La UE come il Giappone? Speriamo di no…

Il modello economico americano è crollato. In anni recenti, gli Stati Uniti si sono fatti prestare dal resto del mondo gigantesche somme di denaro. Soltanto nel 2008, l’importazione netta di capitali ha superato gli 800 miliardi di dollari, per lo più attraverso la vendita di titoli garantiti da prestiti ipotecari e di obbligazioni garantite da crediti, cioè crediti in cambio di crediti da riscuotere dai proprietari americani di case (dalle case stesse, in realtà, essendo quei proprietari tutelati dalla natura dei finanziamenti a garanzia limitata che avevano ricevuto).
Per questi titoli, i mercati sono scomparsi. Mentre nel 2006 ne erano stati emessi per 1,9 miliardi di dollari, il volume del 2009 si aggirerà probabilmente sui 50 miliardi, stando alle ultime stime del Fondo monetario internazionale, un calo del 97 per cento. Nessuna cifra rivela meglio di questa la vera catastrofe del sistema finanziario americano.

Quando si è interrotto il flusso di fondi mondiali che scorreva verso gli Stati Uniti, i prezzi immobiliari sono scesi del 30%, le costruzioni di oltre il 70%, e la recessione è diventata inevitabile. I lavoratori edili licenziati si sono stretti la cintura, e anche i proprietari di casa, alcuni perché si sentivano più poveri, altri perché le banche, sotto shock per il collasso dei derivati, hanno smesso di concedere prestiti ipotecari per finanziare i consumi.
Negli anni precedenti alla crisi, il flusso dei nuovi mutui era superiore del 60% al valore degli immobili residenziali in costruzione. Ora è inferiore del 150 per cento.

I primi undici mesi della recessione che è seguita sono stati altrettanto severi dei primi undici mesi della Grande depressione iniziata nel 1929. Ma giganteschi rimedi keynesiani, per oltre 1,4 miliardi di dollari in tutto il mondo, e salvataggi di banche per circa 8 miliardi, hanno fatto effetto. Tra la primavera e l’inizio dell’estate di quest’anno hanno fermato il declino e portato la recessione a una sosta che si spera non sia soltanto temporanea.

La capacità produttiva sottoutilizzata resta tuttavia enorme. Ci vorranno anni perché l’economia mondiale ritrovi l’andamento di prima, in particolare perché le previsioni di crescita non sono molto promettenti e la disoccupazione continua ad aumentare negli Stati Uniti e in Europa.
La medicina efficace, che per adesso continua a dover essere somministrata, è il debito pubblico. I governi prelevano l’eccedenza del risparmio privato e la iniettano nell’economia globale, stabilizzando così la domanda aggregata e il sistema finanziario. Ne consegue che il deficit pubblico svetta dappertutto. Nel 2009 in quasi tutti i paesi dell’Unione Europea sfonderà il tetto stabilito dal Patto per la stabilità e la crescita, il 3% del Prodotto interno lordo, e in alcuni casi arriverà al 10% o lo supererà, per esempio in Spagna (10%), nel Regno Unito (14%) e in Irlanda (16%).

Gli Stati Uniti, epicentro della crisi, sono in gravi difficoltà. A fine anno, il rapporto tra debito e Pil salirà dal 73% nel 2008 all’87%, e siccome è previsto per l’anno prossimo un deficit pari all’11% del Pil, è sicuro che nel corso del 2011 tale rapporto supererà il 100 per cento. Il paese simbolo della stabilità e della potenza capitalista è oggi paurosamente simile ai paesi in via di sviluppo che risentirono della crisi del debito mondiale nei primi anni Ottanta.
Anche se un paese può diventare insolvente, prima che accada dispone di molti modi per ridurre il proprio debito nazionale. Gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di imporre una tassa di successione sui depositi esteri di titoli americani, e molti pensano che cercheranno di giocare la “carta italiana”: un’inflazione del debito pubblico e una svalutazione della moneta, per conservare la propria competitività internazionale.

Certo, è difficile far crescere l’inflazione quando i tassi d’interesse a breve termine sono quasi a zero, e non possono essere ulteriormente ridotti, pena un’incetta massiccia di denaro liquido. Ma in tutto il mondo è lo scenario previsto e temuto dagli investitori, un timore che fa avverare la previsione perché contribuisce al calo del dollaro, ad aumentare la domanda di esportazioni e il prezzo delle importazioni statunitensi.
Paradossalmente, i tassi di cambio flessibili aiutano proprio la nazione che ha causato la crisi, nei meccanismi economici non c’è giustizia.

