E se al G-20 si sbagliassero sul protezionismo…?

hero_weeklyaddress_9-26-09Ci vogliono i capi di stato di 14 o 20 tra i più potenti Paesi del mondo per abbassare i bonus a qualche manager americano o europeo? Neanche fosse la terza guerra mondiale con gli alieni di chissà quale pianeta. E la gente se la beve perché il populismo fa sempre effetto. O che squallore dare miliardi a un solo manager quando tanti bambini muoiono di fame. Venti super Presidenti, venti, per tagliare gli stipendi a qualche manager?
Sulle passerelle – che, tra l’altro, tanto per restare nel populismo, costano miliardate – sfilano le buzzicone più famose d’America e le modelle-chanteuse più arrampicatrici d’Europa per fare colore. Ma la sostanza è sempre quella: gli Stati Uniti sono in gravissimo pericolo e l’unica via d’uscita, per loro, è tornare a lavorare. Ma gli Stati Uniti hanno perso il senso del lavoro, si sono sudamericanizzati, e si sono dati allo spettacolo, all’avvocatura, a facebook o a google, al terziario improduttivo e si sono specializzati nel consumare. Ma consumano senza produrre e quindi si indebitano.
Come si pagano questi debiti stratosferici? Mantenendo i mercati aperti, in particolare quelli finanziari, e soprattutto mantenendo un teatro geopolitico sempre instabile in modo da far venire utile l’apparato militare e quella quantità di giovani che non si saprebbe cosa fargli fare se non la guerra. Guerre, tra l’altro, mica serie. Mica guerre di grandi paesi tra di loro, no. Guerre contro i soldati fantoccio di Saddam o contro i guerriglieri terroristi talebani.
Ed Ecco il G20. Nessun ragionamento serio sui mercati globali e su come sostenere la domanda dei singoli paesi e l’occupazione nei paesi avanzati e, soprattutto, dichiarazioni di guerre – più o meno promesse – per alimentare la paura e la necessità degli Stati Uniti. A questo, oggi, è ridotto l’Occidente?
L’associazione ipotetica protezionismo=guerra, di fatto, viene smentita dalla continua associazione globalizzazione=guerra preventiva.
Quindi sulla passerella globale assisteremo quasi sempre alle dichiarazioni di facciata contro il protezionismo e contro la guerra. Nei fatti assisteremo a decisioni unilaterali dei singoli paesi a misure di protezione (Buy american, ad esempio) e a pseudo dichiarazioni di guerra alle quali seguiranno azioni mirate per sostenere l’instabilità globale. Questo è il gioco per i poveri fessi globali che siamo noi.
La realtà, da quando è caduto il muro di Berlino, è sempre la stessa: il mondo si è ristretto, ma c’è chi ha tentato e tenta di vivere di rendite del passato. L’apertura dei mercati ha fatto, sì, circolare meglio le merci, delocalizzare, portato a migliori condizioni di vita milioni di persone, ma ha anche messo in competizione i lavoratori del mondo occidentale con quello orientale dell’Europa e dell’Asia. Ne è derivato un decadimento dei reddito e quindi dei consumi e quindi delle attività produttive e quindi della stabilità democratica. Avanzano economicamente i paesi più autoritari e più piccoli, mentre regrediscono i paesi più grandi e più democratici. La democrazia, infatti, si regge su un patto di cooperazione tra produttori-consumatori e lavoratori-consumatori. Quando questo patto viene messo in crisi dalla delocalizzazione si ottiene stagnazione, disorientamento dei mercati e anche i patti democratici ne subiscono le conseguenze.
Dunque la situazione – nonostante i culoni americani e gli chignon francesi che ci fanno vedere al G20 – è sempre la stessa: il mercato globale vive di bolle finanziarie (adesso si prepara quella sul clima) e quindi di comunicazione e manipolazione. E’ fuffa. E’ fondato sulla disparità di offerta di lavoro e quindi sul libero movimento di merci, ma sull’immobilità quasi totale di lavoro. Pochissimi italiani, francesi, tedeschi possono andare a lavorare indifferentemente in Cina, in India, in Brasile o circolare per l’Europa o il Medio Oriente. Dunque il lavoro non è una merce come un’altra. Ed eccoci all’oggi con anni alle spalle di stagnazione o addirittura cali di Pil del 5%. Abbiamo calo della domanda e dei consumi, splafonamento progressivo dei conti pubblici (vedi Giappone, Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti) e impoverimento generale delle condizioni di vita, della creatività, delle produzioni con derive populiste, scioviniste e localiste. C’è una specie di tentativo di uniformare il mondo nel consumo uguale, ma un’altrettanta resistenza delle genti del mondo nel mantenere la propria identità culturale e politica.
Quanto al protezionismo non si parla mai della proposta di creazione di mercato continentali per i quali l’Europa, compresa la Russia, potrebbe rilanciare una nuova prospettiva. L’Europa unita compresa la Russia altrimenti non si capisce di quale Europa si parla. L’Europa di 500 milioni di persone diventerebbe un mercato importante grazie anche alle risorse della terra dei cosacchi. Un’Europa così concepita sarebbe in grado anche di moderare il vicino Oriente e trovare migliori prospettive di stabilizzazione. Ma anche l’Africa, con gli investimenti cinesi dovuti all’accumulo di dollari che si stanno svalutando a vista d’occhio e quindi necessitano di essere investiti in modo massiccio, potrebbe programmare prospettive migliori. Chi l’avrebbe mai pensato che l’Africa potrà essere salvata dalla Cina comunista?
Nel frattempo una certa reciprocità nel rispetto dei mercati di produzione potrebbe indurre anche gli angloamericani-sudamericanizzati a tornare a lavorare piuttosto che sperare di vivere stampando dollari e facendo guerre per il mondo in nome di un libero mercato che non c’è più. Come si vede il mondo concepito sulle passerelle del G20 è tutt’altro. Che succederà? Che i 20 saranno presto sbugiardati.

