Immigrati sì, missionari religiosi no.

Calma e gesso. Adesso i commenti si sprecano da una parte e dall’altra, ma gli svizzeri hanno soltanto ribadito che l’Europa è la terra del cristianesimo e quindi anche la sua architettura, il paesaggio, l’aria che si respira è europea. Punto e basta. Questo non significa che tutti i musulmani saranno perseguitati o seviziati o che altro: significa semplicemente che ognuno deve rispettare ciò che l’altro è o pensa di essere, soprattutto se quest’altro è a casa sua.
Detto meglio: è vero che anche noi europei e in particolare noi italiani siamo stati emigranti. Esodi di massa verso tutte le direzioni. Ma è anche vero che con l’emigrazione non siamo stati, contemporaneamente, missionari e conquistatori. Siamo stati conquistatori a suo tempo e suo modo e siamo stati missionari a suo tempo e suo modo. Ma non abbiamo nascosto sotto le vesti degli emigranti quelle dei missionari o dei conquistatori. Là dove le terre erano libere sono state costruite “nuove” città alle quali abbiamo anche dato il nome delle nostre “vecchie” città. Ma erano luoghi disabitati. Là dove abbiamo ritenuto di portare la nostra fede e la nostra cultura abbiamo inviato persone che esplicitamente partivano per la missione. E vi sono stati luoghi e periodi storici dove questi missionari sono stati trucidati, segregati o sbeffeggiati. E vi sono stati luoghi e periodi storici dove questi missionari hanno anche trucidato e ucciso in nome della fede. Non erano emigranti: padri di famiglia che con la necessità del lavoro e della sopravvivenza imponevano anche i propri costumi e la propria fede.
E’ questo che non quadra agli svizzeri, a noi e a chiunque, in Europa, non sia uno snob illuminista: il flusso migratorio non è un flusso missionario. Ci vuole tanto per capirlo? Ma perché una questione così semplice si è complicata a questo modo?

(Antonio Gesualdi)

La Svizzera baluardo d’Europa vieta i minareti

svizzera chIn Svizzera, federazione con democrazia diretta, si è avuta l’ennesima prova di un fatto ormai evidente: quando al popolo viene consentito di esprimersi e di esercitare la propria sovranità emerge in Europa un pensiero completamente opposto rispetto ai “desiderata” delle élites.

Chiamato ad esprimersi sull’opportunità di introdurre nella costituzione elvetica il divieto di costruire nel territorio svizzero i minareti, dai quali il muezzìn chiama i fedeli musulmani alla preghiera 5 volte al giorno, il popolo a grande maggioranza ha appoggiato il SI’ propugnato dal partito a ispirazione cristiana UDC di fatto manifestando la propria opinione negativa sull’espansione dell’Islam nello stato alpino.

Nonostante una propaganda a senso unico dell’intellighentia formata da politici, giornalisti, intellettuali e perfino dal clero cattolico locale, il popolo ha detto che non vuole l’invadenza islamica. La Svizzera è uno Stato connotato dalle guerre di religione in ambito cristiano, è la terra di Zwingli (Zurigo) e di Calvino (Ginevra, che fu perfino una città-stato teocratica protestante quando Calvino era in vita) ha sviluppato un forte senso di tolleranza e di democrazia proprio perché le sanguinose guerre del passato hanno dimostrato che nessuna confessione religiosa deve avere la pretesa di imporsi politicamente. Ora, con l’Islam è oramai chiaro per tutti che questi discorsi sono parole al vento, giacché il fine escatologico della religione coranica è quello di sottomettere l’intera umanità perché solo così si permetterà la manifestazione di Allah nel “giorno del Giudizio”. Gli svizzeri sono un popolo istruito, laborioso, che si informa, che conosce i propri diritti e che pretende che siano rispettati nella misura in cui ciascuno compie il proprio dovere. Sono un modello di democrazia proprio perché sono persone consapevoli del loro potere decisionale. Non sono un “popolo bue” che si fa incantare dalla propaganda e, grazie a una rete sociale capillare, anche i pastori delle valli e gli allevatori delle montagne vanno a votare con piena consapevolezza delle implicazioni del loro voto.

Il popolo ha votato e ha detto SI’ al divieto di nuovi minareti, ha detto che questo divieto deve entrare addirittura nella costituzione, ha detto che la Svizzera vuole rimanere tollerante con tutti ma anche assolutamente cristiana. Il popolo svizzero ha dato una grande lezione a tutta Europa e ha potuto farlo proprio perché non aderisce all’Europa politica, quella UE che ogni volta che ha consultato il popolo è stata presa a sberle in faccia e che proprio per quel motivo ha deciso di non consultarlo più, diventando una “burocrazia élitaria lobbistica” che decide per tutti senza chiedere a nessuno.