In Europa è vero il contrario. La Banca centrale europea ha esaurito le munizioni e non potrebbe creare inflazione neppure se lo volesse (non può farlo: secondo il trattato di Maastricht, l’unico scopo della Bce è quello di mantenere la stabilità dei prezzi).
Ma il rafforzamento dell’euro riduce sia i prezzi delle importazioni che la domanda di esportazioni e questo, di per sé, fa calare i prezzi. È quindi molto probabile che l’Europa non giocherà la carta italiana e dovrà affrontare difficoltà notevoli per uscire dalla stagnazione attuale. Il rischio è che l’Europa si avvii sulla strada giapponese, invece che su quella italiana.
Dopo la crisi bancaria del 1987-1989, il Giappone ha attraversato due decenni di stagnazione e di deflazione, mentre il debito pubblico saliva alle stelle. Impedire che lo scenario si ripeta è il principale compito dei decisori europei negli anni a venire.
Time - Money

I Talebani ammazzano anche i funzionari ONU

KABUL – Sei impiegati dell’Onu, tutti stranieri, sono stati uccisi oggi in un attacco dei Talebani a un hotel; un altro hotel nella zona centrale della città è stato colpito da almeno tre razzi.

L’attacco appare organizzato per creare timore e insicurezza prima del ballottaggio delle elezioni presidenziali fissato per il 7 novembre prossimo.

Secondo le prime ricostruzioni, stamane alle 6.30 ora locale, i militanti sono entrati sparando nella Bakhtar Guesthouse, uccidendo i 6 residenti, tutti impiegati dell’Onu, e ferendone altri 9. La polizia ha circondato l’edificio e ha scambiato colpi d’arma da fuoco con i terroristi, prima di alcune esplosioni. Sono stati trovati i resti di 3 militanti dilaniati dall’esplosivo usato nell’attacco suicida. Le forze dell’ordine afghane affermano che i militanti sembrano essere pakistani.

Un altro hotel, il Serena, vicino al palazzo presidenziale, è stato colpito da razzi. Gli ospiti, molti dei quali stranieri, si sono precipitati nelle cantine, usate come bunker. L’hotel aveva subito un altro attacco l’anno scorso in gennaio.

I Talebani hanno rivendicato l’attacco contro gli impiegati Onu, precisando che vogliono ostacolare le elezioni presidenziali. Dalle elezioni del 20 agosto, sconfessate per brogli, nel Paese la sicurezza è al minimo. Nell’attesa del ballottaggio fra Hamid Karzai e Abdullah Abdullah, la capitale è stata colpita diverse volte. All’inizio del mese un attacco suicida all’ambasciata indiana ha fatto 17 morti; ieri otto militari Usa sono stati uccisi nel sud, in quello che – con 53 morti – è stato definito “il mese più letale” dall’inizio della guerra di otto anni fa.

Intanto il presidente americano Barack Obama rimane indeciso se aumentare o no il contingente armato in Afghanistan, come richiesto dal gen. Stanley McChrystal, comandante delle truppe Usa e Nato. La sensazione è che quel frettoloso Premio Nobel che gli è stato appiccicato in maniera ideologica, preventiva e de tutto destituita da ogni fondamento concreto finirà per rivelarsi un pesante fardello per Obama nello svolgimento del suo ruolo di Presidente della prima potenza militare mondiale.

E intanto il mondo islamico continua a dare prova di sè, per quanto si vogliano fare distinguo e specificazioni di ogni sorta…..talebani

