L’influenza suina H1N1 è una bufala

“Il virus dell’influenza A è dieci volte meno aggressivo dell’influenza stagionale”. Lo afferma il vice ministro della salute On. Fazio nel corso di una conferenza stampa nella sede del dicastero, sottolineando ancora una volta “il carattere leggero di questa influenza, che sino ad oggi ha fatto undici morti su 400 mila casi stimati, mentre lo scorso anno la stagionale ha fatto 8 mila morti su 4 milioni di casi”. Dunque, precisa il vice ministro “l’incidenza dei casi di letalità dell’influenza A è dello 0,02 x mille, contro lo 0,2 x mille della stagionale”.

Fazio ha poi annunciato che 350 atleti olimpici che a febbraio perteciperanno ai Giochi di Vancouver verranno vaccinati contro l’influenza A: “Abbiamo costuituito il comitato ristretto (ministero Salute, ministero Welfare, sottosegretariato alla presidenza del Consiglio e Coni) che si riunirà tra 10 giorni e rimarrà operativo fino alla fine della pandemia e che dovrà valutare le azioni da intraprendere riguardo gli atleti”.

Riguardo alle polemiche innescate dalle morti nelle ultime ore a Napoli e sulla presunta mancanza di vaccini, il sottosegretario ha preso le distanze: “La disomogeneità dell’arrivo dei vaccini dipende dalla strutturazione regionale della nostra sanità. Noi possiamo fare ordinanze generali ma sull’organizzazione delle vaccinazioni le Regioni sono sovrane”. “Ci sono stati dei ritardi sulla produzione dei vaccini – specifica Fazio – ma attualmente la produzione sta viaggiando bene, i quantitativi stanno progressivamente arrivando”.

Insomma, una normalissima influenza che non uccide nessuno, salvo chi è già molto malato di suo e riceve da questo virus solo il colpo di grazia per le complicazioni che comporta in un fisico già debilitato. Il resto è squallida propaganda fomentata dai produttori del vaccino, che hanno interessi multimilionari e che influenzano i media di tutto il mondo con le loro ingenti risorse, facendo percepire questa banalissima influenza (la meno grave degli ultimi anni) come se si trattasse della Peste Nera del 349-1351 che dimezzò la popolazione europea.

Sarebbe giusto che qualcuno finisse in galera, ma per davvero.vaccinazione

La Riforma Gelmini cambierebbe l’università: “ora granda”

Il mondo dell’Università ha rappresentato, per come era stato organizzato sino ad ora, il brodo di cultura del consociativismo, di una politica che si autoalimentava attraverso la concessione di privilegi e incarichi non giustificati da meccanismi di selezione fondati sul criterio del merito. Ora questo sistema perverso, per il bene della competitività dell’Italia e del futuro dei nostri giovani, è giunto al capolinea. Giovedì il Consiglio dei ministri ha approvato la proposta di legge del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Gelmini: un progetto, quello presentato dal ministro, volto a dare il via, finalmente, ad un cambiamento di rotta che consenta di rompere con uno status quo che, nel mondo della formazione, ha annichilito la forza propulsiva del nostro Sistema Paese, il capitale umano.

In un contesto in cui le proiezioni relative al 2020 vedono il nostro Paese in difficoltà, gravato da una «forte carenza di competenze elevate e intermedie legate ai nuovi lavori e un disallineamento complessivo dell’offerta formativa rispetto alle richieste del mercato», la politica, per la prima volta, si assume la responsabilità di avviare una riforma vera in un settore, quello della formazione universitaria, che si era trasformato in una sorte di diplomificio, incapace di offrire una preparazione di alto livello che fosse coerente con i bisogni non solo della persona, ma anche dell’economia e della società.

Investire sul capitale umano, oggi, significa credere nello sviluppo della conoscenza come fonte di ricchezza materiale e immateriale, e su questo terreno l’Università può ricoprire, senza dubbio, un ruolo strategico. Quella di colmare il nostro gap formativo è una sfida non solo politica, ma anche culturale ed economica, perché è un’operazione che consentirebbe, in ultima istanza, di affrontare con più sicurezza le sfide della mondializzazione, della modernizzazione e della crescita economica.

La riforma presentata dalla Gelmini, volta a ridare autorevolezza ad un’istituto chiave come quello universitario, si pone dunque all’interno di un progetto più ampio e di sistema per il rilancio del Paese. La legge proposta dal ministro si propone di porre fine alla pratica dei finanziamenti a pioggia; essa infatti prevede che al principio dell’autonomia dell’Università faccia da contrappeso quello della responsabilità: gli Atenei, in sostanza, saranno chiamati a rispondere delle loro azioni, nel senso che, se dimostreranno di gestire male il denaro e dunque i servizi da essi forniti, riceveranno meno finanziamenti. La nuova legge impone l’introduzione di una contabilità economico-patrimoniale uniforme, basata su criteri nazionali fissati dai ministeri dell’Istruzione e del Tesoro: in questo modo i bilanci degli Atenei saranno più trasparenti (debiti e crediti saranno più sotto controllo). Gli Atenei in dissesto finanziario verranno commissariati.