Da queste pagine lanciamo un monito: se non imiteremo gli svizzeri saremo spacciati.

Ecco perché, quanto prima, inviteremo i nostri politici a preparare un disegno di legge che vada nella stessa direzione di quella tracciata non dalle classi dirigenti elvetiche, ma dal popolo sovrano della repubblica cantonale Svizzera. Al popolo svizzero va un sentito ringraziamento dal profondo dell’anima.

GRAZIE SVIZZERA.

Marco Polo, un Veneto in Cina

Cominciamo a pubblicare le biografie di illustri personaggi storici che a scuola ci furono proposti come italiani, quando invece la loro Patria era Venezia la Serenissima. Il primo, anche per l’importanza simbolica che oggi ha nei confronti dei rapporti con la Cina, è Marco Polo.

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
«… né cristiano né pagano, saracino o tartero, né niuno huomo di niuna generazione non vide né cercò tante meravigliose cose del mondo come fece messer Marco Polo» [dal Milione]

Marco Polo nasce nel 1254 a Venezia da una famiglia patrizia di facoltosi mercanti, originaria di Sebenico, in Dalmazia, che era territorio della Repubblica. Più o meno in quegli anni — non si sa con certezza se prima o dopo la sua nascita — il padre Niccolò e lo zio Matteo partono per un viaggio commerciale in Oriente; e si stabiliscono, dapprima, nella capitale dell’Impero latino, Costantinopoli, poi a Soldaia, in Crimea, dove intorno al 1280 Marco il Vecchio (il fratello maggiore), in società con Matteo e Niccolò, fonderà una compagnia di affari.

Nel loro viaggio, i fratelli Polo si spingono fino alla corte del grande Qubilai, il conquistatore e unificatore della Cina, il più illustre discendente del Gengis Khan; e durante questo loro primo soggiorno (1265) ottengono importanti privilegi e probabilmente anche la dignità nobiliare mongola.

Nel 1269, quando il padre e lo zio fanno ritorno a Venezia, Marco ha quindici anni; e poco più tardi, ancora giovinetto, probabilmente nella primavera o nell’estate del 1271, parte insieme con loro per la Cina, dove rimarrà per circa venticinque anni.

Dopo aver lasciato, nel novembre di quello stesso anno, San Giovanni d’Acri, verso il maggio 1275, i Polo giungono alla corte di Qubilai. Qui Marco, dopo aver assolto l’incarico, affidatogli dall’imperatore, di ispezionare le regioni al confine del Tibet e lo Yün-nan, viene elevato alla dignità di “messere” — titolo che lo lega direttamente alla figura del sovrano, di cui diviene informatore ed ambasciatore personale presso tutti i popoli dell’impero. E con questo titolo, per l’appunto, Marco viene menzionato nel Milione.

Durante tutta la sua permanenza presso la corte mongolica, per conto del Gran Khan, Marco svolgerà attività amministrative, lunghe e delicate ambascerie e incarichi diplomatici di prestigio, compiendo a tal fine diversi viaggi. Tra i tanti incarichi affidatigli, va segnalata la nomina, nel 1278, a governatore di Hang-chou, già capitale, sotto la dinastia dei Sung, del reame dei Mangi.

Nel 1292 i Polo salpano dal porto di Zaitun ed iniziano per mare il viaggio di ritorno in patria che si concluderà nel 1295. In quello stesso anno, poco dopo, in una delle tante battaglie navali che a quel tempo avvenivano tra veneziani e genovesi nel Mediterraneo orientale e nei mari italiani — non è dato sapere con certezza quale (non necessariamente quella di Curzola, come sostengono alcuni suoi biografi) — Marco cade prigioniero dei genovesi. E fra il 1298 e 1299, proprio nelle carceri di Genova, detta al compagno di prigionia, Rustichello da Pisa, il suo resoconto di viaggio “Le Divisament du Monde”. Scritto nella redazione originale in franco-italiano, il libro sarà ben presto noto con il titolo di “Milione”: dal soprannome di tutta la stirpe dei Polo, per aferesi da Emilione, nome di un antenato della famiglia.

Ratificata la pace tra veneziani e genovesi, il primo luglio 1299, Marco torna libero e fa ritorno a Venezia, dove sposa Donata (probabilmente della famiglia Loredano), da cui ha tre figlie.