Germania Federale al voto, utopia leghista

La Germania, il più popoloso ed economicamente importante Paese membro della UE, va al voto in questo fine settimana.

Non ci interessa adesso addentrarci in un’analisi del panorama politico attuale e nelle relative previsioni degli scenari post-voto che sortiranno dalle elezioni. Nemmeno vogliamo perderci in battute di spirito circa la concomitanza con l’Oktoberfest, sebbene chiunque l’abbia frequentata almeno una volta nella vita potrebbe aver da dubitare sulla completa regolarità del voto espresso da molte centinaia di migliaia di persone che passano una giornata alla Theresienwiese tra boccali da litro sempre pieni e sempre subito vuoti… Ma tralasciamo…

Ciò che ci interessa è parlare brevemente della Germania, la cui storia è tanto simile a quella dell’Italia. Figlia della divisione del Sacro Romano Impero alla morte del fondatore Carlo Magno, è passata per il Medioevo delle investiture e del conflitto tra Papato e Impero, poi per le guerre di religione seguite a Riforma e Controriforma, poi per la Guerra dei Trent’anni che fu il culmine politico di questi conflitti con pretesto religioso e che si concluse con la Pace di Westfalia (1648-49), pietra miliare degli assetti statali europei, dalla quale le terre di Germania e le terre d’Italia uscirono frammentate in molte entità sovrane. Germania e Italia raggiunsero l’unità politico-istituzionale pressoché contemporaneamente attorno al 1870-71, ma da subito si capì che c’era una differenza enorme: la Germania, pur sotto il regime prussiano, si organizzò da subito in forma federale nel rispetto della storia millenaria; l’Italia tradì quella stessa storia, creando invece uno Stato centralista sul modello francese.

Oggi in Germania non è strano, né motivo di conflitto, se nella regione alpina e subalpina (la Baviera) la gente ha caratteristiche leggermente diverse dalle terre piane verso Nord; in Italia ci si continua a stracciare le vesti se, dopo oltre un secolo di malessere, le genti alpine e subalpine cercano civilmente di marcare la propria differenza antropologico-culturale dai concittadini delle terre della penisola e del mare, organizzandosi in una formazione politica federalista e identitaria come la Lega Nord.

In Germania, il partito di Governo nemmeno si presenta in Baviera, e lascia il campo alla formazione locale che incarna un sentire simile e una visione del mondo analoga. In Italia ancora non è possibile, perché il PdL è ancora in fase di realizzazione e non tutte le componenti sono in sintonia con la Lega Nord e i valori cristiani, col federalismo e il decentramento amministrativo e fiscale, con l’idea del liberismo temperato dalla solidarietà comunitaria permessa dal federalismo fiscale, ecc.

Inoltre, sia il PdL che la Lega Nord vivono ancora quella che il sociologo Weber chiamava “fase del carisma del capo”, essendo ancora vivi il sig. Berlusconi e il sig. Bossi. La qual cosa impedisce di definire il contenuto ideologico dei partiti in questione e il conseguente quadro politico una volta per tutte.

Solo il futuro dirà quale strada imboccherà l’Italia, se quella virtuosa del federalismo e delle forti autonomie locali innestate in un contesto comunitario Europeo che depotenzia le singole realtà Statali in favore di quelle regionali, oppure se si andrà al conflitto sociale tra gruppi di potere e di interesse contrapposti.