Una novità non da poco, soprattutto alla luce delle logiche di casta che si sono infiltrate in alcuni Istituti universitari, è l’introduzione di un codice etico tra i docenti per evitare conflitti di interessi legati a parentele ed eventuali incompatibilità. Ponendo fine alla discrezionalità dei singoli Atenei sulla durata degli incarichi dei Rettori, si prevede, inoltre, che essi non possano rimanere in carica per più di otto anni (la valenza della misura è retroattiva).

Un altro punto chiave della riforma è quello che dà la possibilità agli studenti di avere un ruolo più attivo: ad essi dovrebbe essere accordata la facoltà di valutare l’operato dei propri professori e il loro giudizio avrà un peso non indifferente sull’attribuzione dei fondi alle Università da parte del Ministero di competenza. Non solo, i professori saranno chiamati a certificare la loro presenza a lezione e dovranno rispettare un tetto massimo di impiego, per il tempo pieno, che non superi le 1.500 ore, di cui almeno 350 dovranno essere impiegate in attività di docenza e di servizio agli studenti. La riforma dà inoltre ampio spazio al principio meritocratico: come ha sottolineato la Gelmini gli scatti di stipendio andranno solo ai professori migliori. Nel caso vi sia una valutazione negativa «si perde lo scatto di stipendio e non si può partecipare come commissari ai concorsi». In base al ddl ai docenti sarà poi consentito, nel caso intendano andare a lavorare nel settore privato, di ottenere 5 anni di aspettativa senza perdere il posto di lavoro.

Nell’ambito di un processo di razionalizzazione delle spese che consenta una migliore e più efficiente allocazione delle risorse la Gelmini ha previsto la possibilità di unire o federare Atenei vicini per contenere i costi superflui e, al contempo, accrescere la qualità dell’insegnamento e della ricerca. A questo fine si prevede di ridurre della metà i settori scientifico-disciplinari (dagli attuali 370) . Ogni Ateneo potrà essere composto al massimo da dodici Facoltà. L’obiettivo è quello di evitare la moltiplicazione di Facoltà inutili e comunque non rispondenti alle esigenze del mondo del lavoro.

Un altro punto centrale del ddl Gelmini è quello che introduce l’abilitazione nazionale come condizione per l’accesso all’associazione e all’ordinariato: l’abilitazione, che sarà a numero aperto e avrà una cadenza annuale, è attribuita da una commissione nazionale, composta anche da membri esterni, che esprimerà il suo giudizio servendosi di parametri di qualità già prestabiliti con decreto ministeriale; i posti saranno poi assegnati a chi si distinguerà in occasione delle procedure pubbliche di selezione bandite dai singoli Atenei, alle quali potranno accedere solo gli abilitati.

Un’altra novità riguarda anche l’organizzazione della governance interna alle Università: se da una parte sarà il Senato accademico a poter presentare proposte di carattere scientifico, dall’altra sarà il Consiglio di amministrazione che dovrà rispondere in merito alle assunzioni e alle spese (lo stesso discorso vale anche per le sedi distaccate). Il Cda, che avrà il 40% di membri esterni (tra questi vi potrà essere anche il presidente), non sarà elettivo. Potranno inoltre far parte degli organi di governo anche gli studenti. Nasce poi, in sostituzione dell’attuale direttore amministrativo, la figura del direttore generale, una sorta di manager di Ateneo.

Per quanto riguarda i giovani ricercatori il ddl approvato mercoledì dal Cdm si propone di ovviare ad un problema che, nell’Università, si trascina ormai da parecchio tempo: in Italia si diventa ricercatori all’età media di 37 anni, e ciò avviene dopo anni di precariato. Come ha sottolineato il ministro Gelmini, «non ha senso essere ricercatori a 50 o 60 anni», anche perché così si frustra la carriera di chi si deve ancora costruire un futuro. Contro questo trend negativo la riforma introduce una svolta importante: la possibilità di diventare ricercatori a 30 anni, con uno stipendio medio che aumenterà e si aggirerà intorno ad una media di 1800 euro mensili, e con contratti a tempo determinato della durata di tre anni ciascuno (prorogabili per altri 3). Se al termine del suo percorso il ricercatore sarà ritenuto una risorsa per l’Ateneo dovrà essere confermato con un contratto a tempo indeterminato in qualità di associato (stop, dunque, alle borse di studio post dottorali). Con questa misura si vuole porre un freno allo sfruttamento e alle penalizzazioni economiche a cui sono stati soggetti sino ad ora i giovani ricercatori, incentivando invece il principio del merito.