Fino alla morte, il viaggiatore veneziano si occuperà con lo zio Matteo di affari e commercio, oltre che soprattutto della diffusione del suo libro. Sappiamo che nell’agosto del 1307 consegna una copia del Milione a Thibault de Cepoy, affinché la recapiti a Carlo di Valois, fratello del re di Francia Filippo il Bello. Oltre a Carlo di Valois, se ne procurano copie l’infante di Portogallo don Pedro e numerosi nobili e principi. Il libro, ben presto volgarizzato, circolerà in versioni toscane più o meno fedeli, e riscuoterà, fin dai primi del Trecento, un notevole successo.

Il 9 gennaio 1324 Marco firma il suo testamento, testamento che, insieme con altri documenti, attesta come le proprietà dei Polo fossero in realtà più limitate rispetto alle meravigliose ricchezze che solitamente venivano attribuite loro. La modesta casa della famiglia, nell’odierna Corte del Milion, ne dà conferma.

Il «nobilis vir Marchus Paulo Milioni» — così come l’illustre viaggiatore è chiamato in un documento del 1305 — muore a Venezia nel 1324.

Un Veneto è dunque il primo occidentale ad aver aperto canali diplomatici, commerciali e culturali con l’Estremo Oriente, in un epoca in cui le distanze tra continenti potevano sembrare come le distanze planetarie d’oggigiorno.marco polo

Dio vuole che tutti conoscano la Verità

Per continuare nello sforzo di spiegare, per quanto possibile in maniera semplice, ciò in cui crediamo come cristiani cattolici, oggi ci chiediamo che cos’è la Rivelazione.
Non è una nozione vaga, un concetto filosofico, ma una serie di azioni concrete attraverso le quali Dio si è fatto conoscere e ci ha comunicato la sua volontà: renderci figli adottivi in Gesù Cristo, partecipi della sua stessa vita divina.
Questa straordinaria possibilità non riguarda solamente coloro che vissero direttamente i grandi eventi della salvezza, in particolare furono testimoni delle parole e delle opere di Gesù di Nazaret, ma è per tutta l’umanità di ogni tempo e di ogni luogo della terra.
Per tale motivo è indispensabile che vi sia una specie di “catena di trasmissione” costituita dagli Apostoli, anzitutto, e poi dai loro successori, i Vescovi, la Chiesa nel suo insieme. Costoro tengono vivo e autentico quanto Dio ha voluto farci sapere di se stesso e anche quanto noi dobbiamo sapere per corrispondere al suo progetto. Apriamo allora il Catechismo e leggiamo questi due numeri molto importanti:

12. Che cos’è la Tradizione Apostolica?
La Tradizione Apostolica è la trasmissione del messaggio di Cristo compiuta, sin dalle origini del cristianesimo, mediante la predicazione, la testimonianza, le istituzioni, il culto, gli scritti ispirati. Gli Apostoli hanno trasmesso ai loro successori, i Vescovi, e, attraverso questi, a tutte le generazioni fino alla fine dei tempi, quanto hanno ricevuto da Cristo e appreso dallo Spirito Santo.

13. In quali modi si realizza la Tradizione Apostolica?
La Tradizione Apostolica si realizza in due modi: con la trasmissione viva della Parola di Dio (detta semplicemente la Tradizione), e con la Sacra Scrittura, che è lo stesso annuncio della salvezza messo per iscritto.

L’insegnamento è dunque molto chiaro: noi veniamo messi a contatto con la testimonianza degli Apostoli sul Signore Gesù, su ciò che ha detto e ha fatto per noi, attraverso la TRADIZIONE e la SACRA SCRITTURA.
Sono due canali indispensabili ed è sbagliato attribuire maggiore importanza all’uno a all’altro (conta di più la Bibbia o il Sacramento, l’Istituzione, la Tradizione?).
La Tradizione (Magistero dei Pastori della Chiesa, Liturgia, Sentire del Popolo di Dio, Usanze che su trasmettono da secoli ecc…) tiene vivo il messaggio degli Apostoli così come si trova nelle pagine del Testo Sacro. Al tempo stesso permette di scoprire sempre quei nuovi tesori che vi sono racchiusi e che, con l’assistenza dello Spirito Santo, emergono attraverso i secoli e sono dichiarati tali da chi ha il compito di discernere e di interpretare autenticamente (= il Successore di Pietro, il Vescovo di Roma, e i Vescovi uniti a lui).