Noi tifiamo per la prima ipotesi, e se l’Italia fosse un Paese serio ci piacerebbe anche crederci….

Ru 486: l’aborto da bere

Tornano le discussioni su temi di rilevanza etica in Parlamento, relativamente alle leggi sulla fase terminale della vita e alla discussione circa l’utilizzo della pillola abortiva Ru486.

Sul primo argomento preferiamo non esprimerci preventivamente, aspettando lo svolgimento dei lavori; sono infatti troppe le variabili da considerare e sarebbe probabilmente inevitabile diventare troppo specifici, oppure troppo generici. Meglio valutare le cose in divenire, fermo restando il concetto che la vita non è un bene disponibile in quanto tutti l’hanno ricevuta gratuitamente e senza merito, quindi non ne sono i proprietari ma, al massimo, i custodi.

Sul secondo argomento invece qualcosa da dire c’è, ed è una riflessione sulla donna dal punto di vista della morale cristiana e cattolica. La donna è l’ultimo essere uscito dalle mani di Dio e quindi il più vicino alla fonte originaria dell’Amore. Per questo il Verbo ha scelto una donna pura per incarnarsi, e farsi uomo. Elevando quella donna a Corredentrice del mondo e Madre di Dio, ha nobilitato tutto il genere femminile. Gesù, il Verbo incarnato, nella sua vita ha sempre trattato con dolcezza le donne, riconoscendo la loro particolare tenerezza, la loro funzione discreta, la loro pietà, la carità spontanea che solo le donne sanno vivere in pienezza e naturalezza. Per la morale cristiana la donna è degna quanto l’uomo e merita, per la sua particolare condizione di madre potenziale, una cura e un rispetto diversi e speciali. Così dicono anche le Costituzioni occidentali, quella italiana nel modo più esplicito, che dal cristianesimo hanno mutuato il fondamento etico.

Le donne inoltre sono umanamente degne del massimo rispetto perché ogni essere umano può constatare che quando viene al mondo c’è una donna che rischia la vita per lui; una donna che, salvo casi disperati, lo allatta, che gli insegna a parlare e camminare, che lo lava e lo veste, che lo cura e lo ama. Quando un uomo soffre, quasi sempre c’è una donna ad assisterlo, anche estranea talvolta. Quando un uomo muore, i servizi pietosi li compiono le donne.

Le donne, quando fanno le donne anziché fare quello che gli uomini vogliono che facciano, sono quasi degli angeli. Quando non cercano di imitare gli uomini e di compiacere i loro modelli, quando non prostituiscono la loro dignità per seguire modelli fallocratici, sono l’allegria del mondo.

Ma nella nostra società sembra che tutto si rovesci: la verginità, sbandierata come successo dalle 25enni di 40 anni fa, è diventata una vergogna per le 15enni; la maternità, compimento e sublimazione dell’essere umano intelligente, mistero insondabile per i maschi, oggi pare quasi un fardello. L’aborto, un dramma tragico secondo la ragione retta, un mezzo per liberarsi di un fastidio. La vita che nasce, ridotta a un fastidio. Il sesso, un passatempo come bere un drink, come “la Milano da bere” di quello spot degli anni ’80 del secolo scorso.

E ora, con la Ru 486, per le ragazzine sgallettate dalla mutanda facile, abbiamo anche “l’aborto da bere”. Per un maschio, scimmione sempre arrapato e fuorviato dalla pornografia che propone le donne come oggetti da possedere e gettare, il massimo dei sogni, la totale mancanza di ogni responsabilità.

Brave, femministe. Avete fatto grandi progressi e grandi conquiste, in tutto l’Occidente e presto anche in Italia. La nuova frontiera non può che essere l’accondiscendenza verso i maltrattamenti alle donne dei musulmani, verso la poligamia, verso le mutilazioni genitali giustificate dal fanatismo.

Noi, cattolici veneti forse retrogradi, preferiamo amare le donne per quello che sono nel loro cuore. E per loro non proviamo vergogna a rivolgere un pensiero e una preghiera a quella giovane ragazza-madre di Nazareth che ebbe il coraggio di dire di sì a una visione, perché il suo cuore era disposto a fare spazio all’Amore che dà la vita, a qualunque costo.

Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum.

Evasione fiscale? Democrazia è partecipazione

Sta facendo notizia il fatto che la lotta all’evasione fiscale si stia rivolgendo agli sportivi, più o meno famosi. Sarebbe “ora granda”, come si dice in Veneto!