Infine, last but non the least, verrà avviata una politica volta a valorizzare il diritto allo studio attraverso l’istituzione di un fondo nazionale per premiare gli studenti più meritevoli: grazie alla riduzione delle spese superflue della burocrazia verranno reperite risorse da destinare al finananziamento di borse di studio e alla promozione di prestiti d’onore con tassi bassissimi.

Insomma: un ministro finalmente sta provando a riformare l’istruzione di questo sciagurato Belpaese…. Aiutiamola!Universita': dl, mercoledi' fiducia alla Camera

Vivere è scegliere tra la mediocrità e la verità

SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI
….. Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:
“Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.”……

(Commento al Vangelo di don Pierangelo Rigon)
Oggi si proclama il Vangelo secondo san Matteo (5, 1- 12)

Il 1 novembre, festa di Ognissanti, la Liturgia ci fa ascoltare le Beatitudini.
E’ il grande esordio al “discorso della montagna”, contenuto nei capitoli 5,6,7 del primo Vangelo, cioè quello di San Matteo.
Giustamente si è soliti considerare questo discorso del Signore come la “magna charta” del cristianesimo, cioè la legge fondamentale che dovrebbe guidare orientamenti e scelte di chi ha deciso di seguire Gesù Cristo e di farne il maestro e il modello di vita.

Le beatitudini non sono umanamente comprensibili, rappresentano l’assurdo eretto a criterio di ragione.
Credo che nessun uomo sapiente, o considerato tale, in tutta la storia dell’umanità, abbia detto qualcosa di simile.
Dunque, chi le ha pronunciate o è folle, o vuol scherzare, o è Uno che ha veramente capito il senso della vita perché è proprio la Vita stessa.
I cosiddetti “santi”, quelli che oggi la Chiesa festeggia perché sono certamente nella gloria di Dio (lo attesta la parola infallibile del Pontefice Romano quando li canonizza) hanno preso molto sul serio queste parole.
Tant’è che, molti di loro, sono stati considerati dei pazzi.
Ogni beatitudine scardina sicurezze acquisite e modelli di pensiero fortemente propagandati, specialmente oggi.
Ci si potrebbe domandare quale vantaggio abbiamo a vivere così. Perché dovremmo farlo? “Perché – dice Gesù – avrete la ricompensa nei cieli”.

La dottrina cristiana ci parla di “Paradiso”: è là che vivono i Santi, è la che abita Dio, è là che noi speriamo di giungere dopo una vita vissuta da buoni.
Naturalmente nessuno di noi può definire il Paradiso, anche se proprio molti Santi, già in terra, hanno avuto la grazia di contemplarlo; insieme al suo opposto, l’inferno.

La maggior parte di noi, però, può solo immaginarlo perché – come dice la II lettura della Messa del 1° novembre (un versetto della I lettera di San Giovanni) – “ciò che saremo non è stato ancora rivelato”.

E’ come dire: “non lo sappiamo”.

La vita cristiana è un dato di fatto (perché il Battesimo ci ha costituiti realmente “figli” di Dio e “fratelli” di Gesù Cristo, il primogenito), ma è anche al tempo stesso un cammino che si realizza nel tempo che ci è dato di vivere.
Attimo per attimo, perciò, siamo chiamati ad essere cristiani, secondo le indicazioni di Gesù, facendo delle Beatitudini il programma, la scala che ci porta in Paradiso.

Sappiamo bene che c’è chi, anche in molti salotti televisivi, ride di tutte queste cose con il sussiego tipico dell’intellettuale laico o del “cristiano maturo”.
Noi, poveri cristiani della strada, cresciuti con il catechismo del vecchio parroco, noi ci fidiamo di tutto quello che abbiamo appreso.
Sappiamo che non vi è inganno in questo insegnamento perché esso risale agli Apostoli che l’hanno udito dalle labbra del Nazareno, il Crocifisso e Risorto.

Il “Santo di Dio” è Lui!

Nella sua infinita bontà Egli ci partecipa questo dono, rendendoci non tanto “impeccabili”, ma capaci, fosse anche dopo innumerevoli cadute, di risalire ogni volta la china e di guardare in alto.
Non aspirare alla Santità, non credere alla Santità, irridere la Santità, è scegliere una vita mediocre o che tale, prima o poi, si rivelerà agli altri e anche a noi stessi.
Come aveva ragione Léon Bloy, quando affermava: “Non c’è che una tristezza al mondo, ed è quella di non essere santi”.