Scambio culturale con l’Australia

L’assessore regionale ai flussi migratori Oscar De Bona si è incontrato a Palazzo Balbi con i giovani che stanno partecipando allo scambio culturale tra l’Istituto d’Istruzione Superiore “Einstein” di Piove di Sacco (Padova) e la scuola australiana “Charles Campbell” di Adelaide. Il progetto, avviato due anni fa, gode del sostegno regionale. Dopo una visita degli studenti padovani in Australia, è ora la volta di 17 studenti australiani ad essere ospitati nel Veneto per condividere esperienze scolastiche ed extrascolastiche. La coordinatrice del progetto dell’Istituto “Einstein”, Miriam Vertes, ha ricordato che nell’ambito delle attività i ragazzi hanno realizzato anche una ricerca sull’emigrazione italiana in Australia e un recital dal titolo “Voci dell’emigrazione”. L’assessore De Bona ha avuto parole di apprezzamento per questo progetto caratterizzato da interessanti aspetti per la conoscenza del fenomeno migratorio. Ha inoltre fatto presente il Veneto è stata la regione italiana con il maggior numero di emigrati nell’arco di 130 anni e proprio da quest’anno nelle scuole venete partirà una sperimentazione didattica sulla storia dell’emigrazione.

Veneto, meta per il turismo USA

Il Veneto rimane convinto di avere tutte le qualità e le caratteristiche per richiamare nel proprio territorio i cittadini degli Stati Uniti che desiderano visitare l’Europa. “Se nel corso dei primi dieci mesi dell’anno corrente abbiamo registrato poco meno di 958 mila pernottamenti di ospiti USA, attribuiamo il calo di circa 118 mila unità, pari al –10,9% rispetto al 2008 solo allo sfavorevole cambio dollaro / euro e alla negativa congiuntura finanziaria mondiale, che ha reso molto problematico per tutti investire come in passato sul proprio tempo e sulle proprie emozioni. Noi però crediamo nell’economia degli USA e sappiamo che i suoi cittadini sono un popolo che ha grande voglia di muoversi e di conoscere ”. Lo ha affermato il vicepresidente della Giunta regionale del Veneto Franco Manzato, che oggi a Palazzo Labia di Venezia ha incontrato una quarantina di giornalisti statunitensi, al seguito dei quasi 300 Tour Operator e Travel Agent americani ospiti in Veneto fino al 1° novembre nell’ambito dell’“Italy Symposium 2009”.
L’iniziativa, promossa da Enit (Agenzia Nazionale per il turismo) e ITPC (Italian Travel Promotion Council), vede protagonista il Veneto, prima regione turistica d’Italia, che ospita per la seconda volta la manifestazione. Il programma della visita prevede un workshop dove si incontrano l’offerta turistica veneta e i tour operator americani; due giornate di Simposio tra i tour operator americani che “vendono” il prodotto Italia negli Stati Uniti e i loro agenti di viaggio; educational sulle attrattive turistiche del Veneto per offrire agli ospiti USA un “assaggio” della ricca offerta del Veneto. All’incontro odierno sono intervenuti anche Riccardo Strano direttore dell’Enit di New York, il presidente di ITPC Mauro Galli e il dirigente della Direzione Promozione turistica integrata della Regione Veneto Stefano Sisto. In occasione dell’incontro odierno, il direttore Strano ha presentato l’idea di realizzare specifici focus sul veneto il prossimo anno in Texas e Georgia, proposta sostenuta anche da Galli.
“Per il Veneto il turista non è un cliente, ma un ospite, secondo una tradizione plurimillenaria. E contiamo molto sui cittadini degli Stati Uniti, Paese la cui economia si sta riprendendo e che aggiungerà allo stimolo culturale ed emozionale anche un rinnovato incentivo economico per venire nel nostro territorio. Noi offriamo un turismo di qualità ad un turista di qualità – ha concluso Manzato – e gli ospiti dagli Stati Uniti – ha concluso Manzato – sono certamente persone di qualità mondiale”.

Ciambetti interviene sulla Qestione Meridionale

«IL SUD SI RIMBOCCHI LE MANICHE: BASTA CHIEDERE DENARO ALLO STATO!»

«Se il Sud vuole restare in Europa serve una bonifica della sua società»

«Basta chiedere denaro allo Stato: il Sud deve creare, in maniera legale, ricchezza». Così Roberto Ciambetti, presidente del gruppo Lega Nord in Consiglio regionale, a margine di un incontro con una associazione culturale di immigrati delle regioni del Sud sulla questione meridionale e sulla posizione della Lega Nord.