Da 15 anni gira una menzogna vergognosa in Italia: in Veneto ci sarebbero tanti evasori che frodano il fisco, il “ricco Nordest” (ma ricco de che?) sarebbe tale solo grazie all’evasione fiscale, gli statali piangono perché loro non possono evadere…

Ma quando la si finirà di fare demagogia, e di cominciare a far sul serio? Lasciamo perdere ogni discorso sull’ammontare del valore sottratto al PIL dall’economia sommersa dell’Italia meridionale, tra traffici di piccolo conto e traffici illeciti, perché il discorso finirebbe sulle solite mene inutili della contrapposizione Nord/Sud, che non serve a niente altro che a riverberare la solita guerra tra poveri. Parliamo invece del fatto che sarebbe ora di lasciar completamente perdere i pesci piccoli (al Nord come al Sud) vessati da studi di settore abnormi o da condizioni socioeconomiche improponibili (Nord i primi, Sud i secondi), mentre sarebbe ora di dare una stretta su tutti i veri arricchiti in modo fraudolento.

Attorno allo sport e dentro il mondo dello sport vige un’economia senza regole certe, fatta di aggiramenti della legge, di escamotages, di pagamenti in nero… lo stesso, e a volte peggio, nel sottobosco dello spettacolo e della musica…. Last, but absolutely not least, tutto ciò che circola attorno alla politichetta, fatta di piccoli appalti, di consulenze, di lavoretti in nero, di favori, di prebende, di esenzioni, di agevolazioni, di permessi, di raccomandazioni…

Lo si vuol capire sì o no che per vivere in una “Res Publica” giusta servono due condizioni? La prima: che ognuno cominci da se stesso nella pratica dell’onestà. La seconda: che ognuno si impegni per conoscere come funziona la macchina amministrativo-burocratica, come si muove questa benedetta “res publica”, e che sia pronto a denunciare apertamente gli abusi che scopre.

Lamentarsi dal divano di casa, mentre si guarda Report o Striscia la Notizia, è un atteggiamento indegno! Lo diceva Giorgio Gaber in una canzone: “Democrazia è partecipazione”. Il resto, solo chiacchiere da bar…

Creazione o Evoluzione?

Continua il dibattito tra evoluzionisti e creazionisti, che noi troviamo sterile e privo di senso. La posizione che sposiamo è infatti quella del teologo,antropologo e archeologo gesuita Telhard de Chardin, recentemente riabilitato da Papa Benedetto XVI che nei suoi insegnamenti da professore e da pastore di anime ha sempre diffuso idee simili, su questo argomento: l’evoluzione è il modo della creazione, cioè la risposta al “COME?”. Sul “PERCHE’?” invece continua a regnare l’ambito della teologia. Su questo argomento ci sembra interessante segnalare un intervento di Pietro Coda, esimio pensatore molto noto.