Gesù di Zeffirelli

Lega Nord, storia del movimento che guiderà il Veneto

IL PERSONAGGIO. Francesco Jori ha scritto la storia del movimento “popolano e fortunato” e ha rilasciato un intervista pubblicata dal Giornale di Vicenza dove descrive il suo punto di vista e il risultato dei suoi studi effettuati come docente universitario.

Lo definisce «un movimento popolano e fortunato». Ne sottolinea il forte radicamento nel territorio: prova ne siano i 113 sindaci eletti dalla Lega nel Veneto sui 300 e passa che ha in Italia.
Predice che il liòn ruggirà ancora più forte nel Veneto, se «prevarranno ancora questi due poli di plastica». Ricorda i tempi in cui Berlusconi era Berluskaiser per Bossi, ma spiega anche che oggi Pdl e Lega hanno mutua necessità di sostenersi.
Francesco Jori, 62 anni, giornalista (prima al Gazzettino e ora nei quotidiani Finegil), saggista, docente universitario ha pubblicato “Dalla Liga alla Lega”, la prima storia della Lega vista da Nordest. Ilvo Diamanti, che ne ha scritto la prefazione, consiglia di leggere il libro per capire finalmente che cos’è la Lega «e non meravigliarsi ogni volta che vince le elezioni».

Perché la Lega è popolana?
«Perché sa intepretare a pelle tutto, a partire dai bassi istinti. Capisce i problemi ma anche le percezioni del popolo. Prenda la questione sicurezza, che è una sua bandiera: nell’Alta Padovana i rumeni sono triplicati e i reati calati. Ma i cittadini non vivono così il fenomeno. E la Lega lo capisce».

D’Alema una volta sostenne che la Lega ha una radice di sinistra. È vero?
«Solo nel senso che sa interpretare il sentire comune, come un tempo era prerogativa della sinistra. La verità è che il suo successo è dovuto alla clamorosa incomprensione da parte dei partiti storici. In questo è stata fortunata, perché quasi tutti l’hanno sbeffeggiata e usata strumentalmente. Elogiata o castigata a seconda della convenienza: basta pensare alla sinistra nel 1994. Ma non l’hanno mai presa sul serio. È come se l’allenatore di calcio mandasse in campo una squadra di riserve perché non stima pericolosi gli avversari. E questi invece lo travolgono di gol».

La sua analisi parte del 1983, dalla Liga di Tramarin, Beggiato e Rocchetta. Neanche allora fu compreso questo nuovo partito?
«Tutt’altro. Ricordo un’analisi lucida di Buffarini nel Pci e altre della Dc, azzeccate allora e attualissime anche adesso. La Lega – si sosteneva – nasce da spinte giuste e capisce i problemi. Esistevano anche ricette. Bisaglia stesso propose di fondare la Dc veneta bavarese, idea rilanciata poi da Corazzin. Ma tutto rimase fermo».

E la Lega vinceva le elezioni…
«Mica sempre. L’andamento della Lega è altalenante: picchi clamorosi e cadute rovinose. Nel 2001 non riesce neanche a superare lo sbarramento del 4% per entrare alla Camera. Nel 2008 ottiene gli stessi voti che ebbe nel 1992: già allora andò a sud del Po. Oggi ha anche il sindaco di Prato, dopo 62 anni di sindaci di sinistra».

Qual è il motivo di questo su e giù elettorale?
«La Lega è come un autobus: c’è chi sale per arrivare al capolinea, chi scende alla fermata dopo. Ha una fascia ampia di elettorato mobile: chi vota per protesta, chi lo fa per una battaglia… Quando fa il pieno di malumori e indecisi arriva al massimo. Raccoglie i frutti di un lavoro capillare sul territorio».

Il suo rapporto con la realtà veneta è assai stretto: perché?
«Ricordo che nel ’96, quando Bossi da solo ottenne un inutile 30%, quando a Rocca Pietore votò Lega il 75% e a Foza il 72%, cercai di indagare. Il parroco di Croce d’Aune mi spiegò che lui aveva invitato a votare Lega perché i leghisti erano gli unici a farsi vedere ed erano persone che mantenevano quello che promettevano».

Insomma, i comportamenti opposti rispetto ai politici vecchia maniera.
«Alle feste popolari ci sono sempre tutti, dal ministro in giù. I dirigenti della Lega hanno l’auto che segna almeno centomila chilometri. Manzato ha fondato una scuola quadri con 200 iscritti. Hanno un vero cursus honorum».