«Il Veneto, nel secondo dopoguerra, non era in condizioni migliori della Campania o di altre regioni del Sud. Analogamente, anche altre regioni d’Europa, come l’Irlanda, partivano da posizioni svantaggiate – ha spiegato Ciambetti. – I Veneti sono emigrati al pari di irlandesi, napoletani o siciliani e l’emigrazione veneta si è protratta almeno sino a metà degli anni Settanta del secolo scorso. Perché il Veneto è decollato, perché l’Irlanda ha conosciuto un clamoroso sviluppo e l’intero Sud spagnolo ha visto una straordinaria rinascita? Perché hanno scelto di creare ricchezza, di difendere il benessere con le proprie mani, in maniera legale, senza scorciatoie. Fino a quando nel Mezzogiorno si continuerà a chiedere soldi allo Stato, non si uscirà dal labirinto perverso in cui si è finiti».
Sul tema della malavita l’esponente leghista ha precisato che «non si potrà andare avanti con situazioni di aperta illegalità: dai partiti infiltrati dalla camorra a una sinistra che è inquinata al pari di altre forze politiche, è visibile come il baratro tra Europa e Mezzogiorno italiano vada ampliandosi. Non sarà il Nord a staccarsi dal Sud, ma è il Sud che deve scegliere da che parte stare».
Ciambetti ha poi sottolineato altri aspetti: «Fino a quando alimenterete il mito di un Nord che ha depredato il sud, quando non è vero, fino a quando cadrete vittime di stereotipi creati ad arte da chi vuole mantenervi in uno situazione di sottosviluppo, il Mezzogiorno continuerà a sfornare storie di clientelismo, malasanità e cattivo governo. Pensate a come viene disperso quel patrimonio costituito da ambiente, arte, enogastronomia, possibile fulcro di uno sviluppo straordinario del turismo».
«Questo governo, al quale la Lega ha dato un contributo determinante, ha avviato importanti azioni per il Sud, ma ogni cosa è destinata a tramontare se il Sud non reagisce». «Perciò – ha concluso Ciambetti – la vera bonifica della società meridionale parte da voi stessi. Dovete attivare una raccolta differenziata di tutta quella spazzatura, di tutti quei rifiuti che inquinano la vostra società».

Halloween: la festa delle zucche vuote

Con enorme tristezza nel cuore mi guardo attorno e vedo come la nostra cultura, millenaria, sia saccheggiata fino alle sfere più intime. Nel momento in cui predispongo lo spirito alla riflessione sul dono della vita, attraverso la contemplazione di chi la ha onorata santamente (Ognissanti), per poi riflettere sul profondo senso della morte e sulla grata rimembranza di chi ci ha preceduto (commemorazione dei defunti), mi accorgo che tutto attorno prevale la «festa delle zucche vuote»: una mascherata lasciva e stolta che omologa verso l’annientamento la vita interiore delle giovani generazioni. Perché un simile scempio, mi chiedo? Per soldi, certo, ma non solo.
Sarebbe stupido fermarsi al consumismo, come spiegazione. In verità, mi accorgo che la morte è diventata qualcosa di cui non si deve far menzione se non per esorcizzarne la paura. Lo si nota in tutti gli ambiti della vita, così come nei dibattiti attorno a certi temi etici. L’effetto più destabilizzante e preoccupante consiste nel fatto che quando si smette di riflettere sul senso della morte, poi anche il senso della vita sfugge e di conseguenza vengono assunti comportamenti insensati. La vita intera tende a venire vissuta come se fosse senza senso e mi pare che questo sia ormai evidente in migliaia di esempi. Quanto più educativo era, per i bambini, vivere secondo la tradizione, cominciando a formarsi una solida coscienza con le prime riflessioni generate da Ognissanti e dal 2 novembre in un contesto familiare, piuttosto che subire l’odierna socializzazione forzata a base di «dolcetto o scherzetto». E’ alienante. Come già alienati sono i difensori a oltranza di Halloween, incapaci di capire che non sempre si può dire «ma cosa volete che sia, è solo una divertente mascherata», giacché “semel in anno licet insanire” valeva già per il carnevale nella nostra cultura. Ma, naturalmente, le zucche vuote vogliono celebrare la loro festa. Del senso della vita e della morte non vogliono nemmeno sentire parlare.
Se poi cerchi di far notare quanto sia deleterio, diseducativo e addirittura pericoloso abituare i bambini a riporre fiducia nella magia e nell’esoterismo, o addirittura in certe forme di occultismo, piuttosto che nella paziente e semplice cura della spiritualità, questi ti guardano con la stessa espressione vuota, ebete e vagamente aggressiva dell’ortaggio arancione che difendono e che ben li rappresenta.