“A centocinquant’anni dalla pubblicazione dalla pubblicazione de L’origine delle specie di Charles Darwin, il dibattito culturale intorno all’evoluzione – e alle sue molteplici ricadute e conseguenze – è tutt’altro che svigorito o spento: anche, anzi in primis, sul versante del suo scontro e/o incontro col principio, di marca teologica, della creazione. Da un versante, e dall’altro, da quello cioè dei sostenitori dell’evoluzione sino all’evoluzionismo o da quello dei sostenitori della creazione sino al creazionismo, così come – detto con una buona dose di semplificazione – da quello della scienza o da quello della fede, non mancano le prese di posizione in proposito. Ciò avviene – mi pare di poter dire – perché la stagione che stiamo attraversando mette a fuoco, in definitiva, con un’evidenza che forse non era così avvertibile sin dall’inizio del dibattito ottocentesco, il senso e la direzione dell’avventura dell’uomo nella storia dell’universo. Sì, perché è proprio questo, a ben vedere, l’oggetto ultimo del contendere: che ne è dell’uomo, non solo guardando alla storia dell’universo che sino a lui ha portato, ma anche guardando a ciò che oggi si sta realisticamente profilando a proposito delle possibilità di plasmare e persino trasformare la sua identità biologica e psico-somatica? In altri termini: ciò che di fatto la questione dell’evoluzione pone sul tappeto non è tanto l’offerta di una chiave di lettura scientifica, fondata e oggettiva, d’interpretazione della storia dell’universo, quanto, insieme a questo, la riproposizione dell’eterno interrogativo intorno all’identità e al destino dell’uomo, per sé immerso nel lusso di questa storia, certo, ma al tempo stesso decisamente eccentrico ed eccedente rispetto ad essa. È dunque chiaro che la questione dell’evoluzione, nonostante il travagliato ma senza meno prezioso lavorio di chiarificazione che si è prodotto in questi centocinquant’anni trovi nuova esca, e persino con qualche recrudescenza di toni nell’odierno riproporsi del cruciale interrogativo intorno all’uomo. Il che viene a dire, oggi come ieri, oggi forse più di ieri, che la controversia intorno all’evoluzione per sé va declinata su due piani. In primo luogo, quello della correttezza epistemica che invita a distinguere gli ambiti, i metodi, i criteri, l’estensione delle affermazioni che vengono fatte dai diversi saperi – si tratti di quello scientifico o di quello teologico – in fedeltà alle rispettive portate conoscitive e ai rispettivi significati antropologici senza cedere alla tentazione d’indebite generalizzazioni e assolutizzazioni. In secondo luogo, quello della necessaria correlazione di tali saperi dei loro oggetti e dei loro risultati nel contesto integrale dell’impresa conoscitiva dell’uomo in risposta all’imperativo dell’esplicazione libera e intelligente della propria identità. Molte e tuttora perduranti incomprensioni derivano dallo slittamento, più o meno consapevole, dei pensieri, e degli atteggiamenti tra i due piani. In questa logica, giunge quanto mai opportuno l’appello lanciato da Benedetto XVI ad allargare gli spazi d’esercizio della razionalità: e cioè, detto in termini più perspicui e precisi, a tenere aperto l’orizzonte di ricerca della ragione umana in tutta la sua vastità. Rispettando, certo, e promuovendo l’investigazione della ragione nei vari ambiti e dimensioni del reale con gli appropriati metodi, ma insieme non imponendo a priori dei confini oltre i quali la ragione non potrebbe o non dovrebbe spingersi. Dunque, se l’intelligenza responsabile della fede cristiana non può che giovarsi dei risultati dell’indagine scientifica nell’esplicarsi della sua autonoma metodologia, altrettanto l’indagine scientifica non può che arricchirsi, anzi in definitiva avvicinarsi alla sua finalità ultima, quando inserisce i risultati cui è pervenuta entro un quadro di riferimento più vasto e di altro livello, che come tale può essere intenzionato solo da altri saperi – come ad esempio la filosofia e la teologia. Evoluzione e creazione infatti – per stare al nostro oggetto – per sé sono concetti che afferiscono a due livelli distinti del reale: la confusione o il conflitto nascono quando li si incrocia indebitamente. Mentre, quando son fatti valere nei rispettivi contesti, possono davvero arricchirsi l’un l’altro, ciascuno restando pertinente al proprio livello ma insieme offrendo una qualche luce per l’interpretazione ulteriore dell’altro. La controversia tra evoluzione e creazione non è che la spia di una correlazione tra sapere della fede e sapere delle scienze di cui ancora non si è trovato il bandolo. Di fatto, la genesi e l’esercizio della razionalità scientifica moderna ha provocato un tale sconvolgimento nell’architettura dei saperi prima data per certa e definitiva, che ancora non si è riusciti a ricomporre adeguatamente le cose. E il pericolo – come accennavo – è che ne faccia le spese l’identità dell’uomo in un momento delicato e inedito come quello che stiamo vivendo. Per questo è necessario con ogni sforzo, ma senza forzature, lavorare a una ricomposizione rispettosa della pluralità dei saperi e al contempo attenta all’unità di senso e di destino dell’uomo e del cosmo.”

Certi di aver dato un contributo di riflessione, invitiamo ogni lettore a riflettere sulla differenza esistente tra COME  e PERCHE’, in modo da non cadere negli errori di persone come Piergiorgio Odifreddi o Margherita Hack.

La Chiesa si è accorta della Lega Nord

bossi_umberto1_070508_adn--400x300Una delegazione leghista composta dal Segretario Federale On. Umberto Bossi, dal vicepresidente del Senato e leader del Sindacato Padano Sen. Rosy Mauro, dai capogruppo di Camera e Senato On. Roberto Cota e Federico Bricolo, ha avuto udienza presso il Segretario di Stato Vaticano Card. Tarcisio Bertone.

E’ il secondo incontro in un mese tra vertici del partito federalista e vertici del Vaticano, un segnale importante di apertura al dialogo della Chiesa con l’unico partito che, ufficialmente e per statuto, riconosce il Magistero della Chiesa come ispirazione nei temi di natura etica e che, in tutte le esternazioni pubbliche, dichiara imprescindibile il riconoscimento dei fondamenti della cultura cristiana nelle legislazioni dei Paesi Europei e della stessa Unione Europea.