Questo fa sì che la Lega abbia già una seconda generazione di amministratori, i quarantenni.
«Certo, come Manzato e Zaia. Ma molti dimenticano che la vera forza della Lega sono gli oltre 300 sindaci, dei quali più di cento nel Veneto. La Lega ha materiale umano, ma pure l’idea del limite. Bepi Covre, dopo aver fatto il sindaco e due mandati da deputato ha lasciato tutto».

Quale sarà il futuro?
«Se resteranno questi due poli di plastica, la Lega nel breve e medio periodo si rafforzerà. Quando tutto sarà rimescolato, quando per ragioni anagrafiche non ci saranno più questi leader, allora sorgeranno i problemi, perché l’elettorato di Lega e Pdl è confinante. Per il momento i due partiti hanno necessità di sostenersi l’un l’altro».

C’è chi ritiene che la candidatura leghista in Regione darà la stura a liti interne. È d’accordo?
«Se Galan non sarà confermato governatore, liti interne ne avrà di più il Pdl, creda a me. Perché il Pdl non c’è nel Veneto come partito radicato nel territorio: non a caso ha meno dei voti dei due partiti da cui è nato».

Deriva islamica in Turchia, esercito preoccupato

C’è aria di golpe in Turchia. Un documento, firmato dal colonnello Dursun Çiçek, «è nelle mani della giustizia», si è limitato a rivelare nei giorni scorsi ai cronisti il Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan, precisando che «le Forze Armate non potrebbero accettare un’onta del genere, se le accuse si dimostrassero vere». È il piano, sequestrato nel corso di una perquisizione, che proverebbe la volontà dei militari di ribaltare il regime. Ad anticiparne l’esistenza, in giugno, era stato il quotidiano “Taraf”, svelando l’intenzione dell’apparato militare di destituire il partito di Governo, l’Akp, colpendo nel frattempo anche le potenti confraternite sufi che fanno riferimento a Fethullah Gülen. Falso o autentico che sia, l’incidente è riuscito intanto a mettere in contrasto le Forze Armate e la magistratura. Le prime rivendicano a sé la giurisdizione sul caso, che vede coinvolti alcuni ufficiali dell’esercito turco, mentre i giudici civili non mollano e continuano a indagare. Ma non è un unico episodio giudiziario a opporre le gerarchie militari, notoriamente contrarie all’influenza islamica nelle istituzioni, e il Governo di Erdogan. L’accusa principale nei confronti del Primo Ministro è politica e riguarda lo scivolamento graduale ma apparentemente inesorabile di Ankara verso il mondo islamico. Così sembra interpretare la svolta anche il “New York Times”, che ieri indicava come stiano crescendo le tensioni fra la Turchia e l’Occidente. Iniziando dall’episodio delle manovre militari congiunte fra la Nato e Israele, cancellate all’inizio di ottobre proprio per volontà del governo di Ankara, il quotidiano statunitense risale fino all’incidente del gennaio scorso, quando Erdogan aveva affrontato duramente il presidente israeliano Shimon Peres davanti alla platea internazionale dei leader mondiali, a Davos, in Svizzera, puntando il dito contro Gerusalemme a proposito del conflitto a Gaza. La fonte di preoccupazione maggiore riguarda comunque i rapporti con Teheran, particolarmente per la difesa da parte di Erdogan del programma nucleare iraniano. A disancorare la Turchia dall’Occidente, contribuiscono anche alcune decisioni di politica economica. In occasione di un suo viaggio a Mosca lo scorso febbraio, il presidente turco, Abdullah Gül aveva concordato con il Governo russo che le transazioni tra i due Paesi sarebbero avvenute nelle rispettive valute nazionali. Ieri, durante una visita a Teheran, è giunto l’annuncio di Erdogan che sarà adottata la nuova lira turca nelle transazioni commerciali con l’Iran, che precedentemente avvenivano in dollari o in euro. E, prossimamente, un accordo simile sarà siglato anche con la Cina.Quali successi economici e politici possa ottenere il voltafaccia, è un argomento controverso. Ieri, sia la Confindustria turca che gli analisti finanziari dell’agenzia di rating internazionale (Fitch) hanno fornito chiavi di lettura diverse sulla crisi economica attraversata dalla Turchia e soprattutto sul futuro a breve. La Tisk (influente confederazione dei datori di lavoro turchi) ha, in un certo senso, ridimensionato le ottimistiche analisi degli scorsi giorni relativamente all’uscita dal tunnel per l’economia locale. Per gli imprenditori turchi, la disoccupazione e il calo della produzione industriale dureranno per almeno un altro anno colpendo in special modo alcuni sub-settori industriali particolarmente esposti verso l’estero. Fitch è pronta invece a rivedere positivamente il rating sul debito turco (attualmente BB-) in considerazione della capacità di reazione dimostrata dal Paese nella difficilissima fase congiunturale attraversata. ankara