(Don Pierangelo Rigon)
icona tradizione

La finanza globale è tutta una bolla

Una crisi, per definizione, dovrebbe essere un’eccezione. Un momento culminante dal quale scaturisce una svolta, un cambiamento.
Ebbene nel sistema finanziario contemporaneo le crisi sono la normalità. Il pretesto è sempre ben localizzato: la crisi delle tigri d’Oriente, la crisi dei paesi sudamericani, la crisi russa, la crisi angloamericana, la crisi degli sceicchi di Dubai. La realtà è che queste crisi sono strutturali e fanno parte del gioco.
Nei paesi occidentali l’agricoltura ha un’altissima produttività ed un settore maturo, così come anche l’industria lo è, ormai, diventato e, di conseguenza, i servizi alle imprese invecchiano come le imprese stesse. Dunque resta tutta una produzione – quella che oggi si chiama economia reale – che è fatta di produzione immateriale e, appunto, finanziaria.
Il primo passaggio importante da capire è che questa produzione è globalizzata e quindi necessita di un movimento di capitali globalizzato. I soldi, insomma, circolano velocemente da un paese all’altro e in vari modi. Anzi in modo sempre nuovi e sofisticati. E questo è il secondo aspetto: non si sa bene come circolano questi capitali.
La balla dei paradisi fiscali, dunque, non tiene. Ogni paese può comportarsi come paradiso fiscale e ogni crisi, oggi, è sempre finanziaria perché la finanza è il sistema primario sul quale si fondano tutte le economie. Come se ne esce?
Evidentemente se ne potrebbe uscire dividendo il sistema bancario da quello dei mercati. Ovvero impedendo realmente alle singole banche di “produrre” moneta e dividendo queste banche nella loro missione. Quelle di deposito, strettamente dipendenti dalle banche centrali e autorizzate al credito e quelle, invece, predisposte soltanto per il mercato. La produzione di moneta, a questo punto, tornerebbe al monopolio delle banche centrali e non ci sarebbe bisogno di continue bolle finanziarie per distruggere il superfluo. Superfluo che oggi vale 1000 e domani deve valere zero.
Insomma la crisi, in realtà, è una purga. E la purga diventa sempre più necessaria alla sopravvivenza di un sistema mondiale iperproduttivo ma altrettanto disequilibrato nella distribuzione di ricchezze.
E’ evidente che se la crisi è strutturale gli strumenti che abbiamo utilizzato finora sono strutturali alla crisi: le agenzie (banche) che controllano (banche), i governi (eletti anche da grandi banche) che distribuiscono il denaro pubblico (alle banche) indebitando i cittadini e liquefacendo i risparmi (nelle banche) e i mezzi di informazione (editati anche dalle banche) che non sono in grado di informare perché non sono indipendenti (anche dalle banche). Insomma il sistema è un sistema basato sulla crisi finanziaria, sulle bolle e in quanto tale produttore di grandi – effimere – ricchezze. Una volta assicurato un certo tenore di vita materiale tutto il resto non può che essere effimero. E cosa c’è di più effimero del denaro?
Il mondo è grande, però, e ci restano ancora le bolle finanziaria dall’Africa o anche dal Polo Nord e Polo Sud. E avanti così, prima o poi, arriverà anche una bolla dalla luna.
Così come funziona oggi il risparmio di massa sarà sempre più sottoposto alle crisi anche perché nessun operatore singolo – compreso la grande banca – è in grado di stare fuori dal sistema. Anzi la stessa grande banche costruisce, con propri prodotti, il sistema stesso. Il grande gioco consiste nel disporre di informazioni sensibili in modo da passare la bolla ad altri senza che questa scoppi nelle proprie mani. E’ chiaro che così il dibattito sulla trasparenza, come quello sui paradisi fiscali, è solo ad uso è consumo dei pecoroni. In questo contesto la trasparenza è informazione e quindi ha un costo esorbitante così come il rischio che si corre e il guadagno che si può fare con un colpo andato a segno. L’asimmetria irriducibile delle informazione è uno dei fondamenti di questo sistema finanziario. Chi meglio sa meno rischia. Chi sa poco o male rischia tutto e infatti tutti i grandi paesi occidentali hanno coltivato masse ottenebrate e, conseguenti, debiti pubblici stratosferici. I soldi di tutti vengono socializzati a richiesta popolare per ogni tipo di soccorso e quindi anche per il soccorso alle banche, ma i guadagni sono sempre privati.
Per ora la situazione non offre condizioni politiche di un vero governo mondiale. Tutto quanto si fa, e viene pomposamente immortalato nei G8, G14, G20 ecc., è un palliativo nella speranza che la stabilità dei singoli paesi, e del mondo intero, tenga fino alla prossima crisi.
E intanto oggi basterebbe, almeno, non lasciarsi ingannare dal fatto che siano i ricchi sceicchi, questa volta, a rischiare le penne. Non è così: sono le nostre banche, con i nostri soldi depositati, e che sono stati prestati ai ricchi sceicchi, ad essere a rischio. Il cerino, questa è un’altra regola, rimane sempre in mano ai più fessi.mohammed