Il fenomeno leghista, nato in maniera confusa e disordinata per rispondere al malessere di milioni di cittadini vessati e discriminati dallo Stato negli anni Settanta del secolo scorso, ha conosciuto un inizio ruspante nel quale non erano ancora delineati i contorni ideologici della nuova formazione. Ma in anni di comizi davanti a decine di migliaia di persone partecipi, in migliaia di scontri e confronti interni, in infinite discussioni su quale sia il vero sentimento che muove la gente a fare centinaia di Km per ritrovarsi a fare numero attorno ai propri rappresentanti e gridare all’Italia la propria esistenza, questo movimento è maturato.

La Lega Nord ha prodotto una nuova classe di politici preparatissimi, ha una percentuale di laureati impensabile negli altri partiti pur restando forza popolare che comprende tutti, anche gli emarginati e i derelitti che nell’accettazione alle riunioni di proporzioni bibliche trovano una loro dimensione (e finiscono sempre in TV, dato che i TG inquadrano solo quelli…); nelle città dove amministra converte anche i nemici, i sindaci come Gentilini, Tosi, Bitonci sono famosi ovunque, vengono spesso attaccati dai media nazionali ma sono amati come star del pallone quando camminano per le vie tra i cittadini.

E la riflessione imposta dal confronto con altre civiltà, imposto dalla globalizzazione e dalla massiccia immigrazione verificatasi proprio nelle zone a voto leghista, ha sviluppato un senso identitario profondo che non è più esclusivo, ma inclusivo. Vale a dire: benvenuti agli immigrati, se si assimilano a noi e diventano come noi; altrimenti non ne abbiamo bisogno e grazie tante!

Può darsi che la Chiesa stia riflettendo, grazie anche a questo straordinario Papa, sul fatto che l’accoglienza non può diventare rinuncia al proprio Credo profondo. D’altra parte anche San Paolo e la Didaché dei primi Apostoli erano molto chiari su questo argomento. Il dovere della misericordia e della carità è imprescindibile, ma la carità deve essere sempre nella verità, altrimenti è vuota e autoreferenziale. Può darsi che questo sia anche l’inizio di un percorso che aiuterà la Lega Nord a liberarsi del fardello di certi residui del passato, oramai marginalizzati ma ancora aventi voce in capitolo in certe circostanze, per la gioia dei media avversari che ridicolizzando la Lega Nord, ridicolizzano le istanze di giustizia sociale, fraternità comunitaria e amicizia nel rispetto reciproco che attraverso la riforma federalista la gente della Lega vuole vedere realizzata in tutta Italia.

La Caritas denuncia: crisi pesante in Veneto

L’allarme sociale lo solleva la Caritas veneta, che in un convegno a Vicenza evidenzia dati che indicano un incremento del triplo sulle richieste di aiuto pervenute all’associazione umanitaria da parte di famiglie locali.

La mentalità dei Veneti è particolare, difficile da capire per chi viene da fuori: un misto di discrezione, dignità, pudore, che unito a un’educazione secolare cristiana invita sempre a sopportare, non ribellarsi mai, pensare che c’è sempre chi sta peggio e che quindi lamentarsi non è dignitoso. Di questa mentalità diffusa si è approfittato largamente nei primi 150 anni di unità d’Italia e quando un partito come la Liga veneta poi Lega Nord ha cominciato a dire, più o meno educatamente, che le frustate andavano date anche a chi non lavora, non solo a chi tira il carretto da mattina a sera in cambio di derisione e scherno, ecco che arrivò anche la stigmatizzazione con il conio della patente di “razzista” sempre pronta. Se un Veneto vuole venire trattato come gli altri, né più né meno bene degli altri, è razzista.

Il colmo della presa in giro arrivò dalla definizione di “ricco Nordest” per indicare il Triveneto quando, dopo decenni di miseria sopportati per causa della perdita dell’indipendenza politica, dopo decenni di emigrazione e di malnutrizione, questo riuscì a costruire un sistema sociale e produttivo degno della sua cultura fatta di lavoro, risparmio, senso civile, rispetto delle norme, pace sociale.

Oggi il Veneto è in difficoltà, mentre Trentino e Friuli beneficiano dello statuto speciale delle loro amministrazioni regionali. Oggi in Veneto molte persone non ce la fanno più a tirare fino a fine mese. Oggi il Veneto ha bisogno di aiuti sociali come ne sono stati elargiti a piene mani ad altre regioni d’Italia in passato, perché il suo tessuto sociale non è formato da evasori fiscali miliardari come racconta certa stampa; esso è formato da famiglie semplici di lavoratori con prole a carico, da trentenni che faticano a uscire di casa e sposarsi perché non hanno un lavoro, da file di laureati che guardano i posti pubblici occupati da persone provenienti sempre e solo da altre regioni d’Italia e sognano ad occhi aperti uno stipendio, una casa in affitto, una vita autonoma.