Ucciso a Detroit un leader islamico americano

Sognava la Jihad, predicava contro lo Stato e contro la democrazia, accumulava armi tanto da avere un piccolo arsenale, diceva di essere pronto «a farsi saltare per aria». Non in Pakistan o in Iraq, non in un Paese dove vige la Sharì’a e la si vuole prservare dal Grande Satana che è l’Occidente, ma a Detroit, una delle città più industrializzate degli USA conosciuta anche come la capitale dell’automobile. Il suo nome era Christopher Thomas, 53 anni, poi cambiato in Luqman Ameen Abdullah dopo la conversione all’Islam; è stato ucciso dall’Fbi durante un conflitto a fuoco. Sei dei suoi seguaci sono stati arrestati in una serie di raid contro una setta islamista a Detroit e Deborn, cittadina statunitense che ospita una folta comunità mediorientale.

Gli agenti federali indagavano da tempo sul gruppo “Umma” (il termine Umma nel Corano indica la comunità mondiale dei credenti islamici) al quale era legato Abdullah con un buon numero di discepoli, cittadini afro-americani molti dei quali hanno abbracciato l’Islam in carcere, secondo una moda diffusa fin dagli anni Sessanta del secolo scorso. La fazione che predica l’imposizione della legge islamica e segue un’interpretazione molto radicale della religione è stata fondata anni fa da un personaggio famoso, Jamil Abdullah Al Amin, alias Rap Brown, il membro delle “Pantere nere” attualmente in prigione per l’omicidio di due poliziotti.

Dopo aver raccolto numerose prove a carico di Luqman Abdullah, l’Fbi ha deciso di passare all’azione. C’erano informazioni circa il possesso di armi da fuoco di questi fanatici che si dedicavano anche ad attività illecite. Gli agenti si sono presentati in forze davanti ad un deposito di Detroit all’interno del quale c’era l’imam. Gli hanno intimato di arrendersi, ma Abdullah ha aperto il fuoco uccidendo un cane-poliziotto. È seguita una sparatoria che ha visto soccombere il leader della gang.

Negli Stati Uniti operano diverse micro-organizzazioni di ispirazione islamista. Di solito sono composte da persone di colore e da immigrati venuti dall’area caraibica che aderiscono all’islam come atto di ribellione verso la società dei bianchi verso i quali nutrono violenti sentimenti razzisti, spesso mescolano la politica con attività illecite, dai furti a crimini più seri. Il punto di contatto possono essere piccole moschee, ma è più facile che reclutino i loro membri in carcere dove rabbia e frustrazione disperata trovano nel Corano una valida sponda per evitare il pentimento e sfogare le proprie pulsioni di vendetta dando loro una patina di spiritualità.

Mentre nel resto dell’Occidente si susseguono senza soluzione di continuità episodi del genere, sempre più numerosi, in Italia ancora si continua a discutere sul modo di “privilegiare l’insegnamento dell’islam buono su quello radicale”. Una frase da ignoranti e priva di senso, ma sembra impossibile darne fuori. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, come dice il vecchio adagio….Islam bandiera USA

Rapporto della Caritas sugli immigrati

L’Italia è lo Stato dell’Unione europea in cui lo scorso anno la presenza straniera è maggiormente cresciuta in termini assoluti. Si è trattato di un aumento annuo di 458.644 residenti immigrati nel 2008 (+13,4% rispetto all’anno precedente), per una cifra complessiva di 4.330.000 presenze regolari, che diventano 4,5 milioni se compresa la regolarizzazione di settembre nel settore della collaborazione familiare.

Una presenza che incide tra il 6,5% (residenti) e il 7,2% dell’intera popolazione. Il 2008 è anche «il primo anno in cui l’Italia, per incidenza degli stranieri residenti sul totale della popolazione, si è collocata al di sopra della media europea» (6,2%, ossia 38,1 milioni di immigrati, di cui un terzo proveniente da altri Stati membri).

E’ quanto emerge dalla XIX edizione del Dossier statistico Immigrazione Caritas/Migrantes, presentato a Roma e in diverse città italiane. Continuano a prevalere – si legge nel Dossier – le presenze di origine europea (53,6%, per più della metà da Paesi comunitari). Seguono gli africani (22,4%), gli asiatici (15,8%) e gli americani (8,1%). Risulta fortemente attenuato il policentrismo delle provenienze, che per molti anni è stato una caratteristica dell’immigrazione italiana: le prime 5 collettività superano la metà dell’intera presenza (800 mila romeni, 440 mila albanesi, 400 mila marocchini, 170 mila cinesi e 150 mila ucraini).