Fermato al Senato l’aborto “fai-da-te”

Una cosa dev’essere chiara nel dibattito sulla pillola RU486: fino a che sarà vigente la legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), ogni nuova tecnica abortiva che si vorrà introdurre nel nostro paese non dovrà aggirare in nessun caso il dettato di tale normativa. Il quale prevede – ricordiamolo – che l’aborto non può e non deve essere utilizzato come strumento contraccettivo ex post, né come mezzo di controllo e limitazione delle nascite (articolo 1); che l’interruzione volontaria della gravidanza è ammessa solo ed esclusivamente qualora sia in pericolo la salute della donna (articolo 6); che l’intervento abortivo può avvenire soltanto in strutture pubbliche e in strutture comunque convenzionate con lo Stato (articolo 8); che tutte le IVG che avvengono al di fuori delle regole stabilite dalla legge del 1978 sono da considerarsi a tutti gli effetti come un reato, punito con la reclusione, a seconda dei casi, da sei mesi a otto anni (articoli 17-19).

Ora, il problema che si è posto e che si pone con la RU486, come ha rilevato la Commissione Sanità del Senato (che al termine dell’indagine conoscitiva sulla pillola abortiva ha chiesto il blocco della procedura di immissione in commercio in attesa di un parere vincolante da parte del ministero della Sanità), è dunque quello di stabilire in maniera certa se la sua somministrazione possa o no essere compatibile con la legge 194. Nel caso lo fosse, sarà compito degli enti a ciò preposti predisporre un rigido e rigoroso protocollo attuativo che faccia sì che la procedura di IVG mediante l’assunzione della RU486 si svolga per intero all’interno delle strutture ospedaliere pubbliche o nelle cliniche convenzionate, evitando in tutti i modi che negli ospedali abbia luogo soltanto la somministrazione della pillola e che la donna venga poi abbandonata al suo destino e abortisca in solitudine, con gravi rischi per la sua salute fisica e psichica. Nel caso invece di un parere negativo espresso dal ministero della Sanità, l’AIFA (Agenzia italiana del farmaco) non potrebbe fare altro che prenderne atto e bloccare in via definitiva la commercializzazione della RU486.

Come ha spiegato ieri il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, «la coerenza con la legge 194 si realizza solo se c’è il ricovero ospedaliero ordinario per tutto il ciclo fino all’interruzione verificata della gravidanza. Questo significa che bisognerà dar vita ad un monitoraggio rigoroso, perché nei fatti non si verifichi l’elusione sistematica della normativa vigente». Parole che riecheggiano quelle pronunciate dallo stesso Sacconi il 1° ottobre scorso, durante la sua audizione nell’ambito dell’indagine conoscitiva svolta dalla XII Commissione del Senato: allora il ministro, ricordando le sperimentazioni avviate in Italia sulla base di protocolli regionali, citò i due pareri espressi, rispettivamente nel 2004 e nel 2005, dal Consiglio Superiore di Sanità, nei quali si affermava chiaramente che «alla luce delle conoscenze disponibili, i rischi per l’interruzione farmacologica della gravidanza si possono considerare equivalenti ai rischi dell’interruzione chirurgica solo se l’interruzione di gravidanza avviene totalmente in ambiente ospedaliero». Per questo l’aborto farmacologico deve avvenire – secondo il Consiglio Superiore di Sanità – «in un ospedale pubblico o in altra struttura prevista dalla legge, e la donna deve essere ivi trattenuta fino ad aborto avvenuto».

La palla passa dunque al ministero della Sanità, che si esprimerà, come ha fatto sapere il sottosegretario Eugenia Roccella, in tempi brevi. L’orientamento, a quanto si apprende, è quello di dare via libera alla RU486, stabilendo però l’obbligo, «per chi decide di intraprendere l’aborto farmacologico e per le strutture stesse, di garantire il ricovero dall’assunzione della pillola all’espulsione del feto». Stando così le cose, non si capisce perché dalle file dell’opposizione si siano levate e si levino ancora in queste ore grida e accuse contro la maggioranza e contro il governo (la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro ha parlato di una «cinica battaglia che strumentalizza un bene primario come la salute delle donne», mentre per l’ex ministro Livia Turco quella del centrodestra è una «furia oscurantista che blocca la commercializzazione di un medicinale già utilizzato da milioni di donne, da molti anni»). Forse la sinistra si augurava che l’immissione in commercio della RU486 significasse una deregulation dell’interruzione volontaria di gravidanza e che l’introduzione della pillola aprisse la strada all’aborto fai-da-te, solitario e indolore. Purtroppo per la guache nostrana, non è questa la strada scelta dal centrodestra e dal governo Berlusconi, che rimangono fedeli – a differenza della sinistra più o meno libertaria – alle disposizioni della legge 194.