Si dirà: la Lega Nord è al governo, ci pensi lei. Bella scemenza: la prima esperienza di Governo fu un fiasco per colpa dei finti alleati, che con la tecnica di Penelope disfecero quanto votato in aula. Ora e solo ora la Lega Nord è al Governo, da un anno, in piena crisi economica mondiale. Ha fatto molto, ma i miracoli non si possono fare.

Resta dunque un bisogno, ma questo è un problema epocale: la politica italiana deve affrontare un problema di sistema, deve favorire le famiglie e i giovani secondo le indicazioni della Costituzione ma per fare questo deve colpire le rendite dei vecchi. E con una popolazione vecchia, si rischia di perdere le elezioni.

Chi ha il coraggio di farlo? Quello si chiamerebbe statista, ma non ne basterebbe uno solo. E nemmeno un partito da solo può far nulla, con le ostruzioni degli pseudo-alleati.

La Caritas fa bene a far sentire la sua voce, noi cattolici di tutte le estrazioni anche. Ma forse, come al solito, bisognerà pensare “aiutati, che il Cielo ti aiuta”.

Ciambetti denuncia l’assenteismo PdL

“NOI LAVORIAMO, ALTRI FANNO GLI ASSENTEISTI”                                          «Forse la bella giornata di sole ha suggerito ad alcuni consiglieri regionali del Pdl di prendersi qualche ora di relax o svago”. Questo il commento di Roberto Ciambetti, capogruppo della Lega Nord – Liga Veneta in Consiglio Regionale, in occasione del Consiglio convocato in data odierna, che ha visto numerose assenze nei banchi del Partito delle Libertà. «Le assenze del Pdl hanno determinato la mancanza, più volte, del numero legale in aula consiliare, nonostante – precisa Ciambetti – la presenza massiccia dei consiglieri della Lega sin dal primo appello». «Evidentemente noi leghisti, come dice l’avvocato Ghedini, siamo ancorati ad una visione localistica, autarchica, quasi medioevale del nostro ruolo – continua l’esponente del Carroccio – per cui noi pensiamo che gli elettori Veneti ci abbiano mandato in Consiglio Regionale per lavorare ed essere presenti». «Avremo pure orizzonti limitati – conclude Ciambetti – ma quando si tratta di fare il nostro lavoro ci siamo e cerchiamo di lavorare per i Veneti».

Gobbo: la presidenza del Veneto sarà nostra

gobboNessuna contrapposizione tra Luca Zaia e Flavio Tosi, ed un unica certezza “il Veneto andrà alla Lega”. Così Gianpaolo Gobbo, sindaco di Treviso e segretario nazionale veneto del Carroccio, interviene sulla corsa per la presidenza della Regione Veneto nel 2010. Una sfida dalla quale lo stesso Gobbo si chiama fuori, dicendo di escludere la propria candidatura. “Non ho nulla contro Galan e il Pdl – precisa Gobbo – ma dopo 15 anni tocca a noi, a costo di andare da soli, anche se sarebbe ingiusto”.
In Veneto e nelle altre Regioni del Nord, sostiene Gobbo, la Lega ha fatto maturare una classe dirigente di 40enni che sanno governare. “Siamo una forza politica – afferma – con un’ottima capacità di agire, dimostrata dal comune più piccolo fino al Governo”.
“Non si capisce perchè – conclude Gobbo – noi si debba essere esclusi dalla Regione Veneto con due possibili candidati, Zaia e Tosi, che sono per me frutto di orgoglio e soddisfazione”.

In effetti, ragionando sui numeri e sulla storia del movimento, la Regione che più di tutte dovrebbe soddisfare le legittime ambizioni di un partito che ha il 10% dei voti nazionali è il Veneto. In questa terra è nato il fenomeno leghista, poi esteso alla Lombardia, e quindi altrove. In questa sola Regione il consenso alla Lega Nord supera il 30% dei voti espressi (alle ultime europee), molto più che in ogni altra Regione. La Lega Nord ha appoggiato lealmente in passato la candidatura del sig. Galan.

Dunque, perché non dare la possibilità alla Lega Nord di dimostrare anche a livello di presidenza regionale quanto di buono ha dimostrato di saper fare in tutti i comuni, in tutte le città e in tutte le Provincie dove è al vertice dell’amministrazione?