Per quanto riguarda gli sbarchi, il Dossier Caritas/Migrantes ricorda che sono meno dell’1% della presenza regolare: «Nel 2008 sono state 36.951 le persone sbarcate sulle coste italiane, 17.880 i rimpatri forzati, 10.539 gli stranieri transitati nei centri di identificazione ed espulsione e 6.358 quelli respinti alle frontiere».

In Italia, rileva poi il rapporto, più di un quinto della popolazione straniera è costituito da minori (862.453), mentre i nuovi nati da entrambi i genitori stranieri (72.472) sono il 12,6% delle nascite totali. Gli alunni stranieri, nell’anno 2008/2009, sono saliti a 628.937, con un’incidenza del 7%.

Sul fronte “lavoro” i lavoratori stranieri sono quasi un decimo degli occupati e nel 2007 hanno contribuito all’economia italiana per 134 miliardi di euro, pari al 9,5% del prodotto interno lordo. La regolarizzazione dei collaboratori familiari del settembre 2009 (294.744 domande di assunzione), ha invece fruttato 154 milioni di euro in contributi arretrati e marche, mentre tra il 2010-2012 farà entrare nelle casse dell’Inps 1,3 miliardi di euro supplementari.

Dinamismo c’è anche nel lavoro imprenditoriale: 187.466 cittadini stranieri sono titolari di impresa. Le acquisizioni di cittadinanza (39.484 nel 2008) sono quadruplicate rispetto al 2000. Oltre un decimo della popolazione immigrata, inoltre, è diventata proprietaria di un appartamento.

Dati interessanti che però bisognerebbe analizzare più a fondo, per esempio mettendo in evidenza il netto sbilanciamento verso le regioni del nord Italia nella distribuzione dell’immigrazione, con proporzione di circa 5 a 1 con tutte le conseguenze relative all’impatto sociale. Ma questo è un discorso che porterebbe in direzioni diverse e più intricate.dati immigrazione

Per il Sud serve una nuova “spedizione dei Mille”

«Ogni libro sull’arretra­tezza del nostro Sud dovrebbe essere l’ultimo. Questo, invece, è il mio se­condo, e ciò segnala un evidente falli­mento della politica». Il saggio che l’editore Donzelli manda in libreria da domani, 30 ottobre con il titolo “Sud, un sogno possibile” (207 pagine, 16 eu­ro) si apre così, senza mezze misure come è nello stile del suo autore, il Ministro della Funzione Pubblica sig. Renato Brunetta.

Nel libro vengono analizzati i tanti errori commessi nel tentativo di armonizzare il mezzogiorno d’Italia con il resto del Paese, ottenendo spesso l’effetto contrario di quanto ci si proponeva. Anche perché, sembra almeno questa la tesi di fondo, si è sempre rifiutato di riconoscere la diversità intrinseca esistente tra le diverse regioni del Belpaese e si è piuttosto cercato di renderlo omogeneo e uniforme, in modo del tutto cieco e antistorico, piuttosto che adattare la legislazione e le istituzioni alle specificità storiche, socioculturali, economiche e demografiche che costituiscono la vera ricchezza dell’Italia.

Sembra convincente l’impostazione del problema data dal ministro Brunetta, perché in effetti così facendo si sono caricate in modo abnorme le spalle della gente del Nord per cercare di imporre a quella del Sud un sistema che non è adatto alla mentalità del posto, con il risultato di dilatare progressivamente in modo sempre meno rimediabile il solco culturale esistente tra le diverse anime d’Italia, al punto che oggi la riforma dello Stato in senso federale sembra il solo modo per evitarne la frantumazione irreversibile.

Come attuare allora il tanto atteso rinnovamento del Sud? «La qualità di un territorio la fa la sua gen­te », dice l’on. Brunetta. Auspicando un «program­ma poliennale di investimenti anche e soprattutto in capitale umano che abbia come obiettivo il superamento del gap di legalità e fiducia nelle aree più a rischio del Mezzogiorno. Detto in altri termini», pro­voca il ministro, «serve una nuova spedizione dei Mille». Una invasione che dovrà puntare, come fece Garibal­di, sugli insorti locali. Stavolta nella pubblica amministrazione. «Mentre si cercheranno al Nord funzionari e di­rigenti pubblici esperti e capaci da in­viare al Sud», dovrà scattare quella che Brunetta chiama l’«Operazione Rosolino Pilo», dal nome del patriota siciliano che nel 1860, a prezzo della vita, spianò la strada alla conquista di Palermo, per «la creazione al Sud di una rete che finora non è esistita, fat­ta di dirigenti e funzionari preparati e onesti».