Davide Lovatzucca di halloween

Giusto intestare le strade alle vittime di mafia?

BERGAMO – Bergamo non avrà una via intitolata a Peppino Impastato, in compenso sarà trovata una strada da dedicare ai caduti della lotta alle mafie. In città si continua a discutere intorno alla figura del giovane ucciso trent’anni fa dalla mafia, dopo la decisione del sindaco leghista di Ponteranica (Bergamo) di togliergli l’intitolazione della biblioteca del paese.

Da quando questa decisione fu presa, i media si sono scatenati con il solito tono furioso da “caccia al leghista”, un tono davvero fastidioso soprattutto perché completamente inopportuno. Perché inopportuno? si chiederà qualcuno… Non è forse lodevole il fatto di intitolare strade, biblioteche e scuole alle vittime della mafia?
Risposta: sì, è lodevole, ma se viene fatto nei posti dove la mafia e la camorra regnano e si sostituiscono allo Stato. Si riempia la toponomastica di tutte le città e di tutti i comuni del meridione con i nomi di Falcone, di Borsellino, di don Pino Puglisi, di Peppino Impastato, di Rocco Chinnici, del generale Dalla Chiesa, di Rosario Livatino e di tutti gli altri eroi e martiri della lotta per la legalità contro la malavita organizzata. Piazze, strade, scuole; perfino i bar, i cinema, le pizzerie; si tappezzino i muri, i municipi, i tabelloni pubblicitari con le foto di queste grandi persone morte per combattere in nome della Giustizia.

Ma a Bergamo? A Belluno? A Varese? A Novara? In tutto il nord Italia? Che cavolo c’entra la toponomastica di questi luoghi con le vittime della mafia? E’ forse un modo per intimidire? Come a dire: “guardate che qua da voi non spariamo, ma vi stiamo comandando lo stesso, pagate e tacete polentoni di merda!”
La risposta di Bergamo, se tale sarà, è la migliore: se proprio deve esserci un ricordo nel nome di una via, questo sia onnicomprensivo con la dicitura “vittime della mafia”. Ma lo scopo del monito deve essere perseguito nei luoghi dove ha senso, non in una terra che conosce la mafia solo attraverso i film della TV esattamente come nel resto del mondo civile e dove la gente si è stufata di sentirsi affibbiare dagli stranieri la patente di “mafiosi” per colpa di un problema e di una mentalità che non li riguarda, che non li ha mai riguardati, né mai li riguarderà.
Questo sia detto e inteso con tutto il rispetto e il dolore per quelle persone di cui sopra, non a caso, si è ricordato il nome. Un nome che è sempre ben vivo nella memoria di tutti.

Tremonti e Berlusconi si sono chiariti

MILANO – “Non abbiamo mai sottovalutato la portata della crisi. La politica del rigore è stata non solo quella di Tremonti, ma di tutto il governo. E’ stato chiarito un equivoco”. Lo ha detto Silvio Berlusconi intervenendo telefonicamente da Arcore a Ballarò. Secondo il premier bisogna però dire “si alla politica del rigore coniugata con la politica dello sviluppo”. Berlusconi ha poi detto di essere “a casa ammalato per lavorare nonostante l’ora tarda”. Ha difeso lo scudo fiscale, sottolineando che “vengono ricavati importanti capitali per l’economia del paese”.

Il governo conferma l’obiettivo di tagliare l’Irap e istituire il quoziente familiare, ma il momento arriverà quando i conti lo consentiranno. Cioé quando? Chiede Giovanni Floris a Berlusconi. “Dipende dalla crisi”, risponde il Cavaliere. E quando finirà? chiede Floris. “Nessuno lo sa al mondo”, replica Berlusconi. “Il governo ha un programma, che conferma, che prevede la riduzione dell’Irap e il quoziente familiare – dice Berlusconi – Nell’ambito di una politica di rigore, ci vogliono anche le misure per lo sviluppo, le imprese e le famiglie. Entro i tempi che saranno possibili in base alla situazione del conti dello Stato, intendiamo mantenere le promesse del nostro programma che consideriamo impegni sacri con gli elettori”. Insomma, ripete Berlusconi, “stiamo studiando il modo per coniugare rigore e aiuto alle famiglie e alle imprese”.