(articolo di Gianteo Bordero su “Ragionpolitica”)RU 486

Draghi: “Nel Mezzogiorno allarmante arretratezza”

Il Sud soffre di un allarmante divario nel settore dei servizi: lo rileva, aprendo i lavori del convegno sul Mezzogiorno ed Economia italiana, il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. «Il divario tra sud e centro-nord nei servizi essenziali per i cittadini e le imprese rimane ampio. Le analisi che presentiamo oggi rivelano scarti allarmanti di qualità fra centro-nord e Mezzogiorno nell’istruzione, nella giustizia civile, nella sanità, negli asili, nell’assistenza sociale, nel trasporto locale, nella gestione dei rifiuti, nella distribuzione idrica. In più casi – emblematico è quello della sanità – il divario deriva chiaramente dalla minore efficienza del servizio reso, non da una carenza di spesa. Svolgere un’attività produttiva in Italia è spesso più difficile che altrove, anche per la minore efficacia della pubblica amministrazione; nel Mezzogiorno queste si accentuano»

La criminalità. Sull’economia del Mezzogiorno «grava il peso della criminalità organizzata» che «infiltra le pubbliche amministrazioni, inquina la fiducia tra i cittadini, ostacola il funzionamento del libero mercato concorrenziale, accresce i costi della vita economica e civile».

Draghi ha sottolineato inoltre che Bankitalia «ha messo risorse di analisi a disposizione della
commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia per una indagine sul costo economico della criminalità». Draghi ha proseguito poi affermando che «alla radice dei problemi del sud stanno la carenza di fiducia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni, la scarsa attenzione prestata al rispetto delle norme, l’insufficiente controllo esercitato dagli elettori nei confronti degli amministratori eletti, il debole spirito di cooperazione: è carente quello che viene definito “capitale sociale”. Questi elementi richiedono una maggiore attenzione da parte di economisti e statistici».

Informazioni accurate su questi fenomeni e la loro evoluzione «sono essenziali per valutare quali innovazioni, anche istituzionali, siano in grado di modificare lo stato delle cose».

Le soluzioni. Occorre investire in applicazione, piuttosto che in sussidi. Tradurre questa impostazione in atti concreti di governo non è facile. Si deve puntare a migliorare la qualità dei servizi forniti da ciascuna scuola, da ciascun ospedale e tribunale, da ciascun ente amministrativo o di produzione di servizi di trasporto o di gestione di rifiuti”. Perchè “i sussidi alle imprese sono stati generalmente ‘inefficaci’, si incentivano spesso investimenti che sarebbero stati effettuati comunque, si introducono distorsioni di varia natura penalizzando frequentemente imprenditori più capaci. Non è pertanto dai sussidi che può venire uno sviluppo durevole delle attività produttive”.
mafia spa