A questo punto ci si chiede però una cosa: perché mai l’on. Brunetta è così ferocemente contrario alla nascita di un “Partito del Sud”? Dalle sue parole sembrerebbe derivare proprio la necessità di una svolta di questo tipo. Certo, gli “interessi di bottega” del PdL ne risulterebbero fortemente danneggiati, ma un politico non deve avere a cuore il Bene Comune più dell’interesse di parte, soprattutto se i suoi convincimenti vanno in una certa direzione? Davanti a queste domande forse si assisterrebbe a uno spettacolo di capriole verbali inaspettate, ma per fortuna nessuno le ha poste.Brunetta Renato

Muri di terra contro la sosta abusiva dei nomadi

Il Comune di Milano è sceso in campo, stanziando un budget complessivo di 400mila euro, per affrontare una volta per tutte i continui spostamenti dei nomadi che occupano l’area adiacente a via Cusago e fanno la spola tra le tre rotonde in direzione dell’omonimo Comune dell’hinterland milanese. A deciderlo è stato il vicesindaco e assessore alla Sicurezza del Comune di Milano, Riccardo De Corato, dopo aver incontrato il sindaco di Cusago, Daniela Palazzoli.

Alla luce del fatto che gli sgomberi (una sessantina da inizio anno) non sono “più sufficienti come deterrente”, il Comune di Milano ha deciso di rilanciare con un nuovo progetto: “Le barriere di terra, in regola con le norme del codice stradale e meno pericolose per gli automobilisti, sono state validate dal Comitato per l’ordine e la sicurezza ed è stato poi sottoposto all’attenzione del ministero dell’Interno”. “Il finanziamento avverrà attraverso il Fondo per la realizzazione di iniziative urgenti per il potenziamento della sicurezza e dell’ordine pubblico”, ha puntualizzato il vicesindaco meneghino sottolineando che il Comune attende i fondi del Governo per la realizzazione di un progetto risolutivo che scongiuri in via definitiva questa migrazione per le vie della città.

Sul tavolo anche altre proposte per fermare la continua occupazione del suolo pubblico da parte dei nomadi. Dopo aver avanzato la possibilità di firmare un’ordinanza di sgombero immediato, secondo la norma che vieta il campeggio in aree pubbliche, il sindaco Palazzoli ha, infatti, proposto di valutare, insieme alle società agricole, la possibilità di concimare e coltivare quei terreni, così da renderli inutilizzabili per la sosta. Non solo. “Si potrebbe anche praticare un intervento di riforestazione dell’area, così da rendere impraticabile l’accesso ai veicoli – ha spiegato il primo cittadino di Cusago – o il posizionamento di guard-rail davanti ad alberi piantumati ad hoc, così da rendere impraticabile quell’area, nel rispetto delle norme stradali”.

Comunque la si pensi circa questi tentativi di risolvere il problema, rimane il problema. Problema che non è l’esistenza di queste persone, come pensa forse qualche idiota, ma che riguarda l’anacronismo e l’ingiustizia sociale evidente che lo “status” di nomade comporta. In una società si debbono avere diritti, ma a patto che prima si adempiano i corrispettivi doveri. Non esiste diritto senza dovere, questo è uno dei cardini della cultura giuridica. Il dovere fonda il diritto corrispondente e le due cose marciano insieme inseparabilmente: ma il principio originante è il dovere.
I nomadi pretendono invece di vivere in maniere semi-anarchica, liberi dalle regole sociali, liberi da obblighi e vincoli, liberi da tasse, da imposte, da limitazioni dell’arbitrio, come se lo Stato non esistesse; salvo pretendere tutela e assistenza per ogni bisogno. Questo è palesemente ingiusto e non può più essere tollerato nel XXI secolo. Non c’entrano il razzismo o la xenofobia, non è una questione di pelle o di lingua o di povenienza: è una questione di dignità e di rispetto reciproco. Chi amministra lo Stato ha il diritto, ma prima di tutto ha il dovere, di far rispettare a tutti nella stessa maniera le leggi in vigore.

A Milano stanno provando in un modo, chi non lo condivide ne proponga di migliori. La sola cosa inaccettabile è la difesa acritica di questo “modus vivendi” indegno di una società che si vanti di essere civile.

Il Discorso della Montagna che cambiò il mondo

Mentre gli stolti insegnano ai figli le scemenze di Halloween, questo giornale propone la Verità come modello.

Dal Vengelo secondo Matteo:
“Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi. Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto.”

Laudetur Jesus Christus.Gesù - beatitudini