In precedenza anche Paolo Bonaiuti portavoce del presidente del Consiglio, rispondendo ad una domanda sull’esito del colloquio fra il premier e il ministro dell’Economia svoltosi in serata a villa San Martino, ad Arcore, aveva spiegato: “Continua con grande impegno una collaborazione che è stata sempre intensa e proficua da più di 15 anni”, ha aggiunto il sottosegretario.

Giulio Tremonti è “soddisfatto” dal colloquio con Berlusconi anche per aver avuto “la conferma di un forte rapporto personale e affettivo con il presidente”. E’ quanto riferiscono fonti vicine al ministro dell’Economia che hanno potuto parlare con il titolare di Via XX Settembre al termine dell’incontro.

Umberto Bossi intanto aveva fatto visita nel primo pomeriggio ad Arcore a Silvio Berlusconi in maniera assolutamente riservata e poi ha messo la sordina sull’incontro, tanto che molti dei suoi più stretti collaboratori nel pomeriggio hanno persino negato che l’incontro ci sia realmente stato. Un fatto questo che non stupisce chi conosce bene il leader del Carroccio. Quando si tratta di raggiungere ‘la quadra’ come la chiama lui, Bossi è capace di negare anche l’evidenza. Lo ha già fatto in passato ed è nel suo bagaglio di tattica e di strategia politica. L’incontro di oggi è stato breve, una visita al Berlusconi convalescente per la scarlattina, accompagnato dal capogruppo alla Camera Roberto Cota, ma indubbiamente il leader della Lega ha parlato con il premier delle questioni più calde sul tappeto, la posizione di Giulio Tremonti e soprattutto le candidature per le regionali. Bossi, con la sua opera di tessitore, è tornato all’antico: crea il black out informativo sulle sue azioni in attesa di calare le sue carte.
La quadra viene trovata in un comitato ad hoc da istituire nel Pdl la cui presidenza sarà affidata a Tremonti. Una sorta di cabina di regia (composta dai coordinatori del partito, dai capigruppo e dai ministri e sottosegretari economici) che dovrà affrontare, discutere e decidere gli indirizzi di politica economica del governo. Ma anche un modo per rimarcare che le scelte finali spetteranno a chi quel partito lo guida e cioé lo stesso Berlusconi. Una soluzione concordata con il co-fondatore del partito Gianfranco Fini, anch’egli preoccupato di stemperare le tensioni ma anche di mettere un freno alle ambizioni di Tremonti e della Lega. Una soluzione accettata dal ministro dell’Economia, anche perché accompagnata dalla promessa di un atto di fiducia da parte del partito sulla linea di politica economica fin qui tenuta dal ministero di Via XX Settembre, magari da formalizzare con una presa di posizione dell’Ufficio di presidenza del Pdl, in programma per il 5 novembre. Nel corso del colloquio, infine, Tremonti avrebbe illustrato a Berlusconi le sue idee su come promuovere lo sviluppo. Un modo per dire che il rigore, pur restando la sua stella polare, non impedisce di pensare alla crescita. I due avrebbero così convenuto sul fatto che il taglio dell’Irap, pur restando nell’agenda del governo, sarà fatto ma con gradualità e comunque non adesso. berlusca e tremonti

Imperialismo cinese in America Latina

La penetrazione economico-commerciale della Cina nell’America centro-meridionale minaccia la già declinante influenza statunitense nel continente. Con buona pace della dottrina Monroe.

In tempi di crisi, si sa, chi ha un po’ di soldi può fare ottimi affari, magari a spese altrui. E così la Cina, forte di enormi riserve valutarie accumulate in anni di attivi commerciali con gli Stati Uniti, da qualche tempo a questa parte si è lanciata alla conquista dell’America latina. Cioè di ciò che Washington, sin dall’Ottocento, considera il proprio cortile di casa, in ossequio a quella dottrina Monroe con cui, nel 1823, un’America in piena ascesa bandì ogni influenza esterna (europea, figuriamoci cinese) dal “suo” emisfero occidentale.