Nuovo modello per Enti Locali e rappresentanza politica

Si può ipotizzare che il Ministro Roberto Calderoli con la Riforma delle Autonomie locali non solo rivoluzionerà gli assetti politico-amministrativi degli Enti locali ma congiuntamente si può anche stimare che gli effetti della nuova normativa intaccheranno il sistema di rappresentanza dei Partiti.
Dirompente l’attività riformatrice della Lega Nord: nei fatti il Movimento del Nord sta dimostrando veramente di avere una presenza istituzionale di grande efficacia nel cambiamento: dove gli uomini della Lega operano, ciò che toccano cambia.
Ebbene sì, uno di questi uomini è Roberto Calderoli. Ricordato per la legge elettorale del 2005 (Porcellum), ora gli tocca la sorte nuovamente – in modo indiretto – di colpire il destino di tanti partiti. Perchè? Tentiamo un ragionamento: la diminuzione dei posti nelle Giunte e nei consigli siano essi dei comuni o delle province, non solo costringerà alla ricostruzione strategica del disegno delle deleghe connesse poi all’organizzazione degli apparati burocratici amministrativi, ma cosa estremamente importante avvierà un ridimensionamento delle candidature per le lezioni amministrative.
Questa è una sfida per il sistema dei partiti in Italia, pensandoci bene, una sfida che cambierà gli stessi partiti. Il che è tutto dire, in un Paese come il nostro in cui alcuni Partiti sono tuttora in “fase di allestimento”, vedi la fusione di Forza Italia con Alleanza Nazionale, o il Partito Democratico con la sua nuova stagione, da sempre per verità allo “stadio nascente”.
La rappresentanza, dunque, se va inserita in un ridimensionamento del numero degli amministratori, indurrà i Movimenti politici e i partiti a ragionare su una scelta ineluttabilmente più oculata delle persone. Quando parlo di rappresentanza, non mi interessano le dottrine giuridiche che la attribuiscono solo agli organi nazionali costituzionali e non ai rappresentanti degli enti locali. Mi interessa la connessione fra rappresentanza e scelta elettiva. Quindi esecutivi contingentati nei numeri, rapportati a consigli snelli, svilupperanno nuove dinamiche nei rapporti. Sappiamo che negli anni i Sindaci e gli esecutivi sono divenuti sempre più forti, smorzando l’azione delle assemblee, dopo la loro riduzione evidentemente dovranno ricostruire un nuovo equilibrio. Fondamentale sarà la dimensione e la valenza del candidato. Insomma pochi ma buoni. E questa sarà la sfida per tutti i Partiti. Questa è già stata colta da anni dalla Lega Nord, che tanto ha puntato sulla formazione degli amministratori locali. Se c’è un “vecchio” movimento politico che ha investito per vocazione naturale sugli enti locali: questa è la Lega. Forte attaccamento al territorio e solidità dell’organizzazione del Movimento sono stati tradotti in ancoraggio per la rappresentanza negli Enti locali. Contestualmente la vitalità dei partiti si consoliderà se le sue funzioni non coincideranno solo con il momento elettorale. E’ iniziato un percorso interessante che parte nel campo degli assetti istituzionali amministrativi degli Enti locali fino a toccare ambiti più vasti collegati all’elezione dei rappresentati locali, all’organizzazione della politica per corrispondere efficacemente a questa Riforma. Un evolversi della democrazia che apre situazioni decisamente innovative. Si tratterà di fare un passo alla volta con un unico obiettivo: la modernizzazione del Sistema – Paese dagli Enti locali nel contesto del Federalismo. La Lega Nord il motore delle riforme lo ha avviato.

Roberto Ciambetti –
Capogruppo Regionale
Liga Veneta- Lega Nord
ciambetti

Tremonti informa che non c’è trippa per gatti…

«Sia chiaro, io sono disponibile ad ascoltare tutte le richieste», spiega secco Tremonti. «Ma qui è un miracolo se non siamo costretti ad alzare le tasse. Non possiamo spendere più di quel che abbiamo, né permetterci passi falsi. E voi per primi dovete impegnarvi ad evitare agguati ed assalti alla diligenza».
Così il Ministro Tremonti rivolgendosi ai rappresentanti del PdL nella “Consulta per la politica economica” del partito di maggioranza.

La crisi sta mordendo le famiglie, ma ha cominciato inevitabilmente a farsi sentire sui conti pubblici. Solo la classe politica sembra non aver capito le dimensioni di quello che stiamo vivendo, probabilmente perché si tratta di persone agiate abituate a parlare di crisi come se fosse una categoria filosofica anziché un insieme di effetti reali e tangibili. Come avevamo largamente preannunciato in passato, i conti dello Stato sarebbero stati gli ultimi a venire toccati dalla crisi economica che per prima fu rilevata da professionisti e dettaglianti ancora due anni e mezzo or sono. Non abbiamo sotto mano i dati del bilancio dello Stato per suggerire rimedi, ma capiamo benissimo i timori del Ministro Tremonti che paventa addirittura un crac del Paese se non si capisce che il taglio alle spese è una questione di vita o di morte.

Resta da vedere se lo capiranno gli altri ministri, o se preferiranno far piombare l’Italia nell’ennesima crisi politica. Purtroppo, la storia della Repubblica non dà molte garanzie e tutta la vicenda sembra il remake di un film già visto.

