e le terre circostanti, muore ad Alessandria, ma da Alessandria i suoi resti mortali vengono trafugati dai veneziani nell’anno 828. Da questo momento in poi san Marco diventa il segno identitario di una città e di uno Stato. È il patrono di Venezia sostituendo nel ruolo il greco Teodoro, è titolare della basilica che porta il suo nome, è l’emblema della Repubblica.
C’è un elemento comune, tuttavia, in entrambe le agiografie. Marco è stato discepolo di Pietro, il suo vangelo è stato “dettato” o “approvato” dal Principe degli Apostoli. La distinzione è sottile, però importante. In una formella di avorio databile fra il VI e il VII secolo, conservata al Victoria and Albert Museum di Londra, vediamo Pietro in veste di magister seduto sullo scranno curiale in atto di dettare il vangelo a un Marco che, a capo chino, umilmente scrive.
Parecchi secoli dopo, nei mosaici della Cappella Zen in San Marco – siamo in pieno Duecento e l’iconografia del santo è definitivamente assestata – la scena cambia. Vediamo l’evangelista scrivere il libro nel suo studio e quindi sottoporlo all’approvazione di Pietro che lo benedice.
Nella rielaborazione “politica” che i Veneziani hanno fatto della vita Sancti Marci, l’evangelista è cresciuto in rango e in prestigio. Non è più amanuense, ma autore. Quanto alla presenza di Pietro accanto a Marco – li vediamo insieme, con sant’Ermagora, nei mosaici absidali della basilica – essa è per i veneziani preziosa e va sottolineata e valorizzata in ogni modo.
Poiché Venezia, nella mitografia ufficiale della Repubblica, si considera figlia di Roma, erede della sua gloria, e vuole per la Chiesa nazionale un collegamento apostolico di massimo rango. Quindi, san Pietro “deve” stare accanto a san Marco. “Ubi Marcus ibi Petrus”, appunto. Per i veneziani è una questione di prestigio dello Stato e di orgoglio patriottico.
Il “ritratto” più antico di Marco è affidato a una tavoletta del Fayyum (VI secolo) conservata nella Biblioteca Nazionale di Francia. È un uomo robusto, barbato e stempiato, che ci guarda frontalmente con grandi occhi neri. L’immagine di Pietro più lontana nel tempo la conosciamo. Sta nel noto rilievo lapideo di Aquileia che, alla fine del IV secolo, lo rappresenta di fronte a san Paolo.
Pietro è la roccia sulla quale riposa la Chiesa di Roma. Per questo le popolazioni dell’Illiria, convertite al cristianesimo d’Occidente, lo scelsero come loro santo patrono.
Ma la costa orientale dell’Adriatico – la Dalmazia insieme all’entroterra croato e bosniaco – entrarono presto nell’orbita politica e culturale di Venezia. Questo spiega perché, da Arbe a Trogir, si incontrino Pietro e Marco uniti nell’iconografia.
Quanto sia stato profondo il meticciato di culture in questa parte d’Europa, lo dimostra una tavola dipinta con l’immagine della Vergine che si conserva nel monastero di Santa Maria a Zara. Circa l’anno 1330, di fronte a una Madonna in stile in parte occidentale in parte greco-paleologo si inginocchia in proporzioni rimpicciolite il donatore, vestito in costume veneto, come un podestà di Padova o di Treviso. Dall’iscrizione sappiamo che il devoto è uno slavo di alto rango, di nome Paolo Subiæ, bano – cioè governatore – dei Croati e signore della Bosnia.san marco