Possiamo ipotizzare che il presidente Monroe si stia rivoltando nella tomba. Di fatto, ne avrebbe tutte le ragioni. In un momento in cui i paesi latinoamericani sono, chi più chi meno, alle prese con una brusca frenata economica, il crollo dei prezzi delle materie prime (voce importante del loro export) e un ristretto accesso al credito, Pechino appare sempre più determinata ad impersonare il ruolo di grande salvatore. Ovviamente, in cambio di congrui benefici.

Recentemente, il governo cinese ha siglato una serie di accordi significativi. Il primo prevede un raddoppio, da 6 a 12 miliardi di dollari, dell’aiuto al Venezuela, in cambio di un sostanzioso aumento (da 380 mila a un milione di barili) dell’export venezuelano di greggio verso la Cina. Vi è poi il prestito di 1 milione di dollari all’Ecuador, per la costruzione di una centrale elettrica (che sarà realizzata da imprese cinesi).

Ma gli accordi più importanti sono, probabilmente, quelli conclusi con Argentina e Brasile. Alla prima Pechino ha promesso 10 miliardi di dollari in aiuti, con cui Buenos Aires si impegna a pagare l’importazione di merci cinesi. Il fatto, poi, che questo prestito (come molti altri) sia stato concesso in yuan, potrebbe aprire la strada ad un eventuale uso della la valuta cinese come moneta di riserva, affianco o finanche in sostituzione del dollaro.

Storia simile per il Brasile, alla cui compagnia petrolifera di Stato, Petrobras, l’Impero di Mezzo ha staccato un assegno di 10 miliardi di dollari (poco meno degli 11,2 miliardi elargiti in totale dalla Banca interamericana nel 2008, fanno notare a Brasilia). Questi andranno a finanziare la ricerca offshore, in cambio dell’impegno brasiliano ad esportare in Cina almeno 100 mila barili di petrolio al giorno.

Insomma, in un momento in cui l’amministrazione Obama affronta lo spinoso problema dell’erosione dell’influenza statunitense in America latina, dall’altra parte del Pacifico una Cina con molti soldi e pochi scrupoli appare intenzionata a sfruttare appieno la debolezza americana. Perché, in tempi di magra come di abbondanza, chi si ferma è perduto.lula da silva con hu jintao

Veneto-Brasile: un rapporto solido e storico

Veneto-Brasile: delegazione macroregione Bico Do Papagaio in visita istituzionale presso la Regione Veneto.

Una delegazione della macroregione brasiliana Bico do Papagaio (comprende 3 Stati e 66 comuni con 1,6 milioni di abitanti ed è collocata nella parte terminale dell’Amazzonia) è stata nella sede della Regione del Veneto, guidata da Marcos Josè Rodrigues Miranda, del Ministero dell’Integrazione Nazionale, e composta da rappresentanti del mondo dell’associazionismo economico, culturale, istituzionale. La visita della delegazione brasiliana in Veneto si colloca nel programma dell’agenda di cooperazione sulle politiche regionali, prevista tra Unione Europea e Brasile, per il 2009-2011. L’assessore regionale all’economia Vendemiano Sartor ha salutato gli ospiti e ha ricordato il forte legame culturale esistente tra il Veneto e il Brasile dove sono presenti attive comunità che hanno diretta discendenza dall’emigrazione veneta. Egli ha informato che lo scambio commerciale tra Veneto e Brasile si attesta annualmente su 303 milioni di euro per le esportazioni e 627 milioni di euro di importazioni. La collaborazione Brasile e Veneto ha anche un risvolto istituzionale, che è stata sottolineata da Sartor nella citazione dei protocolli d’ intesa con lo Stato di Santa Catarina siglato nel 2006 e degli atti di rilievo internazionale siglati con lo Stato di Rio Grande do Sul nel 2001. La delegazione brasiliana s’è trasferita a Vicenza per incontrare la realtà economica del settore orafo e conoscerne metodi di lavoro e di commercializzazione che possano essere utili per sviluppare l’artigianato dei metalli e delle pietre preziose, una delle materie maggiormente legate alla storia del continente sudamericano fin dai tempi della sua scoperta da parte del mondo europeo.
La speranza che nutriamo è quella di continuare sulla strada del consolidamento dei rapporti economici con le terre dove massiccia è stata l’emigrazione di Veneti in passato, con l’auspicio che l’economia faccia da traino anche alla cultura in modo da riallacciare legami di sangue e di spirito che nemmeno l’oceano e il tempo possono cancellare.pan di zucchero cristo