Di una sola cosa possono stare certi i ministri, i parlamentari, i lettori, i cittadini, tutti: nel 2010 i conti dello Stato peggioreranno drasticamente come effetto di un 2009 decisamente difficile per l’economia reale, nel 2011 ci sarà un assestamento e per il futuro non è possibile fare previsioni. Ma il timore, purtroppo, è che la recessione debba ancora finire di manifestarsi poiché i segnali macroeconomici sono tutti in questa direzione, al di là della propaganda mediatica che si scatena ogni volta che in mezzo a dieci indici negativi ce n’è uno di positivo. Il cielo è ancora nebuloso e non promette niente di buono per ancora qualche anno, cioè il tempo di assorbire gli effetti dannosi della bolla finanziaria che ha gonfiato i prezzi in molti settori trainanti, in primis quello immobiliare che al momento risulta del tutto paralizzato sul nuovo e appena vitale sull’usato.Tremonti preoccupato

“Risollevatevi e alzate il capo”

Inizia il periodo di Avvento che ci accompagnerà alla celebrazione del Santo Natale. Il nostro giornale continuerà a offrire la possibilità di farsi accompagnare nella meditazione dalla puntuale catechesi del reverendo don Pierangelo Rigon, che un numero crescente di lettori sta dimostrando di seguire attentamente.

Commento al Vangelo della Prima domenica dell’AVVENTO
(Lc 21, 25 – 28. 34-36)
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande.Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”.
State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::
Sarà San Luca a guidarci in questo Anno Liturgico 2009 – 2010 che inizia proprio con la domenica 29 novembre, Prima del Tempo dell’Avvento.
Dal discorso “apocalittico” di Gesù, contenuto nel capitolo 21, è tratto il brano che ascoltiamo e meditiamo oggi.
La letteratura apocalittica è nata, storicamente, in un periodo di grande crisi (tra il II sec. a.C. e il II d.C.) e utilizza di proposito un linguaggio cifrato per impedire di essere compresa da coloro che, di volta in volta, sono ritenuti nemici e persecutori del popolo; la letteratura apocalittica intende confortare la comunità credente che soffriva a causa di persecuzioni più o meno esplicite, prospettando la fine di tale situazione e la nascita di un mondo nuovo, diverso, migliore.
Anche se la nostra situazione è diversa dai primitivi destinatari di queste parole contenute nel Vangelo di San Luca, nondimeno possiamo rilevare che anche oggi la gente si trova a vivere in un contesto di ansia dai contorni indistinti, una specie di paura generalizzata, a volte indotta e tenuta viva grazie a supporti mediatici.
Si respira un’aria tesa senza però che si percepisca con chiarezza la causa che induce timore.
Parliamo di quella colluvie di notizie che, tanto per esemplificare, girano attorno al terrorismo, a nuove malattie, infezioni, virus, a possibili crak finanziari, a sconvolgimenti climatici.
Una grande incertezza che viene generata non si sa bene da quali fonti e che viene continuamente alimentata dai rigagnoli più diversi dell’informazione.
E così il Vangelo giunge a dire che gli uomini, per paura di morire … finiscono per morire davvero!
In questa prima domenica di Avvento, però, la Chiesa usa i testi citati non solo per esortarci alla vigilanza nell’attesa di un giudizio della storia e anche della nostra vita personale i cui tempi e modalità non sono chiari ed evidenti, ma anche per infondere nuova linfa di speranza e di impegno ai nostri giorni presenti.
Davanti ad uno scenario che ci viene dipinto così cupo e che noi stessi vediamo, realisticamente, cupo, l’atteggiamento del credente rimane sostanzialmente ottimista: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (21, 28).
Il tempo di Avvento (= venuta) richiama al fatto che Cristo è venuto per rivelarci il progetto di Dio, per istruirci ed ammonirci sulla nostra condizione e sulle possibilità che abbiamo per corrispondere in pienezza al piano salvifico, è venuto dandoci, con la Croce e la Risurrezione, l’esempio più sublime di un amore spinto fino all’estremo.
Il tempo di Avvento ricorda pure ai credenti che, in un giorno che Dio solo conosce, questa storia così come la conosciamo, questa vita presente, avrà termine e noi saremo giudicati sull’uso della libertà, sulle scelte compiute, sulla fedeltà alla fede che professiamo.
Sarà un giudizio giusto, ma non semplicemente secondo i criteri che noi adottiamo per definire la giustizia.
Giusto perché compiuto da Colui che conosce ed è l’Amore.

Molto bella una strofa del Dies Irae, sequenza liturgica forse troppo frettolosamente accantonata dai riformatori:
“Ricordati, o buon Gesù,
che sei venuto per me,
non perdermi in quel giorno,
Nel cercarmi ti sei affaticato,
mi hai riscattato morendo sulla croce;
tanti sforzi non siano vani”.

Insomma: l’Avvento è un tempo di attesa, di pazienza, di desiderio – oltre che per noi – anche per il Signore Dio.
1 avvento B