Zamboni: “Federalismo anche nella previdenza

«Troppo alta la spesa INPS e non ci sono soldi per tutti» ha affermato il consigliere regionale del Carroccio Emilio Zamboni, in una riflessione sul perché le pensioni non garantiscano una vita dignitosa al Veneto. «In effetti – continua l’esponente leghista – in Italia sono aumentate le pensioni di anzianità con un incremento negli ultimi 10 anni del 65% con una spesa annua di oltre 132 miliardi di euro. Ovvio che essendo le industrie concentrate al nord, viene da pensare che le pensioni siano cresciute quasi esclusivamente al nord. Questo fenomeno è stato trattato nell’articolo de “Il Sole 24 Ore” del 14 settembre 2009 a pagina 5».«In realtà – prosegue il consigliere – è il sud che traina l’aumento delle pensioni di anzianità con un incremento medio negli ultimi 10 anni del 135%, con punte del 374% di Catanzaro, del 270% di Vibo Valentia, del 261% dell’Aquila o del 248% di Potenza. Con questi dati verrebbe da pensare che il sud negli ultimi 30 anni si sia notevolmente industrializzato e quindi siano stati versati  tantissimi contributi in modo da giustificare questo aumento di spesa da parte dell’INPS. Al nord, le pensioni si sono mantenute abbastanza stabili e, addirittura, ci sono province che contano oggi meno pensioni di anzianità rispetto a 10 anni fa. Poi bisogna rilevare che le pensioni agricole in Campania, Puglia e Calabria pesano del 30 – 40 % in più rispetto alle regioni settentrionali. Di certo non siamo in presenza di un boom agricolo al sud (anzi si produce molto meno); in realtà, come descritto dall’articolo de “Il Sole 24 Ore”, si tratta di un fenomeno molto diffuso, quello della disoccupazione agricola coperta da contributi solo figurativi senza un effettivo versamento. La disoccupazione dovrebbe però essere preceduta da occupazione».«In pratica – aggiunge Emilio Zamboni – si è verificata una forma di assistenza di massa che, oltre ad assicurare a tutti un reddito, assicura anche una pensione con non pochi problemi all’INPS. Si instaurano rapporti di lavoro fittizi solo sulla carta al fine di creare di li a poco disoccupati. Il fenomeno dei falsi braccianti assunti in modo fittizio per poi passare al sussidio di disoccupazione e successivamente alla pensione è difficile da contrastare in quanto spesso è il risultato di comportamenti di tipo malavitoso. Come riportato nell’articolo, il responsabile dell’INPS di Rossano Calabro (CZ) è stato costretto alla scorta, avendo subito minacce molto pesanti  per aver portato alla luce dei finti braccianti. Nell’articolo viene anche riportata la scoperta fatta dalla Guardia di Finanza di Taranto di 363 finti lavoratori».

«È addirittura sconcertante – sottolinea il consigliere – in un articolo del Corriere della Sera del 05 agosto 1997 dal titolo “Tutti agricoltori ma solo per truffare l’INPS”, un giovane sostituto procuratore che aveva scoperto 25.000 falsi lavoratori agricoli in provincia di Reggio Calabria e aveva potuto eseguire solo 7 arresti in quanto dichiarava, nell’articolo, che non si poteva mettere il filo spinato tutto intorno alla piana di Reggio Calabria non essendo possibile arrestare migliaia di persone. Nell’articolo si riporta anche il caso singolare e folkloristico di un assicuratore che non aveva mai sollevato una zolla di terreno in vita sua e di colpo è diventato proprietario di un’azienda di 45 ettari in grado di assumere 830 persone. Il sud è anche pieno di storie industriali forzate dallo Stato, poi chiuse o fallite, creando cassa integrazione e contributi INPS solo figurativi».

«Quello che non capiamo è come si possa non scoprire falsi lavoratori assunti fittiziamente visto che non possono esistere aziende con dipendenti senza  nessun prodotto – stigmatizza Zamboni. -  Al sud vi è poi anche il fenomeno dei crediti INPS maturati da donne incinte fittizie. Possiamo ora porci alcune domande: la colpa di tutto questo è imputabile agli Svedesi? O piuttosto ai politici del nord che probabilmente hanno sempre fatto capo a partiti meridionalistici, permettendo tutto questo e non chiedendo mai nessuna forma di federalismo? Viene quindi da porsi la domanda del perché si sia lasciata questa situazione tipicamente “italiana” che ha portato al costo del lavoro più elevato tra i Paesi industrializzati ma con una corrispondente paga netta molto bassa non in grado di garantire il tenore di vita meritato da chi lavora».

«Alla luce di tutto questo – conclude il consigliere scaligero, prospettando l’unica soluzione – appare impossibile che tutti i contributi versati nel Veneto possano tradursi in una pensione dignitosa in relazione al costo della vita e per questo si dovrà rilevare non solo la questione del federalismo fiscale ma anche  quella del federalismo INPS e contributivo a livello regionale».